giovedì 23 aprile 2026

Balordo!

 



Ari sbellichiamoci!

 



L'unica è sbellicarsi!

 



Natangelo

 



L'Amaca



Un'attenzione immeritata

DI MICHELE SERRA

Un propagandista di regime è quasi sempre un cretino, proprio in senso tecnico. Una persona predisposta a ignorare la realtà delle cose (che per essere còlta richiede un minimo di intelligenza), esaltare la sua parte politica e insultare il nemico. Tale dev'essere questo Solovyev, un ufficialetto bellicoso delle truppe mediatiche di Putin: e davvero dispiace lo scompiglio che i suoi insulti a Meloni hanno provocato. È uno scompiglio sproporzionato all'accaduto.

So che è un'utopia, ma ci vorrebbe una specie di apparecchio riduttore (un algoritmo virtuoso) che, in automatico, declassi le parole dei fanatici. Le classifichi e le segnali come poco importanti, una specie di rumore di fondo, di schiamazzo irrilevante. Il pensiero totalitario (tale è il putinismo, in stereofonia transoceanica con il trumpismo), a parte i danni sociali e politici a scapito dei rispettivi popoli, ha come suo obiettivo anche l'avvelenamento del dibattito mondiale. Desidera abbassare il livello, ridurre le parole a proiettili o a randelli, insomma adattare le parole alla guerra. Un linguaggio violento e sommario è il sottofondo ideale per l'instaurazione di una cultura di guerra permanente.

In un mondo migliore di quello in cui viviamo, un Solovyev verrebbe liquidato come un patetico provocatore e ricollocato nella sua nicchia molesta, che è quella dei militanti esaltati. Scomodare i rapporti diplomatici tra Italia e Russia è, per quelli come Solovyev, una medaglia immeritata. Ora è autorizzato a credere che le sue parole siano gravi e pesanti. Che contino qualcosa. E un cretino di regime si sentirà un protagonista dei tempi. 

Lezione sulla disperanza

 

La “Disperanza”: unico antidoto nei tempi bui di guerre e tiranni 


di Tomaso Montanari 

Con quale attrezzatura culturale, ma anche esistenziale e perfino sentimentale, possiamo abitare questa età in cui siamo governati da mostri, abbandonati a un male che pare non avere limiti, esposti al crollo di ogni illusione democratica e civile? Impossibile cercare risposte nella politica, fiorentissima industria della disperazione. Pericoloso cercarle in una religiosità esteriore che alimenti una speranza intesa come disimpegno concreto. Nel mezzo, rimane la cultura, rimangono le voci delle donne e degli uomini che hanno tessuto la letteratura degli ultimi secoli. Voci che sussurrano una parola, desueta e felicemente in between: disperanza. È questa l’idea del libro di Franco Marcoaldi, La disperanza (Einaudi), seconda e finale valva del magnifico dittico aperto con Cani sciolti (Einaudi 2024).

La “disperanza” (immaginifico termine che deve molto a Giorgio Caproni, e con lui a una serie di padri e madri, più o meno espliciti, che Marcoaldi convoca nelle sue pagine) è il tentativo di esprimere con una parola sola la contraddizione strutturale della condizione umana che, con la sua solita lucidità, Giacomo Leopardi descriveva così: “La disperazione medesima non sussisterebbe senza la speranza, e l’uomo non dispererebbe se non isperasse”. La disperanza sta lì: in quella “nostalgia of hope” di cui parla Ben, giovane interlocutore di Marcoaldi. È la “rassegnazione attiva” di cui scrive Vito Teti: tutto il contrario di un ripiegamento egoistico e cupo, di un oblomovismo apocalittico, di un eremitismo sdegnoso. Commentando lo scrittore colombiano Álvaro Mutis, uno dei padri del concetto e della parola, Marcoaldi descrive il “figlio della disperanza” come “colui che proprio perché ‘non spera niente’ e ha abbandonato ogni illusione, vive piú pienamente la sua vita. Vive, direbbe María Zambrano, in ‘una penombra toccata d’allegria’”. È una prospettiva non solo credibile, ma anche liberatoria, per un libro che si apre con una, folgorante e insieme raggelante, dichiarazione di un altro giovane – Leo, il fratello di Ben – che vale la pena di citare per intero: “La sai una cosa? Ho vent’anni e non so cosa voglia dire ‘sperare in un mondo migliore’… Mi piace da pazzi viaggiare con gli amici, andare in luoghi lontani e magari conoscere qualche ragazza che mi fa battere il cuore… Adoro la gentilezza, soprattutto di sconosciuti incontrati per caso, che mi salutano per strada e neanche li conosco, mentre mi fanno infuriare le mille ingiustizie di cui è pieno il mondo e contro le quali scendo in piazza con altri ragazzi come me… Ma la speranza in un mondo diverso, quella proprio non so cosa sia”. Il libro è la risposta di Franco a Leo, ed è una risposta fondata innanzitutto sull’ascolto: una risposta che esclude il paternalismo moralista della speranza obbligatoria, e quello immoralista della disperazione altrettanto obbligatoria. Ed è una lezione per tutti noi: i coetanei di Leo che non vanno a votare per le Politiche, perché non hanno alcuna speranza in questa politica, ma vanno a votare al referendum, perché la Costituzione parla la loro lingua, concreta e insieme ideale, meriterebbero di essere ascoltati allo stesso modo. Non usati, cavalcati, manipolati, ma ascoltati nel loro disincantato bisogno di esserci, qui e ora: comprendendo, finalmente, che nulla è perduto, ma nulla è scontato. Che non avere speranza di cambiare il mondo non significa essere così disperati da farsi cambiare dal mondo. Sulla copertina del libro un tondo di Emilio Tadini trasforma il nowhere della disperazione nel now here, “l’‘ora e qui’ simbolo della disperanza. L’intero tragitto del libro, dunque, raccolto in una sola parola: rotta a metà e perciò stesso capovolta nel suo iniziale contenuto semantico”. Qui e ora: perché questo è il tempo che ci è dato da vivere. Con la più bruciante disperanza.

Batracomiomachia

 

I rimpatri fai da te 


di Marco Travaglio 

Se il sistema mediatico non fosse programmato per depistarci dalla realtà, la notizia della settimana non sarebbero gli ignobili insulti sessisti e alcolici di un anchorman russo alla Meloni (non s’era mai visto convocare un ambasciatore per i deliri di un giornalista, per giunta incazzato nero perché gli abbiamo sequestrato due ville in Italia per le sue idee, sennò i nostri diplomatici sarebbero delle trottole). E nemmeno il bonus di 615 euro agli avvocati che convincono i migranti a rimpatriarsi da soli, col solito mercanteggiamento legislativo governo- Quirinale in barba alla Costituzione (se Mattarella non gradisce una norma, aspetta che venga approvata dal Parlamento e poi la rispedisce al mittente, vedi articolo 74).

Le notizie sarebbero altre: il gioco delle tre carte della Meloni sull’accordo commerciale con Israele, sospeso in Italia per fare bella figura con gli elettori inferociti, ma difeso in Ue per tenere il sacco a Netanyahu; e la fine tragicomica del governo che doveva risolvere una volta per tutte la piaga dell’immigrazione irregolare col famoso blocco navale e gli hotspot in Africa, e si è ridotto a traghettare qualche decina di migranti per il weekend in Albania in due centri che sono costati un miliardo prima di riportarli in Italia perché non possono restare lì. Fino alla barzelletta di implorare i migranti di espellersi da soli e di trasformare i loro difensori in avvocati del governo contro gl’interessi dei loro assistiti. Una misura che, anche se fosse costituzionale e si trovasse qualche avvocato disposto a vendere la sua missione, non produrrebbe alcun effetto pratico. Il migrante che ha attraversato il Mediterraneo rischiando la pelle perché a casa sua viveva ancor peggio che qui non cambierebbe Paese, ma avvocato. E i primi a saperlo sono gli sgovernanti: il dl Sicurezza stanzia per i bonus agli avvocati 246mila euro per il 2026, 492mila per il ’27 e la stessa cifra per il ’28: che, divisa per 615 euro, fa 400 casi quest’anno, 800 in ciascuno dei due successivi. Cioè niente: gli irregolari sono oltre mezzo milione e, senza bonus agli avvocati, nel 2025 i rimpatri volontari assistiti sono stati 675 (contro i 16mila della Germania, i 9mila della Svezia, i 3mila del Belgio, i 2mila della Spagna di Sànchez): con la genialata del bonus, nella migliore delle ipotesi, sarebbero 125 in più all’anno. La via maestra sarebbero i rimpatri forzati, ma costano un occhio ed esigono un lavoro diplomatico coi Paesi d’origine che i nostri sgovernanti non sanno fare. Infatti le espulsioni meloniane sono inferiori a quelle dei governi Conte, Gentiloni e Renzi, noti complici dell’“invasione”. Su questi tradimenti andrebbe giudicato il governo, non sugli insulti alla vodka di Solovyev o sulle batracomiomachie con Mattarella.