venerdì 15 maggio 2026

L'Amaca

 


Uno più grosso di lui

DI MICHELE SERRA

Per capire meglio che cosa è accaduto nel bilaterale Usa-Cina valgono le analisi degli esperti di relazioni internazionali, degli economisti, dei conoscitori di cose militari e strategiche. Ma un riassunto può farlo anche l'uomo della strada, con ottime probabilità di avere colto il nocciolo: Trump ha incontrato uno più grosso di lui (in questo momento, l'unico più grosso di lui) e ha abbassato la cresta, come avviene tra gli animali quando ingaggiano tra loro. C'è anche una etologia della politica.

Con la Cina non è nelle condizioni di fare il bullo; non può intimidirla, non può umiliarla, e tanto meno comperarla. Può darsi — addirittura — che Trump ne intuisca, per puro istinto e non certo per cultura (non avendone) di avere di fronte una civiltà millenaria, che non ha alcun bisogno di sbandierare protezioni divine e furori religiosi come pretesto della propria esistenza. Per esistere, alla Cina, bastano i cinesi e l'interminabile catena delle generazioni precedenti.

A noi europei dispersi, vecchi, eppure malgrado noi stessi pur sempre contemporanei, un poco rassicura sapere che c'è qualcuno più grosso e anche più composto dell'America uscita di senno; e un poco preoccupa sapere che questo qualcuno è una potenza totalitaria, almeno secondo l'idea che ci siamo fatti dei diritti e della libertà di espressione. Va da sé che è colpa nostra non essere grossi altrettanto (anche se economicamente e culturalmente potremmo esserlo). Fossimo uniti, fossimo Unione Europea per davvero, saremmo il terzo polo, e sulla carta un punto di equilibrio. Chissà mai. La storia a volte accelera.

Idiozia calendarizzata

 


Butti sporchi e cattivi

DI MAURIZIO CROSETTI

Deficiente. Per l'ineccepibile presidente della Federtennis, Angelo Binaghi, uno che il vocabolario lo conosce, lo è chi ha fatto i calendari della serie A «con i piedi»: si sta parlando della squadra diretta da Andrea Butti, responsabile appunto della scrittura dei calendari: complimenti. Lui e il suo gruppo non si sono accorti, con un anno di anticipo, che il 17 maggio 2026 si sarebbe disputata la finale degli Internazionali d'Italia di tennis. Ma anche chi ha montato tre giorni di caos (il calcio gioca domenica alle 12.30, no, lunedì alle 20.45, no, domenica alle 12) mica scherza in quanto a deficere, mancare, quantomeno di logica, buonsenso e rispetto.

Tanto rumore per nulla, per un insignificante spostamento di mezz'ora. E la sicurezza? E Mattarella, in tribuna per vedere Sinner? Sarà avvolto dai fumogeni degli ultrà del pallone, com'è capitato al povero Darderi l'altra notte contro Jodar? E la prefettura che prima impone il lunedì sera e poi fa retromarcia? Dice: ha trattato con la Lega Calcio. Ma un prefetto non tratta, decide. Mica discute con quelli che fanno i calendari con i piedi.

Come sempre, il pubblico degli stadi viene preso in giro, offeso, ignorato. Stavolta lo hanno costretto a modificare i piani tre volte in tre giorni: ci sarà chi poteva andare alla partita la domenica ma non il lunedì, o viceversa, e magari si è venduto il biglietto giusto pensando fosse quello sbagliato. Tutto coerente con un calcio in avanzato stato di decomposizione. L'ultima, orrenda finale di Coppa Italia tra Inter e Lazio, decisa da due comiche di gol, è stata la meno vista in tv degli ultimi dieci anni. La famosa tv padrona di ogni destino. Eppure, quelli del calcio avevano la pretesa di sfrattare quelli del tennis, non sapendo più in che mondo vivono: un mondo dove ormai Sinner interessa agli italiani molto più di questi scampoli di calcio, li diverte, li appassiona. La pallina gialla, non il pallone di stracci.

E così abbiamo scoperto, a una sessantina di ore dal fischio d'inizio, in che giorni e a che ora si giocheranno gare decisive per la Champions che muove decine e decine di milioni. Deficiente (dal latino deficiens -entis, participio presente di deficĕre «mancare») è il nuovo eroe del nostro calcio, la sua perfetta rappresentazione, lo specchio di un intero sistema.

Democrazia solitaria

 

Senza i paesi autoritari chi rimane in biennale? 


di Daniela Ranieri 

Leggiamo sul Corriere che la cosiddetta Alta rappresentante dell’Ue Kaja Kallas non ha gradito la decisione della Biennale di Venezia di consentire alla Russia di partecipare coi propri artisti. “I nostri avversari, gli aggressori, non dormono”, ha detto, giacché ormai è passata la fola che i russi abbiano aggredito “noi”, non solo l’Ucraina. “Vogliono aumentare la loro influenza in Europa. Abbiamo visto la Biennale, dove i russi erano lì, come se nulla fosse successo”. Mica tanto: stava per crollare il governo, contro la decisione di Buttafuoco, presidente della Fondazione, di aprire il padiglione russo anche solo per poche ore.

Si dirà (è l’obiezione preferita dei nostri saputelli liberali): l’arte russa non è autonoma, perché gli artisti li ha scelti il governo di Putin. Può essere. Allora istituiamo la regola che si fa un controllo preventivo sulle idee politiche degli artisti, ammesso che ciò sia costituzionale (art. 3), accogliendo solo chi non ha opinioni coincidenti con quelli dei rispettivi governi autocratici o illiberali. Quanti Paesi, tra i 100 che espongono a Venezia, non sono democratici? Quanti artisti sono di scelta governativa? Un rapido controllo. L’Arabia Saudita, a cui Amnesty International assegna il primato mondiale per esecuzioni capitali, torture, arresti, processi sommari, espone l’opera Mai si asciughino le lacrime che piangi sulle pietre, un’installazione, leggiamo, che “si ispira ai motivi dei mosaici arabi legati a siti culturali millenari, oggi minacciati da conflitti”. Chissà se ci sono anche mosaici yemeniti: infatti bin Salman, principe del nuovo Rinascimento, ama bombardare i bambini yemeniti anche con armi nostre (secondo l’Onu, 10mila morti civili). Il Commissario è la Visual Arts Commission, dipendente dal ministro della Cultura saudita, cioè dal governo, quello che ha foraggiato il senatore Renzi per la sua opera di ripulitura della reputazione del regime.

C’è la Repubblica dell’Azerbaigian, formalmente una democrazia presidenziale, in realtà un regime autoritario e una dittatura ereditaria in mano al presidente Aliyev e alla sua famiglia dal 1993, con limitate libertà politiche e civili. L’Azerbaigian fa parte delle ex repubbliche sovietiche: all’indomani dell’indipendenza (1991), la regione del Nagorno Karabakh, a maggioranza etnica armena, si è dichiarata indipendente, da cui la prima guerra del Nagorno Karabakh (’92-’94), con violenze e pulizia etnica.

Altro paradiso di democrazia alla Biennale è la Repubblica democratica del Congo, dove è in corso da decenni la guerra civile. Human Rights Watch ha denunciato la repressione brutale seguita alle elezioni del 2006, nella quale sono stati uccisi almeno 500 dissidenti, e oltre mille arrestati e torturati. Save the Children ha denunciato il reclutamento dei bambini-soldato, addetti al trasporto delle armi e oggetto di violenze sessuali. C’è l’Egitto, l’eden dei diritti umani guidato dal generale al-Sisi, che – dopo il golpe con cui ha destituito Morsi – ha instaurato un regime repressivo basato sul controllo dell’esercito sulla vita politica del Paese. Una curiosità: quando al Cairo (vedi il Fatto del 6 novembre scorso) è stato inaugurato il Grand Egyptian Museum, definito la “Quarta piramide d’Egitto”, alla cerimonia c’era un parterre de rois di 79 delegazioni. La photo opportunity ritrae in quarta fila, accanto a un signore in kefiah, il nostro Matteo Renzi. Doveva essere presente anche la Meloni, ma all’ultimo minuto ha mandato il ministro della Cultura Giuli. Un caso in cui non abbiamo ospitato, ma addirittura siamo andati noi a porgere omaggio a un despota (forse per il trattamento di favore che ci ha riservato nel caso Regeni).

Naturalmente c’è Israele. E perché non dovrebbe: abbiamo sostenuto le politiche genocidarie di Netanyahu, gli abbiamo mandato armi, ci siamo opposti alle sanzioni, abbiamo ignorato la Cpi che ha spiccato un mandato di cattura nei confronti degli infanticidi messianici, etc. Per caso Israele ha inviato artisti dissidenti a Venezia? All’Eurovision Israele manderebbe una canzone pro-Pal? (Improbabile: il New York Times ha appena scoperto che ha speso 1 milione di dollari per condizionare il voto e far vincere la canzone israeliana). C’è il Qatar, una monarchia assoluta ereditaria governata dalla famiglia Al Thani dal 1825, dove sono vietati i sindacati, la libertà di espressione è limitata e vige la censura, un po’ come si vorrebbe fare da noi. Il Qatar è un nostro super-fornitore di energia, specie dopo le 20 sanzioni comminate alla Russia (cioè a noi stessi). C’è anche l’Oman, una monarchia assoluta, dove non sono ammessi partiti politici, figuriamoci artisti dissidenti. Anche gli Stati Uniti sono in guerra, come sempre peraltro: contro l’Iran. Chiediamo ai loro artisti se sono trumpiani? Insomma: se trattiamo tutti come la Russia (che non ci ha mai invaso), rimane solo la Svizzera.

Rinfrescata nordiana

 

Il ministro Paradosso 


di Marco Travaglio 

Ogni volta che apre bocca Carlo Nordio ci ricorda che è ancora ministro della Giustizia e fornisce nuovi elementi di incredulità a chi si domanda come sia possibile. L’altroieri era partito bene: “Non ho la più pallida idea del delitto di Garlasco e anche se l’avessi non la direi perché non posso pronunciarmi su un procedimento in corso”. Infatti si è subito pronunciato con un bell’assist a chi pretende la revisione della condanna di Stasi: “Se una persona può essere condannata solo al di là di ogni ragionevole dubbio, come puoi condannarla quando è già stata assolta da una Corte d’Assise e da una Corte d’appello? È un paradosso che nasce da una legislazione che andrebbe cambiata”. Quindi, se va cambiata, non c’è nessun paradosso nella condanna di Stasi in base alle regole vigenti. E nessuno può saperlo meglio di Nordio che nel 2001, pm a Venezia, sporse una querela temeraria contro Dario Fo e Francia Rame per un articolo satirico: i due artisti furono assolti in Tribunale e in Corte d’appello, ma lui fece ricorso in Cassazione, non ritenendolo affatto un paradosso, neanche quando gli diede torto pure quella. Del resto il giudizio di legittimità sulla conformità delle sentenze di merito alla legge e alla Costituzione può darlo solo la Cassazione: e su tutte, di condanna e di assoluzione. Perché l’errore giudiziario è la condanna dell’ innocente, ma anche l’assoluzione del colpevole (come si scoprì essere Stasi proprio grazie all’annullamento dell’assoluzione).

Su un punto però Nordio ha ragione: non ha la più pallida idea di ciò di cui parla. Stasi non fu affatto “assolto da una Corte d’assise”, ma da un gup di Vigevano (Vitelli, che ci ha pure scritto un libro) in udienza preliminare, perché aveva scelto il rito abbreviato. E il gup, grazie al maresciallo Marchetto (condannato e poi prescritto per falsa testimonianza) che non l’aveva sequestrata, non poté valutare una delle prove regine: la bici nera da donna della famiglia Stasi vista da due testimoni poggiata al muretto di casa Poggi all’ora del delitto e poi sparita. Così assolse Stasi in base all’art. 530 comma 2 Cpp (la vecchia insufficienza di prove). La bici non entrò neppure nel processo in Corte d’Assise d’appello, che incredibilmente respinse l’istanza dei Poggi di riaprire il dibattimento. Fu grazie all’annullamento in Cassazione (anche per quel buco nei primi due giudizi) che nel secondo appello si svolse finalmente una istruttoria regolare e completa. Anche sulla bici. Infatti Stasi fu condannato a 16 anni (24 meno lo sconto per l’abbreviato) su una serie di “indizi gravi, precisi e concordanti”: bici inclusa. E la Cassazione confermò “oltre ogni ragionevole dubbio”. Qui l’unico paradosso è che Nordio sia ancora ministro della Giustizia.

giovedì 14 maggio 2026

Rieccolo!

 Eccolo qui, a volte ritornano! Dopo aver venduto gran parte dell’eccellenza italiana sul Britannia al cospetto della Regina, divenne Governatore della Banca d’Italia e successivamente Presidente della Banca Europea, divenendo il massimo esponente di lor signori. Ora, tirato per la giacchetta da Leonardo e compagnia bella, torna alla ribalta per agghiacciarci contro ipotetici nemici che sono pronti, a suo dire, ad invaderci. 

Ma questo ritorno ha un duplice scopo: se, come sembra, questo governo di nero vestito attraverserà la linea che ci porterà ad un passo dal baratro, come accadde durante l’Era del Puttanesimo, questo signore tornerà a vestirsi da salvatore della patria con l’optional della mefitica frase “È l’ora dei sacrifici per tutti!” L’altra opzione è quella di una vista: vista Quirinale!



L'Amaca

 


Non un piacere ma un dovere

DI MICHELE SERRA

La cospicua sovvenzione della Fondazione Bezos alle politiche sociali della città di New York, che il nuovo sindaco di sinistra Mamdani intende incrementare in misura mai vista, è una buonissima notizia: perché a caval donato non si guarda in bocca. Ma non cambia di una virgola la questione fiscale, ovvero il progressivo scemare del prelievo sociale sui grandi patrimoni.

La differenza tra beneficenza e tasse è evidente anche a un bambino. Nel primo caso il ricco, per sua benevolenza, decide in proprio di elargire parte della sua fortuna. Traendone, in genere, giusta riconoscenza pubblica e gratificazione personale: essere benefattore è un piacere. Nel secondo caso l'esborso è invece un dovere. È legge. È l'automatica ricaduta che la fortuna personale ha sulla società. Non è il grazioso dono del potente alle moltitudini. È il segno che le moltitudini hanno saputo imprimere, in secoli di lotte, alla storia umana, obbligando i potenti a fare i conti con loro.

Questo significa, in soldoni, che Bezos avrebbe potuto tranquillamente non devolvere un centesimo alla comunità di New York. Nessuno lo obbligava a farlo. Ben diverso sarebbe se quel passaggio di denaro non fosse un'elargizione, ma un vincolo sociale regolato da leggi (le tasse!). Ci fosse anche solo uno dei miei lettori che non conosce il movimento "Tax the rich!", fondato da una erede Disney, sono felice di informarlo. Un gruppo (ristretto) di miliardari americani si dichiara ostile alla beneficenza, e favorevole a un aumento sostanzioso del prelievo fiscale sui propri enormi patrimoni. Li preferisco, largamente, a Bezos.

Viaggio in Cina