venerdì 10 aprile 2020

Omelia di Padre Raniero Cantalamessa


Di seguito l’omelia di oggi di Padre Cantalamessa durante l’adorazione della Croce presieduta da Papa Francesco. 

Un testo forte, oserei dire squassante. 



San Gregorio Magno diceva che la Scrittura cum legentibus crescit, cresce con coloro che la leggono.[1] Esprime significati sempre nuovi a seconda delle domande che l’uomo porta in cuore nel leggerla. E noi quest’anno leggiamo il racconto della Passione con una domanda –anzi con un grido – nel cuore che si leva da tutta la terra. Dobbiamo cercare di cogliere la risposta che la parola di Dio dà ad esso.

Quello che abbiamo appena riascoltato è il racconto del male oggettivamente più grande mai commesso sulla terra. Noi possiamo guardare ad esso da due angolature diverse: o di fronte o di dietro, cioè o dalle sue cause o dai suoi effetti. Se ci fermiamo alle cause storiche della morte di Cristo ci confondiamo e ognuno sarà tentato di dire come Pilato: “Io sono innocente del sangue di costui” (Mt 27,24). La croce si comprende meglio dai suoi effetti che dalle sue cause. E quali sono stati gli effetti della morte di Cristo? Resi giusti per la fede in lui, riconciliati e in pace con Dio, ricolmi della speranza di una vita eterna! (cf. Rom 5, 1-5)


Ma c’è un effetto che la situazione in atto ci aiuta a cogliere in particolare. La croce di Cristo ha cambiato il senso del dolore e della sofferenza umana. Di ogni sofferenza, fisica e morale. Essa non è più un castigo, una maledizione. È stata redenta in radice da quando il Figlio di Dio l’ha presa su di sé. Qual è la prova più sicura che la bevanda che qualcuno ti porge non è avvelenata? È se lui beve davanti a te dalla stessa coppa. Così ha fatto Dio: sulla croce ha bevuto, al cospetto del mondo, il calice del dolore fino alla feccia. Ha mostrato così che esso non è avvelenato, ma che c’è una perla in fondo ad esso.

E non solo il dolore di chi ha la fede, ma ogni dolore umano. Egli è morto per tutti. “Quando sarò elevato da terra, aveva detto, attirerò tutti a me” (Gv 12,32). Tutti, non solo alcuni! “Soffrire –scriveva san Giovanni Paolo II dopo il suo attentato – significa diventare particolarmente suscettibili, particolarmente sensibili all’opera delle forze salvifiche di Dio offerte all’umanità in Cristo”[2]. Grazie alla croce di Cristo, la sofferenza è diventata anch’essa, a modo suo, una specie “sacramento universale di salvezza” per il genere umano.

Qual è la luce che tutto questo getta sulla situazione drammatica che stiamo vivendo? Anche qui, più che alle cause, dobbiamo guardare agli effetti. Non solo quelli negativi, di cui ascoltiamo ogni giorno il triste bollettino, ma anche quelli positivi che solo una osservazione più attenta ci aiuta a cogliere.

La pandemia del Coronavirus ci ha bruscamente risvegliati dal pericolo maggiore che hanno sempre corso gli individui e l’umanità, quello dell’illusione di onnipotenza. Abbiamo l’occasione – ha scritto un noto Rabbino ebreo – di celebrare quest’anno uno speciale esodo pasquale, quello “dall’esilio della coscienza”[3]. È bastato il più piccolo e informe elemento della natura, un virus, a ricordarci che siamo mortali, che la potenza militare e la tecnologia non bastano a salvarci. “L’uomo nella prosperità non comprende –dice un salmo della Bibbia -, è come gli animali che periscono” (Sal 49, 21). Quanta verità in queste parole!


Mentre affrescava la cattedrale di San Paolo a Londra, il pittore James Thornhill, a un certo punto, fu preso da tanto entusiasmo per un suo affresco che, retrocedendo per vederlo meglio, non si accorgeva che stava per precipitare nel vuoto dall’impalcatura. Un assistente, inorridito, capì che un grido di richiamo avrebbe solo accelerato il disastro. Senza pensarci due volte, intinse un pennello nel colore e lo scaraventò in mezzo all’affresco. Il maestro, esterrefatto, diede un balzo in avanti. La sua opera era compromessa, ma lui era salvo.

Così fa a volte Dio con noi: sconvolge i nostri progetti e la nostra quiete, per salvarci dal baratro che non vediamo. Ma attenti a non ingannarci. Non è Dio che con il Coronavirus ha scaraventato il pennello sull’affresco della nostra orgogliosa civiltà tecnologica. Dio è alleato nostro, non del virus! “Io ho progetti di pace, non di afflizione”, dice nella Bibbia (Ger 29,11). Se questi flagelli fossero castighi di Dio, non si spiegherebbe perché essi colpiscono ugualmente buoni e cattivi, e perché, di solito, sono i poveri a portarne le conseguenze maggiori. Sono forse essi più peccatori degli altri?

No! Colui che un giorno pianse per la morte di Lazzaro, piange oggi per il flagello che si è abbattuto sull’umanità.

Sì, Dio “soffre”, come ogni padre e ogni madre. Quando un giorno lo scopriremo, ci vergogneremo di tutte le accuse che gli abbiamo rivolte in vita. Dio partecipa al nostro dolore per superarlo. “Essendo supremamente buono, –ha scritto sant’Agostino – Dio non permetterebbe mai che un qualsiasi male esistesse nelle sue opere, se non fosse sufficientemente potente e buono, da trarre dal male stesso il bene”[4].

Forse che Dio Padre ha voluto lui la morte del suo Figlio sulla croce, a fine di ricavarne del bene? No, ha semplicemente permesso che la libertà umana facesse il suo corso, facendola però servire al suo piano, non a quello degli uomini. Questo vale anche per i mali naturali, terremoti ed epidemie. Non le suscita lui. Egli ha dato anche alla natura una sorta di libertà, qualitativamente diversa, certo, da quella morale dell’uomo, ma pur sempre una forma di libertà. Libertà di evolversi secondo le sue leggi di sviluppo. Non ha creato il mondo come un orologio programmato in anticipo in ogni suo minimo movimento. È quello che alcuni chiamano il caso, e che la Bibbia chiama invece “sapienza di Dio”.


L’altro frutto positivo della presente crisi sanitaria è il sentimento di solidarietà. Quando mai, a nostra memoria, gli uomini di tutte le nazioni si sono sentiti così uniti, così uguali, così poco litigiosi, come in questo momento di dolore? Mai come ora abbiamo sentito la verità di quel grido di un nostro poeta: “Uomini, pace! Sulla prona terra troppo è il mistero”.[5] Ci siamo dimenticati dei muri da costruire. Il virus non conosce frontiere. In un attimo ha abbattuto tutte le barriere e le distinzioni: di razza, di religione, di ricchezza, di potere. Non dobbiamo tornare indietro, quando sarà passato questo momento. Come ci ha esortato il Santo Padre, non dobbiamo sciupare questa occasione. Non facciamo che tanto dolore, tanti morti, tanto eroico impegno da parte degli operatori sanitari sia stato invano. È questa la “recessione” che dobbiamo temere di più.

Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri,

delle loro lance faranno falci;

una nazione non alzerà più la spada

contro un’altra nazione,

non impareranno più l’arte della guerra. (Is 2,4)


È il momento di realizzare qualcosa di questa profezia di Isaia, di cui da sempre l’umanità attende il compimento. Diciamo basta alla tragica corsa verso gli armamenti. Gridatelo con tutta la forza, voi giovani, perché è soprattutto il vostro destino che si gioca. Destiniamo le sconfinate risorse impiegate per gli armamenti agli scopi di cui, in queste situazioni, vediamo l’urgenza: la salute, l’igiene, l’alimentazione, la lotta contro la povertà, la cura del creato. Lasciamo alla generazione che verrà un mondo, se necessario, più povero di cose e di denaro, ma più ricco di umanità.


La parola di Dio ci dice qual è la prima cosa che dobbiamo fare in momenti come questi: gridare a Dio. È lui stesso che mette sulle labbra degli uomini le parole da gridare a lui, a volte parole dure, di lamento, quasi di accusa. “Àlzati, Signore, vieni in nostro aiuto! Salvaci per la tua misericordia![…] Déstati, non ci respingere per sempre!” (Sal 44, 24.27). “Signore, non ti importa che noi periamo?” (Mc 4,38).

Forse che Dio ama farsi pregare per concedere i suoi benefici? Forse che la nostra preghiera può far cambiare a Dio i suoi piani? No, ma ci sono cose che Dio ha deciso di accordarci come frutto insieme della sua grazia e della nostra preghiera, quasi per condividere con le sue creature il merito del beneficio accordato.[6] È lui che ci spinge a farlo: “Chiedete e otterrete, ha detto Gesú, bussate e vi sarà aperto” (Mt 7,7).

Quando, nel deserto, gli ebrei erano morsi dai serpenti velenosi, Dio ordinò a Mosè di elevare su un palo un serpente di bronzo e chi lo guardava non moriva. Gesú si è appropriato di questo simbolo. “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna” (Gv 3, 14-15). Anche noi, in questo momento siamo morsi da un invisibile “serpente” velenoso. Guardiamo a colui che è stato “innalzato” per noi sulla croce. Adoriamolo per noi e per tutto il genere umano. Chi lo guarda con fede non muore. E se muore, sarà per entrare in una vita eterna.

“Dopo tre giorni risorgerò”, aveva predetto Gesú (cf. Mt 9,31). Anche noi, dopo questi giorni che speriamo brevi, risorgeremo e usciremo dai sepolcri che sono ora le nostre case. Non per tornare alla vita di prima come Lazzaro, ma per una vita nuova, come Gesù. Una vita più fraterna, più umana. Più cristiana!

L'Isola Mento - giorno 28


Oggi è così, nello stupore del Creato. 


giovedì 9 aprile 2020

Inoltro con piacere!


Giorgio viene dalla provincia di Varese. Si è ammalato di covid-19 ed è stato ricoverato all’inizio di marzo. Ha passato alcuni giorni in medicina ad Alta Intensità per essere poi sottoposto ad una quarantena riabilitativa in ospedale in attesa della guarigione con la piena ripresa delle facoltà respiratorie. Durante una notte insonne ha scritto questa lettera e l’ha mandata ai figli chiedendo loro di diffonderla.


Cerchiamo, tutti uniti, di salvare l’Italia.
Questo è un momento molto difficile, nel quale abbiamo tutti giorni sotto gli occhi l’estremo impegno del personale medico e infermieristico, la tenacia di tutti i volontari, degli Alpini, dell’Esercito, della Croce Rossa, pronti, a mettere a repentaglio la propria vita per salvare il possibile, impegnati a nascondere le loro preoccupazioni dietro una mascherina. Tutto questo sacrificio per salvare il Prossimo, chiunque egli sia.
Loro sono gli eroi sconosciuti che hanno buttato il cuore oltre la siepe dell’indifferenza e dell’egoismo, rispondendo alla chiamata, facendo del loro lavoro una missione, una missione di Vita e per la Vita.
Chiediamo lo stesso impegno dalla parte della classe politica, che non ha dimostrato, se non con decreti – speriamo efficaci – di prevenzione, di dare una risposta concreta e una testimonianza di sacrificio personale. La politica deve essere d’esempio, ora come non mai, e questo esempio i cittadini non lo vedono. Il migliore insegnante e il miglior cittadino, soprattutto se ha deciso di dedicarsi al bene pubblico, non è colui che ‘predica bene e razzola male’ ma colui che si mette in prima linea, che sacrifica davanti a tutti i cittadini i privilegi dovuti a una condizione di potere e responsabilità.
Nessuno di loro offre questo esempio. Anche se a un grande potere segue una grande responsabilità. A una grande responsabilità segue un grande sacrificio, un sacrificio concreto. Non c’è soluzione diversa.
Ora è arrivato il momento che la politica, mettendosi una mano sulla coscienza, decida di congelare gli stipendi di politici, volti del piccolo schermo, Dirigenti RAI, Dirigenti dell’Agenzia delle Entrate, Assessori regionali e provinciali, Dirigenti della Banca d’Italia, Dirigenti Inps etc…Chi dirige deve muoversi prima degli altri: guadagna più di altri se tutto gira per il verso giusto, rinuncia più degli altri se i tempi sono duri.
Congelino, come sono congelate molte attività dei cittadini italiani in questo momento, le pensioni i grandi politici, i dirigenti, congeli il vitalizio chi lo riceve.
Congelate lo stipendio, se il vostro stipendio supera i 5000 euro.
Congelatelo per sei mesi o un anno, fatelo per il tempo necessario (d’altronde siete voi ad avere i numeri in mano: voi sapete di quanti soldi l’Italia ha bisogno). Il risparmio ci sarebbe: tutti sappiamo che potrebbe aggirarsi attorno a una cifra notevole. E forse il risparmio sarebbe anche maggiore di quello che un cittadino potrebbe pensare.
Avete guadagnato prima, quando lo si poteva fare e l’Italia non era in emergenza. Un’emergenza, così la chiamate giustamente voi – anzi, dovremmo dire ‘noi’ – che i cittadini vivono in una quotidianità disperata e sacrificata. Un’emergenza alla quale voi potete donare concretamente qualcosa in più.
Il Popolo italiano è chiamato ogni anno a sopportare il sacrificio, senza porre obiezione, pagando una quantità di tasse che spesso non si convertono in servizi. Partono dal cittadino e non tornano al cittadino: alcuni ne hanno un bisogno vitale, adesso.
Chiediamo, per rispetto di tutti gli eroi silenziosi, il minimo impegno anche a coloro che vivono in questa condizione di responsabilità privilegiata. Il loro sacrificio, che noi chiediamo ‘minimo’, dovrebbe infatti essere il più grande. Loro sono i protettori della res publica, della ‘cosa pubblica’, non i protettori del guadagno privato sulle spalle della Repubblica. Consapevoli della riserva di stipendi accumulata in anni di servizio – non sempre, per fortuna, di sacrificio – pubblico, rinuncino per tutti, rinuncino come tutti.
Il nostro Inno esordisce con «Fratelli D’Italia». La classe dirigente è il nostro fratello maggiore: prende le decisioni per noi e deve dare l’esempio. Il bene più grande è certamente la Vita, non i soldi. Essi però possono contribuire a salvare migliaia di vite in questi tempi bui, offrendo un supporto concreto a tutti coloro che sono in prima linea nell’emergenza.
Il nostro Inno si chiama Fratelli d’Italia: lo cantiamo con la mano sul cuore, davanti a una bandiera tricolore. Ma non facciamo diventare nera di morte la bandiera rossa come il sacrificio e la carità, verde come la speranza e bianca come la Fede.
Questo sacrificio si compia! Bisogna farlo. Per tutti, per il Prossimo, per tutti coloro che hanno sofferto, che soffrono, che curano questa sofferenza. Per l’Italia, per la Vita.

Zimbelli



Ed ecco poi spuntare lui, capogruppo lega a Livorno, a rinverdire la giornata, smerigliando le gonadi quasi come il suo mentore ex votivo delle acque del Po ed ora agitante rosari per chissà quale setta; questa superstizione tradizionalista incapace per bieca ignoranza di comprendere i fondamenti della cattolicità, distante anni luce dal settarismo in agroruiniano porpora pregno di bisso, praticamente ghiande per porcilaie.

L'Isola Mento - giorno 27


Entrando nel Triduo Pasquale, apparentemente illogico, continuo ad avvertire la smaniosa ed impellente richiesta di ricominciare l'"anormalità" di prima che, se da un lato riveste carattere reale di urgenza visto che molti di qualcosa dovranno continuare a campare, dall'altro evidenzia la conclamata sperequazione celata da decenni dietro alla sonnacchiosa apatia da virus mediatici (a proposito: una vip ha vinto il Grande Fratello, se questo v'aggrada lo spirito.)

L'occasione storica di questi tempi non dovrebbe essere gettata alle ortiche. Ripartire sì ma con iudicio, rispetto, nuove regole. Non la pensano sicuramente così i tanti, pochi rispetto alla massa, detentori di quel potere finanziario da sempre spartiacque tra la vita e la sopravvivenza. 

Lombardia, Piemonte, Veneto stan facendo i diavoli a quattro per riaccendere i motori produttivi in barba ai 542 morti di ieri. E nel gran bailamme di queste ore mi sorge spontanea una domanda: 

Tutti, ma proprio tutti i sior Padron necessita di denari freschi per ricominciare? Non è che la famigerata modalità d'occultazione dei proventi non contempli il dignitoso rischio d'impresa? 
Il capitale, il dannato capitale, adesso ci è chiaro, è alla base di tutti i mali, le apatie, le dormite di spirito e corpo. Il sistema esigente appiattente innumerevoli vite, continuerà nel suo corso storico sino a quando non ci risveglieremo dal torpore. 

Guardate il nuovo spot FCA: stupendo, musica rabbrividente, parole d'estasi e alla fine quella frase "noi ci siamo" pur non pagando più le tasse da noi, ma in Olanda! 

Ed ora alcune parole di Papa Francesco pronunciate ieri:

Oggi il commercio umano è come ai primi tempi: si fa. E questo perché? Perché: Gesù lo ha detto. Lui ha dato al denaro una signorìa. Gesù ha detto: “Non si può servire Dio e il denaro” (cf. Lc. 16,13), due signori. È l’unica cosa che Gesù pone all’altezza e ognuno di noi deve scegliere: o servi Dio, e sarai libero nell’adorazione e nel servizio; o servi il denaro, e sarai schiavo del denaro. Questa è l’opzione; e tanta gente vuole servire Dio e il denaro. E questo non si può fare. Alla fine fanno finta di servire Dio per servire il denaro. Sono gli sfruttatori nascosti che sono socialmente impeccabili, ma sotto il tavolo fanno il commercio, anche con la gente: non importa. Lo sfruttamento umano è vendere il prossimo.

Pensiamo a tanti Giuda istituzionalizzati in questo mondo, che sfruttano la gente. E pensiamo anche al piccolo Giuda che ognuno di noi ha dentro di sé nell’ora di scegliere: fra lealtà o interesse. Ognuno di noi ha la capacità di tradire, di vendere, di scegliere per il proprio interesse. Ognuno di noi ha la possibilità di lasciarsi attirare dall’amore dei soldi o dei beni o del benessere futuro. “Giuda, dove sei?”. Ma la domanda la faccio a ognuno di noi: “Tu, Giuda, il piccolo Giuda che ho dentro: dove sei?”.

(27. Continua... Tourmalet permettendo...)

Daje Marco!


Travaglio raddrizza la barra del timone e, soprattutto, sfancula alla fine dell'articolo chi ammaestra dimenticando un passato che avrebbe dovuto accompagnarlo in un monastero disperso in alta montagna per agevolarne il silenzio perpetuo. 

La voce del padrùn

di Marco Travaglio | 9 APRILE 2020

Ricordate quelli che “la scienza siamo noi”, quando si trattava di vaccinare i bambini pure contro le emorroidi e le unghie incarnite per far contenti la Lorenzin e Big Pharma? Quelli che “la competenza innanzitutto”, fuorché quando i competenti dimostravano che il Tav Torino-Lione è una boiata pazzesca? Quelli che “decidono gli esperti”, anche per farsi un bidé? Quelli che “hashtag io resto a casa perché lo dice il virologo”? Bene, era tutto uno scherzo. Ora sono tutti lì che strombettano di “ripartenza”, “riapertura”, “fase 2”, “prima le imprese”, “subito le fabbriche”, “appalti rapidi”, “cantieri sprint”, “sburocratizzare”, “velocizzare”, “semplificare”, “basta certificati antimafia”, “basta regole anticorruzione”, “correre”, brum brum, wroooom, roarrr, ciuff ciuff, sdeng, bang, tung, zang. Il futurismo marinettiano non c’entra. È che Confindustria ha infilato il soldino nell’apposita fessura e i suoi jukebox che si fanno chiamare “politici” o “giornalisti” han subito intonato la canzoncina giusta. Il primo è stato l’Innominabile, passato dal Burioni Fan Club al “bisogna convivere col virus” (ma convivici tu con la tua famiglia, se non ti vota contro pure quella), detto il 28 marzo mentre l’Italia registrava il primato di morti e contagi. Uno al cui confronto il Cazzaro Verde, che si accontenta delle chiese aperte a Pasqua, sembra un tipo responsabile. Lui però ha l’attenuante di non essere un politico, ma un uomo d’affari. E ora, con l’aria del passante, spiega che “chi fa politica deve prevedere il futuro”, anzi no, “il futuro lo scopriremo solo vivendo”: come lui che, nei suoi tre anni al governo, tagliò più posti letto d’ospedale di qualunque predecessore.
Ma, a parte i peli superflui come Messer Unovirgola, le cose serie sono altre: l’“informazione” all’italiana che, dopo un attimo di disorientamento, è tornata quel che era sempre stata: il megafono dei poteri economici e finanziari retrostanti. Ieri, con 525 nuovi morti e 3.836 infetti in 24 ore, le Confindustrie del Nord sproloquiavano di riaprire nel “breve periodo”. I migliori, perché i più spudorati, oltre al presidente-tipografo Vincenzo Boccia, sono gli sciur padrùn lombardi, rappresentati per uno scherzo del destino da Carlo Bonomi (Assolombarda) e Marco Bonometti (Confindustria Lombardia), una specie di matrioska dell’orrore. Il Bonomi lo ripete da sei giorni: “Riaprire tutto dopo Pasqua”. Il Bonometti, essendo meno accorto, viene fuori al naturale e si vanta persino di avere sventato la zona rossa in Val Seriana con la complicità della Regione, che sapeva dal 22 febbraio del primo contagiato nell’ospedale di Alzano.
“Ai primi di marzo con la Regione ci siamo confrontati”, si imbroda il Bonometti, “ma non si potevano fare zone rosse, non si poteva fermare la produzione. Per fortuna non abbiamo fermato le attività essenziali, perché i morti sarebbero aumentati”. In realtà è universalmente noto che, meno gente c’è in giro, meno gente muore. Ma il Bonometti ha una spiegazione tutta sua del record mondiale di morti in Lombardia: “Qui c’è una presenza massiccia di animali e quindi c’è stata una movimentazione degli animali che ha favorito il contagio, parlo degli allevamenti, e questa potrebbe essere una causa”. Peccato che gli animali non contagino nessuno. Ora voi capite in che mani sono gli imprenditori della regione più ricca d’Europa: gente che andrebbe ricoverata non in rianimazione, ma in psichiatria. Eppure sono questi babbei che, dopo avere sbagliato tutte le previsioni dalla notte dei tempi (ricordate le catastrofi annunciate in caso di No al referendum del 2016?), danno ancora la linea ai giornaloni degli affiliati a Confindustria, che a loro volta danno la linea a certi partiti, che a loro volta vogliono far fuori Conte per metterci uno del loro “giro”, un nuovo premier à la carte.
La Stampa di casa Agnelli-Elkann, quella che un mese fa titolò “Scuole chiuse: no degli scienziati” (balla totale) e poi virò sull’invasione russa, da due giorni batte sulle grancasse con titoli da Illustratofiat: “Aziende, è corsa alla riapertura”, “Il piano Conte per riaprire in due tappe”. Repubblica (stesso gruppo) dà il suo contributo intervistando per l’ottantesima volta l’Innominabile, che ripete per l’ottantesima volta “L’Italia deve ripartire”. Il Corriere, incurante di essere d’accordo col suo editore Cairo, spara “Fase 2, turni per la riapertura”, col contorno di Cazzullo: “Non basta dire ‘state a casa’”, “imprenditori e manager denunciano che le loro fabbriche in Italia sono le uniche a restare chiuse, mentre quelle dello stesso gruppo in Francia, Germania, Inghilterra funzionano” e “si perdono quote di mercato”, paraponziponzipò. Il Messaggero, che non sembra ma è di Caltagirone, fa eco: “Riaperture, prima le aziende”. Poi c’è Libero (Angelucci): “Aziende pronte a ripartire, il governo tentenna”, “I volti umani del capitalismo. Campioni di donazioni ultramilionarie”. Ma Libero sta ai giornali come l’Innominabile sta ai politici: è l’inserto satirico.
Ps. Nel vano tentativo di dimostrare sul Foglio che bisogna abolire le carceri perché lì si rischia il coronavirus più che fuori, Adriano Sofri mi insulta dandomi del “rosicchiato dalla malevolenza, oltre che stupido”, “pusillanime” e “inetto” all’“universale solidarietà umana” di cui lui invece è primatista mondiale. Mi rendo conto che rispondere con i dati (1 morto e 58 contagiati fra i detenuti contro 17.669 morti e 139.422 contagiati fuori) a questo malvissuto accecato dal pregiudizio serva a poco. Mi resta però una curiosità: se io sono “rosicchiato dalla malevolenza”, “stupido”, “inetto” alla “solidarietà umana” e “pusillanime”, lui che mandò due disgraziati ad ammazzare un commissario di polizia, per giunta disarmato, che cos’è?

mercoledì 8 aprile 2020

Lettera aperta



Egregi,
il crollo del ponte di Albiano avvenuto questa mattina, m’induce a richiedere, visto il periodo meditativo derivante dalle misure di lockdown per la pandemia, che l’accertamento di responsabilità per il suddetto crollo avvenga, almeno per una volta, in modalità dignitosa e, soprattutto, da stato civile e democratico. 
Pertanto m’aspetto l’individuazione di codardi e scellerati da consegnare alle patrie galere per la giusta pena da scontare, allontanando biechi garantismi che odorano di impunità, avvocatoni arzigogolanti e oramai celebri giochi del rimpiattino che da tempo immemore riescono a far sfangare a gentaglia gallonata le suddette pene detentive. 
Grazie (vi ho chiamati solo egregi in quanto oramai non sappiamo più a che santo votarsi)