giovedì 23 maggio 2024

Ci avevate creduto?

 


Risposta all'attacco

 

Rei con fessi
di Marco Travaglio
Il Fatto che chiama “assassino” un assassino continua a fare scandalo fra i bugiardi incalliti, sinceramente indignati per un giornale che dice la verità. Dopo gli scudi umani meloniani e lo zoo del Chico Forti Fan Club, anche i due presunti comici di Floris hanno gabellato il nostro trafiletto a pag. 14 su Di Maio che annunciava l’estradizione per un editoriale innocentista del direttore, divenuto colpevolista perché ora c’è la Meloni. La prova schiacciante è che, riportando un’agenzia, definivamo Forti “ex produttore ed ex velista… imprenditore trentino… condannato all’ergastolo per omicidio premeditato”. E, com’è noto, gli imprenditori trentini ex velisti ed ex produttori condannati per omicidio sono innocenti perché le tre professioni sono incompatibili con qualsiasi delitto. Risate, applausi, spot, alé!
Intanto, su Italia1, anche le autorevoli Iene ci davano lezioni di coerenza. Pulpito quantomai credibile: denunciano tutti, anche chi frega qualche spicciolo, ma in 27 anni non si sono mai accorte che il loro padrone frodava centinaia di milioni al fisco e finanziava la mafia, oltre a stipendiarle. Gli argomenti della lezione sono inoppugnabili. 1) Un ministro che annuncia l’estradizione di Forti equivale alla premier che lo riceve con tutti gli onori. 2) L’estradizione del pregiudicato perché sconti il residuo pena in Italia, dopo che si è dichiarato colpevole e la Corte d’appello di Verona ha fatto propria quella di Miami senza trovarvi nulla di men che fondato e l’ha trasformato in assassino anche per la giustizia italiana, è un’assoluzione. 3) Forti si dichiara innocente, dunque è innocente: anche se aveva il movente, aveva comprato la pistola intestandola a un altro, era sul luogo del delitto, era fino a poco prima con la vittima di cui ha cancellato le tracce facendo lavare l’auto (ma non il gancio con la sabbia della spiaggia del delitto), ha mentito per depistare l’indagine e si è sempre opposto a divulgare gli atti del processo. Quindi anche Riina, Provenzano&C., i nazisti a Norimberga, Pacciani, la Franzoni e ora la Pifferi, essendosi detti innocenti, lo sono. Si attendono campagne delle Iene anche per loro e non solo per Rosa e Olindo, che invece sono innocenti perché hanno confessato. 4) Forti è innocente perché lo dice un fratello della vittima: infatti nei processi per omicidio, prima di emettere la sentenza, si chiede sempre il permesso ai parenti del morto fino al terzo grado e, se uno non è d’accordo, si lascia perdere. 5) Forse Forti è stato condannato “solo” come mandante dell’omicidio, ergo non si può chiamarlo “assassino” (ma neppure Hitler o Riina). 6) Le sentenze definitive diventano provvisorie se non piacciono alle Iene. 7) L’ultima frontiera dell’audience è spacciare gli omicidi per suicidi e i suicidi per omicidi.

L'Amaca

 

Sabotarsi con le proprie mani
DI MICHELE SERRA
Il candidato Vannacci (gemello diverso del Salvini) promette «il sabotaggio di chi vuole distruggere i valori occidentali, romani e cristiani». Ci fornisca, per cortesia, l’elenco completo dei suddetti valori: così che noi si capisca se saremo o non saremo sabotati. E soprattutto possa capirlo persino lui.
Tra i valori occidentali, per esempio, c’è senza dubbio alcuno la tolleranza, fondamento delle democrazie francese e americana e per li rami di tutte le successive. Se l’intolleranza dovesse essere messa al bando con l’inflessibilità del mondo classico (ed eccoci ai valori romani: multietnici e multisessuali come pochi altri), il Vannacci, in compagnia del Salvini, sarebbe mandato in esilio in Dacia o in Bitinia a fare da servente di qualche capo barbaro, che farebbe capire a questi due vivaci omoni chi somministra gli sganassoni più forti; o in remote regioni germaniche a pescare alborelle, attività comunque ottima per mantenere vivace la pagina Instagram.
Quanto ai valori cristiani, il Vannacci e il Salvini, sbandieratore di rosari, rischiano davvero grosso. Se la parola di Cristo è quella evangelica, praticamente ad ogni rigo il duo è fuori contesto, fuori canone, fuori luogo. Il rischio, ad ogni loro passo, ad ogni loro parola, è quello dell’apostasia: con la religione cristiana, due così, c’entrano quanto Pupo con la Costituzione. Non fosse che il Nuovo Testamento (ecco i valori cristiani) è gentile anche con i meno disposti alla gentilezza. Cristianamente parlando, dunque, il duo Vannacci-Salvini può contare sul perdono. Sui valori occidentali e romani, no, non possono contare. Non ne fanno parte.

Facciamo festa!

 


mercoledì 22 maggio 2024

Dixit




Rimostranze

 


Game Over

 

Toti, il tempo è scaduto
DI STEFANO CAPPELLINI
Non saremo così ipocriti, nel suggerire le dimissioni a Giovanni Toti, da sostenere che lasciare la carica di presidente della Regione Liguria gli servirà per difendersi meglio dalle accuse che gli muovono i pm di Genova. Non è nemmeno detto che sia vero e Toti, da presunto innocente quale è, ha il diritto di difendersi come crede. Non saremo nemmeno così prosaici da consigliargli di dimettersi per ottenere la libertà personale, perché suonerebbe un po’ meschino, e molto poco rispettoso di uno Stato di diritto, accettare il principio generale che si possa barattare la fine della custodia cautelare con la rinuncia a una carica. Ovviamente ci sono casi nei quali le dimissioni, che siano da un ente pubblico o privato, possono oggettivamente far venire meno uno dei criteri che giustificano la custodia cautelare. Nel caso di Toti il motivo indicato dai pm per procedere alla restrizione della sua libertà personale è il rischio di reiterazione del reato, e francamente pareva basso anche in caso di permanenza in carica, vista la pubblicità dello scandalo, il quadro oggettivo nonché la detenzione di altri indagati.
Bisognerebbe mettersi alle spalle la lunga stagione nella quale la custodia cautelare è stata intesa troppo spesso come un mezzo per ottenere risultati di indagine o incidere sulla posizione degli indagati. La carcerazione preventiva ha — dovrebbe avere — dei confini precisi e non può mai diventare un mezzo di pressione, qualunque sia il fine perseguito.
Troppo spesso, e sempre più negli ultimi anni, si confonde il garantismo con l’innocentismo. Sono usati come sinonimi ma non lo sono. Garantismo è consentire a tutti, innocenti e non, di affrontare ogni passaggio di una vicenda giudiziaria, dalle indagini alla sentenza, potendo contare sul rigoroso rispetto delle regole e su una piena e sostanziale parità tra accusa e difesa. Risultare colpevoli alla sentenza, o anche apparire tali prima del processo, persino essere rei confessi non giustifica alcuna deroga e alcuna violazione.
Useremo invece, per auspicare le dimissioni di Toti, argomenti repubblicani ai quali un rappresentante delle istituzioni non dovrebbe essere insensibile. Toti sa bene che le accuse da cui deve difendersi non sono rivolte a lui in quanto privato cittadino. Investono il ruolo che ha ricoperto in questi anni e una amministrazione pubblica di cui lui è guida e immagine. Toti ha il diritto di difendersi come ritiene ma ha il dovere dipreservare l’istituzione. Non sappiamo, come detto, se dimettersi lo aiuterà a sostenere meglio la sua difesa, glielo auguriamo, ma non c’è dubbio che metterà la Regione, bene comune, al riparo dal discredito e dalla paralisi. C’è infatti anche da considerare quanto importante sia che la Liguria possa continuare a essere amministrata senza rallentamenti e ostacoli, e questo vale in generale e più ancora nello specifico, dato che si appresta a gestire una fetta enorme dei finanziamenti garantiti dal Pnrr. Le dimissioni non sono una ammissione di colpevolezza. Sono il gesto dovuto alla cittadinanza tutta, senza distinzioni di credo politico, per separare il proprio destino personale da quello della Regione. Un atto di responsabilità necessario.
È immaginabile che Toti proverà a spendere tutte le sue ragioni nell’interrogatorio previsto tra pochi giorni, anticipato rispetto alle previsioni. Lì dovrà ribattere alle accuse penali e soprattutto portare buoni argomenti a supporto della tesi difensiva secondo la quale i soldi versati al suo comitato elettorale dall’imprenditore Aldo Spinelli erano effettivamente erogazioni liberali e non tangenti mascherate. Ma se lascerà la sua carica, forse Toti potrà rispondere meglio a una domanda che non gli faranno i magistrati, perché non riguarda il penale e non ha a che fare con l’esito giudiziario della sua vicenda, e la domanda è: che Paese è quello nel quale chi ha e chi possiede può indirizzare la politica grazie alla forza del proprio portafoglio? Poniamo che i finanziamenti di Spinelli non siano reato: allora tutto bene? È normale che la politica funzioni così? Un comitato elettorale al servizio della plutocrazia? Va bene che ormai in Italia pare non si possa discutere e accertare nulla se non c’è l’ordinanza di un pm o la sentenza di un gip da sventolare all’interlocutore, ma forse su questo Toti, da non governatore, qualcosa dovrebbe spiegare all’opinione pubblica.
Magari sarebbe utile anche a rilanciare un dibattito sul finanziamento pubblico ai partiti non egemonizzato dai teorici della casta. Dimettersi è urgente. Ma oltre a non delegittimare le istituzioni nelle situazioni straordinarie, sarebbe utile non svilirle in quelle ordinarie. La speranza è che il destino della politica non sia definitivamente quello di elargire favori retribuiti, illeciti o meno non è qui che si decide, a chi ha facoltà di comprarseli.