lunedì 13 aprile 2026

Levatevelo dalle palle!

 

Il conflitto è stato un boomerang per Trump: negli States crolla tutto 


di Roberto Festa 

Sabato sera, mentre i negoziati di pace con l’Iran fallivano in Pakistan, Donald Trump faceva il suo ingresso trionfale al Kaseya Center di Miami per un match di arti marziali. Sangue, sudore, botte virili, il suo elettorato che lo accoglie come un sovrano erano ciò che il presidente mostrava all’America e al mondo nel momento più difficile della sua carriera politica. Non si sa quanto lo show gli sia davvero servito. Le prospettive per lui sono tutt’altro che buone. La guerra in Iran doveva essere l’occasione per risollevare le sue incerte sorti politiche. Si è rivelata la tempesta perfetta che ne segna, forse per sempre, il declino. Il 28 febbraio, il giorno dell’inizio dell’operazione militare in Iran, la media dei sondaggi compilata da Real Clear Politics mostrava che il 43,5% degli americani approvava il lavoro di Trump. Il 12 aprile, la percentuale è scesa al 41,5%. In poco più di un mese di guerra, il consenso per un presidente già molto impopolare si è ulteriormente ridotto. Quello che Trump aveva promesso – un’offensiva rapida, facile, vincente sin dal primo giorno – non si è del resto realizzato. L’Iran si è mostrato un osso molto più duro del previsto. L’illusione di un blitz in stile Venezuela si è presto dissolta. E mentre a Washington continuavano a strombazzare successi e trionfi, la realtà quotidiana per gli americani si faceva sempre più grigia. Inflazione in salita. Prezzo della benzina alle stelle. Il presidente ha reagito come suo solito. Negando le difficoltà. Minacciando di “distruzione totale” il nemico. Attaccando gli alleati europei che non si sono allineati. Il risultato è davanti agli occhi di tutti. Il fallimento, almeno temporaneo, dei negoziati di Islamabad mette Trump di fronte a una serie di alternative pochissimo esaltanti. Un negoziato lungo, faticoso, dagli esiti imprevedibili, con Teheran. Un’operazione militare particolarmente difficile per riaprire lo Stretto di Hormuz. Una ripresa della guerra che rischia di affossare ancora di più il gradimento per il presidente.

A Washington il clima è intanto sempre più agitato. Decine di democratici chiedono la sua uscita di scena anticipata: o attraverso l’impeachment o mediante il 25° emendamento. C’è bisogno di una “valutazione complessiva delle capacità cognitive” di Trump da parte del suo medico, spiega Jamie Raskin, deputato dem del Maryland. Non sono di grande aiuto nemmeno i repubblicani. I moderati del partito tacciono. I “falchi” – gente come l’ex candidata alla presidenza, Nikki Haley o il senatore del Wisconsin Ron Johnson – gli chiedono invece di andare avanti e di “finire il lavoro”. Su tutt’altre posizioni sono le voci più ascoltate del mondo Maga – Tucker Carlson, Megyn Kelly, Alex Jones, Candance Owens – che ormai quotidianamente criticano e insultano e accusano di tradimento il loro antico beniamino. “Sono stufa di questa m… di guerra. Trump può comportarsi come un essere umano normale?” ha detto Kelly, che conduce uno show seguito da oltre quattro milioni di conservatori duri e puri. Tra sondaggi in picchiata e incognite di guerra, il presidente cerca di resistere. Sabato, in viaggio per la Florida, ha spiegato che a lui in fondo non interessa l’esito dei negoziati, perché “vinceremo comunque”. Anzi, “li abbiamo già sconfitti militarmente” ha spiegato, prima di assistere in prima fila, combattente tra i combattenti, al match. Sangue, sudore e botte non sembrano però in grado di cancellare la forza della realtà.

Daje Mattè!

 



domenica 12 aprile 2026

Dixit

 


Cavolerie

 




L'Amaca

 


Le fatiche del liberalismo 


DI MICHELE SERRA

Un eventuale spostamento di Forza Italia su sponde liberali — dopo anni
di cordialissima unione con la destra illiberale — sarebbe di qualche
conforto per la povera democrazia italiana. Non va dimenticato che
questo governo, senza il placet della famiglia Berlusconi, semplicemente
non sarebbe mai esistito. Circostanza che rende un poco meno limpida
l'eventuale svolta liberale ed europeista di un partito che è a tutt'oggi il
pilastro del governo meno liberale ed europeista della storia
repubblicana.

Resterebbe poi da spiegare ai più giovani — e non è semplice — come sia
possibile che un partito politico (almeno sulla carta quanto di più
pubblico esista, a parte gli apparati dello Stato) sia proprietà di una
famiglia. Un pezzo del patrimonio di casa, uno dei tanti asset del mazzo,
anche se sicuramente una voce in passivo. Bisognerebbe spiegare chi fu
Berlusconi, perché poté unire indisturbato il doppio status di oligarca dei
media e di capo del governo, come riuscì a sdoganare politicamente, per
farne suoi scudieri, il neofascismo e il leghismo, per ragioni diverse
entrambi ostili alla Repubblica. Forse per abitudine, è ora il
berlusconismo declinante che fa da scudiero a Meloni e Salvini.

Diciamo che, come segno di una vera svolta storica, i Berlusconi
farebbero un gesto molto apprezzabile lasciando che il partito si
emancipi dalla famiglia. I tanti avvocati dell'entourage saprebbero
sicuramente trovare le forme e i modi per farlo. Un robusto
finanziamento (una tantum, e alla luce del sole) darebbe poi ossigeno e
spinta al nuovo partito, non più "di Berlusconi" e dunque, con piena
legittimità, liberale. L'unico dubbio è se gli attuali apparati di Forza Italia
accetterebbero di campare senza l'ombrello di Cologno Monzese che li
protegge.

Wash!

 

Palazzo Chigi lucida le auto blu: 50mila euro di autolavaggio 


di Giacomo Salvini 

Arriva la bella stagione e le auto blu del governo devono essere tirate a lucido. Anche per evitare che le piogge primaverili possano sporcare carrozzerie e vetri. Per questo la Presidenza del Consiglio ha deciso di spendere quasi 50 mila euro (39.900 euro più Iva) in due anni per un servizio di autolavaggio per pulire e lavare le auto di servizio su cui ogni giorno salgono la presidente del Consiglio, i ministri, sottosegretari e funzionari con annesse scorte. Autovetture che servono per esigenze di sicurezza per trasportare i vertici del governo.

La delibera di 6 pagine, che il Fatto ha letto, risale allo scorso 27 marzo e spiega così le ragioni dell’affidamento diretto alla società di autolavaggio Gestioni riunite srl: secondo la Presidenza del Consiglio c’è “la necessità di garantire, per ragioni di rappresentanza nonché igieniche, la pulizia dei mezzi di servizio”. La questione è semplice: Palazzo Chigi, come si legge nella delibera, “non dispone di un lavaggio interno alla propria struttura”. E quindi si prevede un affidamento a una società esterna per il servizio di lavaggio interno ed esterno alle autovetture.

Così si è deciso di spendere un massimo di 39.900 euro in due anni alla società romana Gestioni riunite srl per lavare e pulire i mezzi della presidenza del Consiglio. Aggiungendo l’Iva si arriva a quasi 50 mila euro. Anche se la determina di Palazzo Chigi stabilisce che il contratto non prevede una spesa minima dell’importo e che quindi saranno finanziati solo i singoli ordini per pulire e lavare le auto blu.

A inizio 2025, la Presidenza del Consiglio aveva anche sostituito il tipo di auto blu in servizio quando si era arrivati a scadenza del contratto. Il noleggio delle Ford americane era iniziato nel 2021 con il governo Draghi e a inizio 2025 diverse auto di servizio sono state sostituite con auto Stellantis, anche con modelli italiani come la Alfa Romeo Tonale che hanno preso il posto di 6 Ford focus ibride.

La Presidenza del Consiglio in questi mesi era stata particolarmente attenta alla gestione delle auto blu. A settembre scorso era stata firmata una direttiva sulla spending review in cui si chiedeva alle pubbliche amministrazioni e ai ministeri tagli draconiani proprio sulle auto di servizio. In particolare, in quell’occasione, Palazzo Chigi imponeva un uso moderato delle vetture istituzionali e rilanciava il “tetto massimo” introdotto nel 2014 dal governo Renzi: cinque autovetture per le amministrazioni che hanno più di 600 dipendenti, quattro macchine con autista per chi ne ha tra i 400 e 600 e così via in maniera progressiva.

Ma alla fine i fondi sulle auto di servizio della Presidenza del Consiglio aumentano moderatamente quest’anno. I fondi per la pulizia e il lavaggio vengono presi nella voce del bilancio della Presidenza del Consiglio 2026-2028 sui “Consumi e manutenzione straordinaria delle autovetture per il servizio di tutela e per assicurare le finalità istituzionali” che risulta uno di quelli che non hanno subito tagli nell’anno in corso rispetto a molti dipartimenti di Palazzo Chigi che hanno dovuto rispettare il criterio della diminuzione del 5% come per gli altri ministeri.

Come aveva raccontato il Fatto lo scorso 22 dicembre, nel 2026 sono aumentate proprio le spese relative alla manutenzione delle auto blu in dote alla Presidenza del Consiglio: se i fondi per il noleggio restano invariati per un costo totale di 100 mila euro per tutti i dodici mesi dell’anno, quest’anno sono aumentati di 40 mila euro i costi relativi al carburante, pedaggi e manutenzione delle auto arrivando a 175 mila euro l’anno.

Sempre per nobile causa!