mercoledì 9 luglio 2025

L'Amaca

 

Il pacifista con le zanne
di MICHELE SERRA
Essere candidati al Nobel per la Pace da Bibi Netanyahu parrebbe un handicap insuperabile — è come se Totti candidasse qualcuno al Nobel per la Letteratura. Ma abbiamo imparato che la logica non è il metro più adatto per misurare questa epoca, e dunque aspettiamoci di tutto: perfino che, su un tema così insensato, si apra un dibattito politico in piena regola.
L’uomo che ha bombardato l’Iran, che vuole annettersi la Groenlandia, che progetta per Gaza la deforestazione degli indigeni per fare spazio a insediamenti turistici che trasformino il sangue in long-drink, che suggerisce agli ucraini una resa camuffata da pace e tratta il mondo come un giocatore di Risiko disposto a rovesciare il tavolo se gli altri giocatori non lo assecondano; un uomo di tal fatta ritiene sicuramente lecita e anzi dovuta la sua nomina a gran Pacifista (così come grande Economista, grande Statista, grande Amatore). E se lo ritiene lui, lo crederà vero anche il suo esercito di elettori, che stravede per l’aggressività, la potenza e la ricchezza del capo ma pretende che lo si consideri come un saggio capotribù.
Il più mediocre e disattento dei volontari soccorrevoli che, in giro per il mondo, cercano di suturare le ferite di guerra, merita il Nobel per la pace un milione di volte più di Trump. Ma pensarlo, e dirlo, vale solamente per quel pezzo di mondo, speriamo consistente, che cerca di valutare le azioni umane secondo realtà. Per molti altri, Trump e l’amico Bibi meritano per davvero il Nobel per la pace; e se non lo avranno sarà solo a causa dell’astio e dell’invidia dei professoroni dell’Accademia svedese. Scommettiamo? Il prossimo target, dopo Harvard, sarà Stoccolma.

martedì 8 luglio 2025

In effetti!




Come se...

 



Natangelo

 



Riarmo....

 

Riarmo, il colpo di grazia a un Paese già devastato
DI DANIELA RANIERI
Reduci quasi incolumi dal viaggio per la nostra Paper Fest a Carrara (Padellaro bloccato per due ore a Grosseto causa incendio sulla linea; la soprascritta sigillata in un vagone affollato senza aria condizionata), ci sentiamo di fare alcune considerazioni logistiche che possono tornare utili a chi ci governa, nel caso si volessero impiegare meglio i soldi del debito che l’Europa ci concede volentieri per comprare armi.
Cominciamo dalle Infrastrutture. Ma che avete capito, ci spiegano i nostri commentatori embedded: il 5% del Pil serve a investire in tecnologia dual use, che può essere usata per scopi sia civili che militari, come computer, radar, materiale aerospaziale. Tutta roba utilissima, tanto che ci chiediamo come mai non venisse comprata già col 2%, ovvero cosa ci compravamo noi col 2%, a parte le armi di cui abbiamo rimpinzato l’Ucraina svuotando i nostri arsenali. Poche chiacchiere: la von der Leyen, tedesca della schiatta chissà se dei Goethe o dei Göring, ha disposto che l’Europa deve spendere 800 miliardi in armi e così si farà, poco importa che ad arricchirsi vieppiù saranno le industrie di armamenti pesanti, come la tedesca Rheinmetall, posto che, mentre noi investiamo in missili e cannoni, Israele, che a Gaza compie la sua carneficina sparando in testa ai bambini, in Libano ammazza e ferisce migliaia di persone facendo esplodere i cercapersone. Beninteso: queste spese saranno segretate e fatte in deroga ai controlli della Corte dei Conti e della normativa sugli appalti pubblici: siamo o no una democrazia?
Il Ponte sullo Stretto, che per anni ci hanno venduto come un progetto di grande progresso civile, verrà fatto rientrare tra le spese militari con uno sgamino da magliari. In caso i russi attaccassero la base Nato di Sigonella da Tripoli via Mar Nero e Turchia, naturalmente a dorso di mulo e coi chip delle lavatrici nei Gps, le nostre truppe si paracaduteranno sul ponte, visto che non è consigliabile percorrere coi carri armati la Salerno-Reggio Calabria né tantomeno usare la linea ferroviaria. Ma allora perché non limitarsi a posizionare sullo Stretto qualche nave della Marina militare?
A proposito di treni. Lottando contro le zecche comuniste che conficcavano i chiodi nei cavi dell’Alta velocità per sabotare le Ferrovie con infiniti ritardi e far fare brutta figura all’altrimenti impeccabile ministro dei Trasporti Salvini (il chiodo: una perfetta ed economica tecnologia dual use, capace da solo di bloccare un intero Paese), a novembre 2024 il Frecciargento Roma-Genova delle 16:20 è partito con 50 minuti di anticipo per non arrivare in ritardo. “Per essere puntuale non c’era altra soluzione”, ha spiegato il personale di Trenitalia, vergando la biografia di una nazione. Come gliela spieghi, metti, a un giapponese una cosa del genere?
Quanto a genio truffaldino, l’Europa già due anni fa decise di distrarre fondi dal Pnrr infilando le spese per armi sotto la “erre” della voce “resilienza”, quella fregatura che ci vendevano come la forza d’animo che avrebbe consentito al negozietto di generi alimentari di riaprire dopo la pandemia. Scriveva Repubblica: “Il provvedimento, denominato Asap, punta ad aumentare la capacità produttiva dell’Ue e ad affrontare l’attuale carenza di munizioni e missili”, a riprova del fatto che non era vero quel che diceva Meloni, cioè che mandavamo all’Ucraina ferrivecchi a costo zero. Pazienza se ora dovremo comprare le armi dagli Usa perché le industrie europee non ce la fanno a stare dietro a una domanda creata artificialmente con una minaccia inventata; e chissà cosa si potrebbe fare coi 110 miliardi l’anno che spenderemo in armi in luogo degli attuali 46 (dati Nato e Milex), quante macchine per la Tac ci si potrebbero comprare, quanti ospedali costruire, quanti italiani salvare, dei 6,5 milioni in povertà assoluta; quanti chilometri di strade e ferrovia, specie in Sicilia, si potrebbero risanare.
A Roma siamo in una botte di ferro: se i russi decidessero di entrare nell’Urbe dal Raccordo o su ferrovia, sarebbero praticamente fritti. I distributori di carburante costruiti sul ciglio della strada a 10 metri dalle abitazioni possono esplodere al passaggio di veicoli militari, facendo purtroppo vittime civili, che però come si vede ci sono anche in tempo di pace. Il sindaco Gualtieri, inauguratore compulsivo di inutili fontane a sfioro e di utili guide pavimentali per i non vedenti che infatti nei Paesi civili esistono da decenni, si è recato sul luogo del disastro (con uno stuolo di bodyguard: nel caso a far esplodere il distributore fossero stati dei russi ancora nei paraggi): “Effetti devastanti, si sono rovinati degli infissi. Sono stati evacuati i bambini di un centro estivo vicino”, hai detto niente. I feriti sono stati trasferiti nei locali ospedali, oculatamente distribuiti perché i pronto soccorso sono già sovraffollati e non funzionanti di loro, come nei Paesi in guerra.

Non fa una piega!

 

Aridatece Lisistrata
DI MARCO TRAVAGLIO
Per secoli fior di intellettuali hanno immaginato quanto sarebbe più pacifico il mondo se al potere, anziché gli uomini, ci fossero le donne. Uno dei primi fu Aristofane con Lisistrata e le sue amiche, promotrici di uno sciopero del sesso per costringere i governanti di Atene, Sparta e altre città greche a farla finita con la guerra del Peloponneso. Il luogo comune durò finché le prime donne non salirono al potere e si scoprì che erano guerrafondaie quanto gli uomini. Ma Indira Gandhi, Golda Meir, Margaret Thatcher erano almeno grandi statiste e nelle rispettive guerre vennero tirate per i capelli. Poi vennero le nane che scimmiottano i modelli macho-guerreschi per non sfigurare con i mandanti maschi e arraffare poltrone, come la Rice con Bush jr., la Clinton con Obama, la Harris con Biden. La Commissione Ue non è mai stata più rosa di oggi, tra la presidente Von der Leyen, la Kallas, le 4 vicepresidenti esecutive su 6 e le altre 6 commissarie su 20. Inclusa l’ormai leggendaria Hadja Lahbib, quella del kit per sopravvivere alla guerra atomica con coltellino svizzero, carica-cellulare e carte da gioco. Nessuna ha fatto un plissé sugli abominevoli piani di riarmo Ue e Nato: anzi Ursula e Kallas guidano le Sturmtruppen e adorano farsi immortalare tra nerborute soldataglie in mimetica, bombe che esplodono, missili che sibilano e caccia che sfrecciano. Ieri si discuteva della sfiducia chiesta dai Conservatori contro la Bomberleyen per i traffici sui vaccini e il Rearm senza passare dal Parlamento. E lei, anziché spiegare quelle condotte scandalose o dimettersi, ha risposto che “ha stato Putin”: “È una lotta tra democrazia e illiberalismo” (lei, che ignora il Parlamento, è la democrazia), “una minaccia dei partiti estremisti che vogliono polarizzare le nostre società con la disinformazione” (lei, che occulta i suoi messaggi con Pfizer, è l’informazione), “sono apologeti di Putin sostenuti dai nostri nemici e dai loro burattinai in Russia o altrove” (inclusi la Corte di Giustizia europea che ha giudicato illegittima la censura sulle sue chat segrete con il boss di Pfizer; e il Parlamento Ue che le ha fatto causa per non aver potuto votare il Rearm).
Poi c’è un’Ursula che non ce l’ha fatta: la pidina Pina Picierno, vicepresidente dell’Europarlamento (una dei 14), che vede Putin dappertutto. Ora, per dire, tuona contro la Campania dell’amico De Luca che ha invitato a Salerno uno dei maggiori direttori d’orchestra del mondo, Valery Gergiev, russo quindi “fiancheggiatore di Putin e del suo abietto imperialismo”, già cacciato dalla Scala da quel genio di Sala. A riprova del fatto che guerra e pace non sono questioni di genere, ma di cervelli in fuga dai rispettivi crani. Maschili e femminili.

L'Amaca

 

La sola guerra necessaria
di MICHELE SERRA
Ridicolo”, “scemo”, “ubriacone”, è l’ultima delle raffiche di insulti tra maschioni alla ribalta in America (il duo monosillabo Trump e Musk; e Bannon, che è bisillabo perché è l’intellettuale del gruppo).
Se non vengono alle mani è solo perché non hanno ancora trovato il modo di far ben figurare bernoccoli e cerotti nelle loro bacheche social, che sono una sfilza di sole vanterie, proclami, lustrini dell’ego. L’unica, risoluta, vincente azione di guerra della quale l’umanità avrebbe bisogno sarebbe paracadutare sull’America decine di migliaia di psicoanalisti pronti a tutto.
I maschi alfa dei nostri tempi sono così esiziali che bisognerebbe chiamarli maschi omega, niente in loro fa pensare a un inizio, molto alla fine. Ma c’è una buona notizia: si odiano, rivaleggiano in tracotanza e in smisuratezza, il millenario torneo “vediamo chi ce l’ha più lungo” sta vivendo, grazie a loro, la sua Wimbledon. Questo fa escludere che possano coalizzarsi e fa sperare che alla fine si distruggano a vicenda. Poi i cocci, già lo sappiamo, saranno a carico di chi rimane, e con la schiena china dovrà raccogliere tutto e ricominciare quasi daccapo. Ma almeno questo lungo tuffo nel tribalismo (e nel gallismo, etologicamente parlando) avrà fine. Quando, non è lecito sapere, ma nell’attesa bisognerebbe riorganizzare i ranghi della gentilezza e del senso del ridicolo, che sono palesemente le sole virtù rivoluzionarie della nostra epoca.
Nel caso la gentilezza sembrasse un po’ sciapa, il senso del ridicolo è un ottimo condimento. L’ossessione di Trump per l’oro e le dorature, per esempio (c’è più oro attorno a Trump che nell’Aida di Zeffirelli), vale da sola un film satirico. O un musical a Broadway. Lui non capisce le battute, ma noi sì.