venerdì 10 aprile 2026

L'intervento in aula di Gggioggia

 


Ricordo

 



Caro Lido,

sono passati ben 35 anni da quando te ne sei andato assieme a tutte le altre vittime della tragedia della Moby Prince a Livorno. Centoquaranta persone morte e non ancora onorate dalla giustizia di questo mondo, insensata, inumana.

Nessun responsabile, nessun colpevole, nessuna pena inflitta, come da canovaccio di questo stato molto abile ad insabbiare, come Ustica insegna. 

Resta l'amarezza ed il dolore di coloro, come te, che non ci sono più, restano le lacrime dei parenti, degli amici, di tutti coloro che avete lasciato quaggiù. 

Ti sia lievissima sempre la terra Lido! 

Paragoni

 


Comprensione

 







L'Amaca

 


La giusta distanza


DI MICHELE SERRA

Alla terza lettera di dimissioni dalla commissione del ministero della Cultura che assegna i finanziamenti per il cinema (dopo Mereghetti e Galimberti, anche Vocca) si immagina il dilemma, non trascurabile, che ha preceduto la decisione. È peggio rimanere in siffatta compagnia (ricordiamo che la commissione ha preferito Pingitore a Bertolucci e ha ritenuto indegno di nota il docufilm su Regeni) o è peggio lasciare il posto all'ennesimo pulitore etnico con l'incarico di cancellare dalla faccia della terra tutto ciò che è o sembra "di sinistra"? È peggio rimanere rischiando la complicità, o è peggio la fuga, lasciando campo libero al Minculpop che nelle arti distingue solo lo zelo patriottardo, meglio se maccheronico?

Se rimango, farò la figura del collaborazionista? Se me ne vado, farò la figura dell'anima bella, dell'aventiniano? Se mi trattengo in questa mischia per cercare di salvare il salvabile, non rischio forse di fare la figura della foglia di fico, così che il mio nome serva al governo per dire: "siamo pluralisti, nella commissione c'erano anche Tizio e Caia, che sono di sinistra"?

Dilemma aggravato da un ulteriore scrupolo: saprà qualcosa di cinema, chi mi sostituisce, o è un ulteriore tappabuchi governativo scelto per la fedeltà alla causa, certo non per il curriculum? Alla luce dei fatti, che hanno visto incompetenti promossi per affidabilità politica, e competenti cacciati o silenziati perché "nemici", abbandonare la mia sedia non sarà un dargliela vinta, a questo governo in cerca di regolamenti di conti e vendette?

Fortunato chi, in questo scorcio della nostra storia nazionale, non ha responsabilità pubbliche. E dunque non deve domandarsi qual è la giusta distanza da Roma, intesa ovviamente non come città, ma come distributrice di incarichi, prebende e ristori.

Natangelo

 



Capito?

 

Il capo comanda i suoi stanno zitti 


di Fabio Mini 

Con una serie di articoli sul New York Times, ripresi da tutti i media del mondo, Jonathan Swan e Maggie Haberman hanno raccontato (o ricostruito) la successione del processo decisionale che ha portato il Presidente Trump a unirsi ad Israele nella guerra contro l’Iran.

Con toni garbati, come si conviene a chi vuole continuare a scrivere di Casa Bianca, i due hanno imbastito una storia molto verosimile anche se non completamente vera e comunque accettabile sia dal presidente sia dai suoi detrattori. La tesi è che Trump non è un pazzo scatenato, un demente in preda a convulsioni e compulsioni criminali, ma un grande uomo lasciato solo al comando. Un uomo in cui i sottoposti confidano perché si affidano alla sua intelligenza e capacità, seguendo la Grande Retorica che vuole il Comandante sempre solo specialmente quando deve decidere della vita e della morte dei suoi uomini. Dei suoi, non degli altri. “Tutti si sono rimessi all’istinto del presidente. Lo avevano visto prendere decisioni audaci, assumersi rischi incalcolabili e, in qualche modo, uscirne vincitore. Nessuno avrebbe osato ostacolarlo in quel momento”.

In una serie di riunioni sulla situazione in Medio Oriente, dopo aver scomodato tre gruppi portaerei e spostato decine di migliaia di uomini dalle loro basi nel mondo e dalle Guardie nazionali in patria, occorreva valutare la raccomandazione di Netanyahu volato appositamente a Washington: “Guerra e subito”. L’amico e alleato Bibi, sostenuto dal Mossad e dai comandanti israeliani in videoconferenza avevano garantito una vittoria facile e decisiva. Trump avrebbe voluto continuare i negoziati, ma il genero Kushner non era d’accordo e si sa anche lui “tiene famiglia”. Gli israeliani erano stati chiari: si doveva e poteva decapitare l’Iran, attivare una rivolta popolare e una invasione curda – già pronte – e cambiare il regime teocratico con uno laico e fantoccio. Era una passeggiata, quattro missili e via. E soprattutto non c’era bisogno di nessun altro: Nazioni Unite, Alleati, Russi, Cinesi e non parliamo degli Europei o della Nato ormai zerbini consumati, tutti affan**. Trump era affascinato, anche se tenuto saldamente per le palle da Netanyahu: finalmente avrebbe fatto qualcosa di concreto, si sarebbe meritato il Nobel per la Guerra che avrebbe istituito e la presidenza a vita del Board of War, già costituito sotto falso nome. La valutazione dell’intelligence statunitense era scettica: gli israeliani erano in grado di decapitare la dirigenza politica, ma il resto era irrealistico. Lo stesso direttore della Cia Ratcliff definì il cambio di regime proposto da Netanyahu “ridicolo”, Rubio da buon diplomatico lo bollò come una “cazzata”, e il Capo degli Stati Maggiori congiunti Dan Caine decisamente critico: “Sono i soliti israeliani, promettono più di quanto possano mantenere e i loro piani fanno acqua. Sanno che senza di noi non riescono a fare nulla e ci mettono sotto pressione”. Il generale accennò al depauperamento dell’arsenale militare, al blocco di Hormuz e altre frattaglie, ma non si oppose. Non era il solo: Rubio nonostante la lucida e forbita analisi delle proposte israeliane non se la sentì di prendere una posizione chiara. Il vice Vance era contrario e indicò tutti i difetti dell’operazione: il caos regionale, la perdita delle alleanze arabe, la reazione militare iraniana, la perdita di tutte le scorte strategiche di materiali, il blocco di Hormuz, le conseguenze sull’economia interna e sull’elettorato Maga, ma alla fine disse: “Secondo me è una pessima idea ma se vuoi farlo ti sosterrò”. Poteva sembrare una comoda posizione da fedele subordinato, ma essendo il vicepresidente Usa e conoscendo il 25° Emendamento poteva anche essere la disponibilità ad assumersi le sue responsabilità: in caso di impeachment del presidente a causa della guerra, della crisi economica e del caso Epstein o di qualsiasi altro motivo, lui sarebbe stato il successore legale per almeno un anno con la quasi certezza di vincere le elezioni successive proprio grazie a quella “pessima idea”, come già accaduto negli Usa. Nelle ultime riunioni, di fronte a un presidente meditabondo, non furono più sentiti il segretario al Tesoro, quello all’Energia e la direttrice della National intelligence. Tutta gente che non capiva niente della materia in discussione che ovviamente non comportava né informazioni accurate, né previsioni sulle criticità finanziarie e energetiche. Trump era rimasto solo come aveva voluto rimanere. Alla fine è rimasto con sé stesso, circondato da altri se stessi, felice e soddisfatto di una decisione che aveva già preso tanto tempo prima con lo stesso Netanyahu grazie alla comune ossessione per l’Iran, mania di grandezza e istinti.

La ricostruzione di Swan e Haberman non è solo il ritratto di un presidente che agisce d’istinto, è il ritratto di famiglia di un gruppo di potere incapace di discernere tra interesse personale del presidente e quelli dell’intera nazione.

Se il “quadretto” di come è iniziata la guerra è avvilente, quello che riguarda la tregua e la quasi certa prosecuzione della guerra diventa catastrofico. Gli Stati Uniti non stanno trattando, stanno traccheggiando per riprendere fiato e spostare armi e uomini da un teatro operativo all’altro. Sanno già di non avere i mezzi per sostenere un altro teatro di operazioni ovunque nel mondo. E la guerra in Ucraina non è finita, il Medio Oriente è in fiamme, l’Artico, il Pacifico e il Sud America sono ad alto rischio e gli stretti di Hormuz, Suez, Malacca, Taiwan, Panama sono tutte presidiate da forze americane con sempre minore autonomia logistica e quindi strategica. Le basi dovevano essere gli avamposti della proiezione di potenza e sono diventate le retrovie incapaci di sostenerla. Ogni forza spostata, ogni sistema venduto lascia un vuoto pericoloso. La tregua è una farsa a conclusione di una tragedia. Ciò che si vuole è l’umiliazione senza aver conseguito la vittoria. L’umiliazione è già un attacco alle fondamenta di una civiltà. Anche questa idea dell’estinzione della civiltà altrui per mezzo della eliminazione di massa delle persone che la rappresentano è incompatibile con l’iniziativa di tregua. Ed è difficile che sia un’idea degli americani. Non che non siano capaci di efferatezze. Tymoshenko, Poroshenko, Zelensky e i burocrati europei lo usano contro i russi, i nazisti contro gli ebrei, i giapponesi contro i cinesi. Tuttavia, nel caso iraniano è stato evocato l’annichilimento nucleare e la minaccia più concreta di questo tipo può venire soltanto da una potenza minore che fruisca dell’ombrello strategico di una maggiore che impedisca la ritorsione. In questa situazione si trova solo Israele che ha ordigni nucleari, capacità e volontà d’impiegarli ed è coperta dalla capacità strategica globale degli Usa. Di fatto, una tregua che non comprenda Israele e ciò che sta facendo in Libano e altrove non è tregua: è mano libera e sostegno al massacro che l’Iran non vuole o può accettare. Israele punta su questo per costringere gli americani a non concedere nulla e continuare la guerra. E anche se gli Usa uscissero formalmente dal conflitto, Israele pretenderebbe armi, soldi, intelligence e logistica per proseguirlo. Israele sa che Trump e tutta la sua corte non possono negare questo contributo. E Trump sa perché. Anche l’Europa è sotto ricatto e attribuire la crisi globale all’Iran è falso ma più semplice che attribuirla agli Usa. Israele sa che la strigliata di Trump al segretario generale della Nato Mark Rutte porterà all’intervento europeo nel conflitto. In un modo qualsiasi, ma comunque ipocrita. Rutte ha dovuto subire l’umiliazione di andare a giustificarsi per non aver appoggiato l’aggressione all’Iran. Una umiliazione che dovrà girare a tutti quei paesi membri che lo hanno incaricato di farlo, in ginocchio. Gli Usa rimarranno nella Nato non per dare sicurezza ma per riscuotere ciò che dicono di aver dato all’Europa dal 1945 in poi. Dovremo pagare in soldoni, sacrifici, recessione e dignità per un debito che non abbiamo mai contratto. Nessun seguace di Trump ha mai tenuto il conto di quanto l’Europa in silenzio ha dato agli Usa in tutto il secolo scorso. Nessun seguace di Netanyahu sa quanto è costato e costa all’Europa il sostegno o soltanto il silenzio sui crimini del suo governo. E nessun europeo è consapevole di quanto tali silenzi siano umilianti.