sabato 11 maggio 2024

Intanto prepariamoci

 

Assalto alla Costituzione Il baratto tra le destre per cambiare le regole e piegare la democrazia

Inchiesta Sullo stato della democrazia in Italia.

di Stefano Cappellini

C’è da raccontare il più grande assalto alla Costituzione italiana. Micidiale combinato della riforma costituzionale detta premierato, cara a Giorgia Meloni, e dell’autonomia differenziata, cara a Matteo Salvini. Due provvedimenti ideologici, scombinati e pericolosi, per giunta messi insieme dalla logica del baratto anziché da un ridisegno organico dell’architettura istituzionale. Ma qui è necessaria una precisazione. Non è sbagliato in sé cercare di migliorare la Carta dove può essere utile e necessario, il problema è il modo e il merito del tentativo in atto. Ma prima di arrivarci, può essere utile una premessa.

Giorgia Meloni non è la prima politica a voler cambiare le regole del gioco a suo uso e consumo. Però è la prima ad avere una decisiva motivazione supplementare. Il desiderio di stravolgere la Carta e la forma di governo per costruire uno schema personale e monocratico la accomuna ad altri predecessori; la volontà di rivincita sul dettato costituzionale la distingue dagli altri. Meloni, la ragazza che minorenne si iscrisse alla sezione romana di Garbatella del Movimento sociale italiano abbracciandone il revanscismo politico e le recriminazioni storiche, ha l’occasione sognata dai suoi padri politici: abbattere il simbolo che per decenni i missini italiani hanno considerato lo stigma sulle loro origini. La costituzione antifascista va cassata, sfregiata, archiviata. La sua riscrittura agitata in aria come bottino di guerra e segno del nuovo comando.
Cosa prevede il cosiddetto premierato? Un presidente del Consiglio eletto direttamente dai cittadini e in carica per 5 anni. Con quale legge elettorale, non si sa, va ancora scritta. Con quale meccanismo che garantisca la maggioranza in Parlamento, è altro punto di domanda, per ora si ragiona di un abnorme premio di maggioranza del 55%. Con quali contrappesi, è inutile chiederlo, non sono previsti. Vietato al Parlamento incaricare un premier che non sia quello indicato nelle urne. Il presidente della Repubblica passa da arbitro del sistema a spettatore. Il premier comanda senza intralci su un Paese nel frattempo disarticolato da un provvedimento parallelo, l’autonomia differenziata, che dietro le fumisterie leghiste nasconde il messaggio alle comunità locali: arrangiatevi. Per qualcuno è un’opportunità, per altri è il baratro. La prima vittima designata è il sistema sanitario nazionale, già piegato da anni di incuria, definanziamento e regalìe al sistema privato.

Si trasformano le elezioni in una riffa dove uno solo vince tutto e si espongono le istituzioni alle scorrerie di qualunque barbaro di passaggio. Non c’è più filtro. È la realizzazione di un rozzo progetto plebiscitario mascherato da trionfo della volontà popolare. Gli elettori – anzi, una minoranza di elettori trasformata in maggioranza dagli artifici di una legge elettorale ancora da scrivere – eleggono un primo ministro che, da quel momento, agisce senza più controllo. Una delega al buio. Non è il presidenzialismo, sistema che in molti Paesi funziona con precise regole e paletti, sebbene i casi di S tati Uniti e Brasile dimostrino quanto sia esposto a forzature in questa epoca di democrazia fragile e assediata. Si tratta di una versione degenerata dell’alternanza, risolta in un brutale scontro tribale alle elezioni al termine del quale una delle tribù si impossessa delle istituzioni senza che nessuno, né il Quirinale e tanto meno il Parlamento, possa più interferire in alcun modo.

Nella commissione Affari costituzionali la quasi totalità dei costituzionalisti auditi, senza differenza di orientamento e formazione, ha bocciato senza appello la riforma. L’ex presidente della Corte costituzionale Ugo De Siervo: «Un progetto di legge quasi eversivo per alcuni aspetti ed estremamente debole per altri». Gustavo Zagrebelsky, altro presidente emerito della Consulta: «Una riforma costituzionale incostituzionale ». Il successore Giuliano Amato: «L’elezione diretta del premier è una alterazione degli equilibri, incide negativamente sul capo dello Stato come figura di garanzia unitaria». E ancora, Fulco Lanchester: «Il testo confligge con gli standard del costituzionalismo democratico, basato sull’equilibrio e la separazione dei poteri». Gaetano Silvestri: «Il premio di maggioranza crea un governo figlio della calcolatrice più che della volontà degli elettori». Invano, vista la ricettività degli auditori, Gaetano Azzariti ha fatto notare che il potere debole «oggi è quello del Parlamento». Forse per mancanza di testimonial la presentazione della riforma in Parlamento si è fregiata, pochi giorni fa, del contributo intellettuale del cantante Pupo: «Mi piace il premier forte, anzi fortissimo».
Sul consapevole, scientifico attacco alleprerogative del capo dello Stato si assiste allo spettacolo più ipocrita tra quelli messi in piedi dal governo per difendere la riforma. Ancora pochi giorni fa Meloni è tornata per l’ennesima volta a negare che la riforma incida sui poteri del Quirinale. Persino i pochi costituzionalisti con un giudizio benevolo sull’impianto della riforma smentiscono la menzogna della presidente del Consiglio. Dice Carlo Fusaro: «Chi considera utile rafforzare il presidente del Consiglio, con onestà intellettuale, deve riconoscere che, comunque e con qualunque formula, ciò è semplicemente impossibile senza che ne derivi un impatto sul ruolo dei partiti in Parlamento e sul ruolo del presidente della Repubblica».
Ecco, il ruolo dei partiti. Indeboliti da lustri di svuotamento ideale e di reazionarie campagne sulla casta, i partiti devono trasformarsi definitivamente in comitati elettorali al servizio del candidato – “Vota Giorgia”, lo slogan della candidata Meloni alle Europee è l’ultima prova generale – mentre il Parlamento, già trasformato in raduno di nominati per grazia ricevuta e succursale di conversione decreti, diventa l’equivalente di un consiglio comunale. Si poteva trasformare quell’aula sorda e grigia in un bivacco di manipoli, e sta per accadere.
La riforma di Meloni è subdola. Più ancora che per i suoi obiettivi evidenti, per la capacità di cavalcare e torcere a proprio vantaggio trent’anni di propaganda anti-politica. Non si è tanto detto, anche a sinistra, che ogni governo nato da accordi parlamentari è un inciucio? Non si è tanto detto, anche a sinistra, che è fondamentale conoscere il nome di chi governerà l’Italia cinque minuti dopo che si è concluso lo spoglio? Ora arriva Meloni, a trasformare in realtà tutti i dogmi del più ottuso furore maggioritario, pronta a rinfacciare agli avversari, non senza qualche ragione, di stare avverando i loro annosi desideri.

Il resto ce lo mette Salvini, con un’altra riforma pasticciata e incompleta. Nel nuovo regime di autonomia come farà lo Stato centrale a garantire che a tutti i cittadini siano garantiti pari servizi e opportunità? Lo schema leghista si basa su un’impostura ideologica: la spesa sociale per la sanità, il welfare, non è un trasferimento di risorse dalle Regioni ricche a quelle povere bensì tra cittadini abbienti e cittadini meno abbienti. Vale per l’autonomia lo stesso rischio descritto sul premierato: in tempi di vacche grasse, potrebbe essere un sistema persino virtuoso, che spinge i governi locali all’efficienza e alla responsabilità e i cittadini della Regione a premiarne o punirne l’opera con il voto.
Ma che succede nei territori dove la situazione è così degradata da non dipendere più, almeno nell’immediato, dal buon operato dell’amministrazione? E che succede nelle fasi di crisi e congiuntura economica? Se il bilancio dello Stato dimagrisce, chi garantisce ai cittadini uno standard minimo? In burocratese si chiamano Lep, livelli essenziali di prestazione, e non sono ancora stati messi nero su bianco, sebbene rappresentino un aspetto fondamentale. Non solo, la loro definizione presuppone l’individuazione delle risorse necessarie a fornirli, questi livelli essenziali. Dove le troverà un governo alle prese con i vincoli di bilancio e una crescita inchiodata allo zero virgola? O aumentando le tasse, cosa che la destra non vuol fare, o tagliando la spesa, e quindi potenzialmente altri servizi. Un circolo vizioso. Un incubo che agli elettori viene presentato come il sogno della sovranità popolare. “Vota Giorgia”, e buona fortuna a tutti.

venerdì 10 maggio 2024

Simbolo



Ok la faccia da coglione c’è. Diciamo che il Fesso è giusto!

C’è ancora speranza!





Se questo è un ministro, ho ancora speranza nel Nobel!

Viva la Contestazione



Forse ha fatto bene Mattarella a solidarizzare con la ministra. Quello che però è straordinariamente bello è questo risveglio giovanile, si la contestazione, che nasca, che si rinforzi, che abbatta questo mondo politico insulso, frutto di consociativismo, di accordi, di politichese, affossante le speranze dei giovani, che intravedono un futuro di merda. Sbraitate ragazzi, scollatevi da smarth e tv! Mandiamoli tutti a casa!

Mumble mumble

 

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Maria Elena Boschi: “Conte inciucia con Meloni. I bilanci in rosso del Fatto Quotidiano sanati da Viale Mazzini”di Giovanna Vitale

La vicepresidente Iv della Commissione di Vigilanza Rai: “Travaglio non esprime mai una critica verso la Rai”

Onorevole Boschi, come mai in Vigilanza ha chiesto chiarimenti sul talk condotto da Peter Gomez, direttore del Fatto online?

«Prima di tutto perché viene da chiedersi come mai tra tante professionalità e produzioni interne alla Rai si sia sentita l’esigenza di rivolgersi all’esterno e di acquistare da una società — la Loft — il format di una trasmissione televisiva. Società che, guarda caso, fa parte del gruppo del Fatto Quotidiano. Visto che i soldi con cui la Rai paga Le Confessioni di Gomez sono dei cittadini che versano il canone, la trasparenza mi pare il minimo. Ma c’è di più».

Ossia?

«Se c’è un legame economico tra l’azienda che gestisce il servizio di informazione pubblica e il Fatto deve emergere».

Crede che dietro ci sia uno scambio di favori?

«Che i conti della società Seif, proprietaria del Fatto quotidiano, si reggano sui programmi venduti dalla sua controllata al 100% Loft (che produce anche il programma di Gomez) non lo dico io: è scritto nell’ultimo bilancio approvato e nella relazione della società di revisione, che non nasconde la crisi finanziaria del gruppo. Non a caso la Loft pare stia trattando con la Rai la vendita di altri programmi. Così potrebbe far cassa grazie alla Rai e salvare il giornale dal possibile fallimento».

È la ragione per cui Travaglio insiste col dire che non c’è alcuna occupazione militare della Rai, che la destra sta facendo oggi quello che ha fatto ieri la sinistra?

«Basta sfogliarlo: quel quotidiano non esprime mai una critica verso la Rai dell’era Meloni né dice una parola sugli inciuci di Conte con la premier per le nomine. Travaglio dimentica sempre che il capo del M5S con il governo gialloverde ha trasformato l’emittente pubblica in una tv sovranista: allora, in coppia con Casalino, non ha mai fatto ostaggi in Viale Mazzini. Quanto a oggi, il direttore che non si tira mai indietro quando c’è da attaccare qualcuno, anche un innocente a cui è arrivato un avviso di garanzia, è lo stesso che è stato condannato per diffamazione e che con la Rai “gestione Fratelli d’Italia” usa i guanti di velluto. Arriva proprio a difenderla. Per carità, saranno solo coincidenze, ma io penso che il Travaglio che parla tanto di conflitto di interessi per gli altri dovrebbe prima guardare a casa sua».

Lei ha chiesto anche di sapere quali altri programmi e conduttori dell’orbita Fatto entreranno nei prossimi palinsesti Rai. Ritiene che il giro di affari possa ampliarsi?

«Mi piacerebbe saperlo. Vorrei sapere se i soldi dei contribuenti vanno a salvare dal possibile fallimento Travaglio & Co. Solo che a queste domande l’ad Sergio e il dg Rossi non hanno risposto. Hanno detto di non saperne nulla e di dover approfondire. Non penso ci voglia molto a fare una telefonata e verificare. Anche perché la trasmissione di Gomez va in onda da tempo».

Rientra in questo quadro, secondo lei, la sponda che spesso il M5S offre ai vertici meloniani della Rai, sia in Cda sia in Vigilanza?

«Non spesso. Sempre. Del resto, il patto per assegnare al M5S la presidenza della Commissione parlamentare di controllo lo hanno fatto Meloni e Conte. I grillini hanno votato addirittura a favore del nuovo contratto di servizio e, dopo essersi accordati su varie nomine in Rai, sono pronti all’intesa anche sul nuovo Cda, vedrete. Del resto è lo stesso Conte che pone la questione morale in Puglia e poi salva la giunta Emiliano, votando a favore della fiducia».

Dopo l’affondo della presidente Soldi pensa che i vertici Rai abbiano mentito al Parlamento? E se così fosse, potrebbero restare al loro posto?

«Dobbiamo ascoltare in Vigilanza anche Serena Bortone, il direttore degli Approfondimenti Paolo Corsini e la stessa presidente Soldi. Lo avevo chiesto, insieme alle altre opposizioni, già prima dell’audizione di ad e dg, ma la maggioranza si è opposta. Ora diventerebbe gravissimo non farlo. Occorre andare fino in fondo e capire chi sta mentendo e perché».

Prima Pagina

 



La Storia va studiata

 

Famo Casino Day
di Marco Travaglio
Ormai non c’è più festa nazionale che non venga usata da questo o quel partito per farsi propaganda, confidando nelle telecamere in piazza e nella smemoratezza storica generale. Accade dal 2022 col 25 Aprile, festa della Liberazione dal nazifascismo, dove si imbucano le delegazioni ucraina e palestinese, che storicamente c’entrano come i cavoli a merenda. L’Ucraina nel 1941 accolse i nazisti come liberatori in funzione anti-sovietica e nei tre anni di controllo hitleriano sterminò un milione di ebrei e deportò gli altri due in Germania, fino alla liberazione da parte dell’Armata Rossa. Negli stessi anni la dirigenza palestinese intorno al Gran Muftì di Gerusalemme, devoto fan e alleato di Hitler e Mussolini, reclutava SS musulmane e progettava stermini di ebrei, mentre la Brigata ebraica combatteva i nazifascisti. Le colpe dei padri non ricadono sui figli, e neppure i meriti, ma ci sarà un motivo se il 25 Aprile non lo festeggiamo coi tedeschi (mentre dovremmo farlo con gli americani, gli inglesi e i russi). Anche il Primo Maggio, col governo Meloni, è diventato tutt’altro che la Festa dei Lavoratori: una passerella per approvare i “decreti 1° Maggio”, che non fanno nulla per i lavoratori, ma infilano le solite mance nelle tasche dei padroni, mentre a chi lavora si nega pure il salario minimo e a chi cerca lavoro si ruba il reddito di cittadinanza.
Ora tocca al 2 Giugno, Festa della Repubblica nell’anniversario del referendum del 1946 che abolì la monarchia perché, dopo i meriti acquisiti con l’Unità d’Italia, si era macchiata della ventennale complicità col fascismo. Il Pd annuncia che la trasformerà in una manifestazione contro il premierato meloniano. Che è una boiata pazzesca e va contrastata con ogni mezzo lecito. Ma non il 2 Giugno, che c’entra col premierato quanto la Sagra della porchetta ad Ariccia e la Fiera del bue grasso a Carrù. A parte il fatto che l’aveva già proposta l’Ulivo nella Bicamerale del 1997, l’elezione diretta del premier non ripristina la Monarchia né altera la forma repubblicana dello Stato. Usa la procedura prevista dalla Costituzione per stravolgere gli equilibri fra governo, Parlamento, capo dello Stato e poteri di controllo. Ma il 2 Giugno è anche la festa dei presidenzialisti, come di tutti quelli che scelsero Repubblica contro Monarchia (che, se avesse vinto, dopo il più che degno Umberto II, ci avrebbe regalato sul trono Vittorio Emanuele IV e ora Emanuele Filiberto). Perciò dovrebbe accomunare tutti i partiti repubblicani, da destra a sinistra, esclusi solo i monarchici, che invece festeggiano a buon diritto il 25 Aprile perché sedettero nel Cln e contribuirono alla Liberazione. Ma questi politici dove l’hanno studiata la Storia: su Tiramolla?