Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
giovedì 9 maggio 2024
Ritratto totiano di Pino
Il re sòla Giovanni II, un ammorbidente da B. al grande botto
IL PRESIDENTE DELLA LIGURIA - S’è montato la testa fino a perderla, come accade ai monarchi. Gli inizi da cronista con Mani Pulite, poi lo speciale tv “La guerra dei vent’anni” sul suo datore di lavoro, esempio di disinformazione pop
DI PINO CORRIAS
Anche da Re Sole della Liguria, Giovanni Toti, detto l’Ammorbidente, non ha mai perso la faccia da scolaro con il grembiule bianco e il fiocco blu, seduto al primo banco nella classe che fu di Silvio Berlusconi, il mentore della sua vita, che tra una barzelletta e l’altra, tra una pupa in tacchi a spillo e uno scandalo ad personam, insegnava la grammatica del potere, l’apoteosi pubblicitaria del consenso, gli oscuri traffici di denari e altre utilità, che i teorici d’alta politica contemporanea chiamano “sangue e merda”, indispensabili ingredienti a confezionare pasti caldi per il pregiato pubblico degli elettori. I liguri, in questo caso, che dal 2015 si sono stesi al sole del Re Sole. Anche se non tutti, a onor del vero.
Non è mai elegante dire “io l’avevo detto”, ma l’ostinato Ferruccio Sansa, ex giornalista del Fatto, nonché consigliere regionale di opposizione in Liguria, oggi ha tutto il diritto di alzare il dito, schiacciare il tasto Rewind e mettere in fila i cinque anni di dichiarazioni quotidiane, settimanali, mensili, su e contro il regno decennale di Giovanni Toti. I favori ai supermercati Esselunga. Gli abbracci conturbanti con l’Autorità portuale di Genova. La predilezione per la Sanità privata. L’idiosincrasia per quella pubblica. La permanente sponsorizzazione politica, anzi sentimentale, di Primocanale, la tv locale che regna incontrastata sulla intera fetta d’anguria della Liguria e che parlava del governatore con tutti i violini della devozione. E pure noialtri liberi dispensatori di ritratti concludevamo – cinque anni fa – le nostre tre cartelle dedicate a Toti, segnalando che i troppi guai della Regione “rischiavano di lasciarlo senza rete”, circondato da nemici seduti intorno al suo seggiolone, “ad aspettare il botto”.
Il botto è arrivato l’altro giorno un po’ prima delle 7 del mattino, la stessa ora in cui le agenzie – una trentina d’anni fa – battevano i nomi degli arresti di giornata, durante il lungo bradisismo di Tangentopoli che pure Toti Giovanni, all’epoca redattore semplice del Tg4, annotava con l’inchiostro televisivo del cronista. E oggi che l’arresto lo riguarda, non è cambiato neppure il copione di polvere e parole che viene dopo le manette. In primis quelle dell’avvocato difensore che dichiara: “Il presidente è tranquillissimo”, beato lui. E tutti i suoi colleghi politici in coro: “Siamo garantisti, aspettiamo che l’inchiesta faccia il suo corso” salmodiato specialmente a Roma, insieme con il segno della croce e un segreto pensiero che dice: mamma mia che guaio.
Perché a forza di esercitare la quotidiana ginnastica contro i magistrati matti & malvagi, contro le inchieste a orologeria, contro l’abuso di ufficio diventato “arbitrario abuso di potere”, contro il codice degli appalti che va abolito, anzi disintegrato, contro le intercettazioni troppo facili, facciamole a cronometro, arriva questo colpo di scena che è come una secchiata di acqua fredda, che si porta via tutti i chiodi a tre punte che va spargendo il volenteroso Carlo Nordio, il ministro di Giustizia, che da ex pm ha in uggia tutti i pm, e prima o poi dovrebbe seguire il consiglio di Nicola Gratteri, fare i test psicoattitudinali, antidoping compreso.
In quanto al malcapitato governatore, riassumiamo la sua vicenda umana. Toti non è un refuso e non ha mai giocato al calcio. Nasce a Viareggio nell’anno formidabile del 1968, padre albergatore, madre casalinga. Infanzia e adolescenza attutite dalla sabbia del litorale. Studia poco, ma sempre il giusto. Si iscrive a Scienze Politiche alla Statale di Milano dove fa tutti gli esami meno uno. Gli piace viaggiare, bere, mangiare. Cresce contento degli anni 80. Dice: “Io credo che il riflusso, l’individualismo e il disimpegno siano stati fattori positivi”. Per questo diventa craxiano, “anche se moderatamente”, oltre che “paninaro” nel tempo libero. E siccome gli piacciono “la competitività aziendale e il merito”, nei primi anni 90 entra in Mediaset raccomandato dal padre della fidanzata per arruolarsi nella battaglia anti-giudici. Che Toti pratica fino all’apoteosi de La guerra dei vent’anni, anno 2013, uno speciale tv in difesa di Silvio B e delle sue cene eleganti che andrebbe studiato in ogni scuola di giornalismo, come modello esemplare di disinformazione pop.
La prestazionegli vale i galloni di caporedattore, poi vicedirettore, infine doppio direttore. Prima di Studio Aperto, poi di Rete 4, dove sgombera l’anziano Emilio Fede con la sua zavorra di Meteorine e meteoriti come Lele Mora e Valter Lavitola. Da “Bianco Gabibbo” (Striscia la notizia, dixit) diventa il Delfino.
Incoronato su un balcone di Villa Paradiso, una di quelle cliniche dove si fabbricano lattughe per la dieta, direttamente con un abbraccio del Capo che gli conferisce lo scettro di plastica di Forza Italia, immortalando quella investitura in una fotografia che ancora oggi fa molto ridere. Era il 2014 e a tutti sembrava una buona idea sostituire le fiamme peccaminose che Ruby ancora emanava, con le guance illibate dello scolaro.
Non funzionò. Volato in Europa con 150 mila preferenze, l’angioletto Toti cominciò a studiare da satanasso. Ricevute in dono da Berlusconi le mappe della intera Liguria – che dai tempi del Boom economico mastica cemento, devasta le sue coste, i suoi borghi, nel cupio dissolvi del progresso esentasse – Toti s’avvale dell’alleato migliore, la solita sinistra divisa in tre liste, e nell’anno 2015 diventa governatore. Fabbrica il suo regno a suon di appalti, amicizie, propaganda. Si mette nella scia di Matteo Salvini, ma solo fino al disastro del Papeete, salendo sul salvagente che gli offre l’ex democristiano Maurizio Lupi, quello del Rolex. Dichiara: “La Liguria diventa il laboratorio nazionale dei moderati”.
Ma il laboratorio si inceppa. L’economia della Regione rallenta, i giovani non fanno figli, e quando possono, emigrano. Le panchine davanti al mare si riempiono di concittadini “non indispensabili allo sforzo produttivo”. A ogni cambio di stagione arriva la frana, l’incendio, l’alluvione a rallentare il bed & breakfast collettivo. A rinsaldare quel che la politica divide, arriva la tragedia nazionale del Ponte Morandi che distribuisce le carte della rinascita. Il cantiere è un successo. L’orgoglio della inaugurazione diventa la nuova fanfara del governatore che ormai frequenta solo le grandi barche e i grandi affari. Si è montato la testa, come capita ai re, che qualche volta all’improvviso la perdono.
Concordo!
Dio non esiste
di Marco Travaglio
Per 15 mesi abbiamo sperato che Elly Schlein cambiasse nel Pd qualcosa oltre al segretario, criticandola perché non lo faceva. Ora, dimenticando per un attimo l’incredibile candidatura finta alle Europee, merita solo applausi per aver firmato il referendum Cgil contro il Jobs Act. Mossa che comprensibilmente terremota il partito, perché vi ha lo stesso effetto che avrebbe sulla Chiesa un’enciclica del Papa dal titolo: “Dio non esiste”. Da quando nacque con Veltroni, peggiorò con Napolitano e Letta, s’infettò con Renzi e defunse con ri-Letta al seguito della fantomatica Agenda Draghi, il Pd ha sempre venerato la trimurti Lavoro precario-Sussidi alle imprese-Paghe da fame: dalla legge Treu al Jobs Act, dall’abolizione dell’articolo 18 ai voucher di Gentiloni, dai no al Reddito di cittadinanza e al dl Dignità del Conte-1 alla restaurazione draghiana che smantellò il dl Dignità, attaccò il Rdc e levò il salario minimo dal Pnrr contiano. Lo chiamavano “riformismo”, parolaccia che nasconde il più ciclopico fallimento della storia e che la gente perbene ha imparato a neutralizzare dotandosi di mutande di ghisa e da camminare rasente al muro. Infatti la setta degli adoratori superstiti della Trimurti, accampati fra Azione e Iv, veleggia fra il 5 e il 6% ni sondaggi.
Il guaio, per la Schlein, è che il 99% del Pd, anche quello che sta con lei, dieci anni fa votò il Jobs Act senza fare un plissé. Il che spiega, con tutte le altre scelte demenziali, perché i dem non si schiodano dal 19-20% e hanno ancora i 5Stelle alle calcagna: perché il M5S diceva 10-15 anni fa ciò che il Pd dice solo ora (su Rdc, dl Dignità, salario minimo, Jobs Act, spesa militare) o dirà domani. A proposito di domani: ora che persino il Corriere, con un ottimo commento di Massimo Nava, invita tutti (in primis il Corriere) a non “zittire come filorusse le voci critiche” su Kiev, a smetterla di “riempire di armi l’Ucraina prolungandone l’agonia” e a scoprire “un po’ di realismo che tenga conto dei rapporti di forza” (Orsini, è lei?), forse prima o poi il Pd smetterà di votare con le destre per la guerra a oltranza fino all’ultimo ucraino (salvo ammettere di aver candidato Tarquinio, Strada e Cristallo come foglie di fico). Poi forse la pianterà di astenersi sulle schiforme della giustizia, di fare inceneritori e opere inutili da Calce&Martello e di negare ai giudici le prove contro Renzi&C. Se poi prendesse a prestito dai 5Stelle le regole che vietano di candidare voltagabbana e poltronari con sei, sette, dieci mandati, Elly si libererebbe gratis di tutti i famosi cacicchi ed eviterebbe pure scandali tipo Puglia, Sicilia e Piemonte. Ma soprattutto scioglierebbe il famoso nodo del rapporto con Conte: a quel punto 5Stelle e Pd sarebbero la stessa cosa e potrebbero tranquillamente fondersi.
L'Amaca
Le ore sprecate della Liguria
DI MICHELE SERRA
Il romanzo La speculazione edilizia del grande sanremasco (non si dice sanremese) Italo Calvino è del 1957, e già disegna un destino. Quello di un aspro, meraviglioso, irripetibile territorio di contadini e pescatori, di migranti e naviganti, di piccoli commercianti e di piccole città (Genova fa storia a sé), stretto tra monti e mare, che sale sul treno del boom economico nella maniera più istintiva, anche se meno previdente: vendendo la sua bellezza ai milanesi e ai torinesi.
Nato come legittima fuga dalla miseria, il vorticoso sviluppo ligure non ha però conosciuto limite, esitazione, possibile riforma di se stesso. Vendersi (se preferite l’eufemismo: “riqualificarsi turisticamente”) sembra l’unico core-business possibile per una regione che, nel frattempo, a Genova, Savona, La Spezia, ha perduto una fetta enorme di fabbriche e di cantieri, i padroni e gli operai. La sostanza solida del Novecento che cede definitivamente il campo al santanchismo delle “spiagge eleganti” e al frou-frou totiano della “nuova Florida”: con il territorio più dissestato d’Europa.
Leggendo la storia del nuovo insediamento turistico di Celle Ligure che (tra le altre cose) ha disarcionato Toti, ho pensato: ma è possibile che siamo sempre lì, ancora lì? In quasi ottant’anni – larga parte dei quali con governi regionali di sinistra – possibile che non sia mai stata messa in campo un’idea di Liguria più saggia, più amorosa di sé, più sostanziosa e meno di vetrina? Più prudentemente ligure?
Adesso è l’ora della magistratura, e significa che tutte le altre ore sono state sprecate.
Cementificare: possibile che non esista un altro verbo da coniugare?
mercoledì 8 maggio 2024
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