lunedì 28 aprile 2025

Vamos Tomaso!

 

Cemento selvaggio, tornano quelli del “silenzio assenso”
DI TOMASO MONTANARI
Ma che bell’ambiente. Nella revisione del codice di beni culturali e paesaggio ecco il cavallo di Troia che depotenzia il ruolo delle soprintendenze e i controlli
Ci risiamo: è lo stesso, eterno copione. Da Berlusconi, a Renzi e oggi a Salvini: abbattere le odiate soprintendenze, sciogliere ogni vincolo che possa frenare l’arbitrio privato. E nel frattempo sterilizzarle, ridurle all’impotenza. Oggi il cavallo di Troia si chiama disegno di legge 1372, in discussione al Senato, e intitolato Delega al Governo per la revisione del codice dei beni culturali e del paesaggio in materia di procedure di autorizzazione paesaggistica. Nell’introduzione si mente per la gola, ma non si riesce a trattenere il ghigno, affermando che la legge “rappresenta un passo importante verso una gestione più efficiente e moderna delle autorizzazioni paesaggistiche. La tutela del patrimonio culturale e ambientale deve rimanere un obiettivo primario, ma è necessario bilanciarla con l’esigenza di non paralizzare l’attività edilizia e urbanistica con procedure eccessivamente lente e complesse”. Una excusatio non petita, seguita da un’orgia di ipocrisia: bilanciare la tutela dell’ambiente con il cemento è come bilanciare la legalità con la mafia. Perché in Italia abbiamo un articolo 9 della Costituzione in cui si dice che la Repubblica tutela il paesaggio, cioè l’ambiente, e abbiamo un articolo 42 che dice che “L’iniziativa economica privata … non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno … all’ambiente”.
Perché questo è il punto: in un Paese come il nostro il cemento è un interesse privato, l’ambiente è l’interesse generale. E invece il ddl che cosa fa? Resuscita il vecchio mito dei palazzinari: il silenzio assenso. Se la soprintendenza non risponde entro un termine preciso, abbassato in alcuni casi a 30 giorni, allora si può procedere: ma la semplificazione amministrativa deve garantire l’interesse di tutti, non quello privato. Così il gioco è scoperto: le soprintendenze sono prive di personale e definanziate, e i cementificatori, amici degli stessi politici che fanno le leggi e tolgono i mezzi alla tutela, hanno via libera. E poi, alla prima alluvione, tutti a piangere sulla cementificazione che porta morti, e danni per miliardi.
Ma non basta. Il ddl modifica l’articolo 152 del Codice dei Beni culturali, che prevede che “nel caso di aperture di strade e di cave, di posa di condotte per impianti industriali e civili e di palificazioni nell’ambito e in vista” di “cose immobili che hanno cospicui caratteri di bellezza naturale, singolarità geologica o memoria storica, ivi compresi gli alberi monumentali”, “complessi di cose immobili che compongono un caratteristico aspetto avente valore estetico e tradizionale, inclusi i centri ed i nuclei storici” o di “bellezze panoramiche e così pure quei punti di vista o di belvedere, accessibili al pubblico, dai quali si goda lo spettacolo di quelle bellezze”, la soprintendenza debba esprimere parere vincolante.
Cioè se voglio piazzare una fabbrica davanti a una cattedrale, o una pala eolica sopra un albero secolare oggi devo passare per il parere di chi tutela i beni di tutti noi. Ma se passa questa legge, il parere sarà sì obbligatorio, ma non più vincolante: ergo i privati tireranno diritto, in un nuovo sacco d’Italia. Non basta ancora: il parere delle soprintendenze sarebbe carta straccia anche per gli interventi nelle aree tutelate per legge, come i “territori costieri compresi in una fascia della profondità di 300 metri dalla linea di battigia, anche per i terreni elevati sul mare; i territori contermini ai laghi compresi in una fascia della profondità di 300 metri dalla linea di battigia, anche per i territori elevati sui laghi; i fiumi, i torrenti, i corsi d’acqua iscritti negli elenchi … e le relative sponde o piedi degli argini per una fascia di 150 metri ciascuna; le montagne per la parte eccedente 1.600 metri sul livello del mare per la catena alpina e 1.200 metri sul livello del mare per la catena appenninica e per le isole”.

domenica 27 aprile 2025

Le questuanti



Dopo aver passato la notte a sgranare rosari, giaculatorie -San Giuliano fammi parlare col presidente americano- aver sguinzagliato i vari Sechi scodinzolanti, le due signore europee, una affamata e fremente di dilapidare 800 miliardi in armi, l’altra convinta di essere diventata l’ago della politica mondiale - ciao core! - si sono ritrovate un magro risultato in mano. Ursula un saluto alla “scusi mi si è fermato l’orologio, mi può dire che ore sono?” e Giorgia inseguendo Ciuffo Biondo con pennivendoli e ritrattisti al seguito è riuscita ad avvicinarlo in modalità “ahò ma tu non sei Geroni quello della 3C?” 
Tutte e due, verso sera, ritrovandosi, sono rimaste allibite, allorché qualcuno, timorosamente, ha spiegato loro che l’evento a cui avevano partecipato la mattina trattavasi del funerale del Papa. “Ma davvero?” attonite han replicato…

Sempre bellicista




Sintesi




Flash




Francescanemente

 

Il primo miracolo
DI MARCO TRAVAGLIO
Forse è solo un fuoco fatuo. Ma la storica foto di Trump e Zelensky seduti faccia a faccia sulle due sedie rosse e dorate fra i marmi di San Pietro, protési l’uno verso l’altro a parlare di pace a pochi metri dalle spoglie di Francesco, ha acceso le speranze del mondo intero (fatta eccezione per chi è troppo impegnato a salvarsi la faccia per preoccuparsi di salvare vite). E ha oscurato persino le immagini solenni del funerale del Papa, che sarebbe il primo a gioirne: la pace non è morta. In questi anni si è battuto solitario, incompreso, frainteso e vilipeso, per convincere i potenti della Terra a fermare le 56 guerre che la insanguinano, dall’Ucraina a Gaza in giù. E proprio nel giorno della sua sepoltura quel gesto così normale pare il suo primo mezzo miracolo: un colloquio sottovoce, lontano da orecchi indiscreti, clamori mediatici, ansie di uscire vincitori con rivendicazioni irrealistiche e minacce umilianti. L’opposto di quello di due mesi fa nello Studio Ovale. Anche i séguiti fanno sperare: dopo le bacchettate a Zelensky di questi giorni, Trump dà una botta a Putin condannando gli ultimi bombardamenti e lo sfida a non prenderlo in giro; Putin non risponde a brutto muso, ma annuncia la completa liberazione di Kursk e si dice pronto, ora che la contro-invasione è respinta, a negoziati diretti con gli ucraini “senza precondizioni”. E, sull’altro fronte, Hamas offre una tregua a Tel Aviv con la liberazione di tutti gli ostaggi israeliani, mentre fila liscio il terzo round tra Usa e Iran sul nucleare malgrado l’esplosione al porto di Shahid Rajaee e Trump giura che “Netanyahu non mi trascinerà in guerra con Teheran”.
Sono solo parole che attendono la prova dei fatti. Ma parole molto diverse da quelle bellicose e belliciste che ascoltavamo fino a qualche giorno fa. Parole “disarmate”, come aveva auspicato il Papa nella lettera scritta al Corriere il 14 marzo dall’ospedale (“Disarmare le parole per disarmare le menti e disarmare la Terra”). Ed è paradossale che, a innescare almeno verbalmente questo circuito virtuoso, sia un leader rozzo, violento, antitetico al messaggio bergogliano come Trump. Perciò il Papa parlava con tutti, anche con le peggiori canaglie (“Dio condanna il peccato ma salva il peccatore”), senza sconti ma senza rotture. L’ha spiegato padre Antonio Spadaro a Daniela Ranieri: “Quando si rivolge a politici e capi di Stato, lui punta il dito sui fatti, non attacca i singoli. La sua è una diplomazia ‘sartoriale’, tende a ricucire”. Nei Vangeli la Provvidenza si serve del Male – Giuda, i sommi sacerdoti, Pilato – per propiziare la morte e resurrezione di Cristo. E nei Promessi sposi usa don Rodrigo e l’Innominato a fin di bene. Se ieri, in piazza San Pietro, qualcuno lo ha capito, quel funerale diventerà una festa.

L'Amaca

 

Una pace senza parole
di MICHELE SERRA
Si chiama, la nostra, “società dell’immagine”, e dunque l’istantanea di Trump e Zelensky (in ordine alfabetico) che confabulano in San Pietro, seduti su due sedie, ha un forte impatto. Se si chiamasse “società della parola” l’impatto sarebbe molto minore: senza didascalia, quella foto è solo una foto.
Che cosa si saranno detti? Qualche frase improvvisata, probabilmente, magari qualche espressione di circostanza che rimedi, almeno in parte, al disgraziato incontro/agguato nella Sala Ovale. Meglio che niente, ma un percorso di pace richiede il lavoro paziente di molte persone esperte, documenti lunghi, faticosi e sempre passibili di correzioni rigo per rigo, trattative, colloqui, tentativi parziali, mosse tattiche e obiettivi strategici. Parole messe in fila, insomma, in mezzo alle quali le sole immagini pertinenti sono carte geografiche e fotografie satellitari: questa è, tecnicamente, una pace. Parole, nero su bianco.
Ci sia concesso di dubitare che questo lavoro sia in atto; che a farlo siano persone con le dovute competenze e la necessaria esperienza; che la pace, insomma, non sia solo una suggestione legata allo scatto fortunato di un bravo reporter (quella foto è, comunque, notevole). Trump non sembra disporre di un personale politico all’altezza, Zelensky fatica addirittura a essere riconosciuto, con pieno diritto, parte in causa, e delle intenzioni dei russi, a parte le bombe sui civili e le invettive social che fanno il paio, per rozzezza e stupidità, con quelle trumpiste, sappiamo poco o niente.
Il tragico depotenziamento di tutte le sedi internazionali, a partire dall’Onu, aggrava il quadro. Sarebbero i luoghi deputati per discutere di pace. Il nazionalismo epidemico che sta devastando il mondo le sta smantellando, mattone dopo mattone.