Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
lunedì 13 maggio 2024
Con Di Matteo
“Gettano la maschera: continuità con Gelli, Berlusconi e Cartabia”
NINO DI MATTEO - Il pm antimafia: “vogliono due giustizie, forte con i deboli e a difesa del potere”
DI GIUSEPPE PIPITONE
Sì e non sono sorpreso. Finalmente alcuni esponenti della maggioranza hanno gettato la maschera e parlano espressamente di controllo dell’esecutivo sui pm.
Però al congresso dell’Anm il ministro Nordio ha assicurato che l’indipendenza della magistratura non è negoziabile.
Mi sembrano parole vuote: con i fatti porta avanti un progetto opposto. Occorre una visione d’insieme per capire quale è il rischio che sta correndo la nostra democrazia.
A cosa si riferisce?
La riforma Cartabia e quelle del governo Meloni vanno nella stessa direzione. Ed è quella indicata dal primo governo Berlusconi, che a sua volta ha molti punti di contatto con il Piano di Rinascita democratica di Licio Gelli. Si punta a creare un sistema Giustizia improntato al doppio binario: un diritto penale minimo per i privilegiati e uno massimo per gli altri. Una giustizia classista con uno scudo per il potere.
In che modo si starebbe creando questo sistema?
Da una parte limitando l’incisività delle indagini sui reati tipici dei colletti bianchi. Dall’altra nascondendo fatti rilevanti, grazie a un bavaglio sempre più stretto all’informazione e ai pm.
A proposito di colletti bianchi: questa settimana in Parlamento sarà votato un odg che chiede di eliminare l’uso del trojan per i reati contro la Pa. Lei che ne pensa?
Che così s’indebolisce la lotta alla mafia.
Mai come in questi anni abbiamo capito che mafia e sistema corruttivo sono due facce della stessa medaglia. Invece di sparare, da almeno due decenni le mafie preferiscono corrompere, condizionare le attività delle pubbliche amministrazioni. Quindi spuntare le armi dei pm nella lotta alla corruzione vuol dire indebolire la lotta alla mafia. Chiunque abbia un minimo di esperienza e di onestà intellettuale lo sa. Stiamo vivendo un momento triste.
Cosa intende?
Quando un’inchiesta su politica e criminalità accerta fatti rilevanti, si parla sempre di giustizia a orologeria. Oppure si chiede di aspettare il terzo grado di giudizio. Ma ci sono condotte che dovrebbero subito far scattare l’allontanamento dalla vita politica del soggetto coinvolto. Anche se penalmente non rilevanti. E invece oggi molti personaggi che hanno avuto consapevoli rapporti con la mafia continuano a essere protagonisti della vita pubblica.
A chi si riferisce? A Cuffaro?
Potrei fare almeno una decina di nomi. I rapporti tra parte della classe dirigente e i mafiosi sono molto diffusi. Ma per combattere una situazione simile occorre una magistratura credibile, che abbandoni ogni forma di collateralismo alla politica.
Quindi ha ragione Crosetto, la magistratura è politicizzata?
I magistrati politicizzati non sono quelli che fanno le indagini, ma quelli che su certe inchieste hanno preferito seguire criteri di opportunità politica. Ma è sui primi che una parte del potere ha scatenato una sorta di progetto di vendetta.
Cioè?
Dopo il cosiddetto scandalo Palamara è partito un progetto di rivalsa nei confronti della magistratura, che covava in gran parte della politica, sin dai tempi di Tangentopoli, delle grandi inchieste su mafia e politica dopo le stragi. L’obiettivo è prevenire che in futuro si possano ripetere inchieste simili.
Lei non ha partecipato al congresso dell’Anm, come mai?
Ritengo che la magistratura associata non abbia reagito adeguatamente alla riforma Cartabia. Pur rispettando i colleghi dell’Anm, a partire dal presidente Santalucia, credo sarebbe un errore continuare su questa linea di dialogo. Molti magistrati pretendono posizioni più forti su temi come l’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale, la separazione delle carriere, l’introduzione dei test psicoattitudinali.
Che intende con posizioni più forti?
Proteste più evidenti, come lo sciopero. Non dobbiamo avere paura di denunciare quello che sta accadendo: abbiamo giurato sulla Costituzione e abbiamo il dovere di parlare. Anche per un debito di memoria di tanti uomini dello Stato caduti per applicare i principi della Carta.
Senti senti...
Il “nullatenente” Angelucci e il suo impero della sanità
IL DOSSIER - Al fondatore non è intestato nulla: il gruppo, gestito dal figlio, ricava il 94% del fatturato e tutti gli utili dalle cliniche
DI GIULIO DA SILVA
Il re delle cliniche private, l’imprenditore che possiede tre giornali di destra (Libero, Il Giornale, Il Tempo) con oltre il 4% della tiratura nazionale dei quotidiani e aspira a comprare l’agenzia giornalistica dell’Eni, l’Agi, il deputato più ricco (e più assenteista) con un reddito lordo di 3.334.400 euro dichiarato per il 2022, è nullatenente.
Stando alle dichiarazioni patrimoniali ufficiali depositate alla Camera, Antonio Angelucci non possiede immobili, terreni, né automobili, moto, barche o aerei. Non possiede azioni o quote di società, non ha cariche di amministratore, pur controllando un impero con più di 3.000 dipendenti e 230 milioni di euro di fatturato aggregato e varie traversie giudiziarie.
L’ex portantino del San Camillo, 80 anni il prossimo 16 settembre, deputato alla quarta legislatura, eletto nella Lega dopo tre mandati in Forza Italia e Pdl, nella dichiarazione del 18 ottobre 2023 afferma di essere solo “parlamentare alla Camera”. Alla casella su attività imprenditoriali, professionali, di lavoro autonomo o di impiego o lavoro privato, Angelucci risponde: “Nessuna attività svolta ma riceve un vitalizio da ente diverso dalla Camera”. In una precedente dichiarazione, del 21 marzo 2018, aveva affermato di essere “deputato” e “imprenditore”, sempre nullatenente. All’inizio della legislatura precedente, il 29 maggio 2013, Angelucci aveva dichiarato di essere “consulente occasionale quale socio fondatore gruppo Tosinvest”.
Le tre Ferrari, la villa a Roma all’inizio dell’Appia Antica con la grande targa sul cancello “onorevole Antonio Angelucci”, un centinaio di metri dopo Porta Sen Sebastiano, dove c’è il quartier generale di un altro potente, Claudio Lotito, le cliniche San Raffaele ufficialmente non appartengono al self made man arrivato a Roma a cinque anni da Sante Marie, il piccolo comune abruzzese nel quale è nato.
In questo riserbo maniacale c’è la cifra di “Tonino” Angelucci, il quale però è molto attivo nel promuovere i propri affari, come testimonia l’attivismo per espandere l’impero editoriale, sfruttando il vento favorevole del governo Meloni. Il segreto del suo successo è l’incrocio tra affari e politica. Se il portafoglio è arricchito dalle cliniche private, 23 strutture con 3.000 letti, soprattutto nel Lazio e in Puglia, ma il 94% dei ricavi proviene dal Servizio sanitario nazionale, il cuore di Angelucci batte per l’editoria. È interessato anche a prendersi La Verità da Maurizio Belpietro e ha fatto avance per comprare Radio Capital da Gedi, ma il vero obiettivo sarebbe convincere John Elkann a vendergli la Repubblica.
Secondo le dichiarazioni depositate alla Camera, Angelucci ha dichiarato di aver percepito negli 11 anni dal 2012 al 2022 redditi complessivi per 42,55 milioni. Sui quali ha pagato imposte nette per 19,27 milioni. Ad Angelucci sono così rimasti 23,28 milioni netti, che corrispondono a un guadagno medio di 2,116 milioni all’anno. Ogni mese sono in media 176.363 euro netti, ovvero 5.800 al giorno. Decisamente non male per un nullatenente. Gli affari della famiglia Angelucci vanno bene, anche se non c’è un bilancio consolidato unitario che mostri in piena trasparenza i conti, eliminando partite infragruppo o trasfusioni finanziarie da una parte all’altra.
Se Angelucci è nullatenente e non svolge attività professionali, da dove arrivano i suoi redditi, a parte l’indennità parlamentare, sui 240mila euro netti all’anno, che rispetto ai suoi guadagni reali sono mero argent de poche? Il bilancio del gruppo San Raffaele spiega che nel 2022 c’è stata la “destinazione al socio fondatore del vitalizio” di 4 milioni: non c’è scritto il nome, ma il beneficiario è lui, Tonino.
Le attività della famiglia sono divise in due grandi filoni societari: la sanità dentro il gruppo San Raffaele Spa, il resto, che spazia dagli immobili e servizi di gestione, manutenzione, pulizia (Natunia), fino all’editoria e alla comunicazione (con Edindustria, rilevata dall’Iri nelle privatizzazioni) nella Finanziaria Tosinvest Spa. Sopra queste società l’assetto proprietario diventa opaco, perché il controllo è esercitato attraverso due società lussemburghesi, la controllante diretta Three Sa e la sua controllante al 100%, la Spa di Lantigos Sca.
Gli ultimi bilanci disponibili sono del 2022. Mostrano che San Raffaele fa utili – 20,56 milioni nel consolidato (9,49 milioni nel 2021) – con un giro d’affari di 159,7 milioni e paga dividendi: nel 2022 ha distribuito 24 milioni ai soci. Nel 2022 la capogruppo San Raffaele ha ceduto il 100% dell’Università telematica San Raffaele di Roma Srl a Multiversity e altre due controllate, con plusvalenze di 173,9 milioni nel consolidato. Il gruppo ha una posizione finanziaria netta positiva per quasi 160 milioni.
Tosinvest ha chiuso il 2022 con un valore della produzione consolidato di 74,3 milioni e una perdita di 959mila euro (dopo il rosso da 6,6 milioni del 2021): un risultato che si scompone in una perdita di 1,18 milioni di competenza dei soci terzi e un utile striminzito di 218mila euro per gli Angelucci. Il gruppo Tosinvest ha un indebitamento finanziario netto di 117 milioni. Tra i debiti finanziari ci sono 242,8 milioni verso il gruppo San Raffaele, per anticipazioni finanziarie erogate alla società con i conti più critici, per un interesse annuo risibile, solo lo 0,01 per cento. La capogruppo Tosinvest Spa ha perso 2,5 milioni nel 2022 e 2,67 milioni l’anno precedente.
I profitti arrivano dalle cliniche, grazie alle erogazioni dello Stato per le prestazioni in convenzioni, mentre il resto soffre soprattutto per il peso dell’editoria, che però è un’attività chiave per esercitare un’influenza politica. Il presidente di Tosinvest è uno dei figli del fondatore, Giampaolo Angelucci, detto Napoleone.
San Raffaele è presieduta da Carlo Trivelli, figlio di due ex deputati del Pci, Renzo Trivelli e Maria Ciai. Tra i manager del gruppo c’è Massimo Fini, fratello dell’ex leader di An Gianfranco, direttore scientifico dell’Irccs San Raffaele Pisana. Gli Angelucci hanno stappato champagne quando Francesco Rocca è stato eletto presidente della Regione Lazio: fino al 2022 faceva parte del cda della loro Fondazione San Raffaele. E dalla Pisana Rocca ha subito ampliato le convenzioni con le cliniche della famiglia dell’ex portantino.
Gli Angelucci sono cresciuti fedeli a un insegnamento di Cesare Geronzi. Secondo l’ex banchiere di Capitalia bisogna avere tanti amici a destra quanti a sinistra. Così, pur schierati a destra, gli Angelucci hanno tessuto ottimi rapporti con Massimo D’Alema. Hanno aiutato il leader dell’ex Pci e Pds nel salvataggio dell’Unità, nel 1998, rilevando il 24,5% della nuova società, l’Unità editrice multimediale, un’avventura durata due anni. La famiglia Angelucci ha colto al volo anche l’occasione per aiutare l’ex Pci a sistemare i debiti, per un valore stimato sui 60 milioni di euro. Il 23 dicembre 2003 hanno firmato il contratto per acquistare, insieme ai debiti del partito, 45 palazzi, tra cui l’ex sede storica del partito, in via delle Botteghe Oscure.
Ricordando la trattativa, l’ex tesoriere del Pci e dei Ds Ugo Sposetti, ha detto: “Noi demmo una bella sistemata al nostro debito…”. Secondo Sposetti “gli Angelucci si dimostrarono persone perbene. Certo, in alcuni momenti si dimostrarono duri (…) complessivamente però si comportarono da imprenditori capaci, seri, molto trasparenti”. I giornalisti dell’Agi che potrebbero essere “venduti” agli Angelucci non sembrano altrettanto entusiasti.
domenica 12 maggio 2024
Nel silenzio
Mi è capitato di leggere un bellissimo racconto su Michel Collins, scomparso nel 2021, pilota dell’Apollo 11 e, per così dire, dimenticato dalla gloria che investì gli altri due componenti la spedizione, Neil Armstrong, primo uomo a scendere sul nostro satellite, e Buzz Aldrin il secondo a toccare il suolo. Ma Michel ebbe un altro e filosofico primato: fu il primo uomo a conoscere la vera solitudine, allorché col modulo attorno alla Luna, si inoltrò nel lato nascosto del satellite che si frappose tra lui e i suoi compagni con nello sfondo la lontana Terra.
Per quarantasette minuti Michel rimase veramente e filosoficamente da solo, staccandosi dall’umanità intera. Chissà quali pensieri ebbe, cosa impregnò il suo spirito, le sensazioni soverchianti la normalità umana. Chissà se nel suo unico libro scritto vi è riportato qualcosa. A me piace immaginarlo silente e quieto, assaporante il mistero.
Breve riassunto
La vicenda genovese apre scenari golosi per chi, come me, s’ostina a credere ancora nella Politica. Il signor Aldo Spinelli ad esempio, intercettato, che esorcizza i 5 Stelle sognando l’ ammucchiata degli altri, pidini compresi e, in totale euforia, Draghi presidente della Repubblica con la piissima Cartabia al governo, ovvero leggasi la vera repubblica delle banane. Perché tanta avversione verso i Cinquestelle? Ridicolizzati, sminuzzati da quasi tutto il nobile pensiero pluto-tecno-rapto-finanziario, costoro non starebbero ai patti consociativi di ciò che allocchi chiamano ancora politica, in realtà sfera affaristica per mestieranti che lucrano sul bene pubblico.
Stikazzi! E allora perché non votare proprio loro? Per l’inesperienza frutto del dogma dei due mandati, che dovrebbe essere regola ferrea se s’intendesse la politica come un servizio alla comunità. Ma così non è in questo paese dove la stampa è in mano ai potentati, eccetto pochissimi giornali come il Fatto; per non parlare dei media diretti dalla Fascistina e dalla Famiglia reduce dall’era del Puttanesimo.
Mentre la ducetta e il peggior ministro della Giustizia dello storia repubblicana stannno tentando di inficiare l’azione della magistratura - “cumunista” solo per il fatto che coglie ancora qualcuno con le mani nella marmellata - depauperando controlli e mezzi investigativi, sorge il solito dubbio pluridecennale, vivo e vegeto dai tempi del gobbo e del cinghialone, inficiante pensieri di speranza nei cuori delle tante persone per bene sequestrate psicologicamente dagli orchi onnivori presenti ovunque nell’avanspettacolo nostrano: “non sarà che Liguria e Puglia invece di essere casi isolati siano dei cretini che si son fatti beccare?”
Intanto Elly per dare lo scossone sta pensando di candidare, a sostituire Yoghi in regione, Orlando! Una persona onesta, ci mancherebbe. Ma per favore basta! (Voterò certamente i 5 Stelle!)
Iscriviti a:
Post (Atom)


