martedì 11 luglio 2023

Sul mielonismo

 

Aggressore e aggredito
di Marco Travaglio
Se gli storici della Seconda Repubblica saranno tutti come Paolo Mieli, le future generazioni crederanno che per “trent’anni (e passa) dall’inizio di Tangentopoli” l’Italia sia stata dilaniata da una “arroventata tenzone tra Politica e Giustizia”, finita “con la Politica a brandelli”. Lo “storico” Mieli, bontà sua, ammette sul Corriere che le indagini su Santanchè, Delmastro e La Russa jr. sono “slegate l’una dall’altra”, ma aggiunge uno scenario fantasy: “Spuntano da ogni dove nuovi magistrati che, resi baldanzosi, si applicano alla messa sotto torchio di altri esponenti della maggioranza” (senza spiegare chi siano questi nuovi pm e questi altri torchiati). Poi, trascurando la sacra distinzione fra aggressore e aggredito, accusa le toghe di aver impedito per 30 anni la mitica “riforma complessiva della giustizia” e sollecita Nordio a sfornarla immantinente perché è “stimato dai più” (sic).
Gli dà manforte il solito Violante che, sotto i bombardamenti governativi sui magistrati che fanno il loro dovere (indagare su notizie di reato, tipo i segreti spifferati da Delmastro e i pasticci finanziari della Santanchè, o sulla denuncia di una ragazza che si dice stuprata dal figlio di La Russa), trova che “oggi i problemi più urgenti sono posti da atteggiamenti non congrui dell’Anm”, rea di fare il suo dovere: difendere i magistrati bombardati. La solita lagna: “Decenni di conflitti” fra magistratura e politica, che avrebbe “rinunciato alla propria sovranità”. Ci vorrebbe mezza Treccani per smentire, prove alla mano, questo cumulo di balle e frasi fatte. Ma basta l’essenziale. 1) Non è mai esistito alcun conflitto fra politica e giustizia: esistono da 30 anni (e passa) magistrati (pochi) che indagano su politici delinquenti (molti), i quali tentano di farla franca diffamandoli, minacciandoli e cambiando le regole dei processi in corsa. 2) La magistratura non ha mai impedito alcuna riforma: dal 1992 a oggi se ne contano oltre 130 e quasi tutte (a parte il “giudice unico” dell’Ulivo e la Spazzacorrotti di Bonafede) hanno peggiorato le cose. Non per caso, ma per scelta. L’ultima è la Cartabia: una micidiale cluster bomb che, con un colpo solo, fa danni dappertutto. Quindi la politica non deve riprendersi alcuna sovranità perduta. Se volesse migliorare la giustizia, dovrebbe cancellare 30 anni di schiforme ed evitarne di nuove. Ma vuole peggiorarla vieppiù, ergo continua a schiformarla. 3) Se il governo non gradisce noie giudiziarie (i cosiddetti “conflitti fra politica e magistratura”), ha solo due strade: o la smette di nominare e di tenersi personaggi indagati, o chiacchierati, o in conflitto d’interessi, o in pessimi rapporti col Codice penale; o fa un decreto di un solo articolo con la lista dei soggetti che è vietato processare.

L'Amaca


Un feuilleton di corte
DI MICHELE SERRA
Ogni vicenda familiare, gravida di sentimenti privati, meriterebbe rispetto e discrezione; non fosse che famiglia e partito, nel caso di Forza Italia, sono la stessa cosa, entrambi disponibilità prima del defunto e ora dei suoi eredi; con un salto indietro nei secoli che rimanda alle successioni dinastiche e agli intrighi di corte. E dunque, essendo i partiti oggetto di pubblico interesse, e protagonisti della democrazia, la discrezione non solo non è consigliabile, ma sarebbe una sconveniente omissione.
Ci tocca occuparcene, anche se è a tutt’altro che dobbiamo i nostri momenti di benessere.
Dunque si legge con inevitabile curiosità ogni scampolo di gossip sull’eredità Berlusconi; quella patrimoniale e quella politica, anch’esse sovrapponibili. Si sgranano gli occhi di fronte alla chiostra di cortigiane-deputate in lite tra loro (non si offendano: le cortigiane, come insegnava Scalfari, erano donne importanti e – un tempo – di grande cultura). Si fa memoria a noi stessi, sebbene increduli, che la signora Fascina è al tempo stesso l’ultima vedova del monarca e una influente parlamentare, e dunque i cento milioni (più tesorone che tesoretto) da lei ereditati potrebbero avere anche una destinazione politica, parte in tailleur e merletti, parte per risanare i debiti del partito; che il seggio da lui lasciato vacante al Senato è stato riassegnato, incredibile ma vero, da una “riunione di famiglia”.

Infine, irrisolto, il cosiddetto mistero del figlio minore, Luigi, la cui parte nel feuilleton sembra quella dell’escluso o del diverso, avvolto nel silenzio. Che sia comunista? Sarebbe, diciamolo, un magnifico colpo di scena. Ma anche i romanzi non sono più quelli di una volta. 

lunedì 10 luglio 2023

Overlook



Il rifugio Selletta dell’Abetone ricorda di questi tempi, in effetti come temperatura a 1711 metri sembra di stare in Via Prione nel meriggio, un pochetto l’Overlook Hotel… a breve le sorelline Grady, che vista la canicola stanno riposando, riprenderanno a giocare… gulp! Tra l’altro il cassiere sta ripentendo “All work and no play makes Jack a dull boy” arghhh!

Maestra fracchiana

 




Ragogna!

 


Riposa in pace Bettina!

 

Addio nonna Betta. Elisabetta Caponnetto, la tenera custode della migliore Antimafia
di Nando dalla Chiesa
“Vado a San Michele a Rovezzano”. Il tassista fuori da Santa Maria Novella resta attonito. Insisto: “La chiesa di San Michele a Rovezzano”. La via, replica lui, a cui non sembra vero di potermi rimproverare l’ignoranza della strada. Aspetti che controllo: via di San Michele a Rovezzano. A quel punto si arrende e cerca. “Ah, è un po’ lontana”.
La bella chiesetta periferica annuncia la sua missione mattutina già all’esterno. Alcuni vigili e carabinieri, qualche auto di servizio. Ma nessun controllo. Solo un appuntamento vagamente solenne, si intuisce, che ha richiamato nella periferia fiorentina quasi un centinaio di persone. Davanti all’altare una bara ricoperta di fiori. Accanto, in attesa di celebrare, don Luigi Ciotti con alcuni sacerdoti locali. È l’ultimo saluto a Elisabetta Caponnetto, detta “la Bettina” o “nonna Betta” da un intero popolo di giovani di venti, trent’anni fa. Quando lei era la moglie di “nonno Nino”, ossia Antonino Caponnetto, già capo del glorioso pool antimafia del maxiprocesso di Palermo. Il marito era volato in Sicilia subito dopo la strage del 29 luglio del 1983, quando un’autobomba aveva ucciso davanti a casa sua il capo dell’ufficio istruzione Rocco Chinnici e altre tre persone. Caponnetto si era candidato a guidare quell’ufficio senza dirle nulla. Glielo aveva fatto sapere dalla radio.
Lui, dal suo canto, visse in una delle più belle città d’Europa senza vedere né mare né ristoranti, facendo la spola tra la caserma della Finanza dove dormiva e il Palazzo di giustizia. Lei lo attese a Firenze per quattro anni. Storia conosciuta ma non troppo. I tormentati ma straordinari successi giudiziari, le condanne, le polemiche, i professionisti dell’antimafia, Caponnetto ingannato, Falcone tradito dai suoi stessi colleghi. Fino alla fine sua e di Borsellino. Esattamente quella grande storia giudiziaria e civile aleggia nella chiesetta sotto un dipinto rinascimentale. E Gian Carlo Caselli, commosso, la rievoca.
La signora Elisabetta divenne nota dopo le stragi. Quando il marito decise di reagire all’immenso dolore per quei due fratelli minori persi e si mise alla testa dell’Italia che chiedeva giustizia. Girando senza sosta per il Paese delle associazioni e delle scuole, dei municipi e delle università. Lei c’era quasi sempre. Iniziò a esserci proprio sempre quando temette che le fatiche provassero troppo il fisico del marito, che con l’età sembrava farsi più fragile, quasi di cartavelina. Si metteva di lato con discrezione, con una eleganza mai vistosa, quella tipica una volta delle “mogli delle istituzioni”, così si diceva. Se lo curava con occhi trepidi e alla fine gli si avvicinava silenziosa.
Lo prendeva sotto il braccio o gli metteva una mano sulla spalla e se lo teneva vicino, per sottrarlo all’assalto di chi chiedeva dichiarazioni, conversazioni, soprattutto nuovi appuntamenti. In quelle centinaia e centinaia di repliche la Bettina spiegò a tutti la modestia dei grandi. Finché nel 2002 subì come sua l’umiliazione inflitta al marito. Quando ai funerali alla Santissima Annunciata, a salutare con una folla immensa di cittadini il giudice coraggioso, a cui l’Italia doveva la prima grande e irreversibile sconfitta di Cosa Nostra e l’irripetibile apostolato decennale in difesa della legalità calpestata, nessuno del governo mise il naso. Nemmeno un sottosegretario alla Giustizia. Si seppe la sera che mezzo governo si era dato convegno al concorso di miss Padania. Rimasta sola, ha ricordato il suo Nino con orgoglio, mantenendo finché ha potuto i rapporti con gli ex giovani dell’antimafia. Restando fedele al nome e alla causa. Davanti a me nella chiesetta stavano tre schiene erette e fiere. Una in camicia blu elettrico, una in polo verde oliva, una in camicia blu scura. Erano “i ragazzi della scorta” del marito, venuti a salutarla più di vent’anni dopo l’addio al Giudice. Perché la fedeltà è una cosa seria.

Daje Paolo!


C’è chi può. Andrea Agnelli si fa beffe della giustizia sportiva, la Figc fischietta

di Paolo Ziliani

Immaginate di essere rinviati a giudizio per rispondere di un qualunque capo d’accusa. Poi di non presentarvi alla prima udienza del processo adducendo la scusa di “improrogabili impegni di lavoro”; di non presentarvi nemmeno alla seconda convocazione; e di risultare assenti anche alla terza senza assicurare di essere presenti alla quarta perché avete altro cui pensare. Domanda: secondo voi ve lo consentirebbero? Se siete comuni mortali, sicuramente no. Se invece avete il sangue blu e appartenete a qualche stirpe reale, tutto vi sarà concesso.
Un po’ quel che sta succedendo ad Andrea Agnelli, l’ex presidente della Juventus che avendo deciso di non aderire al patteggiamento farsa stipulato il 30 maggio scorso tra Procura Figc e Madama (che ha consentito alla Juve di evitare il processo per quattro gravi illeciti – e ulteriori pesanti penalizzazioni – pagando una multa di 718 mila euro, e a tutti i dirigenti, Agnelli escluso, di evitare ulteriori squalifiche dietro pagamento di un’ammenda) deve ora sottoporsi al giudizio del Tribunale federale.
Ebbene, per il processo in calendario il 15 di giugno i legali di Agnelli chiesero subito un rinvio adducendo la scusa di “improrogabili impegni di lavoro” del loro assistito, che dal 28 novembre è disoccupato essendo stato estromesso dai Cda non solo di Juventus ma anche di Stellantis ed Exor. Alla seconda convocazione del 27 giugno Agnelli non si è presentato e oggi, lunedì 10 luglio, sarebbe il giorno della celebrazione del processo, giunto al terzo rinvio, presso il Tribunale presieduto dal giudice Sica.
Ebbene, a meno di clamorosi colpi di scena, del processo ad Agnelli – che dopo la squalifica di due anni ricevuta nel processo plusvalenze, che si aggiunge a quella di un anno scaturita dal processo “Alto Piemonte” sul bagarinaggio dato in mano alla ’ndrangheta all’Allianz Stadium, è a forte rischio radiazione – non si farà nulla nemmeno oggi.
E sapete perchè? Perchè l’ex presidente è atteso domani al Tar del Lazio dove in spregio alle regole, che non consentono a un tesserato tale iniziativa se non dopo aver concluso tutta la trafila dei procedimenti, ha fatto ricorso contro i due anni di squalifica ricevuti dalla Corte d’Appello, e resi definitivi e non più appellabili dal Collegio di Garanzia, al termine del processo plusvalenze. Il bello è che Agnelli sta facendo tutto ciò non solo disinteressandosi dell’iter burocratico da seguire, ma violentando nel profondo lo spirito di leggi e regolamenti. Il Tar del Lazio infatti non può in alcun modo intervenire, entrare nel merito, modificare e/o cancellare sanzioni di carattere sportivo come le squalifiche a tempo inflitte a tesserati (è il caso dei due anni ad Agnelli) o le penalizzazioni o le retrocessioni o le revoche di titoli inflitte ai club (ad esempio il -10 punti affibbiato alla Juventus): il Tar può solo disporre risarcimenti di carattere economico, sempre che ritenga valide le rimostranze del ricorrente, ma nulla più.

Ora, è vero che con la giustizia sportiva italiana tutto è possibile (vedi il patteggiamento farsa del 30 maggio che non poteva essere stipulato per motivi di “recidiva”: la Juventus era stata condannata in via definitiva, nel processo plusvalenze, per violazione dell’articolo 4, e i quattro capi d’accusa per cui avrebbe dovuto andare a processo erano tutti di violazione dell’art. 4); ma farsi prendere in giro in modo così imbelle e sfacciato da chi disprezza le leggi e si atteggia addirittura a vittima è troppo. Va be’ essere schiavi: ma Fracchia in confronto a Gravina è Enrico Toti.