domenica 18 maggio 2025

Tensioni di vertice

 

Alla larga dal mini-club
DI MARCO TRAVAGLIO
C’erano un francese, un tedesco, un inglese e un polacco… Come se non bastassero l’odio fra i capi russi e quelli ucraini e le enormi difficoltà del negoziato appena partito a Istanbul, ci sono pure i Volenterosi (simpatico eufemismo che sta per sabotatori guerrafondai): un mini-club di mitomani con enormi problemi in patria che, per darsi una ragione di esistere, scorrazzano da Londra a Parigi, da Kiev a Tirana, per parlare di cose che non li riguardano e progettare piani che resteranno lettera morta. Intanto il formato “Volenterosi” esiste solo nelle loro teste malate, non nel diritto internazionale. E poi la fregola bellicista di inviare truppe in Ucraina – il fondamento della loro esistenza, dopo il rifiuto a inviare soldati dal resto dell’Ue – è incompatibile con la prima condizione irrinunciabile per la Russia al tavolo di Istanbul, tre anni fa come oggi: Ucraina fuori dalla Nato e Nato fuori dall’Ucraina. Quindi niente truppe di Paesi Nato, tantomeno di due potenze nucleari come Francia e Regno Unito, a fare il peacekeeping.
La Meloni, spaventata dal forte movimento pacifista, dalle resistenze della Lega e dalla volubilità di Trump, ha detto fin da subito che l’Italia non invierà truppe. Infatti non si capiva cosa ci facesse ai primi due raduni del club, con la faccetta malmostosa di chi avrebbe voluto essere altrove. Invece si capisce perché abbia disertato l’inutile treno per Kiev e l’inutilissima adunata albanese. Infatti i giornaloni atlantisti la attaccano proprio per la sua assenza e prendono per oro colato le balle di Macron, che nega la ragione fondante dei Volenterosi – inviare truppe in Ucraina – e smentisce persino i suoi reiterati appelli fin dal 26 febbraio ’24 (“La Russia non deve vincere, non è escluso in futuro l’invio di truppe di terra”). La Meloni fa benissimo a tenersi a debita distanza e a ricordare cosa vogliono Macron, Starmer, Merz e Tusk. Ma fa malissimo a trincerarsi dietro l’“unità occidentale”, che non esiste (nell’Ue e nella Nato ciascuno va per conto proprio); e a non tentare di costruire un fronte alternativo, non solo con i governi di destra a lei più affini, ma anche con Paesi ragionevoli come la Spagna (Sànchez ha già smontato le fesserie sul riarmo contro l’imminente invasione russa: “Non vedo truppe di Mosca alle porte”). Von der Leyen, Kallas e i Volenterosi boicottano i negoziati col riarmo tedesco, polacco e baltico; con nuove sanzioni a Mosca e nuove armi a Kiev in piena trattativa; con la minaccia francese di schierare testate nucleari in Germania e Polonia; e con l’idea di un tribunale speciale tipo Norimberga per processare Putin &C. con cui si dovrebbe cercare un’intesa. Perché il governo italiano, dopo averci detto da che parte non sta, non ci dice da che parte sta?

L'Amaca

 

La violenza è conformista
di MICHELE SERRA
«È necessario, nel contesto globale attuale, immaginare e costruire un modo di vivere diverso e dunque un mondo radicalmente differente. Davanti a genocidi, guerre, riarmo, politiche razziste, deportazioni e attacco costante e quotidiano a tutte le persone ai margini, non bianche e ricche, noi rispondiamo tessendo relazioni internazionali che valicano i confini imposti, praticando solidarietà e cura, costruendo comunità resistenti, transfemministe e antirazziste».
Bello, no? Sono parole dette, nero su bianco, dai promotori della manifestazione “antagonista” di ieri, a Milano, contro l’abominevole Remigration Day, ovvero contro il razzismo e il fascismo. Poi tutto si è risolto con i passamontagna calati sulla faccia e gli scontri con la polizia. Così che viene naturale chiedere: che cosa accidenti c’entrano con la solidarietà e la cura, con l’antirazzismo e il transfemminismo, gli scontri di piazza, che sono la cosa più risaputa, monotona, conformista che il decrepito estremismo di sinistra riesca a mettere in campo? Alla faccia di «un modo di vivere diverso»!
Diversa, in questo mondo di sopraffazione e di violenza, è la non violenza, sono le pratiche del pacifismo attivo, del soccorso in mare, dei medici di Emergency a Gaza e ovunque non serva chiedere ai feriti e ai malati “da che parte stai”, delle monache e dei frati pacifisti, delle comunità di incontro e di dialogo. Il passamontagna sul volto è la cosa meno “differente” che si possa concepire. Chiunque se lo cali, anche se ha vent’anni, è un vecchio reazionario, nemico giurato dell’unica vera novità di cui disporre, che è il rispetto degli altri. Il violento di piazza (e sui social) vuole che nulla cambi, perché, come Vannacci, il cambiamento lo annichilisce.

sabato 17 maggio 2025

È così!



Mi scompiscio quando leggo strali lanciati su Leone XIV a proposito della famiglia, intesa come la intende un Romano Pontefice. Cosa dovrebbe dire un Papa? Bergoglio non ha mai contraddetto questo aspetto del cattolicesimo, “chi sono io per giudicare” è un’altra angolazione, di amore e rispetto, d’apertura. Ma non ha nulla a che vedere con la visione cattolica della famiglia. Quindi perché adirarsi? Perché pretendere che si ripensi a ciò che teologicamente, ontologicamente è incastonato nella fede? Non credo che le unioni civili vengano lese dal mancato riconoscimento di un Papa. Personalmente non ho alcun moto di giudizio né di commento in merito; due persone si amano, convivono, affrontano la vita e le sue difficoltà assieme. Interagisco con loro se le incontro, semplicemente.
Ma il Successore di Pietro è il custode della fede non colui che la interpreta a seconda delle necessità sociali. Rasserenarsi e vivere la propria vita al meglio è tassello per l’architrave della convivenza sociale. Ogni altro giudizio, diceria, fesseria appartiene al chiacchiericcio. Aria fritta quindi!

Cattiveria

 



Natangelo


 

L'Amaca

 

Faticare molto e lagnarsi poco
di MICHELE SERRA
Ci siamo giocati pure il ministro Giuli, noi che speriamo sempre in un avversario di buon livello, così magarimigliora anche il nostro. Ci sembrava abbastanza snob e scafato, Giuli, da evitare di accodarsi alla tiritera autolesionista sulla sinistra pigliatutto in campo artistico: che poi è come sottolineare che, in quel campo, la destra italiana è, per sua tenace tradizione, piglianiente. Zero tituli.
Ma no, ci è caduto pure lui, con l’aggravante che da un ministro — se non è il Salvini — ci si aspetta quel tanto di aplomb istituzionale che basta per sembrare al di sopra della mischia.
Come ognuno ha ben chiaro, il casellario destra/sinistra è troppo angusto per contenere un materiale ingombrante come la cultura e l’arte. Arte e cultura — proviamo a ripeterlo per la miliardesima volta — sono corse individuali, fatiche personali nelle quali talento e merito sono decisivi (e i libri letti, i film visti, le discussioni fatte, sono come i chilometri in allenamento degli sportivi). Il lobbismo, le amicizie politiche, l’aria che tira possono soccorrere o premiare qualche mediocre, come la destra di sottogoverno ha mostrato di sapere e volere fare e come la sinistra novecentesca fece, con la differenza sostanziale che non lo fece dal governo ma dall’opposizione, nei cinema d’essai, nei teatri off, nei cabaret, nei circoli culturali, nelle case editrici, spesso con pochi soldi e molto, moltissimo lavoro.
L’elenco degli artisti, scrittori, cineasti, attori, cantanti “di sinistra” (tanto per stare allo schemino) che possono legittimamente dire di essere stati underdog, soli con il loro talento, è così lungo che a nessuno di loro è mai venuta la voglia di rivendicarlo. Faticare molto e lagnarsi poco, è la regola che vale in tutti i campi del lavoro, compreso quello intellettuale.

Garlasco

 

Garlasco: gemelle K colpevoli perfette
DI SELVAGGIA LUCARELLI
Credevo che con il caso Erba si fosse toccato il fondo, poi è arrivato Garlasco e il circo mediatico intorno a Rosa e Olindo Romano è diventato un esercizio di sobrietà. Improvvisamente, per buona parte della stampa e dell’opinione pubblica, Alberto Stasi è un povero Cristo mandato in carcere per sbaglio perché i possibili colpevoli sono Andrea Sempio – in prima battuta – e poi le famose sorelle Stefania e Paola Cappa, ribattezzate già ai tempi “gemelle K”. Un nomignolo perfetto per due potenziali assassine, un po’ a metà tra il nome in codice di due spie del KGB e un duo di lapdancer. Le donne non sono mai state indagate e al momento non si capisce quali nuovi elementi le collegherebbero all’omicidio, oltre a quel soprannome che è palesemente già un indizio. Anzi, sì. Un supertestimone, dopo 18 anni, ha riferito in un bar alle Iene (!) un fatto grave e attendibilissimo: ai tempi, una persona ora morta che era in compagnia di un amico anche lui morto, gli aveva raccontato di aver visto Stefania Cappa arrivare a Tromello con un fagotto molto pesante che avrebbe gettato nel canale provocando un grosso tonfo. La testimonianza coincide con quella di un altro testimone che all’epoca affermò di aver visto una ragazza bionda in bici con un attizzatoio da camino la mattina del delitto. Poi però confessò di esserselo inventato. E quindi, di fronte a testimonianze così precise e attendibili, si è dragato il canale, trovando in effetti qualcosa. Qualcosa che non è un attizzatoio da camino ma un martello, quindi boh. Nel frattempo c’è anche un altro grosso mistero su cui si indaga e che – come evidente – incastra le sorelle K: una collega di Chiara Poggi, Francesca, 18 anni fa disse ai carabinieri: “Chiara mi aveva parlato di una festa a cui si sarebbe dovuta recare in una villa con piscina”. Insomma, una festa in piscina di cui non si sa nulla (neppure se le cugine e Chiara Poggi ci siano mai andate) che evoca perdizione e misteri, manco si parlasse di Puff Daddy. Il risultato di questi indizi lucidi e inequivocabili è che per una buona fetta di opinione pubblica ora le gemelle Cappa sono le gemelline di Shining, Stasi un povero malcapitato, Sempio chissà e i genitori di Chiara Poggi, i quali sostengono che l’assassino sia Stasi come da sentenza definitiva, due mostri. Mostri con un unico interesse: ottenere tutto il risarcimento dal povero Stasi. Insomma, forse abbiamo davvero trovato l’arma del delitto: la tastiera di troppi computer.