giovedì 29 gennaio 2026

Mannaggia!

 


Mannaggia non avessi da vedere “Tre giorni a Papeete con l’upupa” non mi perderei per niente questo meraviglioso film! Peccato…

Silenzio parla il Boss!

 

Tacciano i ribaldi ed ascoltino la nuova canzone del Boss sui fatti di Minneapolis. 

Ecco il testo tradotto! Lunga vita al Boss e Fuck Trump e Fuck ICE! 

Streets of Minneapolis

Tra il ghiaccio e il freddo dell'inverno

Lungo Nicollet Avenue

Una città in fiamme combatteva fuoco e gelo

Sotto gli stivali di un occupante

L'armata privata di Re Trump proveniente dal DHS (Sicurezza Interna)

Pistole allacciate ai loro cappotti

Sono venuti a Minneapolis per far rispettare la legge

O almeno così dicono loro


Contro il fumo e i proiettili di gomma

Alle prime luci dell'alba

I cittadini si sono schierati per la giustizia

Le loro voci risuonavano nella notte

E c'erano impronte insanguinate

Dove avrebbe dovuto esserci la misericordia

E due morti, lasciati a morire su strade innevate

Alex Pretti e Renee Good


Oh, nostra Minneapolis, sento la tua voce

Cantare attraverso la nebbia di sangue

Prenderemo posizione per questa terra

E per lo straniero tra noi

Qui a casa nostra, hanno ucciso e vagato

Nell'inverno del '26

Ricorderemo i nomi di chi è morto

Sulle strade di Minneapolis


I sicari federali di Trump lo hanno colpito

Al volto e al petto

Poi abbiamo sentito gli spari

E Alex Pretti giaceva morto nella neve

Hanno sostenuto la legittima difesa, signore

Basta non credere ai propri occhi

Sono il nostro sangue e le nostre ossa

E questi fischietti e telefoni

Contro le sporche bugie di Miller e Noem


Ora dicono di essere qui per sostenere la legge

Ma calpestano i nostri diritti

Se la tua pelle è nera o marrone, amico mio

Puoi essere interrogato o espulso a vista

Nei nostri cori "Fuori l'ICE ora"

Il cuore e l'anima della nostra città resistono

Tra vetri rotti e lacrime di sangue

Sulle strade di Minneapolis


Fuori l'ICE (Fuori l'ICE)

Fuori l'ICE (Fuori l'ICE)

Fuori l'ICE (Fuori l'ICE)

Fuori l'ICE (Fuori l'ICE)



Scusate!

 



Ci siamo slurp slurp!

 



Prima o poi...

 

La Ue cavalcava la tigre Usa, ma ora ne ha paura 


di Elena Basile 

Nell’analisi della politica internazionale prevale da un po’ di tempo una visione apocalittica dell’ordine euro-atlantico basato sulla Nato. Alcuni ne hanno da tempo definito la morte, data l’anomalia trumpiana e l’irrituale violenza, che Washington ha scatenato sui sempre più remissivi alleati.

Come ho già citato nel libro Un approdo per noi naufraghi, Robert Cooper, diplomatico britannico, nel 2002, molto prima delle ammissioni pubbliche a Davos del primo ministro del Canada, ex direttore della Banca centrale di Londra, Mark Carney, aveva illustrato come il “liberal order basato sulle regole” fosse una ideologia adatta a difendere gli interessi geostrategici occidentali, nutrita di doppi standard e asimmetrie, violazioni aperte del diritto internazionale nei confronti degli Stati non appartenenti al club privilegiato. Non si tratta di un concetto rivoluzionario. Esso è da tempo compreso dalla parte consapevole della società civile europea. Rappresenta uno schiaffo in piena faccia a coloro, editorialisti, accademici e diplomatici, che purtroppo hanno da decenni alimentato la favola del mondo liberale buono contro le autocrazie cattive. Il presidente francese, con un patetico Whatsapp, ha chiesto un colloquio a Davos al presidente Usa perché, sebbene lui sostenga Washington in tutte le aperte violazioni della Carta onusiana, dal Venezuela all’Iran, proprio non riesce a comprendere la posizione americana sulla Groenlandia. Per decenni gli europei sono stati complici nella distruzione del multilateralismo e del diritto internazionale. Restano tuttavia sbalorditi se la Tigre, che hanno con disinvoltura cavalcato, si ritorce contro di loro.

Ci troviamo di fronte a un teatro di infima qualità. Le classi dirigenti europee costituiscono insieme a quella americana un uguale e omogeneo blocco di potere che ruota intorno al dollaro. Da tempo, e sicuramente dopo il colpo di Stato in Ucraina del 2014, hanno rinunciato a rappresentare gli interessi dei popoli europei, dell’euro, delle industrie e dell’economia nostrane. La grande industria tedesca ha subito il sabotaggio dei gasdotti senza fiatare, rassegnandosi a un declino economico nel quale sta attirando l’intero continente.

La dipendenza dalla finanza statunitense ha dopo il 2008 eroso ogni ideale di autonomia strategica europea. La narrativa liberal, conforme alle grandi lobby, ha costruito l’avversario in Trump, il volto selvaggio dell’impero, che distrugge le parvenze liberali e afferma il diritto statunitense di nutrirsi del sangue dei vassalli e dei nemici deboli, a cui vanno rubate materie prime e terre rare. Al netto dell’ipocrisia, si dovrebbe ben sapere che Washington da anni, con Biden e con Obama, ha perseguito i propri interessi a scapito dei nostri. Da Mitterrand in poi, dalla sua storica dichiarazione nel 1994 sulla guerra a morte in corso contro gli Usa, gli analisti di politica internazionale conoscono la divergenza di interessi esistente e la determinazione con la quale Washington ha ostacolato la costruzione di un’Europa politicamente e economicamente forte, in cooperazione con la Russia. La guerra in Ucraina è stata l’ultimo atto che ha eseguito l’elegante appello di Victoria Nuland “Fuck Europe”. La dipendenza economica e finanziaria dal dollaro, costruita scientemente negli anni proprio da coloro che oggi alzano la testa e cianciano di rafforzamento di Bruxelles, ci farà restare quello che siamo: complici dei progetti di dominio imperiale Usa, che secondo la strategia di difesa americana, dovrà implicare un più equo burden sharing, 5% di spese di difesa, Europa braccio armato della Nato contro la Russia. Questo il blocco di potere euroatlantico, che secondo Emmanuel Todd condivide una corruzione diffusa ed è sotto ricatto dati i flussi di denaro registrati da internet verso i paradisi fiscali. Un blocco di potere che con lo spazio politico mediatico e la sua classe di servizio in Europa costruisce una narrativa potente, in grado di fabbricare consenso anche nelle vittime, le classi lavoratrici. Lo sviluppo tecnologico, l’IA, come Larry Fink ha esplicitato, avrà nuovi temibili costi sociali. Di fatto ben più gravi saranno quelli culturali e democratici, a spese del nostro umanesimo. Eppure, in questi tempi cupi, ci sarebbe la possibilità, con una dirigenza diversa, un’istanza politica nuova e coraggiosa, in grado di unificare i settori schizzati del dissenso, per insinuarsi nelle contraddizioni oggettive del mondo occidentale.

Liberarsi della Nato, porre fine all’involuzione autoritaria che ha saldato il nuovo fascismo delle destre trumpiane, a partire dalla Meloni, con i cosiddetti progressisti del centrosinistra europeo. Le normative recentemente elaborate contro l’antisemitismo ne sono la prova, costituendo la criminalizzazione di ogni critica a Israele e del dissenso in genere.

Natangelo

 



L'Amaca

 

I limiti del fascismo 

di Michele Serra


Si sa che i fascisti, in Italia, sono tanti. D'altra parte, si tratta di
un classico del made in Italy: stupirsi di quanti italiani siano
fascisti sarebbe come meravigliarsi che a Bologna ci sono i
tortellini, a Torino i gianduiotti e ad Alberobello i trulli.

Ma, così a occhio, i fascisti non sembrerebbero in numero tale
da poter sostenere una quantità di partiti fascisti già adesso
impressionante, da Guinness dei primati. Tentando un
riepilogo: ci sono i vecchi titolari di Fratelli d'Italia (non tutti
fascisti, c'è anche Crosetto); la Lega di Salvini, a mio personale
giudizio il più fascista mai visto dai tempi della Marcia su
Roma; le antiche botteghe Forza Nuova e CasaPound, puro
vintage, nella tradizione gloriosa del manesco nazionale; più la
miriade di sigle e siglette di teste rasate, gioventù hitleriane, 

pulitori etnici, negazionisti, remigrazionisti, ultras di stadio

con più tatuaggi che neuroni, neotemplari da operetta e
nibelunghi da birreria.

Ce n'è abbastanza? No, non ce n'è abbastanza. Pare che il
generale Vannacci (la cui somiglianza con Alberto Sordi
aumenta mese dopo mese, e non cessa di entusiasmarci) abbia
depositato il marchio di un ennesimo partito fascista, con
tanto di caratteri solennemente littori. Si chiama Futuro
Nazionale. Ce la farà? È possibile sopravvivere in tre, in
quattro, in cinque, in dieci, contendendosi la stessa fascia, anzi
lo stesso fascio di mercato?

Ammetto di seguire con malcelata simpatia il tentativo di
Vannacci. Rappresenta, in quel mondo lugubre e minaccioso,
la variante impazzita. Farà danni soprattutto ai partiti
confinanti, probabilmente anche a se stesso. I limiti dello
sviluppo riguardano anche il fascismo: più di tanto, non può
svilupparsi.