giovedì 20 marzo 2025

Boom!

 

Michele La Trippa
di Marco Travaglio
Finora non ho scritto della manifestazione europeista di Michele Serra e di Repubblica per due motivi. 1) Non ho capito bene per cosa o contro cosa l’avessero convocata: infatti non l’avevano capito neppure i partecipanti, ciascuno dei quali era lì per un obiettivo opposto a quello del vicino. Come se, quando facevamo i Girotondi, non avessimo chiarito che eravamo contro le leggi ad personam e l’editto bulgaro di B. e ci fossimo ritrovati in piazza il Caimano Fan Club. 2) Ogni giornale in crisi è libero di inventarsi le iniziative promozionali che preferisce (magari evitando di arruolare post mortem gl’incolpevoli Spinelli, Colorni e Rossi). Purché se le organizzi in proprio e se le paghi di tasca sua. Poi lunedì Serra ha scritto: “Ringrazio il Comune di Roma che ha organizzato tutto”. E l’ha pure pagato con 270 mila euro di fondi pubblici (non solo per le normali spese di pulizia e polizia, ma per tutto il cucuzzaro), senza aver votato delibere in proposito. Ma come: non era una piazza “spontanea”, autoconvocata “dal basso” per riunire migliaia di persone ansiose di dire sì ma anche no alla Ue che riarma con 800 miliardi i 27 eserciti nazionali? E allora perché la sfilata sul palco delle firme di Rep e in piazza di Schlein, Gentiloni, Calenda, Boschi &C. l’ha pagata Pantalone? Ernesto Nathan, il sindaco mazziniano d’inizio ’900, tagliò i fondi comunali per nutrire i gatti randagi e nacque il detto “Non c’è trippa per gatti”. Ora, con Gualtieri, la trippa è tornata. Ma solo per Serra&C. Roba da far impallidire Cetto La Qualunque.
Non sappiamo se la Corte dei Conti e la Procura avranno qualcosa da dire su questo abuso di risorse pubbliche che puzza tanto di peculato. Ma sappiamo cosa direbbero Rep&Pd se un sindaco di destra finanziasse uno spottone a Giornale, Libero e Verità; o se Virginia Raggi (decine di volte indagata e/o imputata e sempre assolta) avesse fatto lo stesso per una sfilata grillina. E pare che non sia neppure un caso isolato, ma un format: altri due sindaci del Pd, il bolognese Lepore e la fiorentina Funaro, annunciano una nuova tappa del Rep Tour a Bologna il 5 aprile (stesso giorno della manifestazione degli alleati 5Stelle, ma sarà solo un caso). Anche lì paga Pantalone? Se, come dicono, “ce lo chiedono i cittadini”, promuovano una raccolta fondi privati o li chiedano al gruppo Gedi, che nel solo 2023 ha incassato 6,7 milioni dallo Stato. Per fortuna, grazie ai suoi lettori e abbonati in continua crescita, il Fatto non ha bisogno di certi mezzucci. Ma quasi quasi ne approfittiamo anche noi. Siccome l’Europa è già presa, pensavamo a una bella piazza per l’Oceania. Anche quella è un continente, no? Quindi speriamo che i sindaci del Pd non vogliano discriminarla: attendiamo il bonifico.

Il pensiero di Augias

 

Ora la piazza ha un’altra buona ragione
Il 15 marzo si è riacceso uno spirito civile che molti credevano sopito. Ecco perché quei valori democratici oggi fanno paura
di CORRADO AUGIAS
La nostra presidente del Consiglio ha oltraggiato forse senza saperlo la memoria di quanti hanno combattuto in nome dell’Europa prima dall’esilio poi dalle fila della Resistenza per restituire all’Italia la dignità che il fascismo aveva distrutto, agli italiani la loro libertà. Giorgia Meloni è diventata una specialista delle citazioni monche che chissà chi le prepara a misura delle sue piccole polemiche. C’era già stato il caso di Ernest Renan, poi quello di Tucidide sventuratamente tagliato prima del richiamo alla guerra, ieri il più scandaloso con il manifesto di Ventotene fatto a brandelli per ridurlo alla dimensione d’una polemica parlamentare ignorando l’integrità del testo, il tempo, il luogo, la condizione di prigionieri del fascismo degli autori, quali fossero allora i riferimenti politici correnti. Ignorando soprattutto che anche da quel Manifesto sarebbe poi venuta l’Italia democratica e repubblicana, lo Stato sociale di cui tutti abbiamo beneficiato. Non si può fare sfoggio di citazioni distorte per ammantare con parole altrui le proprie approssimative conoscenze.
Con l’intervento di ieri alla Camera la presidente del Consiglio ha ridotto alla sua misura un tema e una manifestazione che s’erano fin qui mantenute a ben altro livello.
Il 15 marzo scorso mentre guardavo piazza del Popolo gremita al punto di dover essere sbarrata a ogni ulteriore afflusso, mentre avvertivo, come molti intorno a me, il senso forte della partecipazione, la voglia di applaudire, di condividere quanto si diceva dal palco, direi di respirare in sintonia con gli oratori, mi sono detto: ecco dev’essere stato uno spirito come questo che ottanta e passa anni fa ha informato i padri fondatori della Costituzione e della Repubblica. Il loro era certamente un sentimento meno ingenuo, più sottile, più politico, se vogliamo più tecnico, era però qualcosa che s’avvicinava a quanto stava avvenendo in quella piazza. Allora erano in ballo tante concezioni diverse della politica, della fede religiosa, della stessa vita, unite però dalla volontà di dare finalmente all’Italia liberata dalla vergogna del fascismo, quella carta dei diritti che per secoli era stata, e si era, negata. Oggi quel sentimento mi pareva trasformato nel comune desiderio di uscire finalmente da casa, in un sabato piovoso e freddo, per esserci, per avere la sensazione di fare qualcosa, di contare, anche se si trattava solo di applaudire e di sorridere al proprio vicino. Roba da poco se vogliamo, sono un anziano che mantiene forti componenti d’ingenuità ma non fino al punto di non sapere che cosa sto scrivendo e quale fosse la fragilità, l’evanescenza di quel sentimento.
Sul palco di piazza del Popolo mi è tornato alla mente un altro vecchio ingenuo che nel 2011 scrisse un pamphlet di immediata e vastissima diffusione. Stéphane Hessel ebreo di nascita, morto nel 2013, nato a Berlino, poi naturalizzato francese, internato a Buchenwald, partigiano poi diplomatico e scrittore. Il titolo di quel librino, poco più di un opuscolo, valeva come una scudisciata: “Indignatevi!” Forse dovremmo ripeterci la stessa esortazione, indigniamoci, forse dovremmo dire svegliamoci, non aspettiamo che al riparo della nostra inerzia accada l’irreparabile. Le catastrofi, l’orrore, non arrivano di colpo, si insinuano a piccoli passi quasi impercettibili, come ladri nella notte, lo dice l’esperienza lo confermano gli osservatori più attenti.
Il filosofo Tzvetan Todorov che ha insegnato a lungo alla parigina École des hautes études en sciences sociales ha scritto: “Uno degliinsegnamenti del recente passato è che non esiste rottura tra estremi e centro bensì una serie di impercettibili transizioni. Se nel 1933 Hitler avesse rivelato ai tedeschi che dieci anni dopo avrebbe sterminato tutti gli ebrei d’Europa, non avrebbe mai vinto le elezioni – come invece accadde”. E qui viene la conclusione valida ancora oggi: “Ogni concessione è di per sé insignificante, prese insieme portano all’orrore”.
Perché nessuno – o troppo pochi – reagiscono davanti alle più sfacciate diseguaglianze sociali, alla progressiva cancellazione di alcune garanzie che intaccano i diritti dei cittadini, per esempio l’indipendenza della magistratura dal potere esecutivo, perché nessuno reagisce di fronte al collasso della sanità pubblica che è stata a lungo un motivo d’orgoglio del nostro paese o di fronte ad una scuola pubblica sottofinanziata nell’edilizia, nelle attrezzature, negli stipendi degli insegnanti, perché nessuno reagisce davanti ad un’evasione fiscale di dimensioni gigantesche che impoverisce ulteriormente un paese già gravato da un debito pubblico immane? Dove sono finiti i valori della Resistenza quelli che hanno permesso di scrivere il testo di una costituzione che per la prima volta nel corso della loro travagliatissima storia ha dato agli italiani la certezza dei loro diritti?
Quei valori sembrano spariti, sembra che della loro scomparsa importi poco a una maggioranza di cittadini che ha ceduto quel lascito generoso per il piatto di lenticchie di una piccola agiatezza.
Quando è cominciato tutto questo? Ricordo anni in cui non passava sabato senza che ci fosse un corteo di protesta, compresi gli eccessi - vetrine infrante, auto rovesciate, fiamme – che rendevano quelle manifestazioni politicamente inutili, anzi controproducenti. Ricordo le grandi sfilate femministe degli anni Ottanta, giovani donne che avevano imparato a rivendicare uno status paritario gridando la loro indignazione. Più indietro negli anni rivedo le lotte operaie, i volantini degli attivisti, i segretari dei partiti ai cancelli delle fabbriche, i comizi volanti.
Quando è cominciato il grande silenzio? Il lungo sonno? Al volgere del secolo? Poco prima o pocodopo, il grande corpo addormentato della volontà popolare giace immobile, muto, non risponde nemmeno più al richiamo delle urne. Ricordo quelle occasioni come un giorno di festa, nelle campagne si metteva il vestito buono, l’ho visto facendo lo scrutatore da studente, i carabinieri alla porta, il presidente del seggio consapevole della dignità del suo ruolo, l’emozione di avere in mano una scheda e una matita. Gli italiani votavano in massa, 80, 85 per cento, era su quelle basi che ognuno faceva, liberamente, le sue scelte.
Da qualche tempo, chiunque può affondare i suoi colpi sul corpus della democrazia certo che non vi saranno reazioni, scomparsa la follia di alcuni fanatici assassini, ma scomparso anche l’orgoglio di chi sentiva di partecipare alla costruzione della casa comune mettendo una croce sulla scheda.
È come se l’indifferentismo della borghesia che Alberto Moravia aveva raccontato nel 1929 si fosse esteso all’intera società, avesse irretito i giovani togliendogli la prerogativa migliore, l’entusiasmo spinto a volte fino all’irresponsabilità, il vigore, la voglia di cambiare il mondo essendone in qualche modo gli artefici.
Ricordo che ancora prima, nel 1917, Antonio Gramsci aveva gridato la sua indignazione contro gli indifferenti. Aveva solo 26 anni ma le idee già molto chiare “Odio gli indifferenti”, aveva scritto. “Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. L’indifferenza è il peso morto della storia. È la la materia bruta che strozza l’intelligenza. Il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e sembra che sia la fatalità a travolgere tutto e tutti”.
Molto prima, Dante aveva individuato e punito gli ignavi nell’Antinferno. Nudi, tremanti, gli ignavi sono coloro “che mai non fur vivi”, oggi sono quelli che figurano in fondo ai sondaggi, capaci solo di rispondere “non so, non ricordo” nel timore di prendere una qualunque posizione.
Ottantant’anni fa i giovani italiani si sono tragicamente divisi. Anche nell’esercito di Salò c’era chi in buona fede credeva di combattere per la patria senza rendersi conto di servire, umiliato, il padrone nazista. Dalla parte opposta, chi era salito in montagna perché voleva un’Italia migliore di quella trascinata dal fascismo nella disfatta. Dove sono finiti? Dov’è finito il messaggio, l’esempio? Possibile che tutto l‘impegno dei giovani si esaurisca oggi in qualche scuola occupata dove poi bisogna contare i banchi sfasciati, i lavandini divelti, i muri insozzati da scritte di deprimente banalità?
L’Italia dorme, dorme per la verità l’intero Occidente, i risultati si vedono e non sono soltanto politici, incidono sul costume, il tempo libero, la manipolazione delle notizie e dei consumi, la cancellazione della storia.
La piazza di sabato 15 marzo mi ha fatto rivivere il grido di Stéphane Hessel, dovremmo davvero indignarci, prima ancora dovremmo finalmente svegliarci. Sarà possibile tenerlo vivo lo spirito di quella piazza?

L'Amaca

 

Ma già lo sapevamo
di MICHELE SERRA
Non bisogna scandalizzarsi se la presidente Meloni sente e dice di appartenere a un’Europa diversa da quella che aveva in mente la piazza del 15 marzo. Sarebbe strano e poco credibile il contrario.
Il sogno federalista nacque, in piena guerra e poi nel dopoguerra, antifascista e antinazionalista. Coinvolse politici e intellettuali socialisti, liberali, azionisti, radicali, cattolici, comunisti.
L’eurocomunismo di Berlinguer arriva molto più tardi, con il prefisso “euro” che serve da cesura definitiva con il mito stalinista del “Paese guida”, la Russia sovietica. Ma Spinelli e Colorni, due dei quattro di Ventotene, erano comunisti, il terzo, Ernesto Rossi, azionista e la quarta, Ursula Hirschmann, socialista, profuga ebrea in fuga dalla Germania nazista. E i grandi padri della costruzione europea (Adenauer, Schuman, De Gasperi) erano conservatori democratici.
In questo campo, per quanto vasto, non figurano nazionalisti, fascisti e neofascisti; e neppure, venendo all’oggi, populisti e sovranisti. Questo è un elemento di chiarezza: e ogni tanto, specie quando la situazione è molto caotica, molto complicata, semplificare aiuta a ritrovare il bandolo. C’è un conflitto aperto, non solo in Europa (vedi l’inaudito arresto del sindaco di Istanbul, principale oppositore di Erdogan) tra democrazia e autocrazia. Tra la forza della libertà e dei diritti umani e l’esercizio del dominio. Il secondo è incarnato da Trump e Putin. Il primo, da una platea atterrita, divisa, eppure viva e vivace, della quale, ma già lo sapevamo, la nostra presidente del Consiglio non fa parte.

Ciao Nadia!

 


Per chi come me rientra negli ultra boomer, la scomparsa di Nadia Cassini lascia un rimpianto legato soprattutto a quei tempi, dove Nadia scorrazzava in film impensabili oggi, in cui noi giovanissimi alle "prime armi" sognavano ad occhi aperti la sua particolare avvenenza, tant'è che ci è rimasta scolpita nei cuori, nelle gare che si facevano ai tempi, tra una granita ed un chinotto, nel "comporre" la donna ideale, dove sempre, senza alcun dubbio, posizionavamo, tra l'assenso generale, un suo evidente pregio nel lotto delle partecipanti. Lei era quello, mentre crescevano i dubbi sulle diottrie a rischio, e la rabdomante ricerca di sue foto.  

Quando entri nel circuito del "erano altri tempi che voi non immaginate nemmeno!" servirebbe un camino e una bottiglia di quello buono per ricreare l'atmosfera da nonno. E Nadia apparteneva a quegli anni, dorati, lontani, non ancora ben compresi nella loro gravità temporale - vien infatti costerno a meditare che tra il 1970 ed oggi c'è la stessa distanza con la prima guerra mondiale e quegli anni! Minkia! - Era solare, e pur non sapendo recitare emanava quella grazia irradiata dalle grazie con cui colorava i sogni adolescenziali, tra il sogghigno degli ottici, con quella sua preziosità, che ricorderemo sempre come non ci scorderemo mai il sinistro di Riva, la testa di Bettega, la voce di Frank. Ciao Nadia!    

mercoledì 19 marzo 2025

Constatazione

 



Robecchi

 

Burro e cannoni. Non preoccupatevi, il riarmo viene fatto per il nostro bene
di Alessandro Robecchi
Il burro fa male, ragazzi, è grasso animale, colesterolo, sicuro intasamento delle arterie. Dovreste preferire i cannoni, che le arterie le liberano, invece, anche per sempre. Per trasformare le fabbriche dove si fanno le Volkswagen in fabbriche dove si fanno carri armati, e per trasformare le fabbriche dove si fanno le Panda in fabbriche dove si fanno blindati, servono alcuni ingredienti: parecchi soldi, un po’ di paura, e senso di superiorità, tutte cose che vanno trovate al più presto e che, amalgamate tra loro, formano quel delizioso impasto che diventerà presto una torta esplosiva chiamata “Per il vostro bene”. Insomma, lo fanno per noi.
I soldi, si sa come funziona. Si butta lì una cifra, piuttosto teorica, e si comincia a ricamare su quella: 800 miliardi. Tra i pro, i contro, i dubbi, i vedremo, i forse, al centro della scena finisce il dettaglio (la cifra) e non il fatto se sia giusto o no stanziarla. Quindi invece di guardare la luna (il riarmo a spese dei popoli), si guarda il dito (ma 800 miliardi non saranno troppi? E se fossero 795?). Ci pensa Ursula, a questo, che già si sta guardando in giro come fate voi quando volete cambiare il telefono e frugate nelle tasche delle giacche se per caso ci avete lasciato un cinquanta euro. Lei si è accorta che gli imbelli europei hanno un bel po’ di soldi sui conti correnti, e li tengono lì invece di correre a investirli in missili. Che peccato.
Alla paura ci stanno pensando in tanti, da parecchio tempo, ed è un elemento importante. L’aggressione russa all’Ucraina – anche a volerla vedere solo come un ghiribizzo imperiale del dittatore, vabbè – fornisce l’occasione migliore per spaventare la gente. Se arrivano nel Donbass possono arrivare nelle Langhe, se prendono Donetsk possono prendere Alassio, chiaro, no? Non ci crede veramente nessuno, ovvio, ma la goccia scava la pietra, e ripeti oggi e ripeti domani, può accadere che chi sta seduto davanti ai talk show italiani possa temere di incontrare dal panettiere un cosacco che gli ruba gli sfilatini integrali. Se non basta la paura da una parte, è già pronta la paura dall’altra, ed ecco per magia decine e decine di ultra-atlantisti di provata fede diventare più anti-americani di un centro sociale. Non tanto per le deportazioni o i diritti civili, no, chissenefrega, ma perché “non ci difenderanno più”. E anche questa è una cosa a cui è difficile credere, perché quelli che “non ci difendono più” hanno appena installato qui un centinaio di bombe atomiche, hanno basi, soldati, navi da guerra, radar, tutta roba che non risulta in vendita su eBay, e comincia a chiarirsi che non sono qui a difendere noi, ma a difendere gli interessi loro in un’area strategica.
Manca la terza gamba del tavolino, un sano suprematismo europeo, che sarebbe una variante di “italiani brava gente”. “Noi non torturiamo nessuno”, per esempio, che è tecnicamente vero, perché li facciamo torturare dai libici. Oppure “Noi non invadiamo nessuno”, anche se armiamo e sosteniamo Israele che uccide impunemente civili a Gaza, Cisgiordania, Siria, Libano, con la nostra benedizione, e abbiamo bombardato Somalia, Afghanistan, Iraq, eccetera Dettagli. Ultima variante: noi abbiamo Platone, Manzoni, Shakespeare eccetera, e “gli altri” non ce li hanno (ma gli altri chi? Quelli che hanno solo Steinbeck e Gogol’?). Questo fa di noi i migliori, perché non bastano i soldi e la paura, bisogna anche sentirsi superiori, una variante tardo-liceale di “Dio è con noi”. Roba che serve, per comprare cannoni.

Roma Roma!

 


Narcos capitale

di Francesca Fagnani
La periferia di Roma come Bogotà. Due interi quartieri di Roma circondati, Tor Bella Monaca e Quarticciolo, più di trecento militari impiegati, elicotteri in volo, cani sguinzagliati ovunque alla ricerca di droga e di armi. Gli abitanti del quadrante Est della Capitale all'alba di ieri si sono svegliati così, con il maxi blitz, condotto dal Nucleo investigativo dei carabinieri di via In Selci, coordinati da un pool d'eccezione di magistrati della Dda della procura di Roma; una retata che segna un punto di svolta non solo nel contrasto al narcotraffico, ma anche nella comprensione dei meccanismi che regolano lo scacchiere della criminalità romana.
Quella che finalmente emerge con nettezza in quest'indagine denominata Cacher è una struttura (altro che batterie sparse!) radicata, pericolosa e verticistica guidata da narcos spietati che hanno imposto a Roma una sorta di monopolio nel mercato della droga, terrorizzando con tentati omicidi, sequestri e violenze chi si opponeva alle loro regole e proteggendo chi invece più prudentemente abbassava le orecchie e si poneva sotto la loro ala. Una novità importante per una città che secondo quel che narra la leggenda non vuole capi, insofferente com'è a chi si sente «er più», a chiunque cioè voglia ergersi al di sopra degli altri.
Ma in realtà quella della città senza capi è una favolaccia, che funziona bene al cinema e male per strada, dove accadono fatti che raccontano tutta un'altra storia. «È una persona di carattere che non c'ha bisogno di nessuno, è uno pericoloso che ti spara in faccia», dice Fabrizio Capogna, grossista della droga e da qualche mese collaboratore di giustizia. «Lo chiamano l'innominabile dotto'… C'hanno paura tutti... e pure 'sti ragazzetti crescono tutti con il nome di Peppe Molisso e Bennato e 'sta cosa si rafforza. Molisso è diventato il Michele Senese di dieci anni fa», dichiara Simone Capogna, fratello di Fabrizio, entrambi pentiti per salvarsi la pelle. Del resto, Peppe Molisso e Leandro Bennato, alias Barba e Bio, avevano proposto a Fabrizio Capogna, detto lo Squalo, di rifornirsi di cocaina da loro e lui aveva rifiutato, perché i loro prezzi erano decisamente più alti degli altri. Per tutta risposta Barba e Bio gli avevano teso un agguato, assieme ai loro soci albanesi (Altin Sinomati e Renato Muska, oggi latitanti), per rubargli 10 kg di cocaina con tanto di Ak-47, un fucile d'assalto, puntato in faccia, così, per evitare ulteriori fraintendimenti e sveltire la pratica. «Guarda non ce l'abbiamo con te» - gli avevano pure detto» - «ma ce l'abbiamo con chi te dà la roba».
Arrivati a quel punto, c'era ben poco da fare, la clessidra per i fratelli Capogna, figure di un certo spessore a Tor Bella Monaca, era stata girata, tanto valeva collaborare con i magistrati e salvarsi. Sì, perché Molisso e Bennato non sono due qualunque. Sono due che comandano, il primo ancora più del secondo, e che da anni inondano Roma di droga e di terrore. Entrambi sono reclusi da più di due anni, ma questo non costituisce certo un ostacolo ai loro affari e all'esercizio della loro egemonia. Almeno finora.
Per la prima volta oggi, attraverso le attività di indagine dei carabinieri, le intercettazioni e le dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia (un fatto insolito per una città solitamente molto «silenziosa») si ricostruisce la rete dei sodali di Peppe Molisso e di Leandro Bennato, entrambi pezzi da novanta di un cartello al cui vertice resta saldamente lui, Michele Senese, detto ‘o Pazzo, al quale tutti, compresi i colonnelli devono da sempre e per sempre una parte di profitto. «Michele è Michele, è il Colosseo a Roma», dice Andrea Ronelli, un pentito.
La droga però dove passa impregna le strade di sangue. Non a caso il cerchio più stretto degli uomini di Molisso e Bennato risulta coinvolto negli omicidi e nei tentati omicidi più importanti avvenuti a Roma (e non solo) negli ultimi anni. Tra gli uomini più fidati del sodalizio di Barba e Bio figura innanzitutto Raul Esteban Calderon, l'argentino accusato di essere il killer sia di Fabrizio Piscitelli, alias Diabolik, che di Selavdi Shehaj, detto Passerotto a Torvajanica e del tentato omicidio dei fratelli Costantino, responsabili di un diverbio con il nipote di Molisso. Uno dei due si è salvato solo perché ha spostato la testa, sentendo le urla dell'altro fratello e la pallottola gli ha lisciato la mandibola. È andata meno bene a Diabolik, il capo ultrà della Lazio, freddato dal solito Calderon con un colpo a due centimetri dalla nuca il 7 agosto del 2019. Molisso, Bennato e Alessandro Capriotti, detto Er Miliardero, sono indagati come mandanti del suo omicidio.
Del resto, Piscitelli era considerato una testa calda e un megalomane, pensava di poter fare il cane sciolto, di poter decidere alleanze e di avere la forza per allargarsi su territori dove c'era già chi dava le carte, come a Tor Bella Monaca. In qualche modo, quest'inchiesta potrebbe fornire in tal senso un'ulteriore chiave di lettura del perché Diablo dovesse morire. Era un intralcio alle mire espansionistiche dei suoi alleati? Molisso, partito dal Tuscolano, anzi da una zona denominata Giardinetti, da anni perseguiva il sogno di unificare tutte le piazze di spaccio presenti a Tor Bella. Perché fosse così importante possedere le chiavi di questa parte disgraziata di Roma, dove gli abitanti vivono in casermoni indicati con una lettera e un numero, R4, R5, R8, è facile da comprendere. Tor Bella è un pozzo d'oro.
Si tenga presente che per estensione è cinque volte le Vele di Scampia e che oggi rappresenta il mercato più importante della droga in Italia. Una sola piazza del quartiere può arrivare a produrre fino a 30 mila euro di profitti al giorno. Al giorno! E Barba le piazze le voleva tutte. «Ora si è messo in mezzo Peppe, ora sistema tutto...» – dice un soggetto coinvolto, Simone Ciotoli, in un'intercettazione del 2018 - Peppe sta facendo una bella cosa, ti dico la verità», «Tipo?» - gli chiede il suo interlocutore - «vuole riunire tutte le piazze, riunisce tutto e nessuno discute, la roba la pigliano da loro, capito?», gli spiega l'altro.
La sua è stata una scalata incredibile, partita di certo anni prima, ma che dopo la morte di Diabolik - stando ai racconti dei collaboratori di giustizia - aveva avuto una significativa accelerata. «Vende a prezzi anche superiori rispetto ad altri, ma tutti acquistano da lui perché a richiesta risolve problemi ed è temuto quale persona particolarmente violenta», mette a verbale Fabrizio Capogna. Molisso, affiancato dai suoi, è riuscito ad imporre a Tor bella (come altrove) la fornitura di cocaina a prezzi più elevati della media, pretendendone ovviamente una percentuale sui ricavi; in cambio però Barba garantiva la protezione ai diversi capi piazza (di cui però decideva il mantenimento ai vertici o la sostituzione) e soprattutto era in grado di assicurare interventi violenti e tempestivi ogni qualvolta ci si rivolgesse a lui per dirimere una qualsiasi controversia. In un'occasione addirittura si era rivolto a tal Spadino per chiedergli di recuperare una bomba a mano: «Ma che c'hai una bomba a mano?… Me fai sape' che me serve».
Una volta entrato in società con Leandro Bennato, Bio, le mire espansionistiche si erano raddoppiate, i due iniziarono a rifornire insieme anche tutte le zone di competenza di quest'ultimo: Boccea, Casalotti, Primavalle, Palmarola, Montespaccato, Tore Vecchia, dando vita ad un impero della droga mai visto prima a Roma. E Diabolik non faceva certo parte «della cartolina», pur appartenendo anche lui a Michele Senese. Il collaboratore Andrea Ronelli 20 giorni dopo l'omicidio di Piscitelli aveva dichiarato: «Secondo me, attualmente il potere più forte che ci sta a Roma, più forte di tutti quanti, sono questi qua di Giardinetti e Tuscolana e tra un po' di anni ne sentiremo delle belle. Già si sta cominciando a vedere. Quando mai è successo qualche omicidio?». Il processo ai mandanti di quel delitto deve ancora aprirsi, ma forse le cose, almeno per strada, erano già abbastanza chiare da subito. Quest'inchiesta è un colpo durissimo all'esercito di fiancheggiatori a disposizione di Peppe Molisso e Leandro Bennato e come si sa quando le truppe si sparpagliano e i capi sono quasi tutti in galera, è più difficile restare fedeli (o in silenzio) al «clan». Se questo dovesse accadere, gli equilibri a Roma presto potrebbero cambiare. Ma questo si capirà meglio nei mesi a venire. —