venerdì 29 marzo 2019

Continuo ringraziamento



Altro che invidia, altro che rancoroso! 
Personalmente, attenzione che sto per dirne una, ringrazio il cielo, il destino e chicchessia per non essere nato vergognosamente ricco, carino e con l"evve" moscia come optional. 
Prendete ad esempio questo ritrovo di diversamente umani nello staterello diversamente terrestre che è Montecarlo: il Frozen Sea Gala, la festicciola riservata ai più facoltosi ospiti del Principato di Monaco: addirittura c'erano anche dei veri pinguini ad allietare la serata dei rampolli d'oro, extra terrestri a cui il numero delle camicie alla nascita è tendente ad infinito. Mi sono sempre chiesto come ci vedranno dall'alto della loro visione fuorviata dai denari e dal potere dei padri. Sapranno che molti di noi si alzano al mattino per andare a lavorare? Conosceranno lo stipendio medio di un normale impiegato, capiranno che quello che loro spendono in una cenetta tra amici è quasi lo stesso importo con cui una famiglia normodotata naviga a vista in un mese qualsiasi dell'anno? 
Non sono invidioso, ripeto, del loro status. Non vorrei manco per sbaglio trovarmi a tavola con la fidanzata di tal Luigi Berlusconi! Mai e poi mai m'aggraderebbe dialogare con una delle svariate contesse Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare (cit.) pullulanti quell'interregno snobista, mellifluo, insapore e tragicamente rampante che nel gergo degli allocchi viene chiamato "alta società". Sfanculo scientemente qualsiasi coacervo di nulla, di effimero, di scolorito come questi diversi che fingono di assomigliare alla nostra specie, deridendola, allontanandosi anni luce dal convivio naturale, fratellanza d'intenti, navigazione per una loquace formazione culturale. 
Ringrazio il cielo di vederli solo da lontano in luoghi e spazi che mai frequenterò, non solo perché non me li posso permettere; soprattutto per quella scelta insufflatami dalla formazione giovanile che mi porta, per fortuna, a considerarmi cittadino del mondo senza alcun diniego di sorta per sognare serate alla volemose bene su una spiaggia aperta a tutti, chiacchierando del più o del meno con chiunque ne avesse voglia davanti, naturalmente, a qualche litrozzo di quello buono. 
Divertitevi tra voi cari Mazzanti Vien Dal Mare! Noi quaggiù ci permettiamo di ridere molto dei vostri usi e consumi!   

Travaglio docet!


venerdì 29/03/2019
Il partito sbagliato

di Marco Travaglio

Quando si analizza il calo dei 5Stelle nei sondaggi e nelle urne, si parla sempre dell’alleanza con la Lega, degli errori, delle gaffe, degli scandali. Tutto vero. Ma non si parla mai del trattamento speciale, ad movimentum, che riserva loro la stampa. Che sarà anche meno letta di un tempo, ma rimane il principale produttore di contenuti, poi ripresi e irradiati da tv, radio e siti web. Da dieci anni, cioè da quando nacquero, i 5Stelle sono l’obiettivo unico del tiro al bersaglio concentrico da destra, dal centro e da sinistra. Una caccia all’uomo che dipende dal loro essere contro tutti. Ma anche dalla loro refrattarietà e incompatibilità con tutti i poteri che regnano sulla politica e sull’informazione al seguito. Così lo sputtanamento è a senso unico. E chi, come noi, si sforza di trattare tutti allo stesso modo a parità di notizie, passa pure per simpatizzante di questo o di quello. Perché, quando c’è di mezzo un 5Stelle, tutte le categorie di pensiero e le prassi consolidate non valgono più, anzi vengono ribaltate. Anche sui fatti meno importanti. Appena eletto segretario Pd, Nicola Zingaretti ha sbagliato un congiuntivo: fosse stato Toninelli o Di Maio, sarebbe stato sbeffeggiato con appositi video e articoli. Invece Repubblica, che non si perde un errore pentastellato, ha ripreso la frase di Zinga, ma gli ha corretto il congiuntivo: non sia mai che qualche lettore possa dubitare della sua infallibilità.

Lo stesso gioco sporco investe le scelte politiche: c’è chi ha sempre ragione e chi ha sempre torto. Gli stessi giornali (tutti) che nel 2012 avevano plaudito al No del governo Monti alle Olimpiadi di Roma 2020, quattro anni dopo hanno massacrato la sindaca Raggi per il no a Roma 2024. Gli stessi giornali che per 25 anni avevano chiesto il blocco della prescrizione addirittura al rinvio a giudizio, hanno massacrato il ministro Bonafede perché l’ha bloccata alla sentenza di primo grado. Ma i doppiopesisti danno il meglio di sé sugli scandali giudiziari. Sono dieci anni che tentano di dimostrare che i 5Stelle rubano come gli altri (come se questa fosse una consolazione per noi o un alibi per gli altri). Purtroppo per loro, fino alla scorsa settimana, nessun M5S era mai stato arrestato o inquisito per corruzione o reati simili (le inchieste sulle giunte 5Stelle riguardano bilanci fallimentari ereditati dai predecessori, storie di nomine, l’alluvione a Livorno, la tragedia di piazza San Carlo a Torino, dirigenti comunali imputati per fatti di anni prima). Figurarsi il tripudio quando finalmente è finito in carcere De Vito. Si sperava che portasse con sé la sindaca e tutto il movimento.

Invece pare che lavorasse in proprio e la Raggi lo tenesse a debita distanza. Il che non ha impedito ai giornaloni di titolare sulla Raggi anche le cronache sull’arresto di De Vito, come se il presidente del Consiglio comunale lo nominasse il sindaco. L’indomani però s’è scoperto che, nella vecchia indagine sulle mazzette trasversali di Parnasi per lo stadio – chiusa da tempo con 19 richieste di giudizio (anche per tre politici: due di FI e uno del Pd) – non era stata ancora chiesta l’archiviazione per l’assessore allo Sport Daniele Frongia, indagato nientemeno che per corruzione perché Parnasi gli aveva chiesto qualche giornalista per una sua azienda e lui ne aveva avvertiti tre. Archiviazione peraltro scontata e imminente. E tutti ci si sono buttati a pesce, facendo credere che il caso De Vito coinvolgesse la Raggi tramite il “fedelissimo” Frongia. Bisognava fare in fretta, perché a giorni l’assessore sarebbe stato archiviato e la truffa ai danni di milioni di lettori, telespettatori, radioascoltatori e internettari sarebbe stata smascherata. Infatti sabato Frongia dominava tutte le prime pagine.

“Il cerchio si stringe sulla Raggi. Indagato pure il suo assessore”, “Ora cade il teorema dell’unica mela marcia”, “Cade il sindaco-ombra sempre vicino a Virginia” (il Giornale). “Stadio della Roma. Indagato Frongia, fedelissimo della Raggi, accusato di corruzione. L’inchiesta ha già portato in carcere il grillino De Vito”, “Di Maio chiama la sindaca: ‘Così danneggi il M5S’” (La Stampa). “Indagato Frongia. E ora la Raggi balla davvero. Il fedelissimo della sindaca avrebbe accettato favori dall’imprenditore Parnasi” (il manifesto). “Ciclone giudiziario su Raggi” (Corriere della Sera). “Frongia, fedelissimo di Raggi nella rete della corruzione”, “Campidoglio sotto accusa”, “La giunta Raggi sotto accusa”, “La cricca grillina” (Repubblica). “Assessore indagato, Raggi trema”, “Ascesa e caduta di Daniele”, “Stadio, indagato Frongia” (Messaggero). La prova della malafede era la notizia, ben nascosta negli articoli, che forse già lunedì i pm avrebbero chiesto di archiviare Frongia per non aver fatto nulla di illecito. La riprova è arrivata ieri, quando tutti i giornali (tranne il Messaggero) che sabato sbattevano Frongia indagato in prima pagina hanno nascosto o ignorato Frongia scagionato mercoledì dai pm. La Stampa: 12 righe a pagina 6. Il manifesto: colonnino a pag. 6. Repubblica: nemmeno un titolo, solo un inciso di 6 righe a pag. 18 in un articolo su tutt’altro tema. Il Giornale: una breve a pag. 8. Corriere: una notizietta a pag. 18. Intanto, sempre l’altroieri, la Procura di Milano ha chiesto di condannare a 2 anni di carcere per turbativa d’asta il leghista Massimo Garavaglia. Che non fa l’assessore comunale allo Sport, ma il viceministro dell’Economia. E non è indagato in attesa di archiviazione, ma imputato in attesa di sentenza. Però si è scelto il partito giusto: la Lega. Risultato: un colonnino a pag. 9 sul Corriere, uno a pag. 10 sul Giornale e zero tituli su tutti gli altri quotidiani. Inclusi quelli “de sinistra” che fingono di combattere Salvini. Fosse stato un 5Stelle, prima pagina assicurata. Poi si domandano perché vince Salvini.

giovedì 28 marzo 2019

Perdenti e nascosti



Ricapitolando sinistramente


Dunque, soppesando le parole e i segnali giunti dalla segreteria del partito più disastrato di sempre grazie ad anni di barbarie, di sconvolgimenti sociali, di attuazione di indirizzi politici frutto della malsana, inappropriata e destrorsa segreteria del Bomba e della sua sciacallosa corte, davanti a quello che parrebbe un nuovo inizio per mano di Zingaretti appare, chiara e lampante, la prosecuzione nel solco tracciato dal predecessore che porterà dritto dritto tutta la ciurma nel baratro finale. 
Già aver fatto tesoriere Zanda, un ultrasettantenne in politica da oltre quarant'anni è stato visto come l'accensione della miccia risolutiva, l'ecatombe conclusiva; in più questo reperto archeologico ha avuto la geniale idea di chiedere la reintroduzione  del finanziamento pubblico ai partiti ed oggi di equiparare gli stipendi dei parlamentari italiani a quelli europei, facendoli nuovamente innalzare. 
Dice Zanda che "in tutti gli ordinamenti democratici di stampo liberale ai membri del Parlamento è riconosciuto uno status volto a garantire la dignità e l'indipendenza dovute a chi rappresenta il popolo sovrano" scatenando una rivolta di stomaco senza precedenti in molti cuori ansiosi di novità. 
Ma non è finita qui: il Zinga sta pensando di accalappiare qualsiasi forza politica che voglia condividere il cammino verso le elezioni europee, senza remore né imbarazzi. Come scrive Daniela Ranieri in un articolo da me postato oggi, continua senza freni la cultura dissacrante ad accogliere vicini e lontani solo ed esclusivamente allo scopo di aumentare la percentuale di adesione al partito, senza minimamente porsi la domanda sovrana, ovvero se non sia necessario e qualificante creare una linea politica in grado di far discernere con chiarezza l'appartenenza ad un ideale ben identificato, lontano da altri pensieri di tornaconto ed in guerra con una chiara ed ineccepibile azione atta a riparare, ad appianare gli innumerevoli scempi divaricanti i vari strati sociali formanti la comunità del nostro paese. 
Dopo l'incredibile serie di scelte improvvide del Pifferaio Rignanese, Jobs Act e abolizione dell'articolo 18 dello statuto dei lavoratori ad esempio, si credeva che il nuovo segretario avesse avuto voglia e forza per sfrondare imbelli ed orpelli che equipararono il PD ad una forza di centrodestra. 
Così pare non avverrà. Il partito che discende dalle grandi idee di sinistra rischia ancora una volta di rimanere invischiato in quella melma senza alcuna conformazione identitaria che l'accosta ad una macedonia scaduta e senza alcun sapore definito. Bignamicamente parlando: che c'entrano ancora Calenda, Fassino e Chiamparino in un partito che vorrebbe ripartire dalle nefaste ceneri del renzismo? 

Spettacolarmente Robecchi


giovedì 28/03/2019
Salvini, il condensato delle passioni medio-basse del Paese

di Alessandro Robecchi

Lo spettacolo d’arte varia di un ministro dell’Interno che irride e fa il bullo con un ragazzino di tredici anni sembra la plastica rappresentazione dei meccanismi psicologici che spingono tanta gente a votarlo. Forte con i deboli, morbido con i forti, basta con tutta quella faccenda complicata che è l’etica, tutti quei discorsi teorici da professoroni o da buonisti. Qui si fanno i fatti, si menano le mani, si stringe la mascella, si querelano gli scrittori, si bullizzano i ragazzini, non ce n’è per nessuno. E questo piace.

A differenza della gran voglia di ometti forti che abbiamo visto in passato (e uomini della provvidenza, e ultime spiagge e “o lui o la morte nera”), Salvini rappresenta un vero condensato delle passioni medie e medio-basse del Paese: l’irrefrenabile ammirazione verso colui che vince la rissa per il parcheggio, che salta la fila, che abbaia solo a chi non può rispondergli a tono. È bastato che un ragazzino gli dicesse due parole sensate e l’ometto forte si è subito irrigidito, circondato dalla sua canea di negazionisti quando c’è da negare e allarmisti quando c’è da allarmare.

Anche nel caso di Salvini la teoria italiana dell’ometto forte si conferma in tutta la sua malagrazia: uno che sembra un duro da saloon ma che si gioca la lacrimuccia quando si vota per processarlo, uno che si veste da sceriffo ma parla d’altro quando gli si chiede conto di un colpo da 49 milioni. Uno che combatte le battaglie a presa rapida – la paura, l’invasione, prima gli italiani – lasciando ai soci di governo, povere stelle, le faccende spinose e complicate (e quelli ci cascano con tutte le scarpe, e ci si incasinano mentre lui ghigna). Insomma, perfettamente coerente con quello spirito-guida tra il furbetto e il prepotente che sotto sotto piace tanto. E che dà il segnale del liberi tutti: le pulsioni più banali ed egoiste, la prima cosa che salta in mente, il luogo comune logoro travestito da buonsenso, tutto è permesso, tutto è lecito.

Ora tutti si interrogano su come Salvini si giocherà questa passeggera (si spera) overdose di consenso. Se lo chiedono i suoi cannibalizzati alleati dei 5 Stelle, che forse cominciano ad accorgersi di avergli spianato troppo il terreno; se lo chiedono a destra mentre si interrogano su dove parcheggiare una volta per tutte il corpo imbalsamato del loro Lenin, Silvio buonanima. Se lo chiedono anche a sinistra, indicando in Salvini il nemico da battere, ma facendolo poco e male, e soprattutto con due fardelli sulle spalle. Uno, il minnitismo che fu il prodromo culturale del salvinismo; l’altro l’insopportabile spirito elitario di una sinistra che, diventata liberale, ha dato lezioncine a tutti col ditino alzato senza sapere più nemmeno lei cosa stava insegnando.

Ora la solfa dice: che farà Salvini in Piemonte? E in Europa? Un asse con la Meloni? Coi sovranisti europei? Si accatastano sul nuovo ometto della provvidenza aspettative di trionfo totale, commettendo l’errore di pensare solo ai meccanismi politici, alle triangolazioni e ai pesi, alle alleanze tattiche.

Insomma, ancora una volta (come già avvenne per l’ipnosi collettiva sul Renzi “nuovo” e “rottamatore”) si commette l’errore di vederne solo il lato politico e non il risvolto – diciamo così – antropologico. Non c’è solo il premio di maggioranza dato da di chi corre ad acclamare il vincitore, c’è anche il sollievo di vedere un vincitore senza precisi meriti, o particolari abilità, o qualità sopra le media (bassa) del paese reale. Un’immedesimazione di massa per l’ennesima (con alcune varianti sempre uguale) santificazione del mediocre. Una specie di “uno di noi” che ce l’ha fatta, che ha fatto la voce più grossa, che ha vinto nella lite al semaforo, che si trincera dietro il suo potere, che prende in giro un ragazzino, semplicemente perché può farlo.