Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
mercoledì 9 luglio 2025
Robecchi
Estremisti di centro. Quel “lei non sa chi sono io” dei liberali senza popolo
DI ALESSANDRO ROBECCHI
Stiamo calmi, non drammatizziamo: ci sono problemi e ci sono cose ridicole. E poi ci sono cose ridicole che diventano piccoli problemi, e una di queste è l’intemperanza verbale di alcuni “moderati” che paiono morsi dalla tarantola e si comportano, sui social, come bimbiminkia: un interessante caso di sindrome mimetica. Mi spiego: alla fine, di certi soggetti, non si sa dire se siano pacati e moderati liberali a cui è saltato il tappo, oppure se fossero da sempre mediocri attaccabrighe travestiti da pacati e moderati liberali. Il mistero persiste, ma i casi di scuola cominciano ad essere numerosi e si registra l’esilarante fenomeno dell’estremismo di centro. Quasi tutti “liberali”, qualunque cosa significhi, quasi tutti in posizioni di potere, quasi tutti arrogantissimi e tutti, senza eccezioni, disposti ad affondare nel ridicolo in pubblico, con ferite autoinferte.
Ecco il famoso medico diventato virostar e personaggio tv, un po’ preda della nostalgia per i bei tempi in cui sembrava un luminare, che esercita la terribile arte del protagonismo su ogni argomento dello scibile umano, dalla geopolitica for dummies, alla caccia all’orso, alle gomme delle macchine sportive. Gustoso. Ecco il professore universitario che, irritato per i mancati riconoscimenti (traduco: molti si permettono di pensare che non è un genio), sbraita e minaccia via social come un maranza davanti a uno sgarro. È tutto un irridere e un insultare, uno sventolare sindromi passivo-aggressive, un chiedere punizioni esemplari, licenziamenti, radiazioni, multe, per chiunque osi mettere in discussione le loro inarrivabili qualità. Se qualcuno si permette di avanzare dubbi, arriva la grandinata: è virologo lei? E allora perché parla! È professore? E allora che dice! È ingegnere? Vedere la laurea! Salvo poi discettare – loro – di qualunque cosa, con il senso comune del bar, la competenza del passante e l’eleganza del pescivendolo. Aggiungiamo per completezza del quadro, un profluvio di politici dall’ego ipertrofico, che si piccano di essere la ragionevolezza fatta persona e il moderatismo in terra, e poi, con la sola applicazione del pollice opponibile sulla tastiera del telefono, si trasformano in ultras della curva, bava alla bocca, giugulare ingrossata dall’ira e occhi spiritati compresi. I casi sono ormai numerosi, dal senatore con molti account, ai mitomani che si scrivono da soli “Bravo! Hai ragione!”, a molti altri, e non sapremmo dire né chi è il peggiore né perché proprio Calenda.
Si diceva all’inizio: non è un grosso problema, per il Paese. O forse sì, non tanto per i fenomeni singoli, che amano appunto “fare i fenomeni” (in senso freudian-albertosordiano), quanto per lo stato delle élite, o sedicenti tali, del Paese. Sconcertati dalla perdita di aderenza presso i cittadini generici, sconvolti che qualcuno possa dubitare del loro verbo – e addirittura dirglielo – i parrucconi si comportano come signorotti settecenteschi, increduli davanti a tanto osare della plebe che li sbertuccia. Alla fine, più o meno mascherato, viene fuori sempre il vecchio caro “Lei non sa chi sono io”, ma la tragedia, invece, è che ormai si sa, chi è lui.
Fa molto ridere una modalità “sovversiva e rivoltosa” in uomini e donne di potere, con buone posizioni, socialmente affermati, esilaranti arruffapopolo senza popolo. Significa che c’è un certo nervosismo nell’aria, che certe élite non si sentono più così al sicuro, e reagiscono come un qualunque coatto in lite per il parcheggio. Che spettacolo!
Raggelante
Sogno di mezza estate
DI MARCO TRAVAGLIO
Per tutta la stagione televisiva appena conclusa, non c’era talk show senza un paio di ospiti democratici e progressisti che mi spiegassero a fotocopia, facendosi aria col Manifesto di Ventotene: “Dobbiamo stare con l’Ue contro Trump”. Versione lievemente contraddittoria del mantra precedente: “Dobbiamo stare con la Nato contro Putin”. Non avendo mai preso tessere in vita mia, né Scout, né Giovani Marmotte, tantomeno Nato e Ue, non ho mai capito in che senso un giornalista dovrebbe “stare” con qualcuno, a parte i propri lettori. Ora però, ove mai mi invitassero a un talk estivo, sarei curioso di reincontrare uno di quei fresconi per domandargli: ma tu stai ancora con la Nato e/o con la Ue? No, perché all’ultimo vertice Nato all’Aja s’è vista una massa di invertebrati con le lingue protese verso il ciuffo di Trump, reduce dalla sua prima e finora unica guerra (la sveltina in Iran). E quando si è trattato di firmare la rapina ai loro popoli togliendo il 5% di Pil alla spesa sociale per devolverlo alle armi, il mood era: “Ma il 5 non sarà poco? Dài, facciamo almeno il 6!”.
Idem per l’Ue, che tira dritto sul suo riarmo da 800 miliardi, si cala le braghe sui dazi trumpiani e lavora alacremente per portare le destre al governo nei Paesi che ancora non hanno questa fortuna: lepenisti in Francia, Afd in Germania, Vox in Spagna e Farage in Gran Bretagna (che con l’Ue non c’entra, ma si imbuca nei Volenterosi e ora arraffa pure i prestiti del riarmo europeo insieme a un altro intruso: il Canada). Infatti a presentare la mozione di sfiducia contro quello scandalo ambulante della Von der Leyen mica sono i progressisti: sono i Patrioti di destra. E, a parte i 5Stelle che ribadiscono la sfiducia iniziale, tutti gli altri balbettano. Il Pse minaccia di astenersi (è il suo atto di massima temerarietà), ma aspetta il solito piatto di lenticchie per ridire Sì alla Bomberleyen. E il Pd, tanto per cambiare, si spacca tra chi voterà la fiducia e chi intrepido si asterrà. A proposito di Pd: l’anno scorso mandò al Parlamento europeo quasi tutti i cacicchi che la Schlein – eletta segretaria proprio per questo – aveva giurato di cacciare: Zingaretti, Decaro, Bonaccini, Ricci, Gori, Nardella ecc. Ora, dopo appena un anno, Decaro e Ricci tornano in Italia perché il Pd li candida a presidenti della Puglia e delle Marche. Quindi per il Pd il Parlamento europeo, da cui passa ormai il 90% delle decisioni vitali per il nostro futuro, è una via di mezzo fra un garage di parcheggio e un trampolino di rilancio per cacicchi momentaneamente spiaggiati. Ma con che faccia i dem verranno ancora a menarcela su quanto è importante l’Ue? L’unica speranza è che di questo passo, alla ripresa autunnale della stagione televisiva, l’Ue non esista già più.
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