giovedì 21 dicembre 2023

Anti bavaglio

 

Delitto di cronaca
di Marco Travaglio
Per Calenda e Renzi l’opposizione è quella cosa che peggiora le porcate del governo. Perciò hanno approvato con le destre il bavaglio tombale: vietata la “pubblicazione integrale o per estratto dell’ordinanza di custodia cautelare finché non siano concluse le indagini preliminari”. L’ordine di cattura è per legge un atto non segreto perché viene comunicato (e ci mancherebbe) all’arrestato. Ma ora è proibito pubblicarlo tutto o per stralci. Il giornalista dovrà parafrasarlo con parole sue. Così l’opinione pubblica, invece di sapere cosa scrive esattamente il giudice, quali prove ha raccolto, cosa ha detto l’arrestato o chi lo accusa, dovrà accontentarsi fino al processo (campa cavallo) del riassuntino del cronista. Che potrebbe equivocare il testo, non notare errori o contraddizioni, o magari occultarli apposta per colpire i nemici o favorire gli amici. Oggi, con le parole testuali dell’ordinanza, il lettore può farsi un’idea sulla fondatezza o meno di un arresto e sulla gravità o meno di una condotta. In futuro non più, perché dovrà affidarsi alla parafrasi soggettiva del giornalista. I fatti contenuti nelle ordinanze diventeranno opinioni, a cui un indagato nei guai fino al collo ma anche un giudice in malafede potranno opporre altre opinioni. In pratica la legge impone a noi giornalisti di fare male il nostro mestiere, a essere meno precisi e più approssimativi. Il tutto perché i politici, ormai al riparo dalle condanne grazie a leggi salva-ladri, prescrizioni e immunità assortite, vogliono liberarsi anche dell’ultima noia rimasta: la sanzione sociale che segue alla conoscenza dettagliata delle loro malefatte (la famosa “gogna mediatica”, che nelle democrazie si chiama accountability: dovere di rendere conto).
I “garantisti” pro bavaglio che hanno sempre in bocca Enzo Tortora dovrebbero vergognarsi: gli errori giudiziari saranno molto più difficili da smascherare. Ma chi oggi fa le leggi se ne frega degli innocenti: conoscendosi, pensa solo ai colpevoli. Il Fatto farà obiezione di coscienza e continuerà a pubblicare tutto testuale e, appena processati, ci rivolgeremo alla Corte di Strasburgo che ha già sancito decine di volte il diritto di pubblicare atti di interesse pubblico persino se sono segreti di Stato. Ma siamo curiosi di leggere le perifrasi dei colleghi su intercettazioni tipo quelle sui bunga-bunga, sul “sopramondo” e il “mondo di mezzo” spiegati da Carminati, sul “siamo padroni di una banca?” di Fassino a Consorte, su Ricucci che dice “stamo a fà i furbetti der quartierino” e accusa i finanzieri dei salotti buoni di “fà i froci cor culo de l’artri”. Frase immortale che, in ossequio alla nuova legge, si potrebbe tradurre così: “A questo punto l’immobiliarista di Zagarolo allude a pratiche omosessuali eterologhe”.

L'Amaca

 

Betlemme tricolore
DI MICHELE SERRA
Le tradizioni sono una cosa bellissima: una specie di scia naturale che ci accompagna lungo il tempo, oltrepassa le mode, sopravvive alla morte delle persone. Fanno sentire protetti dall’evanescenza della vita. C’è un solo modo per rendere ripugnanti e innaturali le pratiche della tradizione: imporle per legge. Le tradizioni imposte per legge diventano in un istante odiose. Non un dono, ma una soma che viene voglia di scrollarsi di dosso, come il cavallo scosso che non vuole obbedire a chi lo frusta.
La proposta di legge di Fratelli d’Italia che intende, nella sostanza, imporre nella scuola pubblica il Natale cristiano, presepe e albero di Natale, rendendo illecita ogni possibile variazione o effrazione, non è solo un’offesa alla libertà di culto e di insegnamento. È prima di tutto un’offesa alla tradizione. La trasforma in propaganda, mette un cappello politico sopra la stalla di Betlemme, scempia il Natale trasformandolo in una specie di Festa Patriottica da opporre alla peste della globalizzazione. E riaccende l’idea, anticostituzionale, che possa esistere una religione di Stato, e che compito della scuola sia imporla fino dai primi anni di età.
Le nostre scuole sono piene di bambini provenienti da altre culture e altre religioni (compreso un numero imprecisato di bambini e ragazzi di famiglie non religiose: ma questa è una categoria della quale non importa nulla a nessuno, politicamente la più negletta). Ogni singola scuola, anche nel nome dell’autonomia e della libertà di insegnamento, deve cercare di far sentire tutti a casa, nella stessa casa. Non è facile, ma è obbligatorio farlo, e scellerato non farlo. Più facile sciogliere ogni dubbio, ogni dialettica, nell’acido dell’imposizione.

mercoledì 20 dicembre 2023

Standing ovation!!!

 


Cambiamenti




Com'è buona lei!

 



Boom!

 

Il Crosetto dove lo metto
di Marco Travaglio
Guido Crosetto è uno dei rari esseri raziocinanti in un governo-manicomio. Ma questa non è un’attenuante: è un’aggravante. Perché, diversamente da un Lollobrigida o da uno Sgarbi, non può non capire la gravità di ciò che fa e dice. Il primo a porre un ostacolo insormontabile alla sua nomina a ministro della Difesa fu proprio lui due estati fa in un’intervista a Tpi: “Sarebbe inopportuno, dato il mio lavoro”. Parole sante: era presidente degli industriali della difesa e degli armamenti (Aiad) e senior advisor di Leonardo, e andare al ministero che dà appalti ai suoi ex consociati e committenti avrebbe creato un discreto conflitto d’interessi. Infatti andò proprio lì. E, non contento, a luglio, con un trasloco-fiume tuttora in corso, ha iniziato a trasferirsi con la famiglia dai Parioli in casa di Carmine Saladino, presidente e socio di Maticmind, colosso della cybersecurity affiliato all’Aiad, appaltatore di Servizi e ministeri (fra cui la Difesa), partecipato da Cdp (cioè dal Mef del suo collega Giorgetti): un sontuoso appartamento di 220 mq. con attico, superattico, box, cantine e soffitte, in cui vive stabilmente almeno da settembre con la moglie e i figli. Un fatto che – stando al Crosetto prima della cura – sarebbe inopportuno anche se pagasse l’affitto. Ma lo è molto di più visto che non ha scucito un euro: lo farà “da gennaio perché ci sono ancora lavori in corso” (oltre al trasloco da record mondiale). Questo ha dichiarato ai nostri Lillo e Pacelli e questo abbiamo riportato sul Fatto.
Ma ieri dev’essersi accorto che la scusa non regge e allora, scartato l’alibi scajoliano dell’insaputismo, ha scritto su Twitter che si è “stufato” (senza precisare di cosa). E ha postato le foto dei lavori con tanto di operai (con protezioni antinfortunistiche un po’ opinabili), scalette, calcinacci, cavi scoperti, sacchi di cemento, latte di vernice, pennelli e cartoni in un paio di stanze. Noi vogliamo sperare che le altre siano abitabili, altrimenti non si spiega come faccia a presentarsi sempre lindo e pinto senza macchie di calce sulla giacca e spruzzi di minio sul capoccione. Se fosse così gentile da mostrarci gli altri 200 mq dell’appartamento, potremmo tranquillizzare i fan sulle condizioni di vita sue e dei suoi cari. Naturalmente continueremmo a tacere l’indirizzo, nel rispetto della sua privacy e della sua sicurezza. Eppure Crosetto fa la vittima: “Grazie per aver resa pubblica la mia residenza”. Ma noi abbiamo scritto soltanto che è “in zona Aurelia a due passi dal Vaticano”, dove sorgono migliaia di edifici (siamo nella Roma del 2023, non del ’500). Semmai è stato lui, con quelle foto, a fornire preziosi indizi sull’ubicazione dello stabile. Che però, più che a un attico&superattico nel centro di Roma, fa pensare a un bilocale di Gaza City.

L'Amaca

 

Un argomento poco da social
DI MICHELE SERRA
Un uomo di ottant’anni è certamente più vicino alla fine che all’inizio: di questo Reinhold Messner, serenamente, aveva cercato di parlare in un suo post, forse nonrendendosi conto dell’emotività incontrollata che l’argomento può sollevare in quel regno del Sopra le Righe (altro che gli ottomila…) che sono i social. Mancava solo che qualcuno gli chiedesse luogo e ora delle esequie, o deponesse peluche alle pendici dell’Everest.
“Ho capito che molte persone hanno un problema con la morte”, ha poi detto Messner parlando con Giampaolo Visetti. Si è sentito quasi costretto a spiegare che non solo è ancora vivo, ma sta piuttosto bene.
Solo che è vecchio – questo stava cercando di dire – e i vecchi hanno il diritto e forse anche il dovere di pensare che la vita, prima o poi, finirà. Avvicinandosi il valico, si voltano e guardano indietro. Nel suo caso, sorridendo, e con lo sguardo luminoso.
Ma questo è un buon argomento per una chiacchierata affettuosa con le persone più prossime. O per un romanzo, o per un film (mi viene in mente Youth, il film di Sorrentino che ho preferito). La vecchiaia e la morte non hanno ancora trovato una loro confezione mediatica presentabile, non è un format, la parte finale della vita, che riesce ad adattarsi ai “mi piace” e agli emoticon. In attesa che questo avvenga – ma bisogna essere molto ottimisti – è meglio custodire nello zaino il proprio respiro che chiede di rallentare e i propri passi che si fanno più riflessivi. A dire cose profonde, si rischia l’equivoco.