L’augurio per il 2026 è che possiamo gustare appieno delle gioie che incontreremo ed affrontare le difficoltà con l’aplomb simile a quello di questo signore. Auguri a tutti!
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
L’augurio per il 2026 è che possiamo gustare appieno delle gioie che incontreremo ed affrontare le difficoltà con l’aplomb simile a quello di questo signore. Auguri a tutti!

Cerchiamo nelle profondità del sociale le ragioni delle destre che sbancano, delle sinistre che arrancano, delle bugie che dilagano, degli elettori che arretrano, dei prepotenti che avanzano.
E se la risposta non stesse laggiù, ma proprio qui, nella tasca laterale della giacca, in questa cosa che all’apparenza dorme e invece se interrogata da 80 a 150 volte al giorno (come dicono i dati) si accende di luce propria, si spalanca come un abbraccio e ci risponde? Addestrandoci al boccone immediato ogni volta che abbiamo fame. Al sorso di informazioni ogni volta che abbiamo sete. Una goccia di dopamina alla volta. Compresa l’illusione di sapere il necessario, cioè quello che ci serve qui e ora.
Se vale nella vita quotidiana, perché non dovrebbe valere altrettanto in quella pubblica, governata dalla politica? Anche lei deve fornirci risposte con la stessa prontezza che garantiscono Google, l’IA, le folate insonni dei social. La prontezza è un diritto, la lentezza un residuo. I tempi morti producono insoddisfazione e ansia. Diventano intollerabili. Come lo sono sempre di più la complessità, il dubbio, l’esitazione. Tutti arnesi che volentieri maneggia la sinistra quando argomenta, sottilizza, distingue, specialmente se parla al suo interno, per dividersi in cento specchi. E finendo per essere così autoreferenziale da dimenticarsi di trovare connessioni emotive e narrative con chi dovrebbe ascoltarla.
Meglio una notifica di una predica. Una promessa rassicurante, invece di una ipotesi: bloccheremo il Mediterraneo con le navi, che ci vuole? Le strade saranno sicure, più leggi, più polizia. Taglieremo le tasse e l’economia crescerà. Aboliremo la Fornero, andremo tutti prima in pensione. Con noi ogni famiglia sarà felice.
Idiozie? Mica tanto se è la velocità a garantirle. Se non hai limiti nel dire, nel disdire, nel ripetere. Se sei rapido a indicare una direzione, una soluzione, a riconoscere l’onda emotiva. Per assecondarla seguendo le convenienze. E a cavalcarla come ha imparato a fare la destra. Ieri con Berlusconi, oggi con Giorgia Meloni, dentro a un comune riverbero politico che connette l’Ungheria di Orbán all’America di Trump, la Francia di
Marine Le Pen alla Spagna di Abascal e alla Germania di Afd. Tutti maneggiando messaggi brevi, emotivi, identitari, risolutivi. Tanto da diventare non solo ideologia dilagante, ma anche soluzioni operative. Proprio come offre la Rete che ci portiamo in tasca.
Analisi sociali complesse come il celebre Alone together di Sherry Turkle (2011) aggiornato e tradotto in “Insieme ma soli” (2020) ci spiega che la semplicità del meccanismo – chiedo e ottengo in un clic – ha moltiplicato con la sua velocità la potenza dello smartphone, che ormai “plasma il nostro modo di pensare, desiderare, pretendere”. In meno di vent’anni è diventato la principale interfaccia tra l’individuo e il mondo.
Dal suo schermo tascabile passano le notizie, le cose desiderabili e quelle detestabili, le proteste e le campagne, le delusioni, l’indignazione, la rabbia e il suo risarcimento emotivo. Tutto on demand. Tutto immediato. Tutto certificato da una risposta che non chiede verifiche, le garantisce in velocità. Perché nel frattempo “l’attesa è diventata una condizione intollerabile”. Una insofferenza che in pochi anni si è trasferita nella sfera politica. Dove vince la semplificazione sulla complessità, il flusso di molti messaggi sulla coerenza dei messaggi tra loro, l’ammirazione per la linea corta del comando, rispetto a quella lunga della concertazione.
È il nuovo “paradigma della immediatezza digitale” che offre visibilità, prossimità, reattività. E chi è più bravo a garantirle – meglio ancora a soddisfarle – sbaraglia la concorrenza. Magari non per sempre. Ma qui e ora sì, chi se ne frega della coerenza.
Giorgia Meloni ha promesso il taglio delle accise sulla benzina e le ha aumentate. L’alleggerimento delle tasse e le ha appesantite. Il blocco dell’immigrazione e i numeri la smentiscono. La lotta alle élite che invece sono diventate alleate. Peggio di lei solo Salvini che a forza di promettere la costruzione del Ponte e la distruzione della Fornero, ha mandato in malora i treni e incidentalmente i conti della Lega.
Ma lo scroll continuo delle notizie a cui ci ha abitualo lo smartphone, fa in modo che la responsabilità e la titolarità di una promessa, duri quanto un trend. Oggi vale. Domani forse. E comunque si troverà un nemico a cui addossare la colpa dell’inciampo: i giudici, i mercati, la sinistra, l’Europa. È sempre sufficiente “reimpostare la narrazione” con l’uso strategico della saturazione mediatica, come fanno Putin, Netanyahu e Trump usando i missili, Xi Jinping con la sorveglianza totalitaria, Orbán predicando ai suoi 500 organi di disinformazione nazionale. Nel suo piccolo, la Meloni si arrangia mimandosi underdog in villa, un ossimoro che produce più ammirazione che disappunto, mentre Salvini campa palleggiando con il presepe, il rosario, i migranti.
Se il flusso è continuo, non c’è tempo per ricordare, verificare, indignarsi. Tanto più che l’appartenenza si fonda sulla identità simbolica. È la fede emotiva che dà sostanza ai populismi, dove la razionalità conta meno di niente, come s’è visto in quella maestosa messa in scena funebre per la morte di Charlie Kirk, un odiatore universale, celebrato come un santo. O alla festa di Atreju, passata dalle pozzanghere pagane del Campo Hobbit agli scintillanti applausi in stile Meeting di Comunione e liberazione. Con l’intermezzo musicale di nani, ballerine e portieri.
Controllando gran parte dei media e interamente l’agenda politica – con poca e marginale opposizione a sinistra – la comunicazione della destra di governo è diventata una performance di presenza, non una contabilità dei risultati. La benemerita ricerca delle incongruenze entra anche lei flusso, per essere spazzata via dal flusso. La politica dell’immediatezza funziona, Meloni non flette nei sondaggi. La sua comunicazione è personalizzata, familiare, non spiega, sorride, narra e connette. È un dispositivo di potere. È la nuova egemonia culturale che la destra ha già conquistato. Annettendosi non Dante o il Futurismo, ma il controllo dei media pubblici e gran parte di quelli privati. Colonizzando le autorità amministrative e le catene decisionali. Disarticolando i poteri di controllo, la Corte dei Conti ieri, appena possibile l’autonomia della magistratura e quella del Quirinale. Sempre più a destra, verso una deriva autoritaria, una società ingiusta. Che in assenza di contromisure, controproposte, controstrategie, governerà con un clic.
Resta il mistero di come un programma così profondamente culturale possa generare situazioni così imbarazzanti…
Tra le ansiolitiche cacciatrici di fama come non ricordare Anna Falchi che proprio in questi giorni ha pubblicato un post un zinzinino egoriferito? Ricordare BB celebrandosi per la somiglianza provoca esclamazioni tipo “mo’ me lo segno!”
Quando mancò Alain Delon ad esempio, tacqui e non dissi nulla in merito alla somiglianza. Questione di stile…

La Francia oggi è in lutto profondo, non solo perché la Bardot era l’ultima icona di un cinema che non c’è più, di una fabbrica dei sogni in cui la Diva è più memorabile dell’attrice e la sua presenza più carismatica del regista, ma perché fu il simbolo del profondo cambiamento di una società pronta ad avviare un gigantesco processo di modernizzazione. Brigitte Bardot incarnò questa rivoluzione alla fine degli anni Cinquanta e negli anni Sessanta con la bellezza insolente del suo corpo “selvaggio, animale, libero, che esplode sullo schermo”, come scrisse il critico Jean Douchet, capace di scuotere e sconvolgere “i costumi sociali in Francia e nel mondo”. Ma non solo corpo. In lei tracimava una personalità ribelle e anticonformista, che si manifestò clamorosamente settant’anni fa, quando apparve in tutta la sua incontenibile esuberanza erotica nel film di Vadim “Et Dieu… créa la femme” (1956) girato a Saint-Tropez. Brigitte interpretava Juliette, ninfetta di Saint-Tropez disputata da due fratelli. Da noi, l’occhiuta censura democristiana si coprì di ridicolo, ritardandone l’uscita di due anni, cambiando il rapporto di parentela da fratelli a cugini e il titolo nel più pudico “Piace a troppi”. Come film, era mediocre. Ma le disinvolte avventure di Juliette avevano saputo “esprimere l’aria del tempo, i cambiamenti del costume in atto: emancipazione della donna, liberazione sessuale, rivolta giovanile contro le ipocrisie” (Morando Morandini).
Figlia dell’alta borghesia parigina, Brigitte ne detestava i canoni, inculcati nel collegio Hattemer, uno dei più chic della capitale francese. Frequentò scuole di danza e portamento, la bellezza precoce fa capolino sulla copertina di Elle: ha appena 14 anni, diventa mannequin, due anni dopo viene adocchiata da Marc Allegret, regista specializzato nella scoperta di giovani sconosciuti, solo che è l’amico Vadim, figlio di emigrati russi, a insistere per contattarla. I due si innamorano, lui le insegna i rudimenti dell’arte drammatica, lei ne approfitta per emanciparsi dalla famiglia: “Sono stata educata in modo molto borghese, molto severo. Ho frequentato una scuola cattolica. Ero sorvegliata da una governante. Sono stata controllata sino all’età di 15 anni. Non uscivo per strada mai da sola. Ho voluto reagire. Liberarmi. Cancellare questa macchia borghese che si stava diffondendo dentro di me”. A 18 anni Brigitte sposa Roger. A 22 gira “Et Dieu…”.
Con quel film era nata una stella. Ma l’eccesso di fama cominciò a pesarle, a stressarla. Non tollera essere diventata un sulfureo oggetto del desiderio. Si sente “prigioniera di me stessa, lo sono sempre stata. È il prezzo che ho dovuto pagare”. Si ritira dopo 56 film, molti dei quali dimenticabili, ed 80 canzoni. Una, gliel’aveva composta Serge Gainsbourg, in piena trance amorosa: “Je t’aime moi non plus” (1967). La loro travolgente relazione durò poco. Lui dedicò la canzone a Jane Birkin. Soltanto nel 2014 Brigitte lo perdonò, nell’ autobiografia “Initials B.B.”, che poi era il titolo di un’altra canzone di Serge, “fu la più bella dichiarazione d’amore che un uomo mi abbia mai fatto”. Mise la notorietà al servizio degli animali, un impegno a quei tempi non semplice. La sua franchezza divenne sempre più aguzza, la solitudine, invecchiando, una scelta. Ebbe un solo figlio, Nicolas-Jacques, da Jacques Charrier, “non sopportavo la gravidanza, la maternità” (Mémoires, 1996). Per lei era come fosse un “tumore”. Lasciò l’incombenza di allevare il figlio al padre.
Le pesava poi d’essere trattata come un monumento nazionale, del resto aveva prestato i suoi lineamenti per il volto per la Marianne, simbolo della Repubblica francese. Era stata Venere e venerata monarca che regnava sulla Francia, adorata dagli uomini, detestata dalle donne per la sua straripante bellezza. Era nel mirino dei bigotti perché immorale dalla testa ai piedi, “sia per quello che mostra che per quello che esprime”. Ieri soffiava forte il mistral, vento che spazza la Provenza e si è portato via Brigitte dalla Mandrague. Ma non dalla nostra memoria.
Balle coi lupi
DI MARCO TRAVAGLIO
Non è ben chiaro che ci vada a fare Zelensky da Trump per la terza volta in un anno. Né perché continui a implorare una tregua da Putin. Ma non li legge i giornaloni italiani? Non lo sa che l’Ucraina sta vincendo e presto la Russia alzerà bandiera bianca, batterà in ritirata e gli pagherà pure i danni, così lui potrà restituire all’Ue anche il prossimo prestituccio di 90 miliardi sull’unghia? Se non si fida di noi putiniani, dia retta almeno a Fubini, che è un amico vero: ieri raccontava sul Corriere che, non contenti di avere finito “i mezzi corazzati”, “fare gli assalti coi motorini e i muli” e reclutare “homeless alcolizzati in Jacuzia”, l’esercito russo è così mal ridotto che arruola “tossicodipendenti, soggetti affetti da Hiv, epatite o sifilide, uomini in declino incapaci di camminare con uno zaino”, il che spiega perché “si è impantanato nel Donbass”. In pratica i soldati di Putin hanno più malattie di lui. E – secondo fonti ucraine, quindi vere – “i soldati disperati di Putin sono così a corto di cibo da ricorrere al cannibalismo e mangiarsi fra loro”: fatto già noto in Italia da luglio, grazie a uno scoop di Iacoboni sulla Stampa. Per non parlare dei “missili ipersonici russi abbattuti da una canzone: così l’Ucraina inganna i Kinzhal di Putin” (Messaggero). Potete immaginare quanto rosichi il tiranno.
Vi basti questo fatto, svelato da Rep alla vigilia di Natale: “La guerra di Putin uccide in Finlandia: i lupi sconfinano e fanno strage di renne. I cacciatori si sono dovuti arruolare e così questi predatori si riproducono indisturbati e cercano cibo al di là della frontiera”. L’ultima frontiera della guerra ibrida è la cyber-zoologia. Prima Mosca sparge droni in mezza Europa, poi ci manda i lupi, con tanto di cittadinanza e passaporto russi perché nessuno li confonda con quelli finlandesi (il lupo putiniano è nazionalista e mai mangerebbe renne russe). E solo per il gusto di rovinare le consegne di Babbo Natale ai bimbi finlandesi: così imparano a entrare nella Nato. A meno che – dopo aver mobilitato i muli, poi “Hvaldimir, la balena beluga sospettata di essere una spia russa” (Rep) e i “piccioni-cyborg da usare come droni” (Corriere) – Putin non abbia deciso di iniziare l’invasione dell’Europa proprio con i lupi. Pare che i Servizi ucraini, tra un cannibale, un ubriaco e un sieropositivo, abbiano captato il suo ukase ai segugi: “Entrate in Finlandia e proseguite per Lisbona, io poi vi raggiungo”. Che aspetta la Nato a dichiarare le renne finlandesi obiettivi strategici come il Ponte sullo Stretto, a far scattare l’Articolo 5, ad alzare i caccia dalla Polonia e ad abbattere i lupi cattivi? Spetterà poi al Ris di Parma esaminarne le carcasse e accertare che erano proprio russi: basta una foto alla targa di Mosca sotto la coda.
Negli anni 60 fu come Simonetta Vespucci per il Botticelli, impersonificando la Bellezza universale. Musa tra le muse il suo volto naturale era faro e simbolo della rarità narrata da scrittori e poeti. Il suo essere ribelle confermò che il non conformarsi alla mentalità corrente risiede nel paniere di ciò che comunemente definiamo Bello. Riposa in pace BB!
“Chi sceglie la pace è deriso, ma il cristiano non ha nemici.”
Con queste parole Papa Leone, tra l’indifferenza generale, spiega alla perfezione l’ostracismo mediatico verso chi desidera la pace disarmata. Oltre ai tronfi soloni armaioli, Leonardo in primis, quello che amareggia è l’atteggiamento dei credenti nella manipolazione del pensiero evangelico, ad uso e consumo per i propri affari, beoti per cui il Vangelo può essere interpretato. Sepolcri imbiancati. Fetecchie.