sabato 15 luglio 2023

Da quando scrive...

 


L'Amaca

 

Consigli per il caldo
DI MICHELE SERRA
Tra le ricorrenze implacabili, i consigli delle autorità e dei telegiornali su come affrontare il caldo sono una tradizione che ci è particolarmente cara. Qui di seguito ecco il mio contributo, a completamento degli utili suggerimenti già diffusi a livello istituzionale e reperibili sui media nazionali.
1 — Se avete sete, bevete. Tra le bevande, l’acqua è preferibile ai superalcolici, al Vov e al brodo bollente. 2 — I vestiti leggeri sono più adatti di quelli pesanti. Non indossate cappotti, colbacchi, pancere di lana e scarponi foderati. Evitare anche le tute di latice sadomaso, gli scafandri da palombaro e il costume tradizionale delle popolazioni artiche. Meglio le t-shirt di cotone e i sandali.
3 — Non uscite di casa alle due del pomeriggio camminando sotto il sole cocente. Nelle prime ore del mattino e in quelle serali, statisticamente, la temperatura è meno alta.
4 — Non sostate a lungo nei pressi di fornaci, ciminiere, altiforni. Evitate anche di sdraiarvi sull’asfalto rovente. Se proprio dovete sostare, scegliete l’ombra di un albero.
5 — Cercate di consumare cibi freschi e facilmente digeribili. Tra un brasato al barolo e l’anguria, è meglio optare per la seconda.
6 — Non accendete il caminetto di casa, con il rischio di assopirvi contemplando le fiamme.
Recenti studi hanno stabilito che il fuoco acceso aumenta la temperatura circostante.
7 — Se siete anziani, non iscrivetevi alla maratona di Ferragosto a Dubai. Cercate piuttosto di stare fermi in un luogo fresco.
8 — Evitate accuratamente di seguire i telegiornali e i bollettini meteo che, per
divertimento
, battezzano gli anticicloni Caronte, Attila, Hitler e Charles Manson. Fate finta che i fenomeni atmosferici si chiamino Giuseppe, Rosetta e Ugo e ne avrete grande sollievo psicologico. 
9 — Se avete caldo, state al fresco. 
10 — Anticipazione per l’inverno: se avete freddo, state al caldo.

Ignazio

 

Ignazio l’Ignaro
di Marco Travaglio
“L’uso dell’immunità e soprattutto l’abuso del diniego dell’autorizzazione a procedere vengono visti dai cittadini e dall’autorità giudiziaria come una sorta di strumento per sottrarsi al corso necessario della giustizia”. Chissà se Ignazio La Russa è d’accordo con Ignazio La Russa. Già, perché queste parole le sottoscrisse lui, in una nota congiunta con Gianfranco Fini e Maurizio Gasparri, nel maggio ’93, quando la Camera discuteva l’abolizione dell’autorizzazione a procedere, allora necessaria persino per indagare su un parlamentare. Parole che avrebbe dovuto ripetere quando suo figlio Leonardo Apache fu denunciato per stupro da un’ex compagna di scuola e i magistrati tentarono di acquisire il cellulare del giovane. Ma scoprirono che la carta sim è intestata all’altro figlio del presidente del Senato, Geronimo, titolare dello studio di cui Ignazio è socio. E si posero il problema se poterlo utilizzare o no senza l’ok del Senato. Molti giuristi dubitano che l’immunità telefonica dei parlamentari si estenda a chiunque utilizzi telefoni a loro intestati: altrimenti qualsiasi eletto potrebbe intestarsi carte telefoniche e regalarle a fior di criminali per consentire loro di parlare dei loro delitti lontano da orecchi indiscreti e farla franca. Figurarsi per i telefoni di loro studi o società. Ma il presidente del Senato avrebbe dovuto anticipare la Procura, senza aspettare il sequestro di ieri sera: ripetendo le parole di 31 anni fa, spogliandosi dello scudo e precipitandosi in Procura a consegnare la sim.
Avrebbe fatto un figurone. Sia perché avrebbe cancellato il sospetto di voler nascondere eventuali prove di colpevolezza e di ritenere che la legge sia uguale per tutti tranne che per Leonardo Apache, investito di un’immunità contagiosa per via successoria di padre in figlio. Sia per la ragione opposta: se è vero che, dopo le indagini da lui stesso condotte, è giunto all’ormai celebre sentenza definitiva di assoluzione (“Dopo averlo a lungo interrogato, ho la certezza che mio figlio Leonardo non abbia compiuto alcun atto penalmente rilevante”), che cosa gli saltava in mente di sottrarre ai pm le prove decisive dell’innocenza del pargolo? Il Fatto glielo domandava da due giorni, ma invano. Ieri, invece di ringraziare per il consiglio che gli avrebbe salvato la faccia, La Russa ha lanciato la solita minaccia di querele, seguita dalla non risposta dell’avvocato del figlio, Adriano Bazzoni: “È un tema che non ho attenzionato e non abbiamo affrontato assieme, aspettiamo rispettosamente l’esito delle indagini ”. Così, mentre aspettavano, i cittadini e l’autorità giudiziaria hanno pensato a un abuso del diniego dell’autorizzazione a procedere come strumento per sottrarsi al corso necessario della giustizia.

venerdì 14 luglio 2023

Osho

 


Ragogna!

 


Sghignazzi

 


Tomaso

 

In Europa il pd vota per le armi e dimostra un’eterna pavidità
DI TOMASO MONTANARI
Ieri mattina al Parlamento europeo il Pd di Elly Schlein ha votato a favore (con le lodevoli eccezioni di Pietro Bartolo e Massimiliano Smeriglio) dell’Asap (Act in support of ammunition production) che aumenta di oltre mezzo miliardo di euro i fondi destinati a sostenere la produzione di armi per l’Ucraina, e soprattutto permette agli Stati membri che lo vorranno di usare i fondi del Pnrr a questo scopo. Conviene soffermarsi a valutare le implicazioni di un simile cambio di destinazione del Recovery Plan: qualunque cosa si pensi della guerra in Ucraina, e qualunque sia il giudizio sull’escalation del sostegno militare occidentale a Kiev, non sfuggirà la distanza tra un’Europa che pensa di rifondarsi sulla coesione sociale, la sostenibilità, la sanità pubblica, e una che invece decida di farlo sulla produzione, commercio e uso delle armi. E infatti la differenza non sfugge al Pd, che il 20 giugno scorso fa approvare in Parlamento una mozione che impegna il governo italiano a non usare i fondi Pnrr per le armi. Paradossalmente, tuttavia, è stato proprio questo “no” italiano a permettere alla segretaria Schlein di indirizzare i suoi europarlamentari a un “sì” europeo, in armonia con il compatto voto positivo del gruppo socialista: “Sì del Pd a Strasburgo all’uso del Recovery per le armi: ‘Tanto in Italia abbiamo votato no’” (così, ieri, Repubblica). Il risultato è un risibile equilibrismo da politica politicata, che lascia stupefatti e indignati coloro che ancora credono a una politica fondata su un progetto di società e su principi etici: proprio il tipo di cittadine e cittadini che, con un clamoroso voto rifondativo, hanno portato Elly Schlein alla guida del partito. E qui non si tratta della posizione della segretaria sulla guerra in Ucraina (che io, per esempio, non condivido per nulla), ma della sua idea di Europa e, appunto, della sua idea di politica. Costerebbe fatica opporsi alla scelta comune (e suicida) del Partito socialista europeo? Certo, ma l’unità del gruppo socialista, in un voto come questo, non è il fine ultimo: il fine è la costruzione di una vera politica estera europea comune, che sappia costruire una dialettica critica con quella statunitense. Invece, dire che in Europa ciascuno Stato farà quello che gli pare con i fondi del Pnrr e la guerra, e che questo non ci riguarda perché noi tanto abbiamo già deciso, significa dire semplicemente che l’Unione non esiste, che permettiamo che si separi, su una questione fatale, come una maionese impazzita: e allora almeno, lasciamo in pace Ventotene, visto che di fronte a una simile liquefazione dell’idea stessa di Europa, Rossi, Spinelli e Colorni si rivoltano nelle tombe.
Come è noto, Giulio Andreotti sosteneva che tirare a campare fosse comunque meglio che tirare le cuoia: ma nella situazione attuale del Pd, le due soluzioni rischiano di coincidere. Di fronte a questa destra orribile, e al suo sempre più evidente piegare la cosa pubblica agli interessi di parte, occorre costruire una alternativa alta, che sappia muoversi su un livello sideralmente diverso. Personalmente, vorrei vedere Pd e Movimento 5 Stelle incalzarsi a vicenda – in una gara virtuosa che non miri a rubarsi elettori, ma a riportare al voto i milioni di persone che non credono più alla politica – nella definizione di un progetto di Italia e d’Europa radicalmente alternativo alla visione da incubo che il governo Meloni coltiva e propala. Perché questo avvenga, Elly Schlein deve decidersi ad attuare il mandato di radicale cambiamento ricevuto da chi l’ha votata da fuori del Pd, perché cambiasse il Pd: e se questo comporterà altri abbandoni da parte di coloro che vivono il partito come una forza di centrodestra, be’, tanto meglio. Perché questo è il momento delle idee e delle scelte coraggiose, non delle pavide acrobazie e dei giochetti al ribasso.