sabato 28 marzo 2020

L'Isola Mento - giorno 15




Ieri la giornata più luttuosa dell'epidemia in Italia, più di 900 morti, molti di loro spirati in solitudine, lontano dai parenti. Ricordiamoli un attimo.

-----
-----
-----

Sul fronte degli eventi si delinea sempre di più la tragedia americana dove la sanità è un bene privato. Vien da pensare, per fare un po' i populisti, che se spendessero una buona parte di quanto buttano nel cesso in armi, circa 700 miliardi all'anno, forse le cose migliorerebbero! 

Meghan ed Harry han deciso di trasferirsi a Los Angeles. Sai a noi che K.. ce ne frega?

In Europa, si fa per dire, unita tutti contro Angela per tentare di convincerla a non usare il nodo scorsoio del Mes in questa fase così drammatica. Avrà mica il calendario ancora sintonizzato nel 2019?  

I segni dei tempi: Feltri che loda la Raggi. E ho detto tutto! (cit.)

I poveri calciatori forse si taglieranno gli stipendi. Mi commuovo quasi nell'apprendere che Cr7 non potrà più guadagnare 31 milioni all'anno. Ma molto meno! Sing! Spicca l'idiozia dello juventino Douglas che dichiara "giusto far sacrifici" dove per sacrifici intenderà forse evitare l'acquisto della terza Lamborghini? 

Spettacolare il Presidente Mattarella nel fuori onda nel discorso di ieri. Merita di vederlo per assaporarne la normalità.

Per ultimo mi soffermo sulla celebrazione di Papa Francesco di ieri in tempo di epidemia. 
Il Successore di Pietro ci ha condotto per mano semplicemente, senza fronzoli  davanti al Signore per domandare aiuto in questa tempesta. Ci siamo andati spogliati di tutti i vitelli d'oro che da temo immemore reputiamo idoli invincibili, nel silenzio abbiamo riconquistato la certezza della nostra fragilità, della condizione instabile del nostro essere.
Sarà certamente l'Era del Coniglio che si è impossessata di me, ma ritengo questo momento uno spartiacque tra tutto ciò che ho sminuito sensibilmente e che prima consideravo essenza primaria. 

Sofferenza, solitudine, incapacità, inadeguatezza, fobie. Un mix ammorbante e stordente. L'Indulgenza Plenaria concessa da Pietro, come dice Agostino Giovagnoli su Repubblica:

"L’ha resa possibile un decreto della Penitenzieria apostolica approvato appena otto giorni fa “ex auctoritate Summi Pontifici” e “valido nonostante qualunque disposizione contraria”: chi lo ha preparato era ben consapevole della sua straordinarietà, che cambia prassi e tradizioni consolidate. È un decreto che sospende le condizioni abitualmente richieste per la concessione delle indulgenze — confessione, eucarestia e preghiera secondo le intenzioni del Papa — e che la estende non solo a chi si è collegato “attraverso le diverse tecnologie di comunicazione” ma pure “unendosi anche solo spiritualmente, con il desiderio” come è stato detto introducendo la benedizione papale alla città e al mondo, urbi et orbi. La novità che cambia la storia delle indulgenze nella Chiesa cattolica, si legge nel decreto della Penitenzieria, è stata motivata dall’eccezionalità del momento storico “in cui versa l’intera umanità” ed è stata pensata per i malati, per i loro familiari, per i sanitari che li assistono: insomma per una situazione estrema che impedisce il dialogo, l’incontro, il contatto."

E anche una suora di clausura sul Fatto Quotidiano di oggi, umanizza, de-arzigogola la preghiera con queste stupende parole: 

"In un momento così drammatico vorrei comunicare con tutto il mondo, con ogni persona. Nella vostra vita di adesso, perché non pensare a pregare? Come si fa? Ecco cosa ne posso dire: la preghiera è totalmente libera! Si può pregare anche facendo l'amore, cucinando, fumando e facendosi un bel bagno profumato. Unirsi a Dio è la cosa più facile del mondo! Basta entrare in se stessi e cercarlo. Se sarete liberi nel rapporto con Dio, senza formalità (lui le detesta), lo troverete e avrete meravigliose sorprese." 

E sempre di fede, è la prima volta che mi capita, ho letto un confronto tra Farina e Feltri su Libero. 

Renato Farina è un tradizionalista che si domanda perché di questi tempi non si può andare in chiesa a pregare. 
Alcune sue riflessioni: 

Sono in astinenza da messa. Mi sento capace di tutto. Sfondare portali antichi, inserirmi con mantelli dell'invisibilità rubati ad Harry Potter
iL popolo cattolico o no, deve potersi abbeverare alla fonte della grazia, che sta nel tabernacolo. 

ho usato l'aggettivo pio. Con il tempo questo termine che, applicato da Virgilio a Enea, esprimeva audacia;  dai vangeli attribuito alle donne che difendevano Cristo sia via del calvario significava fede coraggiosa, oggi è fatto equivalere al bigottismo. 

Perché non è concesso di accostarsi alle confessioni e al pane eucaristico? 

Vedere la messa in tv è come per un fumatore, consumata l'ultima bionda, accontentarsi della fotografia di Humphrey Bogart in Casablanca con le labbra strette intono a quel tizzone fumigante. 

Feltri, da strano ateo-credente gli risponde così:

Mia nonna Ester pregava sempre, pure quanto accarezzava il gatto o preparava le uova fritte per suo marito. 
Ho messo piede in chiesa poche volte.
Se esistesse davvero Dio non me la sentirei di definirlo buono, uno che ama il suo creato, visto che esso è una macelleria a cielo aperto, dove gli esseri viventi, gli animali e noi, ogni dì sono impegnati a sbranarsi crudelmente onde sopravvivere. Lo spettacolo della natura è meraviglioso se osservato da lontano, però se ti avvicini alla Terra scopri che è un lago di sangue sgorgato dalle viscere dei più forti. 

Dovremmo vergognarci, altro che precipitarci al tempio ogniqualvolta sentiamo l'urgenza di avere un aiuto non si sa bene da chi, né perché Dio ce lo dovrebbe fornire, proprio lui che ci ha condannato a soggiornare in una valle di lacrime. Ciascuno di noi campa qualche decina di anni, poi crepa intubato all'ospedale e si illude di essere comunque immortale, finendo in un ipotetico paradiso che, quand'anche assurdamente ci fosse, sarebbe pieno di deficienti uguali a noi, miliardi e miliardi di anime pronte a fracassarsi i coglioni in eterno, a girarsi i pollici diuturnamente. 
Abbondano materne e rimedi per sfuggire alla realtà, non solamente la cocaina e similari, c'è pure la religione, elegante per non tenere i piedi saldamente ancorati al suolo.     

E per concludere, sempre su Libero, uno stralcio dell'intervista ad Odifreddi, l'ateone per eccellenza in questo caso, a suo modo, scioccante. 

"Se uno scienziato non pensasse che l'universo è ragionevole e caratterizzato da un ordine, non potrebbe fare lo scienziato. Egli cerca indizi di quella Ragione nell'universo ed è convinto che il Logos, come dice Giovanni nel Vangelo, si possa incarnare, dando vita in senso lato alla Ragione universale e, in piccolo, alla ragione umana."

(15. Continua ... Tourmalet permettendo...)  


venerdì 27 marzo 2020

L'Isola Mento - Giorno 14



E quindi questo rutto Rutte infischiandosene di pandemie, morti, sofferenze, eroismi che da quelle parti se li sognano, ha deciso insieme ad altri glaciali nostri partner nella insulsa attuale Europa cosiddetta, per sbellicamento corale, unita, di bloccare la proposta di un'azione di massa finanziaria per contrastare l'attuale situazione ricordante il periodo post bellico! 
E bravo Rutt, grazie Finlandia, complimenti Angela! 
Quindi dobbiamo pensare che i nostri "problemi nostrani fattisi persone", è inutile che li nomini sono purtroppo sempre in video,  infervorati da sempre a chiedere di uscire dal coacervo burocratico fine a sé stesso, abbiano ragione? 
Come se scoppiasse un incendio in un appartamento condominiale e qualche vicino continuasse a cenare allegramente con tutt'attorno pompieri e lance spara acqua. 
Comunque non c'è problema! come ha ben detto il Premier ce la caveremo da soli, e aspetteremo l'estate con il nostro mare, di cui vi invieremo foto che appenderete nelle vostre brughiere.

I Benetton battono cassa per mano del presidente Ascat Palenzona, un energumeno da sempre a caccia di denari! Grande esempio di civiltà di questi giaguari del lucro! 

Anche i giocatori del Barcellona evidenziano carenze mentali opponendosi alla riduzione, sacrosanta dei loro emolumenti. Certo che per la Pulce Messi non introitare quasi 400mila euro al giorno potrebbe essere un problema di questi tempi. Gli siamo vicini, per così dire...

Continuano a produrre armi, i signori della morte bellica. Gran bella notizia questa, che fa comprendere il punto di non ritorno a cui eravamo giunti prima del Covid.
Verrà il tempo della pace, della rinascita, della rimodulazione di tutte le cianfrusaglie a cui avevamo oramai fatto buon viso. Nascerà un riflusso, una spinta rivoluzionaria capace di limare, abbattere le enormi differenze sociali che quello che c'era prima aveva imposto come modello di società. Abbatteremo ogni ostacolo che si frappone per ricostruire un mondo migliore, alla faccia di tutti i cagnacci che pure in queste ore smaniano per arricchirsi. (credo che questo sia un messaggio subliminale del "Che")

Trascrivo integralmente una toccante lettera aperta di un'infermiera spezzina oggi su La Nazione in un articolo di Emanuela Rosi. 
Da meditare, da tramutare in via maestra per i tempi che verranno:


La nostra guerra contro il mostro e lo sconforto»
Il duro lavoro in un reparto di emergenza spezzino di un’infermiera precaria, a tu per tu con la morte

«Speravo di aprire gli occhi a tanti miei coetanei, e non solo, che potrebbero sottostimare la situazione. Ma ce la faremo, lo so, ce la faremo!». 

Ha paura di ammalarsi? 
«Personalmente non molta, l’ho già rischiata, cosa che succede ogni giorno in tutti i reparti, quando ancora non lavoravo li, ma è andata bene – dice – . Temo solo per la mia famiglia e che io posso trasmetterlo ad altri nel caso». 

I primi giorni di marzo le era arrivata la richiesta dell’Azzienda sanitaria di spostarsi in un reparto di emergenza per sostituire una collega a casa in malattia, dove resterà fino alla fine dell’emergenza. 

«Ho preparato uno zaino al volo con il necessario, 2 cambi, 5 mutande, qualche paio di calzini, un pigiama e poco più – racconta –. Solo il giorno prima mi avevano telefonato e mi avevano chiesto se volevo accettare uno spostamento, se me la sentivo. La situazione richiedeva una sostituzione immediata. Non ho avuto dubbi. Ma non potevo più tornare a casa. Non potevo permettermelo con quel reparto, adesso era troppo rischioso. Il giorno stesso decisi che quella, almeno per il momento, sarebbe stata l’ultima sera passata a casa mia, coi miei genitori e i miei fratelli».

Pensava che non sarebbe durato molto. 

«Le notizie che si leggevano sui giornali per quanto riguardava il mio nuovo reparto e per la mia provincia in generale erano molto rassicuranti: 1 solo paziente positivo e in via di dimissione. – racconta – Mi dissi: benissimo, vedrai che la stai immaginando più grande di quella che è, probabilmente non dovrai fare neanche una notte fuori casa. Il pomeriggio seguente lo ricordo bene. Fu uno shock: 9 positivi? Cosa mi ero persa? Perché nessuno mi aveva avvertito? Cosa stava succedendo là dentro? Perché le consegne venivano date cosi di fretta? Ma di cosa stavano parlando? Positivo chi? Quanti? In 24 ore la situazione era precipitata, i miei colleghi facevano fatica a nascondere la preoccupazione, e quello che sentivo più spesso ripetere era: è un casino, è un casino». Da allora ogni momento è inciso nella memoria: turni duri, lunghissimi, il rientro in una casa che non è la sua, sola, brevi uscite solo per fare la spesa. «Ricordo ogni fatica, ogni pianto, ogni squillo del telefono, le innumerevoli vestizioni e svestizioni, ogni respiro affannoso sotto quella tuta, viste appannate, grandi sudate, il rumore dell’ossigeno, l’odore della candeggina, il tatto ridotto dai doppi guanti, gli sguardi.. Gli sguardi... dei pazienti, dei colleghi. Dei parenti purtroppo non ce ne sono più stati. – racconta – Me ne rimarrà sempre in mente uno in particolare, della mia collega, che verso fine turno, a seguito di due emergenze improvvise in cui due pazienti, di cui uno 50enne, avevano iniziato a desaturare in modo abbastanza rapido, si volta verso di noi con gli occhi lucidi e la voca rotta e quasi impaurita: “Ma qui la gente muore davvero”. Non so perché, ma fu lì che anch’io realizzai di avere paura e che non avevo capito fino in fondo a cosa stavamo andando incontro. Da quel giorno non feci più ritorno a casa. Per il bene di tutti. Restavo semplicemente sola, ore e ore in un’altra casa e in un’altra città vicina, finché non dovevo uscire per la spesa o per il lavoro, che ormai si era trasformato nella ragione dei miei giorni. Uscire e affrontare quel bastardo a testa alta era il mio obiettivo, distruggerlo e ricominciare una vita tranquilla con le persone più care, il mio sogno». 

Per la giovane infermiera, come per i colleghi, alcune giornate iniziano alle 5,45, prima dell’alba, e finiscono alle 7,15 del giorno dopo. E in un lungo turno, qualche notte fa, il primo decesso a cui ha dovuto assistere in quel reparto. 

«Non aveva nessuno vicino in quel momento, e nessuno è venuto per lui. – racconta straziata – Il viaggio finale l’ha fatto da solo, con i parenti distrutti a casa. Sono distrutta anch’io, mi sento impotente e sconfortata. Ma ogni giorno io varco quella soglia e tiro fuori il 100 per cento di me stessa, non sono tranquilla finché non so di averlo fatto, di aver aiutato al telefono quel parente in difficoltà, di aver assicurato ai pazienti che assisto sempre un saluto sincero a ogni turno, di aver aiutato in tutto ciò che posso. E sapete perché devo per forza arrivare al 100 per cento a ogni turno? Perché per me neanche quel 100 per cento è sufficiente. Sento l’impotenza che mi divora a volte, e la sento anche nei miei colleghi, non solo infermieri ma anche medici». 

Vedono i pazienti spegnersi e non hanno modo di metterli in contatto con i parenti. Chi è autonomo chiama i familiari con il suo cellulare, per altri l’unica comunicazione possibile è mediata dagli operatori sanitari. In altri ospedali sono arrivati i tablet per consentire ai ricoverati e ai loro familiari di vedersi, almeno in video chiamata, ma qui non ce ne sono. 

«Noi ci siamo e ci saremo sempre per voi – è il suo messaggio –, ma scusateci se oggi abbiamo serie difficoltà a dirvi “andrà tutto bene, potrà tornare presto a casa”. Ma lo so che ce la faremo». 

Al posto dell'oroscopo trascrivo le frasi dette in tempi recenti da bifolchi e approfittatori che, prima, consideravamo vip (presi dal Fatto Quotidiano)

Iniziamo da uno dei simboli del nulla, che crede che il mondo sia un resort per pochi, poi a seguire altri illuminati dall'ombra.  


28 febbraio Flavio Briatore, imprenditore: “Questa roba qui è un’influenza. Pensa a quante persone muoiono ogni anno in Italia per la polmonite”. Poi una preoccupazione: “E adesso magari sospenderanno anche il Gran Premio del Bahrain”

29 febbraio Luca Zaia, governatore del Veneto: “Li abbiamo visti tutti i video con persone che mangiano topi vivi o questo genere di cose”.

2 marzo Greg Clarke, vicepresidente della Fifa: “Mi aspetto di disputare regolarmente le amichevoli in programma contro Danimarca e Italia a Wembley. Noi continuiamo con il nostro programma”.

2 marzo Gianni Infantino, numero 1 Fifa: “Non possiamo escludere nulla, ma non dobbiamo lasciarci prendere dal panico. Personalmente non sono preoccupato”.

2 marzo Vittorio Sgarbi: “Hanno umiliato l’Italia davanti al mondo. Perché non si può andare al museo egizio di Torino e invece al Mart di Trento le persone stanno una attaccata all’altra? Siamo alla demenza assoluta: sono morti solo anziani che avevano già gravi patologie!”.

3 marzo Davide Faraone, Italia Viva, su Dario Franceschini: “Spero faccia più il ministro e si occupi di più di aprire i musei. Ad esempio domenica in Sicilia abbiamo sperimentato i musei aperti: una bellissima giornata”.

4 marzo Diletta Leotta, showgirl, va a Courmayeur con il fidanzato. Il blocco del lavoro le permette relax.

4 marzo Paolo Crepet, psichiatra: “Questo si chiama panico, istruzioni per accrescere il panico. È evidente che tutto questo ha un senso per chi è sintomatico, per chi non è sintomatico vuol dire paralizzare la nazione”.

4 marzo Maurizio Costanzo: “Io esco comunque”.

5 marzo Chiara Biasi, influencer: “Non ce la faccio più (…) E nessuno che mi sta sul cazzo che muore”.

6 marzo Donald Trump: “Ho parlato con molta gente e ritengo che il numero sia molto al di sotto dell’1%”. E aggiunge: “Molte persone che contrarranno il virus si riprenderanno rapidamente, senza neanche il medico. Alcuni continuano a lavorare”.

9 marzo Barbara Saltamartini, della Lega, festeggia pubblicamente e in gruppo la vittoria alle suppletive.

12 marzo Christine Lagarde, presidente della Bce: “Non siamo qui per ridurre lo spread”. La Borsa di Milano perde il 14 per cento.

13 marzo Boris Johnson, premier britannico: “La diffusione del contagio è inevitabile, molte famiglie devono prepararsi a piangere dei morti. E l’idea più sensata sarebbe quella di provare a teleguidare il tutto attraverso misure parziali e graduali”, per poi “favorire un’immunità di gregge”.

13 marzo Christian Jessen, 43enne medico britannico, scrittore e presentatore televisivo: “Il coronavirus? Una scusa degli italiani per prolungare la loro siesta”.

15 marzo Emmanuel Macron, presidente francese: “Per evitare il contagio mentre votate, portate una penna da casa, blu o nera”.

15 marzo Matteo Renzi: “Dare colpa alla politica, all’Europa o alla Lagarde per me è populismo”.

16 marzo Salvini e la fidanzata vengono fotografati per Roma: “Non stavo andando a spasso al Colosseo, stavo andando a fare la spesa”.

17 marzo il padre di Boris Johnson: “Continuerò ovviamente ad andare al pub”.

19 marzo Georgina, fidanzata di Cristiano Ronaldo, è impegnata a Madeira nello shopping.

19 marzo Jair Bolsonaro, presidente del Brasile: “L’Italia è un Paese pieno di vecchietti, in ogni palazzo ce ne sono almeno una coppia, come a Copacabana, per questo motivo ci sono tanti morti”.

20 marzo Mark Rutte, premier olandese, punta sull’immunità di gregge: “La realtà è che gran parte del popolo olandese verrà contagiato”.

(14. Continua ... Tourmalet permettendo...)

giovedì 26 marzo 2020

Memento



L'Isola Mento - giorno 13



L'Isola Mento 
giorno 13
L'anormalità che inizia a divenir normalità: sveglia all'alba, lettura di giornali, colazione solitaria, lavoro da casa, fobie oramai compagne di viaggio, alcool sparso a gogo a mo' di benedizione, pulizia maniacale del bagno (una volta una pubblicità diceva "adesso ci potete pure mangiare!"), il santo Skype corroborante l'animo, le letture varie, il silenzio, la pennica, il meriggio che mi porta varie tristezze, la cena parlando con la maniglia, la tv infuocata, il divano all'ultimo stadio di sopportazione. Tutte anormalità o nuove e future normalità? Ci sono in giro degli sprovveduti che credono nel ritorno ai riti classici della movida, degli incontri in casa di amici, delle feste nei pub, del mare vissuto in modalità accavallata, i centri commerciali nuovamente pregni di vita. Non credo proprio che ritorneremo a ciò. Il virus non sarà abbattuto, solo reso inerme dalla nostra solitudine. Passeranno mesi prima che il vaccino sia alla portata di tutti, un anno, forse di più. Nel frattempo occorrerà esser vigili, attenti e perché no, pure paurosi: dei bus, dei treni, delle metro, dei ristoranti colmi, della folla.
Finirà l'Era dell'Ostento, inizierà quella più saggia dell'Introspezione. 
I signori del pallone piangono miseria dopo scellerate gesta sfanculanti norme economiche di base. Credo che si dovranno rassegnare alla fine del mondo magico ovattato dove un tempo molti di noi riponevano passione e cuore. 
Di seguito posto alcune frasi dette in tempi che avrebbero dovuto essere già sospetti, da volti noti del mondo sfavillante della politica e del successo mediatico (dal Fatto Quotidiano) 
21 febbraio Attilio Fontana, governatore della Lombardia: “Non chiuderemo le città”.
22 febbraio Matteo Salvini, segretario della Lega: “Ho il diritto di sapere chi entra e chi esce dal nostro Paese. Ascoltiamo la comunità scientifica: blindiamo, sigilliamo i nostri confini. Dio non voglia che nell’800% in più di sbarchi ci sia un solo caso di virus”.
22 febbraio Massimo Pulcinelli, patron dell’Ascoli calcio: “Paese assurdo. Ridicolo! Gestito da irresponsabili. Lo stadio? Il luogo meno pericoloso al mondo. Ora chiudiamo tutti gli esercizi pubblici per la paura!”.
22 febbraio Michelle Hunziker pubblica una sua foto i bikini dalle Maldive. Scrive: “Relax”.
23 febbraio a Prato appaiono grandi manifesti promossi anche dalla comunità cinese: “Il coronavirus è solo un brutto raffreddore”, o “l’epidemia è solo temporanea”.
26 febbraio Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, al ristorante con la moglie, Cristina Parodi: “Bergamo non ti fermare! Questi giorni ci hanno messo a dura prova. Le notizie sulla diffusione del virus e le prescrizioni che a partire da domenica hanno limitato tanti aspetti della nostra vita hanno generato un clima di preoccupazione che è andato molto al di là del necessario”.
27 febbraio Donald Trump, presidente Stati Uniti: “I rischi per gli americani sono molto bassi, abbiamo registrato solo 15 casi e tutti i pazienti sono quasi tutti guariti”.
27 febbraio Olivier Véran, ministro della Sanità francese: “Lo ripeto anche stasera, non c’è un’epidemia di coronavirus in Francia”.
28 febbraio Giuseppe Sala: “Milano deve andare avanti”. Nicola Zingaretti va nel capoluogo lombardo a prendere un bell’aperitivo elettorale con i giovani Pd.
28 febbraio Nicola Zingaretti: “Dobbiamo essere tutti uniti. Bisogna sconfiggere il virus e seguire le indicazioni della scienza – commenta durante l’aperitivo sui Navigli – ma ora serve dare un segnale e approvare in fretta provvedimenti per riaccendere l’economia”.
28 febbraio Matteo Salvini: “Riapriamo tutto quello c’è da riaprire: l’Italia è un Paese che soffre ma che vuole ripartire, adesso”. E si fa portavoce di “imprese, artigiani e commercianti”.
28 febbraio l’agenzia di marketing Brainpull realizza un video per l’Unione dei brand della ristorazione italiana: “Abbiamo deciso di fare rete per rispondere al clima di paura. Milano è una città con molto coraggio. Ecco allora la scelta di non parlare del virus, ma di ricordare chi siamo e cosa facciamo”.
28 febbraio Eros Ramazzotti, cantante: “Mi trovo in America da un mese e da qui l’impressione è di un Paese (l’Italia) allo sbando, di gente che si evita come se ci fosse la peste, di ignoranza totale, di cattiveria”. 
Auguri al mitico Ludwig Van Beethoven (oggi nel 1827) che ascolto allorché occorre rifar salire il livello emozionale. 
(13. Continua ... Tourmalet permettendo...)

Selvaggia e Gallera


Gallera, il Signor Andrà-Tutto-Bene (almeno per lui)
L’assessore lombardo alla Malasanità. A ogni accenno di critica sulla gestione lombarda dell’emergenza parte il disco: “Venite qui in trincea”

di Selvaggia Lucarelli | 26 MARZO 2020

“Non è il tempo delle polemiche” usano dire quelli a cui le polemiche fanno paura perché con le polemiche arrivano le domande. Lo dicono perché vogliono dare l’impressione di essere quelli sul pezzo, quelli che rischiano in trincea, quelli che si sporcano la mani, mentre gli altri son lì a disinfettarsele con l’Amuchina. Ed è proprio con la frase “Venite qui in trincea” che replica spesso l’assessore al welfare Giulio Gallera a chi gli fa notare che la gestione della crisi è lievemente fuori controllo. Del resto, lui traeva già le conclusioni sull’efficienza della Regione di fronte all’emergenza Coronavirus il 25 febbraio, quando proclamava: “Se questo fosse successo in un’altra regione saremmo in una situazione disperata. È successo in Lombardia e lo stiamo gestendo al meglio!”. Per la cronaca, in Lombardia il 25 febbraio c’erano 212 contagiati. Un numero che, evidentemente, a Gallera pareva già ingestibile per Bari, ma acqua fresca per l’ineguagliabile sanità lombarda. Oggi che i contagiati in Lombardia sono quasi 20.000, diciamo che l’ineguagliabile sanità lombarda continua a non avere eguali, e per fortuna.
Basta assistere al bollettino Coronavirus di Gallera per capire tutto. Ogni volta c’è “un piccolo segnale incoraggiante”, “uno spiraglio”, “una lieve flessione”, un qualcosa con cui Gallera ci vuole far credere che dopodomani andremo a metterci in fila per un cono al pistacchio da Grom. In questi ultimi giorni, per esempio, ci ha comunicato che per quel che riguarda il numero dei contagiati in Lombardia il trend è in calo. E guai a fargli notare che forse il numero dei contagiati è in calo perché non ti fanno il tampone neppure se per respirare devi infilarti la maschera dello snorkeling a Punta Secca. Neppure se sei a casa con figli piccoli e madri ottuagenarie in un lazzaretto che neanche Parigi durante la peste nera. Perché ormai ti fanno il tampone, se te lo fanno, solo se: arriva un’ambulanza, se funziona il numero dell’emergenza, se sei valutato un caso sufficientemente grave, se convinci l’operatore al telefono dicendo che a ogni respiro esali uranio impoverito, se dici che il prete ti sta dando l’estrema unzione su Facetime. Facile, così, raccontare che i positivi stanno calando.
E infatti, non a caso, il numero dei morti l’altroieri non è calato manco per niente. Perché se i positivi con la febbre li puoi lasciare a casa, ai morti pare brutto dire di chiamare solo se sono casi di morte molto grave. Quelli li devi contare per forza. Che poi, nel conteggio finale, pure di morti ne restano fuori un bel po’: quelli che muoiono in casa, quelli che muoiono negli ospizi, nei centri di riabilitazione, nelle cliniche private e così via. Quelli a cui spesso nessuno fa neppure il tampone perché cosa ti metti a fare il tampone a un novantenne che soffriva di demenza senile che nell’ultima settimana respirava un po’ male? Nella casa di riposo di Mediglia ci sono voluti 50 morti e la ribellione dei familiari per far fare il tampone ai defunti. Guai a dirlo a Gallera. Si incazza così tanto che finisce pure per accusarti di manipolare quello che dice lui stesso.
Eppure, giuro sulla mascherina di Fontana che Gallera, due giorni fa ha detto in tv: “Se le vostre condizioni diventano non dico preoccupanti, ma un po’ alterate, il medico di medicina generale vi manda a fare il tampone”. L’ha detto. E siccome su Facebook ho fatto notare che questa è una palla grossa almeno quanto quella che in Giappone stanno tutti bene e gli abitanti fanno tutti la ruota davanti alle fontane, mi ha risposto su fb con un’impressionante potenza di fuoco di maiuscole e punti esclamativi: “Non ho il piacere di conoscerla ma le chiarisco subito che NON È MIA ABITUDINE MENTIRE e trovo VERGOGNOSO che in questo momento qualcuno crei polemiche su affermazioni che IO NON HO MAI DETTO, quindi SI INVENTI UNA FAKE NEWS!”. In effetti, invitandomi a inventare una fake news, riconosce che quello che ho dichiarato è vero. E poi: “Quello è il contenuto della delibera che da oggi perfeziona l’attività di monitoraggio dei cittadini fragili. Abbiamo previsto che i medici di medicina generale debbano, con il contatto telefonico e la telemedicina, monitorare i pazienti!”. Accidenti. Altro che isolamento dei positivi, monitoraggio attraverso centrali operative, droni, app e mappature. La telemedicina! Voi non vi sentite già in Corea del Sud, a Shanghai, a Wuhan, a Hong Kong udendo già solo il suono della parola “telemedicina”? Ci manca solo che annunci che il personale sanitario consegnerà a casa dei sintomatici delle piccole vasche di sanguisughe per le prime cure domestiche e poi, nel caso si stia molto male, passerà il monatto col carretto di legno a portarci in ospedale. Nel frattempo Borrelli ha dichiarato a Repubblica che potrebbero essere 600.000 i contagiati, ammettendo dunque che i numeri del bollettino quotidiano sono forse buoni per il Bingo online. Ma andrà tutto bene. In Veneto, forse.

mercoledì 25 marzo 2020

L'Isola Mento - Giorno 12



Gli imbecilli purtroppo sembrano non essere scomparsi o riconvertiti alla ragione, stanno solo affilando le armi per il prossimo libera tutti.
Una società di Milano è stata colta sul fatto mentre si accingeva a vendere respiratori alla Grecia. Perché non ci comunicano il nome di questi idioti che almeno potremmo insultarli alla grande.
Pare che i riccastri sovietici non comprino più gioielli e costosi ninnoli e si siano appassionati ad acquistare a prezzi folli i respiratori tanto agognati negli ospedali, reclutando senza badare a spese infermieri e medici. Si sono trasferiti in massa nei loro castelli di campagna dove alcuni stanno erigendo sale operatorie private. Un must di idiozia di casta.
Per conoscere il vostro tasso di Idiozia, confrontatevi con colui che è universalmente riconosciuto come il sire degli imbecilli. Ogni giorno dal titolo del suo giornaletto ci irrora di cotanta idiozia. 
A bocce ferme dovremo riavvolgere il nastro per comprendere quanto siamo stati babbani ad agevolare la rapito-sanitaria che vari governi precedenti (Puttaniere - Monti - Bomba) hanno compiuto senza resistenza alcuna.
I posti letto nel pubblico erano nel 1981 530.000
Nel 1992 365.000
Nel 2010 245.000
Nel 2017 191.000
nel frattempo però abbiamo fatto la A35 (Brescia-Bergamo.MIlano) autostrada deserta, il Mose la grande abbuffata, abbiamo acquistato parecchi F35 per giocare a fare la guerra, e le cosiddette Grandi Opere molte volte occasione di sollazzo per pochi.
Chissà se questa esperienza riporterà il senno a Roma. Dubito.
Il privato nella sanità avanza ovunque. Chissà perché lo chiamano privato, se uno hai soldi può andare dove gli pare basta che paghi di tasca propria, visto che viene pagato per la maggiore con denari pubblici.Alla Spezia i posti nelle cliniche sono aumentati del 420%. 

Note positive: un sindaco, non mi ricordo di che paese, ha deciso di salutare personalmente le vittime locali dell'epidemia. E' raggelante vedere come tante persone dopo aver vissuto la malattia in piena solitudine, per il chiaro divieto di far entrare parenti dentro gli ospedali, vengono pure tumulati senza nessuna cerimonia e affetti dei propri cari. 
Le borse festeggiano il rialzo di ieri. Almeno qualcuno è contento in questo sistema tecno-rapto-finanziario. 
Besos en la nuca!
(12. continua ... Tourmalet permettendo...)

Ottimo Robecchi!


Il “dopo” non potrà più essere come il “prima”, così ingiusto e diseguale

di Alessandro Robecchi

Le retoriche del “dopo” fanno bene al cuore. “Dopo” torneremo ad abbracciarci, a tornare là fuori, “dopo” riavremo le nostre vite sequestrate, “dopo” torneremo al gusto del caffè del bar, delle chiacchiere a distanza ravvicinata, del contatto fisico, delle strade piene. È giusto che sia così, giusto che ci sia un orizzonte, un tendere al futuro, un desiderio forte di passare la nottata, domani è un altro giorno. Dai, coraggio, avanti. Dopo, dopo, dopo.
Ma siamo sicuri che il “dopo” – quando arriverà – debba essere uguale al “prima”? Che questa piaga biblica non ci stia disegnando, con precisione quasi millimetrica, storture, furbizie, ingiustizie strutturali, diseguaglianze sociali accettate come naturali e immutabili? La catastrofe amplifica, precisa i contorni, rende tutto più visibile, cristallino. A metterle in fila, le inadeguatezze, le furbizie, i calcoli cinici, c’è da riempirci un volume, si oscilla tra un senso di comunità in pericolo (ora che la comunità è chiusa in casa) e la voglia di ghigliottina, di segnarsi i nomi, i comportamenti, le dichiarazioni, a futura memoria. Per “dopo”.
Così, con lo stesso inquieto pendolarismo che ci fa fare migliaia di volte il tragitto camera-cucina, presi dall’horror vacui della giornata che ci si apre davanti, mettiamo confusamente in fila la lista delle ingiustizie. Il tampone agli asintomatici che è ormai uno status symbol come la Porsche in garage (sì ai calciatori, sì ai vip, no ai medici in trincea, possibile?). Le speculazioni politiche di bassa lega (Lega), come il vergognoso Salvini travestito da sanitario, gli industriali che resistono alle chiusure ma in fabbrica non ci vanno, le miserabili riflessioni ultraliberiste (memorabile un articolo su Il Foglio) che ci spiegavano perché è giusto che le mascherine seguano la “naturale” dinamica dei prezzi, perché il mercato sistema tutto, che vergogna. E anche i conti finalmente chiariti su chi, come, quando, in che misura ha martoriato la Sanità pubblica in questi anni, nomi e cognomi. Chi lo diceva prima, al momento dei tagli, era dipinto come un nemico, un sovversivo (le mille varianti mettetele voi, comunista, gufo, disfattista, costruttore di debito pubblico…), ora troviamo quelle cifre – i tagli di Silvio, di Monti, di Renzi – messe in fila con dovizia di dettagli. Scappati i buoi si guarda con desolazione alle porte della stalla, e lo fanno anche giornali, e media, e forze politiche che prima non facevano un fiato, che a ogni sforbiciata esultavano per la coerenza di bilancio: ce lo chiede l’Europa, ce lo chiedono i mercati, e giù ticket, e riduzioni di prestazioni, e limiti agli esami, e meno posti letto, e meno terapie intensive, e meno ospedali locali, e numeri chiusi a medicina, che qui vogliono fare tutti il dottore, signora mia.
Saranno anche categorie antiche, novecentesche, ma siccome ci scopriamo disarmati a non averne di migliori, ecco che tocca constatare: anche il virus è di classe, e lo si vede ogni giorno nei piccoli dettagli dell’infamia corrente, quasi un campionario. Le case piccole in cui convivere, i soldi che mancano perché arrivano dal cottimo, il poderoso esercito dei lavoratori in nero (moltitudine) che non avranno ammortizzatori, i lavoratori spaventati sia dalla costrizione a lavorare sia dal fermarsi.
“Dopo”, nell’ubriacatura dell’essere di nuovo vivi, dovremo ricordarci che quel “prima” che oggi ci manca non andava bene, era fragile e ingiusto, era troppo diseguale, schiacciava i deboli e premiava i forti. Nel “dopo” ci dovremo mettere anche tutto questo, un ridisegnare complessivo del sistema, delle protezioni sociali, e sarà importante quanto lo è la voglia di tornare là fuori, di riabbracciarci, di bere il caffè al bar. Il “dopo” non arriverà soltanto, lo si dovrà costruire con le nostre mani finalmente senza guanti, dopo.