sabato 31 gennaio 2026

L’Amaca

 Così parlò il Gladiatore 

di Michele Serra 

«Meloni era fantastica, ora è diventata una globalista», dice Steve Bannon, l’omone bianco e cattivo che presiede, meritatamente, l’internazionale dei bianchi cattivi. Non è una buona notizia per la presidente del Consiglio: «globalista», in quei paraggi, è il peggiore degli insulti, forse peggio di lesbica, gay, comunista, negro. Equivale a una scomunica. A una fatwa per alto tradimento. L’internazionale nera ha stracciato la tessera di iscrizione di Meloni. 

L’intervista di Paolo Mastrolilli a Bannon va letta da cima a fondo, per capire che il suprematismo bianco (del quale il fascismo è solo uno degli utensili accessori, forse il più arrugginito) ha le idee chiare. Bannon considera debole Trump, che a Minneapolis avrebbe dovuto mandare l’esercito. 

Parla degli italiani come debosciati imbelli che dovrebbero ringraziare gli Usa per l’invio dell’Ice alle Olimpiadi — ignora che l’antiterrorismo italiano è un bel po’ più efficiente ed evoluto di quello americano, che arresta i bambini e non ha idea di come fermare le stragi a mano armata nelle scuole. 

Bannon parla come se la guerra civile americana fosse già in atto, e tutto ciò che è non-destra e non bianco sia una forma di vita inferiore da cancellare. Quello per altro è il suo verbo (apparentabile a quello del filosofo russo Dugin, progettista del “tradizionalismo integrale”, deve essere la versione 4x4): o si è di destra, bianchi, cristiani e maschi, o si può solo sperare nella clemenza di chi è di destra, bianco, cristiano e maschio.

Poi, come spesso capita ai cattivi, Bannon inciampa sulla propria vanità, ed eccolo, di colpo, più ridicolo che malvagio: è quando conferma il suo progetto di fondare in Italia, nella Certosa di Trisulti, la sua Accademia dei Gladiatori. Le comparse di Cinecittà, ricordando gli anni d’oro di Ben Hur, saranno senz’altro interessate. Hanno già il costume di scena.

Spiegazione

 



Natangelo

 


“Fact-checking” fasulli per attaccare le toghe

 di Daniela Ranieri

Come si sa, il video in cui Alessandro Barbero esprimeva le motivazioni del suo No al referendum sulla separazione delle carriere è stato oscurato su Facebook con capziosi distinguo (Meta in Italia si avvale per il controllo sui contenuti di enti come Open, il quale a sua volta si avvale di cosiddetti fact-checker); ci chiede se valga ancora l’art. 21 della Costituzione, che stabilisce il diritto per “tutti” di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. È paradossale: mentre i giudici veri sono sotto attacco e si fa di tutto per depotenziarli, anche manomettendo la Costituzione, i fact-checker diventano onnipotenti nel dibattito pubblico, esprimendo giudizi che quasi sempre coincidono col mainstream. Chissà come mai tanto zelo, proprio nel momento in cui i sondaggi danno una quasi parità tra il Sì e il No.

L’inconscio digitale, unito alla potenza d’archivio, regala sincronicità divertenti. Giorni fa, il ministro Nordio ha rimproverato il segretario dell’Anm Maruotti, autore di un post che associava le violenze a Minneapolis alla riforma delle carriere, post poi rimosso con tante scuse. Nordio non le ha accettate, definendole “una retromarcia tardiva e grottesca, indice di intelletto inadeguato alla importanza della carica”. A proposito di Minneapolis, che si trova in Minnesota, e di intelletto, sovviene che nel 2024 il governo ha introdotto i test psicoattitudinali detti “Minnesota”, finora riservati alle forze dell’ordine, anche per i magistrati,al fine di intercettare eventuali loro disturbi psichici o di personalità. Nordio si vantò di aver superato ai suoi tempi il test brillantemente, ciò che non ha instillato dubbi nei membri del Consiglio dei ministri sulla precisione dello strumento approvato. Allora non si ritenne offensivo dare agli aspiranti magistrati degli psicopatici fino a prova contraria.

A parte la psicolabilità dei magistrati, che già Berlusconi diagnosticò “mentalmente disturbati” senza Minnesota test (per dire quanto era avanti), uno degli argomenti più demenziali a favore della separazione delle carriere è che attualmente i giudici vanno a cena con i pm e questo sarebbe indice di non imparzialità dei giudici stessi; come se, separandone le carriere, giudici e pm non potessero andare lo stesso a cena insieme. Se avessero voluto evitare che ciò accadesse, sarebbe bastato fare una legge sulla separazione dei ristoranti, in base alla quale il cameriere che prende la prenotazione deve chiedere preliminarmente al cliente se è giudice o pm e nel caso dirottarlo sul ristorante vicino. Ma a proposito di cena: nel 2003 Nordio, da magistrato abilitato dal Minnesota test, cenava da “Fortunato al Pantheon” con Previti, corruttore di giudici (condannato un mese dopo), perché “è simpatico e brillante e non è un mio imputato”.

A parte l’unicum universale e patologico di Berlusconi, il discredito sulla Magistratura non è un’invenzione del governo Meloni. Tralasciando gli attacchi di Renzi ai magistrati (il più incredibile: quando disse “non prendiamo lezioni di antimafia da Scarpinato”, senatore del M5S, ex magistrato antimafia; chissà da chi le prendono, forse da Cuffaro, con cui Italia viva stava per allearsi in Sicilia alle Europee del 2024, per poi fare marcia indietro), ricordiamo le parole di Mattarella: “La toga non è un abito di scena, non si tratta di un simbolo ridondante”, disse ai 324 vincitori del concorso per magistrati. I poveracci non si erano ancora messi la toga, che già sono stati monitati.

Memorabili i colpi di doppiette di Napolitano contro i magistratiincapaci di “rigore e equilibrio”, affetti da “comportamenti impropri e fuorvianti” o meglio “impropriamente protagonistici”, autori di “esternazioni esorbitanti” e colpevoli di “guardare con diffidenza i politici”. Tutto per ribadire la verità, non smentita dai fact-checker, del famoso “intreccio tra politica e Magistratura”, non quello tra politica e Codice penale. Sul referendum, leggiamo, Mattarella mantiene un “vigile silenzio” e auspica “serenità, armonia e correttezza istituzionale”. Alcuni ricordano che nel ‘97, durante i lavori della Bicamerale, l’allora deputato del Partito Popolare Italiano Mattarella votò a favore di un doppio Csm, giudicante e requirente. Comunque il 19 gennaio, nel pieno delle polemiche per la data stabilita per il voto e delle manovre del governo per non dare al No la possibilità di rimontare, Mattarella ha ribadito che i magistrati devono “testimoniare imparzialità in ogni contesto, anche fuori delle proprie funzioni, per non compromettere la fiducia dei cittadini”, il che, detto dal capo del Csm, francamente un po’ la compromette. I magistrati, ha aggiunto, sono autonomi, ma le loro decisioni “non sono verità assolute” (al contrario di quelle dei fact-checker); poi li ha invitati all’“umiltà” e al “rifiuto di ogni forma di presunzione”, tara che non affligge il ministro Nordio: lo dice il Minnesota test.

Ma guarda un po’!



 L’ultimo colpo di spugna: Ferri sarà giudice a Roma

di Paolo Frosina 

Tornerà a fare il giudice a Roma, dove si celebrano i processi alla politica. La città di cui voleva scegliere il procuratore insieme a Luca Palamara, nella riunione notturna diventata simbolo del mercato delle nomine. L’ultima puntata della saga di Cosimo Ferri sta per andare in scena al Consiglio superiore della magistratura: l’ex deputato renziano, sottosegretario alla Giustizia in tre governi, ha comunicato all’organo di Palazzo Bachelet la sede in cui vuole rientrare in toga dopo 13 anni tra Parlamento e ministero. E la scelta è caduta sul Tribunale della Capitale, dove approdano gli affari giudiziari dell’establishment di cui ha fatto parte per anni.

Dal 2023, Ferri era parcheggiato al dicastero di via Arenula, Dipartimento Affari di giustizia, in base alla legge sulle porte girevoli, che gli ha impedito il ritorno in magistratura in quanto eletto consigliere comunale a Carrara (aveva provato la corsa a sindaco senza successo). A novembre però il Consiglio di Stato ha accolto il suo ricorso, stabilendo che quella norma non si può applicare al suo caso, perché entrata in vigore dopo l’accettazione della candidatura. Così il 12 gennaio la Terza Commissione del Csm – competente sui trasferimenti – gli ha chiesto di indicare una preferenza per uno dei posti vacanti in tutto il Paese, con l’esclusione di Liguria, Piemonte, Emilia-Romagna e Toscana (le regioni in cui si era ricandidato alla Camera nel 2022, finendo trombato). E giovedì, l’ultimo giorno utile, l’ex sottosegretario ha risposto optando per la cittadella di piazzale Clodio.

Insomma, un ritorno in grande stile nella sede giudiziaria più ambita e importante d’Italia. Ma anche un colpo di spugna epocale sullo scandalo Palamara, condannato ogni giorno dal ministro Carlo Nordio – per spingere la sua riforma costituzionale – come un “verminaio insabbiato” dalle correnti dei magistrati. Eppure in questo caso l’insabbiamento è tutto merito della politica: senza lo status di ex parlamentare, probabilmente Ferri non sarebbe più un magistrato. A salvarlo dal rischio di radiazione infatti è stata la Camera, negando alla Sezione disciplinare del Csm l’utilizzo delle intercettazioni della notte dell’hotel Champagne. Nell’albergo romano, la notte del 9 maggio 2019, l’allora deputato trafficava la nomina del procuratore di Roma insieme a Palamara, all’ex ministro Pd Luca Lotti – in quel momento imputato proprio nella Capitale per il caso Consip – e a cinque magistrati membri del Consiglio superiore. Per quella vicenda, Palamara è stato espulso dalla magistratura a tempo di record, i cinque ex consiglieri condannati a lunghe sospensioni dalle funzioni e dallo stipendio (Lotti, invece, non è stato ricandidato dal Pd). Ferri era destinato a un epilogo simile, ma lo scudo opposto dalla Camera ha costretto la Sezione disciplinare ad assolverlo “per mancanza della prova della sussistenza dei fatti”.

A sancire ufficialmente il ritorno in toga dell’ex politico sarà il plenum, il Csm al completo, nelle prossime settimane. Al Tribunale capitolino, peraltro, Ferri troverà come presidente un vecchio amico: Lorenzo Pontecorvo, suo ex delfino nella corrente “di destra” di Magistratura indipendente (nel 2014 fece scandalo un sms con cui l’allora sottosegretario invitava gli ex colleghi a votare per lui alle elezioni del Consiglio superiore). Sarà Pontecorvo a decidere se assegnargli le funzioni di giudice civile o (più probabilmente) penale, quelle che ha sempre svolto finora. Meglio di così, tutto sommato, a Cosimo Ferri non poteva andare. Perché quelli come lui cadono sempre in piedi.

venerdì 30 gennaio 2026

Vergogna!

 


A questo signor Marsella di Casapoxxx (non la scrivo interamente per il ribrezzo che m’assale) che giustamente è stato respinto dalla camera ove avrebbe desiderato fare un incontro - in democrazia si arriva fino a questo punto - e che ha avuto l’ardire di definire l’Antifascismo una mafia vorrei dire in semplicità: si rilassi sig Marsella perché solo il fatto che esista una formazione fascista di questo tipo, la dovrebbe rasserenare. E ringrazi il fato di essere in questo momento storico ove la sinistra è molto, molto annacquata. Fossero altri tempi in cui nel parlamento giravano altri politici tipo Sandro Pertini o Giancarlo Paietta vi avrebbero preso a calci per il culo. E avrebbero fatto bene! W l’Antifascismo!

Direi anch'io!