Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
domenica 29 giugno 2025
Eredità
L’Amaca
Il peso specifico della libertà
di Michele Serra
Forse, dopo il Pride di Budapest, sarà più chiaro a tutti che i diritti della persona sono cosa di primissimo rilievo politico. Non un “falso obiettivo” per una sinistra disorientata e ripiegata su se stessa, non uno sfizio, e quasi un vizio, da occidentali annoiati, non uno spreco di energie distolte dalle questioni sociali e salariali.
No: qualcosa che riguarda l’essenza stessa della democrazia, in grado di costringere un intero continente, classe politica e opinione pubblica, a riflettere su se stesso, con l’odio fascista che si mette (inutilmente) di traverso e il truce governo ungherese isolato e costretto alle corde assieme al cospicuo novero dei suoi alleati europei, governo italiano in primo luogo.
Il Pride (con il suo ampio corollario di movimenti e di attivisti) è un fiume gonfio di libertà, il folklore da un lato, l’eccesso di pedanteria ideologica dall’altro, non levano peso a una materia per nulla fumosa, fatta di persone in carne e ossa e di vite quotidiane (non si dice sempre che la politica deve occuparsi della vita quotidiana delle persone?).
Orbán lo sa benissimo, che la sostanza di quel movimento è una visione plurale e liberale della società, e per questo, in sintonia con il suo faro politico Putin, non lo sopporta: fino a vietarlo. Ieri (sabato 28 giugno) ha perso clamorosamente una battaglia importante, e ancora non si sa chi vincerà la guerra. Ma di qui in poi il vecchio argomento “si parla troppo di diritti, poco di politica vera” ha perso ragione d’essere.
Avanti marsc!
Polli Aia
di Marco Travaglio
Leggendo in rapida successione due interviste dei generali Portolano e Tricarico e l’editoriale crivellato dal maresciallo Panebianco con raffiche di mitra, stavo per convertirmi al riarmo. Dice il Portolano, arrapatissimo dalle decine di miliardi che stanno per piovere dal cielo, che dobbiamo “puntare su organici, droni, copertura aerea, munizioni, forze corazzate, artiglieria, genio, batterie equipaggiate con missili di nuova generazione”. Per far che? Per avere la “prontezza operativa” a “sostenere un conflitto come quello russo-ucraino in corso”. Ora, la Russia ha invaso la confinante Ucraina per impedirle di entrare nella Nato e di continuare a bombardare le regioni russofone del Donbass. Evidentemente c’è un Paese confinante con noi che medita di invaderci per impedirci non di entrare nella Nato (ci siamo da sempre), ma di bombardare la minoranza ladina in val di Fassa o quella tedesca in Sudtirolo? Il Tricarico, affranto per la “crisi vocazionale che ha reso il mestiere delle armi meno appetibile”, vuole rimpinguare l’esercito, riportare in caserma i 7 mila soldati di Strade sicure e “rendere richiamabile nella riserva chiunque ha lasciato il servizio attivo da un certo numero di anni: per esempio io”, che ha appena 83 anni. Perché “i granai sono vuoti” (forse voleva dire arsenali) e c’è “una guerra alle porte”. Con chi, per riservatezza, non lo dice. Ma si lascia sfuggire che, “se l’Italia venisse attaccata come Israele dall’Iran, non potremmo difendere i cittadini”. Per la verità è Israele che attacca l’Iran e questo risponde, ma non è uso attaccare Paesi a cazzo: se evitiamo di bombardarlo, è probabile che non bombardi noi e le cellule di Hezbollah in Val Brembana restino dormienti. Poi c’è il mar. Panebianco, che divide i nemici del riarmo fra “amici del giaguaro” (i “putinian-pacifisti”), “europeisti della domenica” e “sonnambuli” che perdono tempo in “calcoli complicati su quanto costerà ai cittadini” con tagli a “sanità, pensioni, scuola e altro”: quisquilie.
Quando stavo per arrendermi, ho letto l’articolo di Gianandrea Gaiani (Analisi Difesa) sul “pavone Trump” e i “polli europei” al vertice Nato dell’Aia: “Il 5% del Pil alla Difesa non ha nulla di militare: i piani di sviluppo delle forze armate si fanno definendo cosa occorre per conseguire le capacità stabilite, il tempo necessario e il costo, e poi reperendo le risorse. Non certo stabilendo a priori percentuali di Pil”. Trump vuole solo che “gli europei comprino armi Usa per riequilibrare la sua bilancia commerciale”. E i “polli” scattano sull’attenti, “schiacciati tra l’incudine del 5% di Trump e il martello degli 800 miliardi a debito imposti dall’Ue: il primo per favorire gli Usa, il secondo la Germania. In entrambi i casi, paghiamo noi”. Cornuti e contenti.
sabato 28 giugno 2025
Sindrome
ll personaggio
Olofsson, il bandito gentile della sindrome di Stoccolma
di VIOLA ARDONE
Racconta Proust nel quinto volume della Recherche che Madame de La Rochefoucauld a chi le chiedeva se fosse felice di vivere in una così bella dimora rispondeva: «Non esistono belle prigioni». Parallelamente, il Narratore e Albertine, protagonisti di questo romanzo che si intitola proprio La Prigioniera , vivono una complicata storia di gelosia e di reclusione tormentata dal bisogno di possesso e di controllo, una ambigua relazione di prigionia in cui i ruoli di vittima e carnefice sono strettamente legati e in qualche modo intercambiabili. Ma se è vero che non esistono belle prigioni, è altrettanto evidente che in alcuni casi la prigionia può generare reazioni del tutto controintuitive rispetto al senso comune.
Nel 1973, nel corso di un colpo alla Kreditbanken di Stoccolma, il rapinatore Jan-Erik Olsson chiese e ottenne la liberazione di un detenuto suo amico, Clark Olofsson, in cambio della vita di quattro ostaggi. Da quel momento accadde qualcosa di inspiegabile e la rapina, con annesso rapimento, prese una piega che nemmeno lo sceneggiatore più spregiudicato avrebbe potuto immaginare. Olofsson, arrivato sulla scena della rapina, riuscì a creare con gli ostaggi un clima di empatia e solidarietà, al punto tale che questi passarono in breve tempo dalla parte dei loro carcerieri, mostrandosi per converso ostili alle forze dell’ordine intervenute per liberarli. Kristin Enmark, una delle persone sequestrate, nel corso di una comunicazione telefonica con il primo ministro svedese Olof Palme che si adoperava in prima persona nella trattativa, affermò di avere grande fiducia in “Clark”, dal momento che si era mostrato premuroso nei loro confronti e che, anzi, lei e gli altri reclusi stavano bene e «si divertivano».
Olofsson, che per quell’episodio venne assolto anche grazie alle testimonianze degli ostaggi, è morto ieri all’età di 78 anni, a lui e alla sua storia è rimasta legata l’espressione “Sindrome di Stoccolma”, coniata dal criminologo e psichiatra svedese Nils Bejerot per indicare quel paradosso emotivo che nasce dal corto circuito psichico tra libertà e prigionia, tra dentro e fuori, tra aiutante e oppositore. La Sindrome non ha trovato spazio nella letteratura scientifica e non è descritta nei manuali di psichiatria, eppure in questi cinquant’anni è diventata così nota da essere ormai un’espressione comune, usata (e spesso abusata) in contesti molto differenti. Ma come si spiegano i sentimenti positivi che possono nascere nella vittima nei confronti del suo aguzzino? C’è un fondo di verità scientifica in questo processo che ha ispirato opere letterarie e cinematografiche basate appunto su una sorta di connivenza tra predatore e preda? Liliana Cavani ha esplorato questa condizione in un suo film del 1974, Il portiere di notte che, ambientato a Vienna nel 1957, racconta dell’incontro casuale tra un portiere d’albergo deferente e gentile e una affascinante cliente borghese. Dal momento in cui i due si riconoscono come una ex guardia nazista e una ebrea prigioniera del campo di concentramento, scatta di nuovo tra loro una relazione di dominio e sottomissione a cui lei si aggioga docilmente, come sopraffatta dal potere che il suo aguzzino ha avuto tanto tempo prima.
Un anno dopo è il regista statunitense Sidney Lumet a trarre ispirazione dalla Sindrome di Stoccolma per uno dei suoi film più famosi,Quel pomeriggio di un giorno da cani .
Anche qui c’è una rapina, questa volta in una banca di New York, e anche qui tra ostaggi e rapinatori (uno dei quali interpretato da un disarmante Al Pacino) si crea una relazione di complicità.
Sia nelle rappresentazioni cinematografiche che negli episodi reali, al rancore e alla rabbia iniziali si sostituisce con il passare dei giorni un idem sentire che accomuna carceriere e carcerato, costretti a convivere nei medesimi spazi angusti, a controllarsi a vicenda, a condividere lo stesso desiderio: quello di uscire fuori dal luogo chiuso e di ritrovare la libertà, obiettivo rispetto al quale paradossalmente le forze dell’ordine si frappongono come un ostacolo comune. In questa sorta di rovesciamento delle parti colui che ha sugli altri diritto di vita e di morte diventa automaticamente un dio, anzi una sorta di «dio di emergenza», come ebbe a dire Sven Säfström un altro degli ostaggi liberati, alla fine, grazie a un’azione di forza da parte della polizia svedese. È a lui che bisogna rivolgersi per avere salva la vita, lui ha tra le mani il filo che potrebbe recidere con un colpo netto, come una delle tre Parche, la nera Atropo. E d’altra parte anche nell’ascesa dei regimi dittatoriali l’autocrate di turno è spesso sostenuto dalle masse che riconoscono in lui un aiutante, invece che un tiranno, l’espressione di una forza e di una determinazione tali da volergli consegnare spontaneamente la propria vita. La deposizione della volontà è l’atto di fondazione di ogni regime dispotico, forse perché ha come contropartita la perdita di responsabilità individuale, un fardello di cui alcuni preferiscono liberarsi, a costo di vivere in cattività.
Kristin Enmark, che ha intrattenuto anche in seguito rapporti di amicizia con Olofsson, è stata accusata di essere stata connivente con un criminale, di essersi fatta manipolare fino a proteggerlo e giustificarlo. Lei però non ha mai accettato la definizione di Sindrome di Stoccolma e ha definito queste accuse una sorta di vittimizzazione secondaria, come se fosse stata considerata in qualche modo corresponsabile del proprio rapimento.
«È un modo per incolpare la vittima », ha dichiarato nel 2021 in un podcast della Bbc .«Ho solo fatto il possibile per sopravvivere». È la stessa accusa, a ben guardare, che viene mossa in maniera più o meno esplicita a molte donne vittime di violenza domestica, quella di non aver gridato abbastanza forte e di essere state, in fondo, complici dell’aggressore, affette da una sorta di “Sindrome della prigioniera”.
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