sabato 17 febbraio 2024

Cos'è un regime

 

Gli ultimi due mesi tra i ghiacci della Siberia

DI RICCARDO RICCI

MOSCA — Tre ore di aereo da Mosca e cinquanta chilometri di strada, oppure due giornate di treno: tanto dista l’ultima prigione dell’attivista Aleksej Navalny. Ci era arrivato a fine dicembre dopo un tortuoso viaggio di tre settimane durante le quali nessuno sapeva dove fosse, nemmeno il giudice che doveva processarlo per l’ennesima accusa. Ufficialmente si chiama Ik-3 ed è tra le colonie penali più a Nord e isolate del sistema carcerario russo. Si trova nel villaggio di Kharp, nel Circondario autonomo di Jamalo Nenets oltre il Circolo Polare Artico. Per questo, il carcere di massima sicurezza è chiamato “Lupo polare”. Ci trasferiscono i condannati per i reati più gravi, recidivi, ergastolani. La colonia penale fu aperta nel 1961, riadattando le strutture dell’ex campo di lavoro 501 del sistema dei gulag.

Nel 1999, anni dopo la caduta del regime sovietico, ai detenuti fu concesso di costruirsi una chiesa. C’è una biblioteca, un emporio e un laboratorio per produrre souvenir destinati a sostenere le popolazioni dell’estremo Nord. La prigione è dotata anche di uno studio televisivo per girare filmati educativi, destinati ai detenuti di altre colonie penali. Le condizioni di vita restano però le più dure dell’intero sistema carcerario e, per coloro che come Navalny sono ritenuti colpevoli di violazione della disciplina, le restrizioni si fanno più rigorose: detenzione in isolamento, limiti all’acquisto di beni di prima necessità, riduzione delle visite con i familiari. La passeggiata, che in condizioni di buona condotta dura fino a tre ore, viene ridotta a un’ora e mezza. All’arrivo a Kharp, Navalny aveva descritto il cortile per l’ora d’aria come uno spazio dalle dimensioni di una cella, stretto tra alte mura, con la sola differenza «della neve sul pavimento». Al momento del malore che secondo il Servizio penitenziario l’ha portato alla morte era appena rientrato dalla passeggiata quotidiana nella cella d’isolamento dove si trovava dal 14 febbraio. Ci era tornato dopo pochi giorni dall’aver scontato un altro periodo di punizione, per la 27esima volta dal suo trasferimento a Kharp.

Navalny ha trascorso più di tre anni in prigione, 1120 giorni di cui oltre 300 in cella di rigore per i motivi più disparati: “essersi presentato in modo errato”, “aver sbottonato la casacca”, essersi rifiutato di “lavare la recinzione”, aver “offeso” una guardia penitenziaria rivolgendosi per cognome e non con nome e patronimico. Nell’ultimo anno e mezzo non ha potuto incontrare moglie e figli, né telefonargli. Nella colonia penale IK-6 del villaggio di Melekhovo, regione di Vladimir, dove aveva trascorso i primi due anni di detenzione, era finito in cella di isolamento 23 volte, per periodi intervallati a volte da un solo giorno in camerata. Inaugurata da uno sciopero della fame, la permanenza nella IK-6 è stata caratterizzata dai continui attriti con la direzione del carcere, contro la quale lo staff di Navalny ha avviato una serie di querele per violazioni delle condizioni di detenzione.
Alla fine di settembre 2023, dopo circa un mese dalla seconda condanna, a 19 anni per organizzazione estremista, è stato definitivamente trasferito in una cella singola. «Ecco, ho una nuova cella e una nuova scritta sulla schiena - aveva dichiarato in un commento affidato ai suoi avvocati – Un anno di detenzione in cella singola, la punizione più severa possibile per le colonie di ogni tipo». Non sapeva che di lì a poco sarebbe stato trasferito nella prigione più remota del Paese.

Nella tragedia presto oblio

 

L’ecatombe infinita dei nuovi schiavi mentre il Palazzo nega l’omicidio sul lavoro

DI STEFANO MASSINI

Sirene, ambulanze, vigili del fuoco. Traffico paralizzato. Cos’è successo? Un crollo, nel cantiere, poco fa. Due morti, anzi tre, forse di più. Questa strada l’ho percorsa, nella vita, migliaia di volte. Ogni mattina, per andare a scuola, in motorino o in bicicletta. Questa strada l’ho vista cambiare, da quando su tutto svettava il vecchio tozzo parallelepipedo del panificio militare, poi il degrado, poi le ruspe, poi il nuovo cantiere da cui sboccerà come un fiore l’ennesimo centro commerciale. Appena sarà inaugurato, miriadi di carrelli si riempiranno di barattoli e surgelati, dopodiché arriverà Natale e sarà un tripudio di luminarie e di alberellisfavillanti. A quel punto, se tutto va secondo il consueto copione, nessuno si ricorderà più degli operai morti ieri mattina, sommersi dalle macerie di un intero solaio venuto giù come cartapesta fra le urla dei testimoni. 

E il trallallà deijingle coprirà come una marea il requiem di queste ore, le frasi sul sentito cordoglio e il piagnucolante miserere che fa da immancabile soundtrack a queste mattanze del cemento armato (sì, armato in tutti i sensi, e come tale dotato di un’autoconferita licenza di uccidere).

Si racconta che la cupola del Brunelleschi costò la vita a un solo operaio, nel ventennio della sua ardita costruzione. Eppure di quell’operaio nessuno smania ovviamente per conoscere il nome, dal momento che la possanza dell’architettura ben ammette il sacrificio di un’anonima vita umana. Così sarà per il nuovo punto vendita in rapida edificazione, a tutti gli effetti un tempio del terzo millennio in cui celebrare il rito laico di questa ecclesia, che si aduna appena suona la campana dello sconto e fraternizza devota fra gli scaffali e le casse. Sono le vittime necessarie all’abbagliante fulgore dell’esito finale. Non narra forse Erodoto dei famosi centomila schiavi che costruirono le piramidi, intitolate nei millenni al lustro di Cheope, Chefren e Micerino?

Anche in questa occasione, per partorire le urbane piramidi dell’outlet, la manodopera affolla il cantiere in un brulicare continuo e operoso, nel via vai delle betoniere e dei caterpillar, con l’apparente rassicurazione che non si tratta più degli schiavi di Erodoto, bensì di operai salariati e protetti da ogni rischio. Ma è così, davvero?
Ancora non si è depositata la polvere delle macerie, e già emergono le prime voci su quel cantiere in cui si lavorava per appalto, e per di più schierando lavoratori con contratti metalmeccanici, guarda caso più convenienti e agili di quelli edili. Viene allora spontaneo chiedersi se sia così marcata la differenza fra lo schiavo etiope travolto a Giza da un macigno per la gloria dei faraoni e l’operaio che nel 2024 muore schiacciato da un blocco di cemento a Firenze, la stessa città in cui Vasco Pratolini ambientava il suo Metello, epopea di muratori a cui tocca in sorte un tragico incidente fra i ponteggi. Sono passati settant’anni dalla pubblicazione di quel romanzo, ma eccoci qua a commentare ancora l'ecatombe di chi muore e precipita nell’oblio, perché a nessuno frega nulla delle vittime sacrificali di questo gigantesco gioco di mattoncini Lego dove conta solo costruire e farlo in fretta, per tagliare il nastro e brindare con lo spumante offerto dallo sponsor.

E allora sai che c’è? Ti passa anche la voglia di scrivere un pezzo come questo. Da anni denunciamo, da anni ci indigniamo e da anni invochiamo almeno quel reato di omicidio sul lavoro che contribuisca ad elevare il rischio di tradurre un turno di lavoro in un giro di roulette russa. Ma il cosiddetto Palazzo è sordo, e sembra ogni volta che pretendere sicurezza per chi lavora equivalga a sabotare il progresso e l’irresistibile marcia in avanti dell’imprenditoria, cosicché hai l’impressione di rimbalzare contro un muro di gomma.
Intanto crollano pilastri, esplodono cisterne, si ribaltano muletti, e di mese in mese la narcosi tenta di coprire la carneficina, riuscendovi perfettamente salvo quando a Brandizzo o adesso a Firenze il numero delle vittime salta ahimè in prima pagina e tocca mettersi la maschera cineraria della grama circostanza, regalando un po’ di occhi lucidi a favore di telecamera. Altrimenti regnerebbe il silenzio e avanti un altro, aumentando il conteggio delle lapidi e il fatturato delle corone funebri, in una specie di sabba stregonesco in cui ormai i lavoratori di Pellizza da Volpedo sembrano incedere verso una colossale fossa comune, pronta a inghiottirli.

Tragedia

 


Trenta società in subappalto alcune oltre il terzo livello, che significa lavoro solo per respirare. Lo sciopero dei sindacati, il comunicato di condoglianze di Esselunga. Tre morti, cinque feriti.  

Ei fu


di Marco Travaglio
L’altra sera a Ottoemezzo c’era il juke-box di Bin Salman, se possibile più respingente del solito. Parlava col “noi” maiestatico, manco fosse il Papa (ma “noi” chi?). A parte le freddure (“La verità ti fa male, lo so”, “Conte è una banderuola, noi siamo coerenti”, “Il Superbonus ha distrutto il Paese”, “Il mio libro è andato bene”, “Ho una credibilità internazionale”), è riuscito a non dire una cosa vera in 35 minuti. Si è vantato contemporaneamente di aver creato i governi Conte-2 e Draghi e di aver votato la commissione Covid sui governi Conte-2 e Draghi. Ha chiesto di indagare su “Conte che chiamò Putin e fece entrare l’esercito russo in Italia”. Ma il Copasir ha già indagato e sentenziato che la missione russa del 2020 fu “esclusivamente in ambito sanitario con il compito di sanificare ospedali e Rsa… sempre scortata da mezzi militari italiani”: può raccontargliela l’amico Guerini, allora alla Difesa, che la preparò con i russi prima della telefonata Putin- Conte e alla fine ringraziò Mosca. Poi si è bullato di aver “chiesto nel marzo 2020 di riaprire le scuole”, il che avrebbe evitato un milione di anoressici o bulimici: ma lui chiese di riaprire tutto, non solo le scuole, dopo tre settimane di lockdown perché “col virus possiamo convivere”, proprio nel giorno del record di morti (889). Poi ha detto di aver esibito in tv il conto corrente da 15mila euro perché chi governa non deve far soldi: ma era il 2018, governava Gentiloni.

A quel punto ha iniziato a rispondere a pene canino. Domanda sulla sua querelomania: “Hanno arrestato mio padre e mia madre, indagato mia sorella, mio cognato e me” (per dire la sua bella famiglia), ma poi “mio padre e mia madre sono stati assolti” (in un altro processo: quello dell’arresto è in corso e il pm ha chiesto la condanna di padre, madre e sorella) e “io sempre prosciolto o archiviato” (è imputato nel processo Open), mentre “il Fatto è stato dichiarato colpevole di diffamazione progressiva e costante” (ma la colpevolezza si decide in Cassazione, non in Tribunale: dovrebbe saperlo almeno suo padre che in Cassazione ha appena perso). Domanda sui soldi da Bin Salman, ritenuto da Cia e Onu il mandante dell’assassinio del giornalista Khashoggi: “Sa come si chiama il capo della Cia? Sei mesi fa era con me ad Amman e parla con Bin Salman sul Medio Oriente” (ma non prende soldi da lui e non è senatore). E a Riad “i diritti sono aumentati: le donne guidano la macchina”. Ogni tanto, come i vecchi guitti di Polvere di stelle, rimembra le vecchie gag: “Io ho preso il 40% e gli altri no”. Risultato: 6,7% di share, minimo storico di Ottoemezzo senza Sanremo o la Nazionale contro. Uno sfollagente. Un tempo lo guardava anche chi lo detestava. Ora pare che si stia sulle palle da solo. 

venerdì 16 febbraio 2024

Saggezza


«Nessuno di voi io trascino a testimoniare con leggerezza e senza riflessione in favore di chi dice che queste cose sono vere – infatti non ho dogmatizzato nulla –, ma, osservando tutto, contemporaneamente riflettete. Una sola cosa vi chiedo, come anche prima, di non accostarvi agli scritti alla maniera in cui uno passa per la via, nemmeno nel caso che ci sia un po’ di indifferenza o di noia, volgendovi qua e là a ciascuno di essi e passando via. (...) Veneriamo gli dei, sia in feste che in occasioni qualunque, egualmente sia in pubblico che in privato, e seguiamo i patrii costumi verso di loro. (...) Io dico ora e sempre, gridandolo forte a tutti i Greci e i barbari, che il piacere è il perfetto compimento del migliore modo di vivere e che le virtù (...) non sono mai un fine, ma sono produttrici del fine. (...) Nessun piacere di per sé è male; ma i mezzi di certi piaceri portano molti più turbamenti che piaceri. (...) Dunque, quali sono le cose che turbano? Sono le paure, quella degli dei, quella della morte, quella dei dolori e, oltre a queste, il desiderio che va molto al di là dei limiti naturali. E infatti queste sono le radici di tutti i mali, e se recideremo queste alla base, nessuno dei mali spunterà in noi.»

(Diogene di Enoanda - I secolo d.C.)

Hanno ragione!



Ha ragione l’ad Sergio e zia Mara! Quando mai a Sanremo si è parlato di politica??

Già!


Ma a noi babbei…