sabato 18 maggio 2024

In punta di fioretto!

 

Par linguicio
di Marco Travaglio
L’altra sera, dopo l’ovvia cancellazione dell’illegale tête-à-tête Meloni-Schlein, ci stavamo sbudellando per le rosicate del neo-femminista Vespa (“Hanno proibito il confronto fra due donne”), delle vedove inconsolabili del Pd ansiose di violare la par condicio voluta da loro (“Negano la prima serata alle donne” che imperversano in tutte le prime serate) e delle relative prefiche dei giornaloni, quando è apparso Bruno Lingua in persona. Ovviamente in primissima serata, per replicare l’editto bulgaro e fare il consueto uso criminoso della televisione pubblica pagata con i soldi di tutti. Il noto fuorilegge si è ribellato in diretta alla par condicio e all’Agcom che – per la seconda volta in 20 mesi, prima col duetto Meloni-Letta e ora con quello Meloni-Schlein – gli ha impedito di truccare il voto con marchette ai suoi storici mandanti: la destra e il Pd. E ha raccontato una par condicio che non esiste per accusare di averla violata nel lontano 2001 – come direbbe lui, “senza contraddittorio” – tre giornalisti e due artisti, rei di aver fatto i loro rispettivi mestieri: Biagi, Santoro, il sottoscritto, Luttazzi e Benigni (e s’è scordato Montanelli). Biagi intervistò Benigni sul futuro premier, Luttazzi intervistò me sui rapporti documentati fra Cosa Nostra, B. e Dell’Utri, Santoro trasmise reportage sul tema e li fece commentare da personalità di ogni orientamento. Tutte condotte non solo lecite, ma doverose, che nessuna legge sulla par condicio (che si occupa della parità di spazi televisivi per i candidati) s’è mai sognata di vietare.
Ma per il Dalmata dei mezzibusti lo scandalo è proprio questo: che i giornalisti dessero notizie vere e gli attori satirici facessero satira. Per lui il giornalismo è dirigere il traffico fra le balle dei politici, far pagare dalla Rai 260 milioni di lire a Scattone e Ferraro sul conto di un prestanome per aggirare il sequestro dei beni per i genitori di Marta Russo, ospitare politici che cucinano risotti, fanno karaoke con cantanti, fingono di giocare a tennis con Panatta, firmano contratti-patacca con gli ignari italiani, duettano in due come se fossero candidati solo loro (peraltro finti), fanno da testimonial ai vini della sua masseria. A proposito delle “accuse da ergastolo” che avrei lanciato a Satyricon, Vespa si scorda di rammentare che erano tutti fatti veri, come hanno appurato 24 sentenze del Tribunale di Roma, della Corte d’Appello e della Cassazione respingendo le otto cause civili intentate da B. e dai suoi cari a me, a Veltri, a Luttazzi e a Freccero; che Dell’Utri – a suo dire “massacrato” da Santoro – fu poi condannato a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa con una sentenza che ritiene provati i finanziamenti di B. a Cosa Nostra dal 1974 a ‘92, l’anno delle stragi.
Dimentica che, per aver fatto il proprio dovere, i personaggi citati sparirono da tutte le tv per anni con l’editto bulgaro, mentre lui, in pensione da 18 anni, è sempre su Rai1 con un programma quotidiano e uno trisettimanale e un principesco contratto da “artista” per aggirare un’altra regola: il tetto agli stipendi della Rai. Siccome poi Santoro è un leader candidato alle Europee, la par condicio l’ha violata proprio lui attaccandolo in contumacia in prima serata senza diritto di replica a tre settimane dal voto; e anche promuovendo Elly Schlein a “leader dell’opposizione” (carica inesistente di sua fresca invenzione).
Ma il momento più alto è quando Vespa sostiene che la “campagna televisiva” del 2001 “costò a Berlusconi da uno a tre milioni di voti”, tant’è che fu definita “crimine politico” da un personaggio autorevole e equilibrato come Cossiga. Ne aveva già parlato nel gennaio scorso, arringando la convention-seduta spiritica di FI all’Eur in memoria del nano estinto. Ma allora disse che avevamo rubato a B. la bellezza di “9 punti” in un mese, facendolo precipitare “dal 58,7% al 49,5%” e “portando a votare Rutelli 3 milioni di italiani” pigri o riottosi. Ora, quattro mesi dopo, le cifre già cambiano (quando si raccontano balle, bisognerebbe almeno coordinarle): quel terremoto scende non si sa bene se a 1 o a 3 milioni di voti, cioè a 2,7 o a 8,1 punti. E non si sa bene in base a quali calcoli scientifici: anche quella campagna elettorale durò 40 giorni, con migliaia di ore di propaganda berlusconiana su Rai & Mediaset. Ma, secondo Vespa, bastarono 25 minuti di Satyricon, 20 minuti di Biagi e 2 ore di Santoro a far perdere a B. “enorme popolarità e punti, perché veniva presentato come un mascalzone”. Cosa che gli italiani, dopo 2 condanne prescritte per corruzione e finanziamento illecito, 6 processi per corruzione giudiziaria (Sme-1 e Mondadori) e falso in bilancio (Lentini, All Iberian-2, Sme-2, Fininvest), un’indagine per le stragi di Capaci e via D’Amelio, non potevano neppure sospettare. Purtroppo gli si è rotto il pallottoliere proprio quando l’insetto stava calcolando quanti voti gli fece guadagnare lui con lo sketch del Contratto con gli Italiani a cinque giorni dalle elezioni. “Lo convinsi io”, s’è vantato il conduttore-consulente-visagista: “Feci cercare la scrivania di ciliegio nell’attrezzeria Rai”. Chissa ora quale prezioso pezzo di arredamento aveva in serbo per il Contratto con Giorgia & Elly. “Chiunque sia venuto ospite da me non si è mai lamentato”, anche “la Schlein è stata contentissima”. E queste, che per qualunque giornalista di qualunque democrazia sarebbero vergogne da nascondere, per lui sono medaglie da esibire. Chi va da lui non rischia domande né notizie vere. Solo di scivolare sulla bava.

L'Amaca

 

Vincere non basta mai
DI MICHELE SERRA
Detto da interista, ma soprattutto da cittadino di questo Paese: sono dispiaciuto e mortificato della crisi isterica dell’allenatore della Juve, Allegri, a partita già vinta e Coppa già conquistata.
Dispiaciuto per lui, che è notoriamente una persona intelligente, e per noi tutti, perché in un clima malato e acrimonioso come quello che incombe, il “fuori controllo” non è lecito a persone di buon talento e di ottima fortuna come lui, che ha visibilità, benessere economico, potere mediatico.
Se perfino vincere non porta serenità, e non porta misura, la situazione è grave. Non quella del calcio — che alla fine è piccola cosa — ma quella della scena pubblica nel suo complesso. Che gronda di vincenti che si spacciano per vittime, di compresi che si sentono incompresi, come se niente bastasse a placare una smania indefinibile, incomprensibile, niente basta mai, non ci si sente mai appagati, mai contenti, e alle prime contrarietà si esce di senno.
Allegri ha vinto, in carriera, come pochi altri.
Gli è andata di lusso: talento e vittorie, fortuna e applausi, e il privilegio di guidare uno dei grandi club europei. Dovrebbe ringraziare, oltre a se stesso, gli dèi, così benevoli con lui.
Che cosa, esattamente, lo ha fatto sbroccare in quella maniera triste, non dignitosa?
Saperlo sarebbe interessante non solo per il calcio (che, ripeto, è piccola cosa) ma per noi tutti. Che cosa rode le persone fino a renderle pazze di rabbia perché, pure avendo già tutto, non ne hanno mai abbastanza? Una società che castiga i perdenti non è certo una novità.
Ma una società che fa schiumare di rabbia perfino i vincenti, e li rende frustrati, che senso ha?

venerdì 17 maggio 2024

Finalmente uno serio!




Mi scompiscio

 


Questo Cozzani...

 

Affari e amicizie pericolose Cozzani, il “cavallo di Troia” che inguaia il governatore
DI GIUSEPPE FILETTO
GENOVA — Sembra di vederlo, Matteo Cozzani, che a 39 anni, da capo di gabinetto del governatore ligure, sobbalza sulla sedia e dice a Giovanni Toti: «O mio Dio i riesini no... quelli mi squartano!», riferendosi a una delle comunità siciliane più presenti a Genova (e che per i pm ha contatti con la criminalità organizzata) alla quale il presidente della Regione nel 2022 vuole chiedere un aiuto per il bis di Marco Bucci, sindaco di Genova. Perché già nelle Regionali 2020 dal quartiere operaio di Certosa erano arrivati 500 voti per i tre candidati della lista Toti. In cambio di posti di lavoro.
Sono i giorni in cui Regione e Comune di Portovenere promuovono la trasformazione della Palmaria nella Capri della Liguria — progetto spinto da una delibera di giunta scritta un anno prima dall’allora sindaco Cozzani — per l’isola patrimonio Unesco dal ‘97. In questa impresa Matteo coinvolge il fratello Filippo, oggi indagato. Quell’idea di Toti e Cozzani è l’origine del loro rovinoso destino. La Procura spezzina apre l’inchiesta “madre” e la Finanza intercetta il voto di scambio in Regione. Il filone è trasmesso a Genova e si scopre il verminaio.
Quella promessa di voti in cambio di posti di lavoro però non era stata mantenuta. D’altra parte Cozzani ad Ilaria Cavo (attuale deputata) che diserta la cena elettorale di Toti, diceva: «Ma vieni con Giovanni, dài i santini... È come la mortadella, poca spesa tanta resa. Dopo il voto, blocchi i numeri e arrivederci». E sì, i riesini sono di parola, ma nelle intercettazioni non tollerano i «quaquaraquà ». Tant’è che un mese dopo le elezioni, Italo Testa confida al gemello Arturo: «Vado a Genova, a quello due parole gliele voglio dire, e poi lo faccio anche cagare... Gli faccio vedere io... Dico, ma cu minchia hai a chi fari ?». Quello lì è Cozzani.
Eppure, il braccio destro di Toti finito ai domiciliari, al governatore aveva detto: «Stai lontano da quelli lì, ti mandano in galera». Invece, Toti ai domiciliari lo ha mandato proprio lui e ora in Regione lo chiamano “Cavallo di Troia”. Perché il maremoto che ha travolto la Liguria arriva dall’apertura della prima indagine nella città dell’Arsenale. Cozzani è nato lì, anche se la famiglia è originaria di Riccò del Golfo, sulle alture delle Cinque Terre. Lì fa elementari e medie, ricorda il sindaco Loris Figoli (FI): «Ma io che lo conosco, nelle intercettazioni vedo più vulgata che efficacia. Non l’uomo spietato».
A Spezia, il papà fa fortuna con i lavori stradali. Matteo studia allo scientifico, poi entra nell’azienda di famiglia col fratello Filippo. Ed anche in Forza Italia. Ma il sindaco Figoli precisa che «i Cozzani da sempre hanno avuto un approccio con la politica». Anche per affari. Matteo conosce Toti, entra nel suo cerchio magico. Ambizioso, ottiene la candidatura nel 2013 a sindaco di Portovenere; alle Regionali 2020 è coordinatore della lista del presidente. La scalata in Regione come capo di gabinetto, «se l’è meritata», ma il sabato torna a Spezia e, in Porsche, scorrazza in viale Italia con Miss Padania accanto. Adesso gli contestano la corruzione elettorale più l’aggravante dell’associazione mafiosa. Cozzani, infatti, al deputato forzista Alessandro Sorte si rivolge per chiedere aiuto ai fratelli Testa di Boltiere ma nati a Riesi. Arturo è presidente dell’Associazione Riesini nel Mondo. Ma due mesi prima delle elezioni, Cozzani, in viaggio verso Genova confida alla deputata forzista Manuela Gagliardi: «Vado a Certosa per vedere l’associazione». Ma è preoccupato: «Mi frega soltanto che un bel giorno non vorrei trovarmi la Dia in ufficio». Così è stato.

Fuori dalle ciap!

 


Grande uomo!