domenica 24 marzo 2019

Abbraccio doloroso


L'ammorbidente è stato da me considerato sempre come una sorta di terrapiattismo, un ulteriore spreco per una fandonia archiviabile tra le innumerevoli che la pubblicità ci propina quotidianamente. Ma da quando ho lavato in lavatrice l'accappatoio e costui è uscito da solo dal cestello, rimanendo imperturbabile ad asciugarsi al sole, fischiettando una canzone del Quartetto Cetra e nel momento in cui io, uscendo dalla doccia, l'ho sommessamente chiamato per indossarlo, avvertendo nettamente la sensazione di essere avvinghiato ad un porcospino durante un'esperienza sadomaso, mi son dovuto ricredere: lunga vita all'ammorbidente!

Una lettera


UNA QUESTIONE DA RISOLVERE
Nicola Zingaretti


Caro direttore, il Governo dell’incertezza continua a tenere immobilizzato il Paese: non fa nulla, oppure fa danni e pasticci. Come con il decreto “sbloccacantieri” o nella gestione confusionaria del dossier sulla Cina. Litigano su tutto. Ora anche su chi debba gestire la sicurezza del Paese, in un’irresponsabile guerriglia quotidiana per la leadership del Governo.
Lo fanno persino nei giorni in cui, con la vicenda agghiacciante del bus sequestrato a Milano, abbiamo visto in faccia i pericoli concreti che corriamo. È il momento della responsabilità. È il momento di pesare con cura le parole, come ha giustamente notato Marco Minniti. È in gioco il diritto alla sicurezza di tutti, e quindi occorre avere delle politiche di Governo efficaci sui flussi migratori: una strategia basata non sulla tensione, ma su accordi internazionali, sul rapporto con l’Europa e sul coinvolgimento dei Comuni e del Terzo settore, come avevamo cominciato a fare. Anche in questo oggi paghiamo il nostro totale isolamento internazionale.
Faccio un appello accorato ai leader del Governo: basta con le provocazioni e con le smargiassate. Comincino finalmente a governare, perché l’Italia sta già pagando un prezzo enorme. Altro che prima gli italiani. Gli italiani sono i primi a pagare i costi di questa confusione. Il tempo degli slogan dell’odio e del cattivismo sta finendo. È sempre più evidente che l’odio non solo non risolve i problemi, ma li aumenta.
Noi stiamo costruendo un’altra ipotesi di governo che, rispetto agli slogan e alla ricerca ossessiva del capro espiatorio, mira a mettere insieme tutte le forze migliori del Paese per rafforzare l’intera comunità, non per dividere. Serve un grande sforzo collettivo per realizzare un’idea di sviluppo fondata sulla sostenibilità ambientale e sociale. Bisogna governare bene i bilanci e trovare risorse per infrastrutture per opere utili e a difesa del territorio, liberare finalmente investimenti sui pilastri della crescita giusta: scuola, conoscenza, welfare e sanità. E dobbiamo affrontare insieme, coinvolgendo davvero forze sociali e corpi intermedi, il vero grande tema che il governo ignora: il lavoro per le persone.
È ovvio che in questa nuova strada dovremo affrontare e risolvere anche il tema della cittadinanza. Una questione di civiltà e diritti che si è riaffacciata prepotentemente nelle cronache politiche proprio dopo la vicenda del bus e di ragazzi straordinari come Rami, che con il loro coraggio, assieme ai carabinieri, hanno evitato una strage. Anche in questo caso, la risposta di Salvini e del Governo è stata scomposta e riduttiva: la cittadinanza è giusta ma non può essere un premio che un sovrano elargisce arbitrariamente, a suo piacimento. La legge sulla cittadinanza fu approvata nel 2015. È chiaro che questo capitolo va riaperto in una strategia nuova di rilancio di un progetto di rinascita italiana.

La vicenda di Rami dimostra quanto questi ragazzi e ragazze si sentono pienamente e naturalmente parte della nostra comunità. Vivono, studiano e lavorano in Italia non possono e non devono rimanere nell’oblio. Perché oggi più che mai appare chiaro che non abbiamo bisogno di odio generato a volte dal rancore e dalla discriminazione, ma di un’Italia che dia opportunità a tutti e tutte. Solo così aiuteremo il nostro Paese a essere più forte, più coeso, e anche più sicuro.

Dove ti porta il vento


L’anemometro del Cazzaro Verde ha segnalato che il vento soffiava in direzione del dubbio riguardo agli accordi economici con Xi il cinese e subito, come la sua stolta politica gli impone, si è smarcato prevedibilmente per rimanere, algido e marmoreo, in sella all’allocchismo nostrano, come se da queste parti non si fossero mai stretti patti con despoti, tiranni e squali famelici. Come se non fossimo mai andati ad adulare sceicchi in paesi dove la donna è equiparata socialmente ad un cammello, come se mai avessimo stretto accordi con illiberali, vendendo loro, come nel caso dei sauditi, stock di mine antiuomo. 
Eppure né il Cazzaro né alcun giornalone eccepirono alcunché in merito a strette di mano grondanti di sangue. Ora che l’occasione viene proposta dal movimento, nascono spontanei ovunque dubbi, critiche e tentativi di frenare quest’occasione per esportare il Made in Italy nel più grande paese del globo, e quello che sgomenta di più è che lo si faccia per non irritare l’Imbelle Boy americano, coacervo di stupidità, illiberalità, sopruso e razzismo. Ma l’anemometro del Cazzaro Verde non bada a sottigliezze: la maggioranza degli innumerevoli allocchi diffida dei gialli, spasimando per il platinato con lo scoiattolo in testa. Senza indugi, senza remore l’ondivago beniamino delle folle subitaneamente ha avvallato la protesta già falsata in partenza dagli eventi precedenti. Ed oggi in Basilicata è già pronto per lui l’ennesimo trionfo, senza che nessuno nel movimento trovi coraggio e saggezza per sfanculare lui e il suo anemometro.

sabato 23 marzo 2019

Sulla soglia


Vi capita mai di sentire un'onda anomala sconquassante precisi dogmi, convinzioni, beltà conquistate a caro prezzo e custodite allo stesso modo del metro primario a Parigi?

A me capita, non di rado ma capita. Emergono consapevolezze di tempo perduto, conseguenze di ignoranza atavica ed irrecuperabile, che so: non potrò più apprezzare i classici greci, i testi latini, la filosofia, Aristotele, Plutone. Non riuscirò più da qui alla discesa dal treno comune ad avere una personale opinione sui pensatori, sui movimenti di pensiero dal rinascimento in poi. Non mi delizierò nel confrontare opere somme a causa della deprecabile formazione allor quando allontanai da me i piaceri dello studio, della critica, dell'approfondimento culturale. 
Non potrò sorridere appieno delle cazzate issate a dogmi del mio tempo e, conseguentemente, soprattutto non sarò formato in modo e al punto da accettare l'ineluttabilità, lo squagliarsi della mia mente, l'affaticamento nel ragionamento, la sensazione di solitudine, di inutilità, lo scartamento del canuto, la sua riposizione nel ripostiglio comune ove incuria ed insensibilità la fanno da padroni. 
Penso e credo questo: la formazione, l'onnivora voglia di sapere, la curiosità, il piacere di leggere, acquisire, inglobare, la forza scaturente dall'apprendere, dal discernere, dal confrontare sono essenziali solo per una giusta causa: accettare la natura, il ciclo, l'evaporazione del tutto. Essere parte di un piano, di qualcosa che vive ed incombe, versando e riversando olio sugli ingranaggi per il rollio proprio dell'avvicendarsi di eventi, ritorni, fatti; compreso il dissolvimento non fine a se stesso ma per la causa comune: la Vita.    

Momenti e conforti


Ci sono momenti in cui mi pervade un disagio del tipo “forse sto esagerando, forse vedo malvagità ovunque perché qualcosa sta cambiando in me, tipo le credenze che nessuno parrebbe condividere. Vuoi vedere che in fondo in fondo la stampa infima, prona e pagliaccia, gli allocchi, gli evidenziatori di ramoscelli con la trave negli occhi, la convinzione che molti siano stati presi per lustri per il culo senza accorgersene, la manipolazione culturale, Ruby, i genitori ai domiciliari trasformati in vittime per presentare un libro, le tangenti alla mafia, i programmi tv stordenti per ammutolire le masse, vuoi vedere che sono tutte fregnacce e che tra non molto  comincerò a parlare di strisce chimiche, di terra piatta e a non mangiare più uova?“
Poi per fortuna arriva lui...

sabato 23/03/2019
Un nemico del popolo

di Marco Travaglio

“Ache ti serve avere ragione se non hai il potere? A che ti serve la verità se il popolo non la vuole?”. “Il popolo non ha bisogno di idee nuove, semmai ha bisogno di idee che ha già”. “Siamo tutti d’accordo che, sulla faccia della terra, gli imbecilli costituiscono la maggioranza”. Sono i dialoghi paradossali e provocatori di Un nemico del popolo di Henrik Ibsen, portato in scena in questi giorni al teatro Argentina di Roma da Massimo Popolizio, nei panni del dottor Stockmann, con Maria Paiato in quelli maschili del di lui fratello, sindaco corrotto di un piccolo centro termale della Norvegia. La pièce è del 1882, ma potrebbe essere di stamane, se oggi esistessero drammaturghi di quel rango. Stockmann, medico delle terme che reggono l’economia locale, scopre che le acque “curative” sono un focolaio d’infezione, inquinato dai liquami delle concerie del suocero. E, analisi chimiche alla mano, informa il giornale cittadino, La Voce del Popolo, perché lanci l’allarme, e il fratello sindaco, perché chiuda l’impianto per tre anni e avvii i lavori per la bonifica e per le nuove condutture. Ma il sindaco mette tutto a tacere, per non perdere i soldi dei turisti. Con la complicità del giornale, edito dal capo dei costruttori e benpensanti (“mi agito per la temperanza”) e diretto da un suo degno servo, ovviamente cultore della “libera stampa”. I tre occultano le analisi, tappano la bocca al “nemico del popolo” e gli montano contro l’“opinione pubblica” con una campagna di stampa e propaganda di calunnie e slogan a presa rapida: lo “sviluppo”, il “lavoro”, il “ceto medio” e la riduzione delle tasse (“noi non mettiamo le mani nelle tasche dei cittadini”). E tanti saluti all’ambiente, alla salute e alla scienza.

Mancano soltanto il “Partito del Pil”, il “ce lo chiede l’Europa”, lo “Sblocca-cantieri”, la marcia delle “madamine”, le fantomatiche “controanalisi costi-benefici” per smentire i prof allarmisti alla Ponti, ed ecco servita con 137 anni d’anticipo la tragicomica campagna pro Tav degli ultimi mesi. Sulle terme inquinate di Ibsen come sul mega-buco inquinante in Val Susa, la “maggioranza” è assolutamente digiuna. Attende lumi dalla politica, dalla stampa e dalla scienza (“Perché dovrei votare anch’io che non so niente e non ci capisco niente?”). Ma, se la politica è corrotta, la stampa asservita e la scienza tacitata, l’opinione pubblica diventa “una massa di organismi in forma umana” pronti a tutto, anche a benedire chi li avvelena e a maledire chi vuole salvarli. Così vince l’omertà, opportunamente propiziata con amorevoli consigli (“sappiamo dove abiti”, “te la diamo noi la medicina…”).

l caso ha voluto che la prima nazionale di questa satira feroce sulle degenerazioni della democrazia andasse in scena proprio a Roma mercoledì, poco dopo l’arresto del presidente dell’Assemblea capitolina. Dunque, in sala, oltre a tutti i rimandi che il profeta Ibsen lancia a un’attualità che non può conoscere (la guerra delle opposte fake news, il caso Ilva, il Tav e le grandi opere dell’alta voracità), il pensiero correva spesso a quel che accade tra Campidoglio, Procura e redazioni dei giornali.
Abbiamo già segnalato l’immonda campagna contro la sindaca Raggi, sempre uscita pulita anzi estranea da ogni inchiesta e processo, e ritirata in ballo a sproposito dopo l’arresto del suo più acerrimo avversario; e contro l’assessore Daniele Frongia, mai accusato da nessuno di aver preso soldi o favorito chicchessia, prossimo all’archiviazione dopo che era stato iscritto mesi fa per “atto dovuto” in una vecchia indagine su storie di curricula chiesti da Parnasi, totalmente separata dal caso De Vito e dal caso stadio. Anche ieri si leggevano titoli falsi come Giuda che dovrebbero interessare l’Ordine dei giornalisti, se servisse a qualcosa. “Il cerchio si stringe sulla Raggi. Indagato pure il suo assessore”, “Anche Frongia indagato. Cade il teorema dell’unica mela marcia”, “Cade il sindaco-ombra sempre vicino a Virginia” (il Giornale dei pregiudicati Silvio e Paolo B.), “Stadio della Roma. Indagato Frongia, fedelissimo di Raggi, accusato di corruzione. L’inchiesta ha già portato in carcere De Vito” (La Stampa, che scambia la nuova inchiesta con una vecchia avviata all’archivio), “Di Maio chiama la sindaca: ‘Così danneggi il Movimento’” (ibidem: “così” come, visto che non è accusata di nulla?). “Indagato Frongia. E ora la Raggi balla davvero. Il fedelissimo della sindaca avrebbe accettato favori da Parnasi” (il manifesto: quali favori?). “Ciclone giudiziario su Raggi” (Corriere della Sera: un tale ciclone che la Raggi non deve rispondere di nulla, e lo stesso Corsera, in piccolo, precisa che per Frongia “si parla di archiviazione già lunedì”). “Frongia, fedelissimo di Raggi nella rete della corruzione”, “La giunta Raggi sotto accusa”, “La cricca grillina” (Repubblica: poi, in caratteri lillipuziani, “la Procura si appresta a chiedere l’archiviazione”), “Assessore indagato, Raggi trema”, “Ascesa e caduta di Daniele”, “Stadio, indagato Frongia” (Messaggero: non è per lo stadio, ma fa lo stesso).
Cioè: tutti sanno benissimo, e lo scrivono pure di straforo, che Frongia non ha fatto nulla, è stato iscritto mesi fa per essere sentito con la tutela dell’avvocato, nessuno lo accusa di aver preso uno spillo in soldi o favori, e i pm hanno già chiuso il suo caso, mandando altri 19 indagati al gip per il rinvio a giudizio. Ma per Frongia la regola è: i titoli separati dai fatti, ma persino dagli articoli. E alla svelta: se si attende un altro paio di giorni, poi arriva l’archiviazione e non si può più titolare sulla “caduta” dell’assessore “corrotto” e “mela marcia” della “cricca” Raggi. È così che la “libera stampa” forma ed educa la “maggioranza” e l’“opinione pubblica” contro i “nemici del popolo” nel 2019.