Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
giovedì 21 maggio 2026
L'Amaca
Nell'elenco degli ingiusti
di Michele Serra
Quelli come Ben-Gvir, a dispetto della loro prosopopea etnico-religiosa, non appartengono ad alcuna razza o religione. Sono, a qualunque latitudine e in qualunque epoca, dello stesso stampo: sono gli ingiusti. Sono i prevaricatori, i segregatori, gli sbeffeggiatori di chi è in ginocchio. Figure risapute e spregevoli, che nei romanzi non occupano mai il posto dell'antagonista, del vero cattivo: al massimo sono comprimari. Ben-Gvir non è don Rodrigo, se gli va bene può ambire a essere il Griso. Prende ordini, e per illudersi di poterne dare ha bisogno di infierire sulle persone inginocchiate, ammanettate, carcerate. Lo ha già fatto in passato, lo rifarà in futuro: gli viene bene. È la sua parte nella storia.
Ben-Gvir si vede ebreo nella misura in cui questo gli consente di sentirsi superiore agli altri. Come l'inquisitore quattro secoli fa, l'ideologo ariano un secolo fa, il khmer rosso mezzo secolo fa, e oggi il terrorista islamico, il suprematista bianco, il dittatore tribale africano, chiunque nel mondo si consideri superiore per nascita o per destino.
L'identità per queste persone è un'arma e al tempo stesso un alibi. Se infieriscono sugli altri, possono sempre dire di averlo fatto nel nome di un'appartenenza, di un "noi" indimostrabile (quanti ebrei, nel mondo e anche in Israele, disprezzano Ben-Gvir?), così da camuffare la loro responsabilità individuale dietro l'ombra di una bandiera, o di un Dio, o di un Libro. Ma no, per carità, non gli si deve concedere, ai Ben-Gvir, questa via di fuga. Non diamogli l'illusione di giudicarlo male in quanto israeliano o (come lui vorrebbe) in quanto ebreo. Lo giudichiamo male come essere umano. Punto.
Identikit di un balordo
Il leader estremista con il cappio che controlla polizia e sicurezza
Dall'inviato Ashdod di Repubblica
Si può stupire solo chi non lo conosce. La provocazione, l'insulto, l'incitamento all'odio, sono da sempre la cifra pubblica di Itamar Ben-Gvir, 50 anni, avvocato, colono, capo del partito ultranazionalista Otzma Yehudit e stampella del governo Netanyahu. Senza i suoi 6 seggi alla Knesset, la coalizione vacillerebbe. Ed è questo il motivo per cui il premier israeliano non riesce a farne a meno, ne asseconda le spinte verso l'annessione dei Territori occupati, gli concede di far passare leggi discriminatorie, come quella sulla pena di morte che si applica solo ai palestinesi della Cisgiordania. Il cappio, che gli amici gli hanno fatto trovare sulla torta di compleanno, è la sintesi della sua politica.
Ben-Gvir è cresciuto nell'universo del rabbino Meir Kahane, il fondatore del movimento Kach, dichiarato terroristico da Israele e Stati Uniti. Da ragazzo teneva appesa in salotto la fotografia di Baruch Goldstein, l'autore del massacro di Hebron del 1994, quando un colono uccise 29 palestinesi in preghiera nella moschea di Ibrahim. Oggi è uno degli uomini più potenti d'Israele: spesso gira armato di pistola, controlla la polizia, le guardie di frontiera e una parte consistente dell'apparato di sicurezza interna. Ben-Gvir ha costruito il consenso promettendo pugno duro contro palestinesi e detenuti (è andato in carcere da Marwan Barghouti e si è fatto riprendere mentre lo sbeffeggia), liberalizzazione delle armi e l'espansione degli insediamenti. Rappresenta l'ala del governo che più protegge le violenze dei coloni.
Ma è soprattutto la Spianata delle Moschee — il Monte del Tempio per gli ebrei — il luogo dove le sue provocazioni assumono un valore esplosivo. Le visite ad Al-Aqsa, accompagnate da dichiarazioni sul diritto degli ebrei a pregare nel sito, hanno provocato crisi diplomatiche con Giordania e Paesi arabi. In un video girato nel 2025 dichiara: «Noi siamo i proprietari del Monte del Tempio». Il leader di Otzma Yehudit si nutre dello scandalo, dello scontro permanente. Per i suoi sostenitori è l'unico che «dice la verità». È, invece, lo sdoganamento del suprematismo ebraico dentro il governo di Israele.
Caramelle
L’incenso sui Melodi e gli affari di cotone tra selfie e caramelle
Giorgia Meloni ha scoperto, pure lei, un nuovo Rinascimento. Come testimonia uno spassosissimo videoselfie postato da Giorgia su X, il premier indiano Narendra Modi, in visita a Roma, le ha regalato un pacco di caramelle Melody (presumibilmente acquistate in qualche duty free, a giudicare dal packaging scrauso); entrambi, oggettivamente simpatici, ridono di gusto per le “good toffee” il cui nome ricalca la crasi tra i loro cognomi (“Melodi”) diventata “virale” dopo il G7 del 2024 in Puglia, quando si consolidò il feeling tra loro.
Se poi i due firmano insieme un pezzo sul Corriere il giorno dopo la gita notturna al Colosseo, capite che siamo in quella zona liminale tra la conferenza stampa congiunta e l’intervista doppia a coppia pop famosa, tipo Benedetta Parodi e Fabio Caressa. Nel pezzo, tutto lavoro di staff e spin doctor, compare ben 5 volte la parola “resilienza”, a riprova del fatto che ormai l’India è occidentalizzata: “resilienza al terrorismo”, “infrastrutture cyber resilienti” (sic), “resilienza ai disastri”, “catene di approvvigionamento resilienti”… E poi: start-up, unicorni (che, apprendiamo, sono un tipo particolare di start-up), l’IA, l’eccellenza… Tutta fuffa neoliberista per dire “soldi” e accreditare l’indiano tra i giusti del mondo. Chi è infatti che mina la nostra resilienza? Putin, ovviamente, insieme a Xi Jinping. Per carità: è saggio che Meloni, dopo aver chiuso la Via della Seta con la Cina aperta da Conte nel 2019, apra e curi la cosiddetta Via del Cotone per collegare i mercati dell’Indo-Pacifico al Mediterraneo; ed è oculato, dopo le 20 sanzioni (auto)comminate dall’Ue alla Russia per obbedire agli Usa, cercare altri accordi.
Gli italiani, in questo partenariato, metterebbero l’umanesimo; gli indiani il “MANAV (‘umano’ in hindi) che pone l’essere umano al centro della tecnologia”. Ma davvero? Modi, al governo dal 2014, è capo del BJP, partito nazionalista induista e suprematista, che discrimina i musulmani e limita la libertà. Nel pezzo a 4 mani è scritto: “La tecnologia non può sostituire le persone né minare i loro diritti fondamentali, né essere utilizzata per manipolare il dibattito pubblico o alterare i processi democratici”. Tutto molto bello e resiliente. Chissà se Modi ha detto a Giorgia che per limitare le proteste fa ricorso al coprifuoco, all’arresto illegittimo e all’interruzione di Internet, cioè usa la tecnologia per alterare la democrazia.
Più Rinascimento di così!
Inverare
A chi non li capisce
Dell’ennesimo atto di pirateria del democraticissimo governo israeliano contro la Flotilla in acque internazionali non stupisce la violazione di ogni norma e convenzione ai danni di decine di barche e centinaia di attivisti di 40 paesi con abbordaggi, speronamenti, spari, arresti illegali, botte, umiliazioni in carcere e gogna pubblica diretta dal ministro Ben-Gvir, ossimoro vivente nella sua doppia qualità di ebreo e di fascista, che avrebbe volentieri impiccato gli ostaggi per aggiungere qualche altro cappio alla torta del prossimo compleanno. Tutti questi obbrobri erano prevedibili, anzi previsti e – siccome non è morto nessuno – sono il meno peggio del menu di Netanyahu, che in 33 mesi ha sterminato 75mila gazawi più migliaia di libanesi e di iraniani, ha attaccato sette Stati sovrani ed è riuscito a rimanere un prezioso alleato dell’Ue e degli Usa senza uno straccio di sanzione, neppur simbolica. Ciò che lascia basiti è la scarsa comprensione di gran parte dei politici, dei giornalisti e dell’opinione pubblica sul senso politico e morale di queste spedizioni. Legittime, ma inutili e controproducenti, secondo la Meloni. Poco rischiose e molto mediatiche, secondo La Russa, convinto che gli attivisti sognino la tortura per fare i martiri, mentre non salvano la vita a nessun palestinese. E via delirando, tra accuse di complicità con Hamas, risatine sugli scarsi aiuti giunti ai gazawi e attacchi dei soliti tromboni ai pochi politici che si imbarcano o solidarizzano spaventando il mitico “elettorato moderato”.
Pochi capiscono quelle centinaia di cittadini del mondo disarmati e disarmanti che, impotenti dinanzi all’inerzia cinica e complice dei governi, smettono di parlare e mettono in gioco e in pericolo i loro corpi e le loro vite per il gesto più simbolico, dunque più politico e più utile che si possa immaginare: costringere il mondo a tenere lo sguardo fisso su Gaza, a non dimenticare quel popolo, a parlare di quel che fa Israele sotto gli occhi di tutti, a scandalizzarsi per un blocco navale in acque internazionali ridotte a piscina privata di Netanyahu e dei suoi sgherri, a far vergognare gli sgovernanti e i loro trombettieri per il doppio standard delle sanzioni e delle condanne contro la Russia e delle non sanzioni e delle non condanne contro Israele che fa molto peggio. È questo il merito della Flotilla, che ci ha spinti a seguirne anche questa missione con il nostro inviato Alessandro Mantovani a bordo: inverare il motto evangelico “Oportet ut scandala eveniant” e sbattere in faccia a chi vuole soltanto rimuovere e dimenticare lo scandalo dei segregazionisti razzisti della banda Netanyahu che corrodono la democrazia israeliana e la coscienza del famoso Occidente libero. E alla fine, in ginocchio, ha vinto.


