venerdì 26 gennaio 2018

In treno



Mitico Marco!


Questa frase è da Oscar!   
“anche perché Maria Elena nostra, se non venisse eletta, tornerebbe a fare l’avvocato. E non so voi, ma io, piuttosto che da lei, mi faccio difendere da Taormina.”

venerdì 26/01/2018
Bolzano, provincia di Laterina

di Marco Travaglio

“Non ci sono paracadutati. Si va sul territorio e si guardano in faccia gli elettori” diceva Matteo Renzi il 6 settembre 2015, per segnare il nuovo corso del suo Pd che “cambiava verso” dai malvezzi del passato. Quelli dei “soliti noti” (li chiamava così) che pur di non farsi “rottamare” (parlava così) si candiderebbero in capo al mondo per impedire al loro “territorio” di “guardarli in faccia”. Roba da “vecchia politica” (diceva così), tipo quel D’Alema che – gli rammentò Renzi l’11 giugno 2016 – “ci mandò Di Pietro al Mugello!”. Eh già: nel 1997 i poveri mugellesi dovettero votare quel putribondo figuro che aveva fatto l’inchiesta Mani Pulite e peraltro, essendo più popolare di padre Pio, sarebbe stato eletto anche nei collegi di Arcore e di Hammamet (i Ds lo candidarono nel Mugello non per garantirgli l’elezione lontano da casa, ma perché lì si tenevano le elezioni suppletive per sostituire il senatore Arlacchi e in quelle generali del 1996 l’ex pm non aveva voluto candidarsi perché era sotto indagine e voleva attendere di essere prosciolto). Ora naturalmente, siccome non se ne può più di questi paracadutati, Renzi paracaduta Maria Elena Boschi a 340 chilometri dalla natia Laterina (Arezzo), in quel di Bolzano.

Eppure il 21 dicembre scorso aveva giurato a Tgcom24 che “un politico si fa giudicare dai cittadini, saranno gli elettori a giudicare non solo Maria Elena Boschi, ma tutti noi. Questa discussione per noi non esiste. Saranno gli elettori a decidere se Boschi debba essere riportata in Parlamento o no”. Si era scordato di aggiungere che parlava non degli elettori aretini, ma di quelli che parlano tedesco, noti (almeno finora) per eleggere sempre e solo chi vuole la Südtiroler Volkspartei, di cui Renzi&C. si sono riassicurati i servigi con un’infornata di marchette alla modica cifra di 6 miliardi e rotti: dalle indennità ai consiglieri di Stato residenti a Bolzano alle norme fiscali agevolate per l’Alto Adige, dai fondi per l’apicoltura montana all’autonomia plenaria delle province autonome di Trento e Bolzano sulle concessioni autostradali, dalla proroga di 30 anni per l’Autostrada del Brennero A22 ai favori anti-mercato alle banche cooperative locali. Ora gli elettori alto-atesini hanno almeno 6 miliardi di buoni motivi per votare Boschi. E pazienza per il segretario della Svp, Philipp Achammer, che otto giorni fa diceva di “attendere dal Pd una proposta di candidatura di elevata credibilità autonomista” e s’è ritrovato un bel pacchettino già confezionato e infiocchettato.

Edentro c’è la Boschi, la nota autonomista che nel 2014 alla Leopolda si disse “favorevole alla soppressione delle autonomie speciali”. E pazienza anche per il segretario del Pd bolzanino, Alessandro Huber, che fino all’altroieri stava cercando “un candidato locale, come ci era stato richiesto”, quando ancora sperava che Miss Etruria venisse dirottata dove scrivevano i giornali: in Umbria, o nel Lazio, o in Basilicata, o in Sardegna, o in Lombardia, o in Campania, o ad Ascoli Piceno, o in uno qualsiasi dei capoluoghi toscani eccetto Arezzo. Evidentemente, quando Renzi citava i “territori”, parlava in generale, nel senso di uno a caso, come viene viene. E quando chiedeva che “sia consentito ai cittadini di scegliere i parlamentari in modo libero, un po’ come succede nei Comuni” (26.4.2012), diceva così per dire. Certo, ora diventa però vieppiù incomprensibile il senso delle supercazzole renziane sulla Boschi che faceva il giro delle sette banche (più Consob) per salvare Banca Etruria dall’eventuale fusione con la Popolare di Vicenza “a nome dei suoi elettori” (che peraltro non esistevano, nel sistema dei nominati dal Porcellum), del suo “territorio” e in particolare degli ormai leggendari “orafi aretini”. Ora che gli orafi aretini potrebbero finalmente ricambiarla a suon di voti per cotanto attivismo, Renzi gliela sfila da sotto il naso e la spedisce a Bozen. Massì, in fondo un “territorio” vale l’altro.

Quando invece Matteo nostro diceva che “un cittadino deve poter guardare in faccia i propri rappresentanti: poi, se fanno bene li conferma, se fanno male li manda a casa e magari i politici proveranno l’ebbrezza di tornare a lavorare, che non è un’esperienza mistica, la fanno tutti gli italiani ogni giorno e possono farla anche i politici che perdono le elezioni” (26.4.2012) e che “i candidati nei collegi dovranno tornare a guardare in faccia gli elettori, mentre prima veniva eletto il numero 27 di una lista che nessuno, magari, aveva mai visto” (4.11.2015), pensava a tutti fuorché alla Boschi: anche perché Maria Elena nostra, se non venisse eletta, tornerebbe a fare l’avvocato. E non so voi, ma io, piuttosto che da lei, mi faccio difendere da Taormina.
Renzi diceva anche che, per evitare i nominati dall’alto, “il Pd ha già assicurato che faremo le primarie per i parlamentari, come del resto ha fatto per primo Bersani: diamo a Cesare quel che è di Cesare” (21.1.14). E non so voi, ma io le primarie di Bersani di cinque anni fa me le ricordo, mentre ora quelle di Renzi non le ho proprio viste: a meno che Renzi riunito con se stesso in una stanza per compilare le liste del Pd non si chiami “primarie”. Il che non è affatto escluso.
Ah, dimenticavo: il 3 aprile 2011 il Bomba annunciava “un tetto di tre mandati parlamentari, senza eccezioni”. Non poteva immaginare che il Pd sarebbe finito tra le grinfie di un oligarca che ora fa eccezioni e deroghe à gogo per ricandidare, anzi rinominare Gentiloni, Minniti, Pinotti, Franceschini, Zanda, Giachetti, Realacci dopo 4 legislature e Fassino dopo 5. Indovinate come si chiama.

giovedì 25 gennaio 2018

El Diablo Davos




Se socchiudo gli occhi, me li immagino: riuniti, accoccolati alle loro sterminate carte di credito, solari attorno agli abiti firmati, impreziositi da noci diamanti, pregni di potere, di fama, di voglia inestinguibile di soverchiare inferiori, possedenti conti correnti fuori da ogni immaginazione, lontani dalla realtà come Orfini dal decisionismo, o il Delinquente Naturale (cit. "Sentenza Corte di Cassazione nr 35279/13 del 01/08/2013) dalla Verità.
Sono i partecipanti all'"Inchiappettamento Globale" conosciuto anche come World Economic Forum, in svolgimento a Davos, paesino alpino della madre di tutti gli inchiappettamenti, la Svizzera. L'entusiasmo rasenterà la Ola brasiliana! Come ha comunicato raggiante Christine Lagarde, presidente del Fondo Monetario Internazionale, la crisi è alle spalle! Si! Alle spalle! Un incremento di ricchezza mondiale addirittura del 2,2%!
Poco importa se l'82% di questa nuova opulenza se l'è pappata solo l'1% degli umani! Non ha nemmeno alcun valore pensare che quattro giorni di stipendio di un top manager equivalgano al guadagno di una vita di un operaio comune! Ma checcefrega! Stanno bene qui a Davos, sono fieri del loro operato e le piccole, impercettibili ombre, che so: precariato, disoccupazione, fame, carestie; tutte quisquilie, fregnacce! 
L'importante che la crisi sia passata, che i ricconi di Davos, i saggi governanti, gli illuminati economisti siano contenti! D'altronde i macchinisti di questa splendida economia mondiale, di questa visione meravigliosa globalizzante ogni sogno, sono loro. A loro sono stati consegnati i timoni, per la giusta rotta. 
Siamo in un'era meravigliosa, guardando da Davos: arabi pronti a pagare cauzioni da un miliardo di dollari per riacquistare la libertà, come è accaduto recentemente in Arabia Saudita. E il Quatar che si sta preparando ai Mondiali di calcio del 2022, costruendo stadi ipertecnologici usufruendo della manovalanza di migliaia di pakistani, di filippini, pagati qualche spicciolo e morenti in grande quantità nell'indifferenza generale? E i paradisi fiscali che succhiano risorse, evitano balzelli che ricadono sulla bassa-media classe lavoratrice? E la moda, si la moda che fa confezionare scarpe, vestiti, borse, cinture a giovanissimi pagandoli due o tre ninnoli per poi rivenderli a prezzi tanto alti quanto merdosi? 
Vogliamo dimenticarci del Pil, della famelica corsa all'acquisto, al possedere due, tre televisioni, auto e quant'altro? E come non ricordare le periferie delle metropoli, quei poveracci tagliati fuori da tutto, emarginati come le becere caste indiane? E il diritto allo studio ad esclusivo uso dei figli dei riccastri? E le multinazionali farmaceutiche, le loro nobili gesta lontane anni luce dal lucro? 
Sono fermamente convito che l'euforia che emana il Forum economico di Davos debba essere condiviso da tutti noi, senza esclusioni di sorta. 
Siamo l'umanità 2.0, che cammina, prospera, cresce sullo stesso pianeta. Più o meno, è così!
Grazie Davos!   

Commenti memorabili



Inconveniente tecnico




L’inconveniente a cui fa riferimento Trenord trattasi di un deragliamento di un treno con 2 morti e un centinaio di feriti avvenuto questa mattina verso le 6 a Pioltello. Inconveniente tecnico.. ma vaffanculo Trenord!

Articolo interessante culturalmente


Censurare Céline non ferma il razzismo
di Daniela Ranieri

La decisione della casa editrice francese Gallimard di non pubblicare più gli Scritti polemici di Louis-Ferdinand Céline dopo la gragnola di polemiche che ne sono seguite non è, a nostro avviso, un coscienzioso atto di profilassi anti-antisemita, bensì un grave sintomo dei tempi.
Gli scritti, che contengono i pamphlet più virulenti di Céline (Bagatelle per un massacro, del 1937, La scuola dei cadaveri del ’38 e La bella rogna del ’41) finora conservati dalla vedova ultracentenaria Lucette e mai pubblicati, sono stati ritenuti troppo scandalosi per essere stampati e venduti nelle librerie di Francia. I sopravvissuti alla Shoah li hanno definiti “un’incitazione all’odio razziale”, e il governo, nella persona del delegato interministeriale contro il razzismo, ha convocato l’editore, che è stato costretto ad annunciare la “mancanza delle condizioni di serenità” per lavorare su una materia tanto incandescente. E così, contrariamente a quanto avvenuto in Germania nel 2016 quando uscì l’edizione critica del Mein Kampf di Hitler, gli scritti odiosi e radicali di Céline non vedranno la luce.
È vero: Bagatelle per un massacro è un libro pieno d’odio. Per Céline, gli ebrei sono “quelli che contano”, “non i decoratori, i giardinieri, i facchini, gli sterratori, i fabbri, i mutilati, i portinai… insomma… la manovalanza… No! Ma tutti quelli che ordinano… che decidono… che intascano… affaristi, direttori, tutti giudei… completamente, semi, un quarto di giudei”. (Come si vede, è facile procurarsi una copia non autorizzata del libro anche senza il permesso dall’alto). La sua è una farneticante rivolta contro “il potere”, scritta tre anni prima che i nazisti annunciassero “la soluzione finale”. Ma quale logica sottende la scelta di equiparare l’espressione dell’odio, fosse anche la più ributtante, all’azione d’odio, che esistono leggi per perseguire e galere per contenere? Quale, se non quella di ammettere che le istituzioni democratiche (e in esse la scuola) hanno fallito la loro missione e temono che le parole di uno scrittore possano farle crollare? Che non hanno più gli strumenti per insegnare la Storia se non quello della messa all’indice dei libri sgraditi, versione sterile e “corretta” dei roghi nazisti?
Pensare che inibire la conoscenza di Céline possa frenare i rigurgiti di antisemitismo presuppone la considerazione dei lettori come di eterni fanciulli ai quali vadano vietate le letture oscene. È la pratica preferita dall’Inquisizione, e non ha mai significato progresso. La messa al bando si fonda sulla tesi del contagio: chiunque tocchi il maledetto Céline, ne inala l’infezione e la porta nel mondo.
Sennonché i libri di Céline, da Viaggio al termine della notte a Rigodon, sono di una incontroversa grandezza, veri capolavori di rigore, fantasia allucinatoria, abiezione e cristalizzazione ossessiva. Gli scritti che Gallimard rinuncia a pubblicare sono un documento che appartiene all’umanità, davanti al quale si prova incanto, repulsione e vertigine. Perché privare il lettore dell’esperienza etica e estetica di venire in contatto e se necessario alle mani con esso?
Martin Heidegger, il filosofo tedesco che giurò fedeltà al Terzo Reich, era antisemita. I quaderni neri ne sono una testimonianza agghiacciante. Vietiamo il suo insegnamento nelle università? Richard Wagner organizzava con la moglie Cosima cene con i peggiori editori di fine Ottocento (disprezzati da Nietzsche) per discettare di quanto fossero pericolosi gli ebrei. Distruggiamo il Lohengrin? Lo Shylock di Shakespeare è un usuraio ebreo di fine Cinquecento pronto a tagliare “una libbra esatta della bella carne” dal corpo di Antonio per riscuotere un debito. Chiediamo a Nardella di trasformare Shylock in un norvergese luterano, in un cubano sincretico, in un musulmano? (Dio ne scampi).
Difficile credere che i fascistelli che oggi impestano le città occidentali, per avere forza dei loro non-argomenti, leggano Céline traendo ispirazione dalla sua scrittura sublime e oscena. O che dopo la lettura de La bella rogna una persona sana di mente vada in giro a negare o giustificare i campi di sterminio. O che l’ignorante candidato della Lega Fontana, che farnetica di “razza bianca”, sia un acuto compendiatore di Céline.

La strada per un rifiuto eterno dell’antisemitismo non è la censura, né l’oblio a cui non la scelta libera dei lettori, ma una censura “dall’alto” vuole consegnare le opere antisemite. Al contrario, la strada per formare una coscienza critica nelle generazioni a venire è la conoscenza. La letteratura non è edificante, non è la somma dei manuali di educazione civica di una società. È sperimentazione, affronto, effrazione; è il tentativo di descrivere l’esperienza del limite, e compito dell’arte più grande è metterci di fronte a ciò che c’è di abissale in noi, proprio perché sia chiaro, anche nel modo più violento, che niente di ciò che umano ci è estraneo.

Scherzi d'altitudine