mercoledì 31 dicembre 2025

Auguri!

 

L’augurio per il 2026 è che possiamo gustare appieno delle gioie che incontreremo ed affrontare le difficoltà con l’aplomb simile a quello di questo signore. Auguri a tutti!



All'olfatto....

 



Accade

 


Elena

 

Come la Ue dei servitori manipola i suoi cittadini
DI ELENA BASILE
G’aslight, lo storico film del 1944, thriller psicologico basato sulla manipolazione di una donna indotta dal marito, con una mirata gestione delle luci nella villa in cui ella vive in solitudine, a dubitare della propria sanità mentale, ha coniato un termine utilizzato nel linguaggio psicologico: gaslithing, la manipolazione di un individuo costretto a dubitare della propria percezione della realtà. Questa tecnica mi appare pericolosamente diffusa nella nostra società malata. È applicata alle relazioni interpersonali come alle dinamiche internazionali.
I dissenzienti, le poche voci che non si piegano alla narrativa uniforme dello spazio politico-mediatico europeo, sono discriminati, ridicolizzati, dopo il caso Jacques Baud sanzionati. Se gli stessi si permettono di denunciare il sopruso, appellandosi allo Stato di diritto, alle Costituzioni democratiche, ai principi iscritti nei trattati europei, vengono silenziati in quanto critici della democrazia occidentale e quindi tifosi delle autocrazie, del nemico. Si è aggrediti, ma se si risponde all’aggressione si diviene immediatamente rei, anzi gli unici colpevoli.
La stessa tecnica è applicata alle relazioni internazionali. La Russia dal 2007 in poi ha chiesto alla Nato di tenere conto delle proprie esigenze di sicurezza. La territorialità della sicurezza si insegna in un corso di diritto internazionale agli studenti diciottenni. Ma oggi viene negata da diplomatici, accademici e giornalisti occidentali. Non si tratta di ricreare le zone di influenza vigenti nel bipolarismo della guerra fredda. Si devono solo applicare i principi della Carta di Parigi dell’Osce per comprendere che nessuno Stato potrebbe non considerare una minaccia l’installazione di basi militari e nucleari ai propri confini. Alle richieste di Mosca, l’Occidente ha risposto con il gaslithing. Si è ridicolizzata la percezione del pericolo da parte della Russia, le si è imposto l’allargamento della Nato ai suoi confini, affermando che con esso non si espandeva l’alleanza militare, ma la culla della democrazia. Dopo 15 anni di tentativi di mediazione, Mosca invade l’Ucraina. La guerra nel linguaggio brussellese (un capolavoro di buona fede euro-atlantica) è considerata “non provocata e non giustificata”.
In Medio Oriente l’occupazione illegale israeliana della Palestina dal 1967 in poi, le spedizioni punitive ricorrenti a Gaza che lasciano migliaia di morti tra la popolazione civile, soprattutto bambini, portano all’efferata reazione di Hamas il 7 ottobre 2023. Gaslithing: i palestinesi sono colpevoli e la loro percezione di essere un popolo martoriato da uno Stato canaglia che non rispetta il diritto internazionale è considerata insana, antisemita.
Gli esempi sono infiniti. L’Ue è priva di divisionie tra i poteri. Non ha legittimità democratica. La censura dei media russi e dei dissenzienti, l’islamofobia, la mancanza di conoscenza e di rispetto delle altre forme di civiltà la caratterizzano. In un libro che dovrebbe essere letto da tutti, Grazie Islam, Franco Cardini illustra il crogiuolo di culture grecoromana, persiana, ebraica, ellenistica e musulmana che fino al XVI secolo ha creato la regione della sapienza. Siamo debitori all’Islam nelle scienze come nell’umanesimo. Nel XVI secolo, rivoluzione scientifica e industriale, lo sviluppo capitalistico basato sul profitto e il dominio dell’uomo sull’uomo e sulla natura distaccano il mondo occidentale dalle altre civiltà. La ybris e la soggezione degli altri popoli va a braccetto con le conquiste scientifiche, politico-sociali e culturali. Un’egemonia che nel XXI secolo traballa. Nel multipolarismo riemergono le altre culture e forme di civiltà alla pari con quella occidentale. L’Ue ha tradito i suoi valori ed è un crogiuolo di contraddizioni. Il debito e gli eurobond, fino a ieri tabù, sono oggi uno strumento di governance: non per rafforzare la convergenza economica e lo Stato sociale, ma per una guerra suicida contro una potenza nucleare. Alcuni diplomatici affermano che i 90 miliardi di eurobond per l’Ucraina sono un segnale della potenza e dell’autonomia strategica europea. L’Europa braccio armato degli interessi neocon Usa e dello Stato profondo americano corrisponderebbe ai nostri ideali?
L’autonomia strategica può fondarsi sull’individuazione di un interesse comune al popolo europeo, sull’unitarietà del comando, sulla difesa costruita insieme a un’Unione politica federale. Se, come ho cercato di dimostrare in Approdo per noi naufraghi, l’Ue è priva di legittimità democratica, non ha un popolo né un interesse comune, allora la maggiore integrazione, il voto a maggioranza e il debito per la guerra sono segnali dell’asservimento a poteri noti. Servire per comandare. Il ministro Tajani pensa sul serio che la guerra a Mosca sia nell’interesse dell’Italia? La maggioranza Ursula manipola la pubblica opinione. Ecco un’altra forma di gaslithing.

Robecchi

 

Che auguri. Il 2025 nell’algoritmo (social) del nostro totale scontento
DI ALESSANDRO ROBECCHI
C’è sempre qualcosa di vagamente disturbante nelle rievocazioni, memorie, riassunti, immagini a collage dell’anno appena passato, che ci investono, ben montate, commentate con rispettosa calligrafia, a ogni fine anno. Sono gli highlight del nostro scontento, collage emotivo-giornalistici, riassunti a scorrimento veloce che servono a ricordarci cose che ci ricordiamo benissimo, ma che riviste tutte insieme, stesso peso, stesso tono, stessa linea narrativa, perdono consistenza.
Un meccanismo che ricorda un po’ l’ipnosi da social, lo scorrere annoiato del pollice sui millemila milioni di video che mostrano cose diverse eppure identiche. Quelli che lavano i tappeti, la ricetta del vin brulé, una che dice i cazzi suoi mentre si mette il fondotinta, lo scherzo al fidanzato/a, il consiglio del mese, milionari a Dubai, l’aggeggio elettronico che non potete non avere, e via così all’infinito. Parzialissima e passiva visione del mondo attraverso una finestra – macché, una feritoia – gentilmente concessa dall’algoritmo. Risultato: un’ipnosi abbastanza ottundente, dove tutto sembra uguale, e forse lo è, e non vi stupireste più di tanto nel vedere uno che lava un tappeto mentre mette il fondotinta e spiega come scattare foto col nuovo modello di telefono.
Così tra oggi e domani e poi per qualche giorno, ci scorrerà addosso – di nuovo! – il 2025, annus piuttosto horribilis, con lo stesso campionario di ripetizioni, di già visti, di già saputi. Un bombardamento e una lite, poi Zelenzky da Trump, il genocidio a Gaza, la partita dell’anno, poi l’attore famoso defunto, poi la lite politica, le deportazioni dei poveracci, il Venezuela, Garlasco, la Groenlandia. E poi da capo: il genocidio, ancora, l’inflazione, armi, armi, armi, la politica, la casa nel bosco, Giorgia di qui e Giorgia di là, il ponte, Sinner, il genocidio di Gaza, di nuovo Garlasco.
Visto in tre minuti serrati, un anno – un anno come quello che finisce oggi – sembra appiattito e monodimensionale. Scorrevole, ecco, un piccolo trailer addomesticato di quel che abbiamo vissuto, una storia per così dire già revisionata, con gli spigoli smussati, più un amarcord che un bilancio.
Ma se fosse davvero un algoritmo, questo raccontino dell’anno che vediamo ripetuto in varie salse in questi giorni, sarebbe orientato alla perfezione. Per dirci, tutto sommato, che niente va come vorremmo. Quel che dovrebbe diminuire aumenta – armi, spese militari, spreco di energia, consumo di suolo, risorse –; e tutto quel che dovrebbe aumentare – in termini di giustizia, eguaglianza e diritti – cala vistosamente. Qui e ovunque. La forbice delle diseguaglianze si allarga anziché restringersi, le democrazie sono un po’ meno democratiche, una decina di miliardari controllano il flusso delle informazioni sul pianeta, il diritto internazionale conta come il due di picche, l’innovazione tecnologica sarà obbligatoria per tutti ma a vantaggio di pochissimi, il controllo sociale sarà capillare e il welfare un lusso sacrificabile. Non male, eh, come quadretto.
Mi piacerebbe pensare (vaste programme) che siamo parte dell’algoritmo e che possiamo in qualche modo modificarlo e condizionarlo un po’ anche noi, un vecchio sogno novecentesco. Però, se dovessi augurare qualcosa a tutti noi, direi che è questo: di non trovarci qui tra un anno a dire del 2026 le stesse cose, a guardare un piano inclinato che si è inclinato ancora di più. Un programma minimo, mi rendo conto, ma forse gli auguri sono l’unica cosa in cui conviene essere moderati. Buon anno.

Tra i bugiardi

 

Chi mente a chi
DI MARCO TRAVAGLIO
Sarebbe bello poterci fidare del governo ucraino, con tutti i soldi e le armi che gli regaliamo senza essere suoi alleati nella Nato né nella Ue. Sarebbe bello potergli credere, quando nega di aver tentato di bombardare la dacia di Putin con 91 droni all’indomani del vertice di pace Trump-Zelensky e nel giorno della telefonata fra l’americano e il russo. Così potremmo crogiolarci nella balsamica convinzione che solo i russi mentono, mentre i nostri governi e i nostri amici dicono sempre la verità (anche quando raccontano che in Ucraina muoiono solo i russi). E, scartata la pista ucraina, imboccare a pie’ fermo l’unica alternativa: che l’attentato Putin se lo sia fatto da solo, o sia opera di qualche apparato russo ostile al negoziato, o un’invenzione del Cremlino per sabotare le trattative o screditare Zelensky agli occhi di Trump.
Sarebbe bello, ma purtroppo è un’ipotesi dell’irrealtà. Perché, mentre il regime russo mente ai Paesi nemici, il regime ucraino mente ai Paesi amici, per trascinarci tutti nella terza guerra mondiale. Per Kiev, gli attentatori dei gasdotti Nord Stream erano russi, poi si scoprì che erano ucraini. Il missile caduto in Polonia era russo, poi si scoprì che era ucraino, ma Zelensky seguitò a ripetere la balla e a invocare l’articolo 5 della Nato finché Biden furibondo gli intimò di tacere. L’assassinio di Darya Dugina era opera dei russi, poi fu rivendicato dai servizi ucraini. E poi gli omicidi mirati di tre generali russi, dell’ex deputato socialista ucraino Kiva, del blogger ucraino Tatarsky, dello scrittore dissidente ucraino Prilepin, le bombe contro il ponte di Kerch in Crimea, gli attentati alle petroliere-fantasma nel Mediterraneo fino a Savona: azioni terroristiche oltre confine quasi sempre attribuite da Kiev a Mosca per poi ammettere o financo vantarsi di averli fatti in proprio.
In mancanza di prove, quindi, nessuno può dire chi abbia tentato di bombardare casa Putin in un momento così cruciale dei negoziati. Così come nessuno può dire chi abbia fatto svolazzare centinaia di droni – spesso rimessi insieme con lo scotch – in tutto il Nord Europa fra settembre e novembre, proprio quando i governi dovevano far inghiottire ai riottosi cittadini i primi aumenti di spese militari. Solo che in quei casi, senza uno straccio di prova, tutta l’Ue certificò che erano russi e l’attacco di Putin all’Europa era già iniziato: anche per il drone che spiava Leonardo e il Centro ricerche Ue sul lago Maggiore, che ora s’è scoperto non essere né un drone né russo, ma un aggeggio per il wi-fi in un villino lì vicino; anche per il tetto distrutto di una casa presso Lublino, in realtà sventrato da un missile polacco fuori rotta. Funziona così: Putin mente ai nemici, Zelensky mente agli amici e l’Europa mente a se stessa.

Click!

 

Il governo dei clic sfama l’elettore

La destra riconosce l’onda emotiva, la cavalca e la asseconda seguendo le convenienze. Senza limiti nel dire, nel disdire, nel ripetere. Basta mostrare soluzioni veloci: nel flusso non c’è tempo per ricordare
Il governo dei clic sfama l’elettore
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Cerchiamo nelle profondità del sociale le ragioni delle destre che sbancano, delle sinistre che arrancano, delle bugie che dilagano, degli elettori che arretrano, dei prepotenti che avanzano.

E se la risposta non stesse laggiù, ma proprio qui, nella tasca laterale della giacca, in questa cosa che all’apparenza dorme e invece se interrogata da 80 a 150 volte al giorno (come dicono i dati) si accende di luce propria, si spalanca come un abbraccio e ci risponde? Addestrandoci al boccone immediato ogni volta che abbiamo fame. Al sorso di informazioni ogni volta che abbiamo sete. Una goccia di dopamina alla volta. Compresa l’illusione di sapere il necessario, cioè quello che ci serve qui e ora.

Se vale nella vita quotidiana, perché non dovrebbe valere altrettanto in quella pubblica, governata dalla politica? Anche lei deve fornirci risposte con la stessa prontezza che garantiscono Google, l’IA, le folate insonni dei social. La prontezza è un diritto, la lentezza un residuo. I tempi morti producono insoddisfazione e ansia. Diventano intollerabili. Come lo sono sempre di più la complessità, il dubbio, l’esitazione. Tutti arnesi che volentieri maneggia la sinistra quando argomenta, sottilizza, distingue, specialmente se parla al suo interno, per dividersi in cento specchi. E finendo per essere così autoreferenziale da dimenticarsi di trovare connessioni emotive e narrative con chi dovrebbe ascoltarla.

Meglio una notifica di una predica. Una promessa rassicurante, invece di una ipotesi: bloccheremo il Mediterraneo con le navi, che ci vuole? Le strade saranno sicure, più leggi, più polizia. Taglieremo le tasse e l’economia crescerà. Aboliremo la Fornero, andremo tutti prima in pensione. Con noi ogni famiglia sarà felice.

Idiozie? Mica tanto se è la velocità a garantirle. Se non hai limiti nel dire, nel disdire, nel ripetere. Se sei rapido a indicare una direzione, una soluzione, a riconoscere l’onda emotiva. Per assecondarla seguendo le convenienze. E a cavalcarla come ha imparato a fare la destra. Ieri con Berlusconi, oggi con Giorgia Meloni, dentro a un comune riverbero politico che connette l’Ungheria di Orbán all’America di Trump, la Francia di

Marine Le Pen alla Spagna di Abascal e alla Germania di Afd. Tutti maneggiando messaggi brevi, emotivi, identitari, risolutivi. Tanto da diventare non solo ideologia dilagante, ma anche soluzioni operative. Proprio come offre la Rete che ci portiamo in tasca.

Analisi sociali complesse come il celebre Alone together di Sherry Turkle (2011) aggiornato e tradotto in “Insieme ma soli” (2020) ci spiega che la semplicità del meccanismo – chiedo e ottengo in un clic – ha moltiplicato con la sua velocità la potenza dello smartphone, che ormai “plasma il nostro modo di pensare, desiderare, pretendere”. In meno di vent’anni è diventato la principale interfaccia tra l’individuo e il mondo.

Dal suo schermo tascabile passano le notizie, le cose desiderabili e quelle detestabili, le proteste e le campagne, le delusioni, l’indignazione, la rabbia e il suo risarcimento emotivo. Tutto on demand. Tutto immediato. Tutto certificato da una risposta che non chiede verifiche, le garantisce in velocità. Perché nel frattempo “l’attesa è diventata una condizione intollerabile”. Una insofferenza che in pochi anni si è trasferita nella sfera politica. Dove vince la semplificazione sulla complessità, il flusso di molti messaggi sulla coerenza dei messaggi tra loro, l’ammirazione per la linea corta del comando, rispetto a quella lunga della concertazione.

È il nuovo “paradigma della immediatezza digitale” che offre visibilità, prossimità, reattività. E chi è più bravo a garantirle – meglio ancora a soddisfarle – sbaraglia la concorrenza. Magari non per sempre. Ma qui e ora sì, chi se ne frega della coerenza.

Giorgia Meloni ha promesso il taglio delle accise sulla benzina e le ha aumentate. L’alleggerimento delle tasse e le ha appesantite. Il blocco dell’immigrazione e i numeri la smentiscono. La lotta alle élite che invece sono diventate alleate. Peggio di lei solo Salvini che a forza di promettere la costruzione del Ponte e la distruzione della Fornero, ha mandato in malora i treni e incidentalmente i conti della Lega.

Ma lo scroll continuo delle notizie a cui ci ha abitualo lo smartphone, fa in modo che la responsabilità e la titolarità di una promessa, duri quanto un trend. Oggi vale. Domani forse. E comunque si troverà un nemico a cui addossare la colpa dell’inciampo: i giudici, i mercati, la sinistra, l’Europa. È sempre sufficiente “reimpostare la narrazione” con l’uso strategico della saturazione mediatica, come fanno Putin, Netanyahu e Trump usando i missili, Xi Jinping con la sorveglianza totalitaria, Orbán predicando ai suoi 500 organi di disinformazione nazionale. Nel suo piccolo, la Meloni si arrangia mimandosi underdog in villa, un ossimoro che produce più ammirazione che disappunto, mentre Salvini campa palleggiando con il presepe, il rosario, i migranti.

Se il flusso è continuo, non c’è tempo per ricordare, verificare, indignarsi. Tanto più che l’appartenenza si fonda sulla identità simbolica. È la fede emotiva che dà sostanza ai populismi, dove la razionalità conta meno di niente, come s’è visto in quella maestosa messa in scena funebre per la morte di Charlie Kirk, un odiatore universale, celebrato come un santo. O alla festa di Atreju, passata dalle pozzanghere pagane del Campo Hobbit agli scintillanti applausi in stile Meeting di Comunione e liberazione. Con l’intermezzo musicale di nani, ballerine e portieri.

Controllando gran parte dei media e interamente l’agenda politica – con poca e marginale opposizione a sinistra – la comunicazione della destra di governo è diventata una performance di presenza, non una contabilità dei risultati. La benemerita ricerca delle incongruenze entra anche lei flusso, per essere spazzata via dal flusso. La politica dell’immediatezza funziona, Meloni non flette nei sondaggi. La sua comunicazione è personalizzata, familiare, non spiega, sorride, narra e connette. È un dispositivo di potere. È la nuova egemonia culturale che la destra ha già conquistato. Annettendosi non Dante o il Futurismo, ma il controllo dei media pubblici e gran parte di quelli privati. Colonizzando le autorità amministrative e le catene decisionali. Disarticolando i poteri di controllo, la Corte dei Conti ieri, appena possibile l’autonomia della magistratura e quella del Quirinale. Sempre più a destra, verso una deriva autoritaria, una società ingiusta. Che in assenza di contromisure, controproposte, controstrategie, governerà con un clic.

martedì 30 dicembre 2025

Mistero

 


Resta il mistero di come un programma così profondamente culturale possa generare situazioni così imbarazzanti…

Profezia

 



Ah lo stile!

 


Tra le ansiolitiche cacciatrici di fama come non ricordare Anna Falchi che proprio in questi giorni ha pubblicato un post un zinzinino egoriferito? Ricordare BB celebrandosi per la somiglianza provoca esclamazioni tipo “mo’ me lo segno!” 

Quando mancò Alain Delon ad esempio, tacqui e non dissi nulla in merito alla somiglianza. Questione di stile…

Verità

 



L'Amaca

 

Il problema della bellezza
di Michele Serra
Non ho letto una sola riga su Brigitte Bardot che non dicesse: era bella, era bellissima. Che fosse o non fosse una brava attrice (nella maggioranza dei giudizi: non lo era) in fin dei conti è quasi irrilevante. Perché non ne ha avuto alcun bisogno, di essere una brava attrice.
Volendo (ma anche non volendo) questa qualità — una bellezza quasi unica — che rende secondarie tutte le altre, è una condanna, una restrizione. E certo, dipende anche dal peso che lo sguardo maschile ha sempre avuto nelle cose del mondo.
Ma non può sfuggire ad alcuna, ad alcuno, che la bellezza di Bardot non era solo una condanna: era un potere formidabile, travolgente, impossibile da contenere, domare, possedere. E in quanto sottratto al merito, allo studio, all’intelligenza, era un potere sorgivo, naturale, diciamo immeritato, che annichilisce ogni altro criterio. E mette in difficoltà ogni giudizio.
L’altro grande sex symbol femminile del Novecento, Marilyn Monroe, non resse quel potere, forse lo odiava, forse era troppo intelligente, forse troppo sensibile per accettare che l’eros fosse il solo criterio per eccellere (non per caso, Monroe fu anche una brava attrice).
Bardot era il suo contrario, cavalcò la tigre della sua bellezza con leggerezza, con spavalderia. Diventò simbolo di un dongiovannismo femminile che non poteva non spaventare gli uomini. Chi voglia mai tentare un grande sunto della rivoluzione sessuale del Novecento, non potrà non dedicare un capitolo a Bardot.

Prosit tra sing!


 

In che senso?

 



Natangelo

 



Ribaldi a Fiumicino

 

Fiumicino, il Comune corre per la quarta pista dell’aeroporto cara ai Benetton
DI GIANNI DRAGONI
In pieno periodo di festività natalizia si è riunita ieri la commissione consiliare competente su urbanistica, edilizia, Riserva del litorale. All’ordine del giorno la “proposta di riperimetrazione” della Riserva naturale statale del litorale romano, “finalizzata al progetto di ampliamento dell’aeroporto Leonardo da Vinci”. È scattata così la procedura accelerata per dare il disco verde alla richiesta di AdR, la società di gestione dello scalo, di modificare i confini della “Riserva naturale” e superare gli ostacoli al piano di espansione dell’aeroporto.
In commissione è intervenuto Baccini, forte della delega all’urbanistica che ha tenuto per sé. Il sindaco di solito non partecipa alle commissioni, ma la posta in gioco è alta e non ha voluto far mancare il suo sostegno. E il disco verde c’è stato, anche se la commissione ha solo funzioni consultive, non vota.
Baccini ha illustrato una proposta di delibera favorevole alla “riperimetrazione” della Riserva naturale e alla quarta pista, che sarà portata all’approvazione del consiglio comunale previsto il 13 gennaio, malgrado le preoccupazioni di larga parte della popolazione, manifestate da anni dal Comitato FuoriPista e, nella seduta di ieri, dai consiglieri di opposizione, Pd, Avs e Lista civica. Si temono l’aumento del rumore causato dall’incremento del traffico e altri effetti nocivi sulla salute, oltre ai danni all’ambiente. Il passaggio chiave è la “riperimetrazione” della Riserva naturale di Fiumicino. Con l’ampliamento del sedime aeroportuale 151 ettari verrebbero sottratti alla Riserva che per legge è intoccabile, a meno che non venga compensata con altre aree idonee.
Il progetto di AdR, inoltrato al Comune di Fiumicino dall’Enac, l’ente pubblico dell’aviazione, prevede però una compensazione solo parziale del terreno della Riserva che verrebbe mangiato dalla nuova pista. Verrebbero restituiti solo 80 ettari, con una sorta di spezzatino, sono aree oggi sparse sul territorio. Altre aree verrebbero recuperate da terreni agricoli, mettendo a rischio 5-600 posti di lavoro.
Il controverso progetto voluto dai Benetton dunque va avanti. Baccini ha detto che il prossimo consiglio comunale voterà anche una bozza di accordo tra il Comune e “il proponente”, che sul piano formale è l’Enac, ma nella sostanza è AdR, cioè la famiglia Benetton.
Secondo AdR l’ampliamento è necessario per il previsto raddoppio dei passeggeri dai 51 milioni di quest’anno a 100 milioni entro il 2050. I Benetton mettono sul piatto 9 miliardi di euro di investimenti, una somma che fa gola alla politica. Il ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, è allineato con gli ex azionisti di Autostrade. Il Comitato FuoriPista osserva che il numero dei voli a Fiumicino è lontano dalla saturazione e che “le previsioni di traffico di AdR sono sovradimensionate del 25%”. “In commissione abbiamo sollevato questioni sulla tempistica così abbreviata per una discussione che meriterebbe maggiori approfondimenti”, ha detto al Fatto Barbara Bonanni, consigliera di Avs. “A mio avviso oggi non risultano trattati in maniera approfondita tutti i problemi che potrebbero manifestarsi. Inoltre non è stato fatto uno studio epidemiologico sui rischi per la salute della popolazione”.
Se, come appare scontato, il consiglio comunale approverà la delibera proposta da Baccini, dovranno pronunciarsi entro 60 giorni la Commissione Riserva del ministero dell’Ambiente e la Regione Lazio. In caso di parere favorevole, la pratica avrà bisogno di un decreto del ministero dell’Ambiente.

Riassumendo

 

Questione di cellule
DI MARCO TRAVAGLIO
Le reazioni bercianti della destra e della sinistra di destra agli arresti dei “finanziatori di Hamas dall’Italia” oscillano tra il ridicolo e il vergognoso. Non staremo qui a menarla con la presunzione di non colpevolezza di cui cianciano sempre quando viene indagato uno di loro per non parlare dei fatti: qui dagli atti appare probabile che gli arrestati finanziassero davvero Hamas. Ed è una gioia scoprire che il governo ha trovato finalmente qualche magistrato buono: infatti elogia i pm, il gip che dà loro ragione (ma non perché sia “appiattito” in quanto “collega”), l’indagine (benemerita, mica uno “scontro fra giustizia e terrorismo”) e financo le intercettazioni (quelle che di solito Nordio definisce “barbarie medievale” e vuole abolire). In attesa del processo alla “cellula terroristica di Hamas” in quel di Genova, i soliti politici reclamano scuse e dissociazioni da chi è stato visto o fotografato accanto al famigerato Hannoun. Che risiede a Genova dal 1983, raccoglie da sempre soldi e li invia a Gaza dichiarandoli alla dogana, è indagato in Italia dal 2001, è nel mirino di Israele da ancor prima, è stato sanzionato dagli Usa nel 2023, ha sempre inneggiato alla lotta armata palestinese, ma non risultava finora aver commesso reati. A parte due fogli di via da Milano per comizi infuocati, non aveva subìto neppure un’espulsione, che non si nega a nessuno. Se però ha finanziato stragi di civili come quella del 7 ottobre, merita una severa punizione.
Il guaio è che Hamas dal 2006 è il governo legittimo della Striscia di Gaza, avendo vinto le elezioni dell’Anp a cui l’Ue e gli Usa l’avevano incoraggiata a partecipare (poi si preferì non votare più). Chi voleva aiutare i gazawi, incluse le famiglie dei morti e dei detenuti in Israele, doveva passare da Hamas. Che peraltro, con i 7 milioni inviati in 24 anni dalla temibile cellula genovese, sarebbe durata due giorni: per sua fortuna a coprirla di miliardi erano Qatar, Egitto, Iran, Algeria, Siria e Turchia. Tutti amici nostri e artefici della “pace in Medio Oriente” (a parte l’Iran, ancora cattivo, e la Siria, diventata buona quando un terrorista dell’Isis ha rovesciato Assad). Voi direte: ma il Qatar dell’emiro al Thani, amicone di Renzi e Meloni che ora strillano per gli spiccioli di Hannoun anziché dissociarsi? Quello. E chi lasciava passare le centinaia di milioni l’anno girati da Doha ad Hamas? Netanyahu, che si vantava di sostenere Hamas contro l’Olp e poi sterminò 70 mila palestinesi in due anni per la legge del taglione. Anche Hannoun invocava per gli israeliani la legge del taglione, senza peraltro (almeno che si sappia) torcere un capello ad alcuno, e ora è un “terrorista”. Il bello di quando accusi qualcuno di terrorismo è che sai dove cominci, ma non sai dove finisci.

lunedì 29 dicembre 2025

Sono loro

 



BB

 

Il cinema, e molto di più: tutta la bellezza di Brigitte

L’incarnazione francese del desiderio (prestò il profilo anche alla Marianne). I film, le canzoni e gli amori: ha conquistato tutto e tutti
Il cinema, e molto di più: tutta la bellezza di Brigitte

La Francia oggi è in lutto profondo, non solo perché la Bardot era l’ultima icona di un cinema che non c’è più, di una fabbrica dei sogni in cui la Diva è più memorabile dell’attrice e la sua presenza più carismatica del regista, ma perché fu il simbolo del profondo cambiamento di una società pronta ad avviare un gigantesco processo di modernizzazione. Brigitte Bardot incarnò questa rivoluzione alla fine degli anni Cinquanta e negli anni Sessanta con la bellezza insolente del suo corpo “selvaggio, animale, libero, che esplode sullo schermo”, come scrisse il critico Jean Douchet, capace di scuotere e sconvolgere “i costumi sociali in Francia e nel mondo”. Ma non solo corpo. In lei tracimava una personalità ribelle e anticonformista, che si manifestò clamorosamente settant’anni fa, quando apparve in tutta la sua incontenibile esuberanza erotica nel film di Vadim “Et Dieu… créa la femme” (1956) girato a Saint-Tropez. Brigitte interpretava Juliette, ninfetta di Saint-Tropez disputata da due fratelli. Da noi, l’occhiuta censura democristiana si coprì di ridicolo, ritardandone l’uscita di due anni, cambiando il rapporto di parentela da fratelli a cugini e il titolo nel più pudico “Piace a troppi”. Come film, era mediocre. Ma le disinvolte avventure di Juliette avevano saputo “esprimere l’aria del tempo, i cambiamenti del costume in atto: emancipazione della donna, liberazione sessuale, rivolta giovanile contro le ipocrisie” (Morando Morandini).

Figlia dell’alta borghesia parigina, Brigitte ne detestava i canoni, inculcati nel collegio Hattemer, uno dei più chic della capitale francese. Frequentò scuole di danza e portamento, la bellezza precoce fa capolino sulla copertina di Elle: ha appena 14 anni, diventa mannequin, due anni dopo viene adocchiata da Marc Allegret, regista specializzato nella scoperta di giovani sconosciuti, solo che è l’amico Vadim, figlio di emigrati russi, a insistere per contattarla. I due si innamorano, lui le insegna i rudimenti dell’arte drammatica, lei ne approfitta per emanciparsi dalla famiglia: “Sono stata educata in modo molto borghese, molto severo. Ho frequentato una scuola cattolica. Ero sorvegliata da una governante. Sono stata controllata sino all’età di 15 anni. Non uscivo per strada mai da sola. Ho voluto reagire. Liberarmi. Cancellare questa macchia borghese che si stava diffondendo dentro di me”. A 18 anni Brigitte sposa Roger. A 22 gira “Et Dieu…”.

Con quel film era nata una stella. Ma l’eccesso di fama cominciò a pesarle, a stressarla. Non tollera essere diventata un sulfureo oggetto del desiderio. Si sente “prigioniera di me stessa, lo sono sempre stata. È il prezzo che ho dovuto pagare”. Si ritira dopo 56 film, molti dei quali dimenticabili, ed 80 canzoni. Una, gliel’aveva composta Serge Gainsbourg, in piena trance amorosa: “Je t’aime moi non plus” (1967). La loro travolgente relazione durò poco. Lui dedicò la canzone a Jane Birkin. Soltanto nel 2014 Brigitte lo perdonò, nell’ autobiografia “Initials B.B.”, che poi era il titolo di un’altra canzone di Serge, “fu la più bella dichiarazione d’amore che un uomo mi abbia mai fatto”. Mise la notorietà al servizio degli animali, un impegno a quei tempi non semplice. La sua franchezza divenne sempre più aguzza, la solitudine, invecchiando, una scelta. Ebbe un solo figlio, Nicolas-Jacques, da Jacques Charrier, “non sopportavo la gravidanza, la maternità” (Mémoires, 1996). Per lei era come fosse un “tumore”. Lasciò l’incombenza di allevare il figlio al padre.

Le pesava poi d’essere trattata come un monumento nazionale, del resto aveva prestato i suoi lineamenti per il volto per la Marianne, simbolo della Repubblica francese. Era stata Venere e venerata monarca che regnava sulla Francia, adorata dagli uomini, detestata dalle donne per la sua straripante bellezza. Era nel mirino dei bigotti perché immorale dalla testa ai piedi, “sia per quello che mostra che per quello che esprime”. Ieri soffiava forte il mistral, vento che spazza la Provenza e si è portato via Brigitte dalla Mandrague. Ma non dalla nostra memoria.


domenica 28 dicembre 2025

Balle balle!

 Balle coi lupi

DI MARCO TRAVAGLIO

Non è ben chiaro che ci vada a fare Zelensky da Trump per la terza volta in un anno. Né perché continui a implorare una tregua da Putin. Ma non li legge i giornaloni italiani? Non lo sa che l’Ucraina sta vincendo e presto la Russia alzerà bandiera bianca, batterà in ritirata e gli pagherà pure i danni, così lui potrà restituire all’Ue anche il prossimo prestituccio di 90 miliardi sull’unghia? Se non si fida di noi putiniani, dia retta almeno a Fubini, che è un amico vero: ieri raccontava sul Corriere che, non contenti di avere finito “i mezzi corazzati”, “fare gli assalti coi motorini e i muli” e reclutare “homeless alcolizzati in Jacuzia”, l’esercito russo è così mal ridotto che arruola “tossicodipendenti, soggetti affetti da Hiv, epatite o sifilide, uomini in declino incapaci di camminare con uno zaino”, il che spiega perché “si è impantanato nel Donbass”. In pratica i soldati di Putin hanno più malattie di lui. E – secondo fonti ucraine, quindi vere – “i soldati disperati di Putin sono così a corto di cibo da ricorrere al cannibalismo e mangiarsi fra loro”: fatto già noto in Italia da luglio, grazie a uno scoop di Iacoboni sulla Stampa. Per non parlare dei “missili ipersonici russi abbattuti da una canzone: così l’Ucraina inganna i Kinzhal di Putin” (Messaggero). Potete immaginare quanto rosichi il tiranno.


Vi basti questo fatto, svelato da Rep alla vigilia di Natale: “La guerra di Putin uccide in Finlandia: i lupi sconfinano e fanno strage di renne. I cacciatori si sono dovuti arruolare e così questi predatori si riproducono indisturbati e cercano cibo al di là della frontiera”. L’ultima frontiera della guerra ibrida è la cyber-zoologia. Prima Mosca sparge droni in mezza Europa, poi ci manda i lupi, con tanto di cittadinanza e passaporto russi perché nessuno li confonda con quelli finlandesi (il lupo putiniano è nazionalista e mai mangerebbe renne russe). E solo per il gusto di rovinare le consegne di Babbo Natale ai bimbi finlandesi: così imparano a entrare nella Nato. A meno che – dopo aver mobilitato i muli, poi “Hvaldimir, la balena beluga sospettata di essere una spia russa” (Rep) e i “piccioni-cyborg da usare come droni” (Corriere) – Putin non abbia deciso di iniziare l’invasione dell’Europa proprio con i lupi. Pare che i Servizi ucraini, tra un cannibale, un ubriaco e un sieropositivo, abbiano captato il suo ukase ai segugi: “Entrate in Finlandia e proseguite per Lisbona, io poi vi raggiungo”. Che aspetta la Nato a dichiarare le renne finlandesi obiettivi strategici come il Ponte sullo Stretto, a far scattare l’Articolo 5, ad alzare i caccia dalla Polonia e ad abbattere i lupi cattivi? Spetterà poi al Ris di Parma esaminarne le carcasse e accertare che erano proprio russi: basta una foto alla targa di Mosca sotto la coda.

Ciao BB!

 


Negli anni 60 fu come Simonetta Vespucci per il Botticelli,  impersonificando la Bellezza universale. Musa tra le muse il suo volto naturale era faro e simbolo della rarità narrata da scrittori e poeti. Il suo essere ribelle confermò che il non conformarsi alla mentalità corrente risiede nel paniere di ciò che comunemente definiamo Bello. Riposa in pace BB!

sabato 27 dicembre 2025

Prove di La Moka

 

“Chi sceglie la pace è deriso, ma il cristiano non ha nemici.” 

Con queste parole Papa Leone, tra l’indifferenza generale, spiega alla perfezione l’ostracismo mediatico verso chi desidera la pace disarmata. Oltre ai tronfi soloni armaioli, Leonardo in primis, quello che amareggia è l’atteggiamento dei credenti nella manipolazione del pensiero evangelico, ad uso e consumo per i propri affari, beoti per cui il Vangelo può essere interpretato. Sepolcri imbiancati. Fetecchie.

Era il 2016

 



Natangelo

 



Pfas che?

 

Ue: niente bando per i Pfas: “Indispensabili per le armi”
DI NICOLA BORZI
Fermare la produzione dei Pfas, 4.700 composti chimici “eterni” e cancerogeni che solo in Europa hanno già contaminato oltre 23 mila siti industriali e avvelenato l’acqua usata da 12,5 milioni di cittadini, 350 mila dei quali in Veneto a valle della Miteni? Meglio di no, dice uno studio commissionato dal Parlamento Ue e pubblicato nei giorni scorsi: perché “i Pfas sono insostituibili per l’industria delle armi e dei chip”. Nel dibattito sull’ambiente arriva così un parere “autorevole” per il quale la tutela della salute pubblica deve passare in secondo piano “a causa della crescente insicurezza geopolitica globale e della possibilità di notevoli interruzioni delle catene di approvvigionamento”. Lo ha messo nero su bianco l’ufficio studi dell’Europarlamento (Eprs) in un rapporto richiesto dalla Commissione per l’industria, la ricerca e l’energia (Itre). Eppure in un altro rapporto del gennaio 2024 l’Agenzia europea per l’ambiente stimava che l’inquinamento da Pfas da decenni ammala di ipertensione e problemi respiratori, causa lieve ritardo mentale nei bambini e uccide ogni anno migliaia di persone in tutta la Ue provocando cancro ai reni e ai testicoli.
Nel rapporto I Pfas e il loro ruolo come fattori abilitanti per la competitività dell’industria europea, la Direzione generale industria della Commissione Ue sostiene che la messa al bando o la limitazione delle sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche (i Pfas, appunto) colpirebbe almeno circa 39 mila imprese europee, di cui il 90% costituito da Pmi, e oltre 2,9 milioni di lavoratori, causando un costo di 570 miliardi solo nel primo anno dell’applicazione di eventuali misure. Sul fronte sanitario, invece, un’analisi del 2019 stimava che l’impatto dell’esposizione ai Pfas costa alla Sanità dei Paesi europei tra i 52 e gli 84 miliardi l’anno, non pagati dalle aziende inquinanti ma dai cittadini e dai contribuenti.
Ma nelle proposte finali dello studio della Direzione generale industria all’Europarlamento la salute passa in secondo piano. L’analisi del think tank comunitario consiglia la deroga a tempo illimitato, da rivedere ogni 10-15 anni, per i Pfas usati nelle applicazioni aerospaziali “data la mancanza di alternative disponibili”, una deroga a tempo indeterminato per i Pfas impiegati per il settore della Difesa “a causa della crescente insicurezza geopolitica globale e della possibilità di notevoli interruzioni delle catene di approvvigionamento”, infine una deroga permanente per i Pfas adoperati nel settore dei semiconduttori prodotti nella Ue. Perché? Secondo lo studio, la ragione sta nel fatto che “la sostituzione è spesso irrealizzabile, in particolare in questi settori. Tutte le opzioni di restrizione dei Pfas prevedono perdite economiche e ripercussioni occupazionali ingenti, con rischi per la competitività globale dell’Europa”. Lo studio raccomanda così “deroghe permanenti o a lungo termine per i settori critici, estendendo i periodi di transizione per le tecnologie verdi ed escludendo i gas fluorurati dalla restrizione”, raccomanda “ulteriori ricerche e un fondo per l’innovazione per sviluppare alternative” e “propone un approccio equilibrato” (qualsiasi cosa significhi) “che protegga l’ambiente preservando al contempo la forza industriale e tecnologica”. Secondo l’analisi, un divieto totale di queste sostanze chimiche sarebbe l’opzione più costosa e potrebbe comportare costi di almeno 562,8 miliardi nel primo anno, con costi annuali successivi pari ad almeno 72,8 miliardi. Una deroga a tempo limitato potrebbe essere appena meno costosa.
La ricerca sostiene che nelle applicazioni aerospaziali c’è “la mancanza di alternative disponibili” ai Pfas, che garantiscono “la sicurezza degli aeromobili per i passeggeri”. Per quanto attiene all’industria delle armi, l’analisi suggerisce “uno studio su larga scala della catena di approvvigionamento chimica del settore della difesa per identificare più specificamente quali Pfas vengono usati e dove nel settore” e raccomanda “iniziative più collaborative tra le autorità europee e il settore della difesa per sostituire gradualmente e con attenzione sostanze e materiali indesiderati, in modo da garantire la sicurezza europea”. Quanto al settore dei seminconduttori, la ricerca propone “una deroga permanente per i Pfas” perché “senza semiconduttori, l’economia digitale europea si fermerà”. Lo studio suggerisce “l’elaborazione di un quadro normativo dedicato alle sostanze chimiche per i semiconduttori nell’ambito del Chips Act europeo”, “la ricerca di tecnologie di produzione alternative”, mentre “nel frattempo un nuovo flusso di finanziamenti nel Chips Act potrebbe consentire l’adozione delle più recenti tecnologie di abbattimento per garantire rigorosi controlli delle emissioni di Pfas”.
Insomma, per la Ue i Pfas sono insostituibili, nonostante sia dimostrata la correlazione tra il loro inquinamento e diversi tipi di cancro, malattie della tiroide, disfunzioni immunitarie e ormonali. Oltretutto, la diffusione nell’aria e nell’acqua di questi inquinanti è ormai globale e spesso irrimediabile, perché alcune di queste sostanze non possono essere eliminate in nessun modo. Nel 2019 i costi di risanamento delle aree più compromesse dai Pfas in 32 Paesi europei furono stimati sino a 170 miliardi di euro. Ma i bisogni della Difesa pare vengano prima di tutto.

Sempre su firmare

 

Firmiamo per fermarli
DI MARCO TRAVAGLIO
Una delle domande che più spesso ci rivolgono i lettori è questa: “Che posso fare io per cambiare le cose?”. Ecco un’iniziativa a costo zero e col minimo sforzo, un paio di minuti per un clic tra una festa e l’altra: firmare perché anche il popolo del No alla schiforma della magistratura possa chiedere il referendum e possibilmente vincerlo. Il referendum si farà comunque, perché nella sua bulimia il centrodestra l’ha già chiesto in una delle tre modalità previste dalla Costituzione per le riforme costituzionali senza maggioranza parlamentare dei due terzi: la raccolta firme di un quinto dei parlamentari. Le altre due sono la richiesta da parte di cinque Consigli regionali e quella di iniziativa popolare firmata da almeno 500 mila cittadini. Ma l’una non esclude l’altra. Perché dunque dobbiamo firmare? Anzitutto perché il governo non possa più dire, dopo aver imposto (in luogo del Parlamento) la riforma costituzionale, che il referendum si farà solo grazie al centrodestra. Ma le ragioni principali sono altre due, una pratica e una mediatica.
La prima è che il governo – visti i sondaggi che danno i No in rimonta, sempre più vicini al Sì – non ha ancora rinunciato al colpo di mano per anticipare la data del referendum all’inizio di gennaio, sperando di anticipare il sorpasso: con un’alluvione di No di qui alla scadenza del 31 gennaio, mancherebbero i tempi tecnici previsti dalla Costituzione e dalla legge per fissare la data del voto prima di fine marzo-metà aprile. La seconda è che sui media governativi, cioè quasi tutte le tv e i giornali, si ascolta soprattutto la voce del Sì, con livelli di propaganda e di menzogna imbarazzanti, secondi solo a quelli sulla guerra e sul riarmo (dal caso Tortora a Garlasco ai bambini nel bosco: tutti fatti che semmai dimostrano l’inutilità e l’assurdità di separare le carriere e i Csm). Per ribaltare il clima e la percezione della schiforma nell’opinione pubblica, è importante che almeno mezzo milione di persone, ma possibilmente molte di più, firmino per il No. E lo facciano presto, senza attendere gli ultimi giorni di fine gennaio. Un effetto-valanga costringerebbe i media a parlare delle ragioni del No e innescherebbe un circolo virtuoso di “passaparola”: facendo sentire protagonisti milioni di italiani, raggiungendo molti indecisi, indifferenti, astenuti cronici, e illustrando a chiunque voglia informarsi danni che la cosiddetta riforma causerebbe non ai magistrati (che non ci rimetterebbero nulla), ma a tutti noi cittadini senza santi in paradiso. Per firmare non serve neppure uscire di casa: si può farlo online, con lo Spid o con la carta d’identità elettronica Cie, sulla piattaforma pubblica al link https://firmereferendum.giustizia.it/.../dettagli.../5400034. Firmiamo per fermarli.

L'Amaca

 

Viva le rocce di piazza Maggiore
di Michele Serra
Ho visto le rocce in piazza Maggiore, a Bologna, le ho trovate incongrue, inattese, ingombranti: dunque, bellissime. Il loro scopo era impicciare, spaesare, dare la sensazione, dentro la geometria impeccabile della piazza, della potenza caotica della natura. Ci riuscivano ottimamente. Il nome dell’opera era “dismisura” e diceva tutto.
L’installazione è durata sette giorni: ovviamente un tempo breve, non essendo pensabile che lo snaturamento (o forse: la “rinaturalizzazione”) di una piazza cinquecentesca potesse durare più del tempo necessario per accorgersene e passarci in mezzo. Sfugge, dunque, la ragione dell’acredine e dell’indignazione di molti commenti social.
Il disturbo permanente di molti mostruosi edifici di molte brutte città non sembra suscitare uguale scandalo: alla bruttezza ci si abitua, evidentemente. Non offende, semmai avvelena lentamente. Le novità invece disturbano, costringono a spostarsi dai soliti quattro passi quotidiani.
Dovessi augurarmi qualcosa di buono, per il nuovo anno imminente, è che cessi questo borbottio iroso e preventivo di tutti contro tutti. Che sembra la conferma del vecchio detto (conservatore) «come fai, sbagli».
La maggiore parte dei “nemici dei massi”, nei commenti social, sosteneva che a Natale si deve fare il presepe, mica mettere massi per la strada. Ma a parte che di presepi Bologna già pullula, che accidenti c’entra? Che osservazione è?
Ma fermarsi, guardare, considerare che in quella enorme presenza c’era l’intelligenza di qualcuno, il lavoro di qualcuno, la visione di qualcuno? E esitare quei dieci-venti secondi, prima di postare «cos’è questa schifezza?».

Firma anche tu!



Firma per fermarli! Cinque minuti con lo Spid! E se hai dubbi cerca una foto di Nordio, di Donzelli e di Mantovano. Ti passeranno! 
Clicca sul link e con lo Spid in 5 minuti firmi la richiesta di referendum che sta spiazzando soloni di nero vestiti.



Io l'ho fatto!