Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
mercoledì 10 giugno 2026
L'Amaca
La guerra è vecchia
di Michele Serra
C'è quell'immagine che gira ovunque, il missile iraniano ficcato nel terreno desertico vicino a Gerico. Un missile proprio a forma di missile, come lo disegnerebbe un bambino, come quello che Méliès immaginò infisso nell'occhio della Luna nel 1902, centoventiquattro anni fa. Qualcuno lo osserva e lo fotografa, è alto come un paio di uomini. Avrebbe potuto uccidere persone o distruggere una casa, per questo era stato lanciato, ma ora appare per quello che è: un patetico rottame, esposto al dileggio delle sue mancate vittime.
È appena caduto ma sembra un relitto che è lì da sempre, come certe barche spiaggiate. Ferraglia arrugginita, un chiodo infisso a caso da una mano incapace, uno spreco maldestro. Non ha nemmeno la solennità inquietante di un totem rovesciato, è solo un colpo fallito, uno degli infiniti sperperi della guerra. Della quale ci atterrisce la potenza tecnologica, la forza nuova e micidiale che attribuiamo ai suoi arsenali. Ma la guerra è anche (se non soprattutto) questa ferraglia sparpagliata, questa cilecca demente che spara centinaia, migliaia di proiettili qualche volta a segno, molte volte nel nulla.
Montagne di denaro regalate al vento. Dissipazione economica e rovina ambientale. Baccano dimostrativo.
La guerra è vecchia: questa è la didascalia ideale di quella foto così simbolica. La guerra è un relitto arcaico, puzza di ruggine e di bruciato, di fango e di macerie, la sua scintillante buccia tecnologica copre una polpa avvizzita. La guerra che fa esplodere gli smartphone a distanza è un lusso per i capi e i sottocapi che si fanno la pelle a vicenda come nei film di spie. Il grosso della guerra è ancora carne e metallurgia, trincea e fame, calcinacci e profughi in fuga con i bambini e i vecchi in spalla, come nell'Iliade. E razzi, a decine di migliaia, che partono belli lustri e si schiantano nella polvere.
Robecchi
I centrini Montezemolo, Della Valle, Passera&C.: i “riformisti” dimenticati
Spazio Pubblico, il nuovo movimento animato da Pina Picierno, rimbalza dai social ai grandi giornali adoranti con un certo clamore, tipo come se Gramsci avesse lasciato il Pci, o Gigi Riva il Cagliari. C’è una certa vivacità attorno al neonato, divisa tra militanti piciernisti – qualunque cosa voglia dire – e buontemponi dalla battuta pronta, ascrivibili alla speciale categoria dei feticisti delle correnti del Pd (date retta: quanto a sadomaso è meglio farsi legare al lampadario). In attesa che il quadro si delinei, mi piace ricordare vari partiti e movimenti nati in Italia negli ultimi anni, che si fregiavano della coccarda “riformista”. Insomma allacciate le cinture.
Luca Cordero di Montezemolo lanciò il suo Italia Futura, si gettò nella mischia nel 2013, poi se ne persero le tracce (il 2015 ultima data di esistenza in vita). Montezemolo andava in giro con un foglio in tasca con l’elenco delle cose da fare, riformista vero. Spigolature: tra i firmatari del manifesto di Italia Futura spiccava un giovane, ma già riformista, Carlo Calenda.
Altro grande riformista fu Diego Della Valle, hidalgo marchigiano delle scarpe e del lusso, che lanciò Noi Italiani, fondazione “lontana dalla politica”, ma poi, in qualche titolo di giornale: “Pronto il simbolo!”, oppure “A giugno il movimento può entrare in politica!”. L’idea era affascinante ma un po’ vaga: “Fare qualcosa” con chi ci sta, naturalmente “né di destra né di sinistra”. Sparito, e ce ne dispiace. Negli stessi turbolenti anni (correva il 2014) nasceva anche Italia Unica, il Partito di Corrado Passera, che lanciava il suo grido di dolore (“Bisogna fare presto!”) e auspicava grandiose riforme (meno tasse, guarda un po’, e tagli, ma dài). Passera ebbe buona stampa, dato che aveva fatto il ministro per l’osannatissimo Monti, ed era banchiere, che in politica aiuta più che essere elettrauto, ma il suo partito defunse due anni dopo. Almeno è stato di parola: ha fatto presto.
Siccome i riformisti amano fregiarsi della parola “liberale”, che è un po’ il “senza glutine” dei nostri tempi, i liberalissimi hanno dato il meglio di sé. Fare per Fermare il Declino (fondatore e volto noto: Oscar Giannino) era un nome affascinante, ma naufragò per inciampi personali (false lauree) e dissidi interni sulla linea (giuro!), e da lì nacquero alcuni microorganismi come Ali (Alleanza Liberaldemocratica per l’Italia), spiace non averne sentito più parlare. Mentre una certa bizzarra notorietà ha avuto per cinque o sei minuti Ora!, partito fondato da Michele Boldrin (fuoriuscito da Fare per Fermare il Declino) e Alberto Forchielli, imprenditore. Così sinceramente riformisti da voler riformare (ridimensionare) le pensioni. Ma il meglio lo dà Forchielli: “Invece di spendere miliardi in difesa, compriamo quattro atomiche dal Pakistan, gli diamo quattro soldi ed è fatta” (dal sito ufficiale). “Con Azione c’è chimica”, dice nelle interviste.
Altri riformisti: quelli del Partito Liberaldemocratico (e ridaje) di Marattin, transfuga di Italia Viva, e poi naturalmente i noti e onnipresenti Calenda e Renzi, quelli con davanti le solite praterie. Ho sicuramente dimenticato qualcuno e me ne scuso, ma d’altronde non vedo rivoluzionari, qui intorno, e suppongo siano tutti, chi più chi meno, un po’ riformisti. Ora comunque, ecco le truppe picierniste che si sono battezzate Spazio Pubblico. Che tra l’altro, lo dico per gli amanti del copyright, è una rivista della Cgil Funzione Pubblica, nobile sindacato che sarà – mi auguro a suo modo – riformista anche lui.
Sotto attacco
Gara di solidarietà
La gara di solidarietà della stampa italiana al Fatto, colpito da due cause temerarie negli Usa (220 milioni) e in Italia (altri 5) per aver pubblicato notizie vere sul duo Cipriani&Minetti, non accenna a placarsi. Tra olgettini di destra e corazzieri di sinistra, è tutto un coro di “non mollate”, “tenete duro”, “non fatevi intimidire”, “viva il giornalismo d’inchiesta”. Sì, è vero, ci chiamano Falso o Fango quotidiano o Fatto disfatto; danno per scontato che se un patteggiatore per reati fiscali e una pregiudicata per favoreggiamento della prostituzione e peculato ci chiedono tutti quei soldi li otterranno di sicuro e il Fatto chiuderà; si eccitano perché testimoni e avvocati della coppia danno ragione alla coppia e “inguaiano Travaglio”; sostengono che Graciela mente quando dice le stesse cose per tre mesi a due tv uruguayane e a due giornali italiani e diventa attendibile quando “ritratta” senza smentire quasi nulla; scrivono che ha detto “mai visto escort e prostituzione” anche se s’è guardata bene dal dirlo; ma lo fanno solo per simpatia. La Verità, per eccesso di affetto, aggiunge alle due cause reali una denuncia immaginaria di Graciela: “La superteste di Travaglio vuol fare causa a Travaglio”. Ma così, ad abundantiam.
Il Corriere, per starci più vicino, inaugura un nuovo genere letterario: una paginata dal titolo “‘Falsità e danni gravi’. Caso Minetti, ecco le carte. La richiesta di 250 milioni del gruppo Cipriani. E la teste parla di ‘frasi travisate’”. E quali “carte” saranno? I fiumi di audio, chat e foto inviati dalla massaggiatrice Graciela a due giornalisti uruguayani e due italiani? No, quelle le pubblica il Fango– Falso. Le “carte” sono nientemeno che la denuncia di Cipriani, che “il Corriere ha visionato”. Ammazza che scoop. Ogni giorno tutti i quotidiani, Corriere in testa, sono subissati da richieste di danni. E nessuno ha mai pensato di pubblicarle. Poi ieri il Corriere, anziché alle sue denunce, ha dedicato un’intera pagina a quella contro Fatto e Report: appena 206 righe con le accuse di Cipriani e ben 4 per dire che “il Fatto e la Rai produrranno la propria versione della storia nelle sedi competenti” (ma va?). Nel ringraziare il direttore Fontana per il gentile pensiero, ci sorge un dubbio: chissà se ha saputo che Graciela, quella che ora “parla di ‘frasi travisate’”, le stesse cose dette a noi e a due tv uruguayane le aveva riferite a un altro quotidiano italiano, che il 12 maggio titolò: “Caso Minetti, parla la massaggiatrice Graciela: ‘Dentro a quel locale ho visto di tutto. Ho paura e vivo nascosta’”. Ed è proprio il suo: il Corriere. Se Graciela è stata “travisata”, l’ha travisata anche il Corriere. Ora speriamo che i Ciprinetti non se ne accorgano e non denuncino pure Fontana, sennò ci vuole un’altra paginata.



