giovedì 6 novembre 2025

Se non lo fosse…

 


Non so se sia IA. Ma se non lo fosse, queste malsane carrette luminose han proprio scassato la minkia!

Aveva già detto tutto!

 



Dai che ce la facciamo!

 

Non bastava il caso Almasri per introiettarci nella top ten delle nazioni Macchiette. Ma con lui sbaraglieremo chiunque! Buona fine a tutti!

Più di Letta

 


Molto più del Gianni Letta dell'Era del Puttanesimo, questo Alfredo Mantovano da Lecce, anno di nascita 1958, laureato in giurisprudenza, magistrato nel 1983, pretore a Ginosa, giudice penale al tribunale di Lecce, entrato in Parlamento nel 1996 - ventinove anni fa bellezza! - in Alleanza Nazionale, tra l'altro dichiaratosi al tempo contro la separazione delle carriere - ciao core! - inoltre consigliere in Cassazione, dal 2001 Sottosegretario al ministero degli Interni nella già citata Era del Puttanesimo ed ora - squillino le trombe - Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega per la sicurezza della Repubblica. 

Non c'è che dire! Nascosto cardinalmente, soffice e mai visibile, burattinaio e consigliere spregiudicato ed occulto, questo Letta dei giorni nostri è al centro di tutto quanto fa becera politica meloniana. 

Raramente lo si vede in qualche intervista occupato com'è a tramare e a gestire il rancorismo di nero vestito, partecipando a tutte le nomine, a tutti i dinieghi, ad ogni atto politico maldestro per aggiungere granito alla coalizione di lor signori, impegnati, brillantemente, a rendere sempre più il nostro ex Belpaese in un coacervo di incapacità che lo fa entrare di diritto nell'albo nero dei paesi macchietta, per l'ilarità mondiale. 

Inamovibile, saccente, incontrastato riesce a sobillare beoti zelanti con l'unico scopo già descritto: sparigliare quel poco di opposizione melliflua per dar lunga vita a questa Era del Peraccottismo. 

Buona fine a tutti!    

L'Amaca

 

Quanto è giovane il socialismo
di Michele Serra
Zohran Mamdani ha quarantacinque anni meno di Donald Trump: che potrebbe dunque essere suo nonno. L’aspetto anagrafico, in quello che è accaduto a New York, è rilevantissimo, e sconsiglia di applicare al presente categorie troppo vecchie per significare qualcosa.
Ho sentito un analista, alla radio, dire che l’eccesso di radicalismo impedisce ai dem di conquistare il centro: come dimostrato dalla larghissima vittoria di Nixon contro McGovern. Ma era il 1972, santo cielo! Più di mezzo secolo fa.
Che cosa significhi oggi “radicalismo” per i trentenni e i ventenni, e che cosa significhi “centro”, sempre per i suddetti, è qualcosa che possiamo solo immaginare. Certo che se “centro” è il povero Biden, e la schiera impotente e muta dei democratici annichiliti dalla vittoria di Trump, non meraviglia che sia un candidato “radicale” ad avere conquistato la scena.
E colpisce anche che la parola “socialismo”, che negli Stati Uniti, da Reagan in poi, è una specie di bestemmia impronunciabile, sia stata serenamente (e vittoriosamente) pronunciata da Mamdani come un valore: e come tale sia considerata, secondo i sondaggi, da una quota consistente degli americani della generazione Zeta.
La vera speranza, il vero sintomo di un rovesciamento di tendenza, sarebbe che la questione ricchi/poveri (ovvero: la questione politica per eccellenza) tornasse a essere centrale.
Non una delle promesse elettorali di Mamdani — le mantenga o meno — ignorava la disparità di reddito, e l’urgenza di rilanciare il Welfare facendolo pagare ai miliardari. Se il socialismo è questo, ha un radioso futuro davanti al sé.

Perplessità

 



Roberto il poeta nel Golfo

 

Bentornato Don Adoni
di Luigi Garlando
Lo Spezia è andato a cercarlo nell’emergenza, come Roma con Cincinnato. Il dittatore stava arando i campi, Roberto Donadoni giocando a golf. Domani l’Immortale milanista torna in panchina dopo 5 anni. Che sono tanti: un intero ciclo di liceo, in 5 anni hanno tirato su il Guggenheim di Bilbao. Ultima panchina in Cina nel 2020, in Italia nel 2018. Donadoni esce dalla foresta come il famoso giapponese e trova un mondo nuovo, vedrà arbitri che disegnano quadrati nell’aria. Perché lo hanno dimenticato? Non è vecchio, 5 anni meno di Gasp. Non è scarso. Allenava già sotto Sacchi che gli chiedeva di governare tempi e distanze dell’attacco immortale. Gullit insisteva: «Mister, voglio fare il 10». Arrigo rispondeva: «Stai largo e corri. Il 10 è Roberto». Lui e Ancelotti, maestri di connessioni. Da mister, ha fatto bene nel Livorno di Lucarelli capocannoniere, ha portato in Europa un Parma quasi fallito, ha ereditato l’Italia mondiale (2006). L’ha qualificata all’Europeo, sconfitto nei quarti solo ai rigori da una Spagna che avrebbe vinto torneo e Mondiale. Era bravo, non bastava. Nel circo isterico dei Mou e dei baby-allenatori pescati a basso costo dalle giovanili, come fossero tutti Guardiola, l’elegante normalità di Roberto insospettiva. Nella riservatezza di osso bergamasco e nella voce sottile leggevano un quieto vivere da curato di campagna, poco incline al comando. Sbagliavano. Lo chiamavano Don Adoni. Meritava di più. E’ ancora in tempo. Riparte dal fondo della Serie B, tipo Fantozzi riassunto come parafulmine. Chi lo ha visto dribblare, sa che è tornato a casa: nel Golfo dei Poeti.