lunedì 10 luglio 2023

Quel cazzaro di Ponte

 

Il ponte sospeso sullo Stretto
DI MICHELE AINIS
C’è un ponte sospeso sullo Stretto di Messina. Noi non possiamo vederlo, ma lui sì: il ministro Salvini allunga lo sguardo sullo specchio d’acqua dove un tempo navigava Ulisse, dove secondo la leggenda Colapesce regge l’isola dal fondo per evitare che un giorno s’inabissi, dove l’effetto di Fata Morgana riflette a mezz’aria l’immagine delle due città gemelle, e già vede Scilla e Cariddi coniugate dal mastodonte lungo più di 3 chilometri, retto da due piloni che salgono a 400 metri di quota.
Sarà l’ottava meraviglia, la sua piramide privata. Sarà inoltre l’eccezione che smentisce ogni principio conosciuto. Giacché i ponti uniscono, collegano due sponde contrapposte. Invece il ponte sullo Stretto divide, divarica, distanzia. Non solo la politica, con destra e sinistra a fronteggiarsi tra favorevoli e contrari.
Benché – diciamolo – a suo tempo l’idea venne sposata pure da Prodi, D’Alema, Rutelli, Renzi, oltre che da Berlusconi. Ma questo ponte ci separa inoltre dalla logica, o almeno dal buon senso. E ci allontana, ahimè, dalla Costituzione, dai suoi valori.
Mettiamo da parte i dubbi tecnici, che pure in queste faccende dovrebbero essere importanti. Anche se molti studiosi di strutture in acciaio lo reputano di fatto irrealizzabile, anche se il ponte a campata unica più esteso del mondo (quello dei Dardanelli in Turchia) misura il 63 per cento in meno di quest’ultimo prodigio.
Lasciamo altresì da parte il rischio eolico, in una zona battuta da venti formidabili, che impediranno il traffico per almeno 30 giorni l’anno. O il rischio sismico, dopo 36 terremoti catastrofici nell’arco di due millenni (l’ultimo, nel 1908, ha fatto 80 mila morti). E dimentichiamo che le due sponde dello Stretto poggiano su placche continentali che si divaricano d’un centimetro per anno.
In due secoli fanno un paio di metri; e allora il ponte si romperà come una corda tesa.
Sì, possiamo trascurare questi leggeri inconvenienti, possiamo perfino disinteressarci della sorte cui vanno incontro le popolazioni locali. Il comitato “Invece del ponte” calcola che i lavori dureranno almeno 10 anni, in base al raffronto con il Terzo valico e con altre opere pubbliche perennemente incompiute. Nel frattempo Messina verrà traforata dalle cave (occorre scavare 8 milioni di metri cubi, secondo alcune stime). Subirà il passaggio dicentinaia di camion al giorno. Respirerà nubi di polvere. Verrà assordata dal rumore. Per ottenerne in cambio un’astronave sospesa fra le mulattiere, giacché in Sicilia corre (si fa per dire) il treno più lento d’Italia: 13 ore da Trapani a Ragusa.

Ecco, qui comincia ad affacciarsi la regola costituzionale, ammesso che qualcuno voglia prenderla sul serio. In quella Carta non c’è forse scritto che “la sovranità appartiene al popolo”? E si può allora decidere tutto questo pandemonio senza l’assenso popolare? In Francia la legge Barnier del 1995 garantisce il giudizio della cittadinanza sui grandi progetti d’infrastrutture nazionali. Da parte nostra potremmo quantomeno celebrare un referendum consultivo, è il minimo. Magari allargandolo a tutti gli italiani, dato che le grandi opere hanno sempre un rilievo nazionale, dato che in ballo c’è una spesa di 11 miliardi.
Il governo, viceversa, ha in odio il dibattito, preferisce l’indottrinamento. Sicché assegna un milione l’anno alla società concessionaria per “sensibilizzare” le popolazioni di Messina e Villa San Giovanni, anche attraverso concorsi nelle scuole. Roba da Minculpop, altro che libertà d’informazione. Ma il governo ha in odio pure la concorrenza, benché a sua volta iscritta nelle tavole costituzionali. Difatti attribuisce l’opera al vecchio General Contractor (disdetto nel 2013) senza una nuova gara; e scaricando per giunta tutti i rischi sulla parte pubblica, come ha denunziato l’Autorità Anticorruzione.
Infine, la Costituzione subisce una ferita nella norma – celeberrima – che promette la tutela del paesaggio. Che ne sarà di quel tratto di mare, con una cicatrice nera a sfregiare l’orizzonte?
Sennonché lo Stretto di Messina è parte del patrimonio culturale, oltre che di quello naturale. Ne scrisse Omero, e poi anche Tucidide, e Virgilio, e Lucrezio, e Ovidio, e Dante, e Goethe, e Pascoli, e D’Arrigo. Si può oscurare questo lascito in nome della viabilità? Sarebbe come costruire un ponte sospeso sopra il Colosseo, per migliorare il traffico di Roma. Ma lo Stato italiano ha appena riformato l’articolo 9 della Costituzione, per rafforzare la tutela del paesaggio; e con quest’impresa diventa il primo nemico del paesaggio.

Massini e il quartiere

 

La battaglia stile Braveheart di via Asiago contro re Rosario
DI STEFANO MASSINI
Sembra un paradosso, ma la trasmissione dell’anno è homeless. Dopo mesi in cui via Asiago si era tramutata in una Walk of Fame nostrana, è stato personalmente lui, Fiorello, l’Anfitrione del caffellatte nazionale, a comunicare urbi et orbi che sarebbe in corso una specie di casting stradale alla ricerca di un nuovo domicilio per “Viva Rai2”. Colpo di scena magistrale, perché da settimane si (stra)parlava di accordi, indennizzi, risarcimenti, trattative infuocate, con Roberto Sergio pronto a schierarsi in prima persona contro gli inquilini come Milziade contro i persiani.
Invece no. Fine di un melodramma. Fine di una vicenda chiassosa che certo si fonda sul disturbo della quiete pubblica, ma nella percezione generale si è tradotta in un rumorosissimo attacco mediatico contro la trasmissione dei record. Sembra un po’ di tornare a quando il sindaco di una cittadina turca dell’Anatolia uscì su tutti i giornali del mondo reclamando un risarcimento milionario per reato di sfruttamento (la città si chiama Batman).

Ovviamente la richiesta del primo cittadino non ebbe luogo finché l’eroe pipistrello era solo un monumento dei fumetti, ma crebbe in urgenza quando un boom planetario premiò ai botteghini “The dark knight” di Christopher Nolan. Sto dicendo che era una malcelata forma di sfruttamento del successo altrui? No, non è questo. Mi sbaglierò, ma non riesco a non percepirvi il segno di quella sottile insofferenza che si prova verso tutto ciò che la maggioranza loda e approva, fino a percepirvi un nemico da sminuire se non sabotare. Tutto questo ha un nome, è la sindrome di Procuste, dal nome di quel demonio greco che mozzava gambe e braccia di chiunque fuoriuscisse dalla sagoma del letto, per cui egli è diventato per gli psicologi il paradigma di chi non tollera ciò che supera l’unità di misura dell’ordinario, e sente di doverlo per forza attaccare.

Ci viene spiegato che soprattutto nell’era dei social, moltiplicatori nella percezione del successo, la sindrome di Procuste è una specie di reazione innata, un istinto che mira ad annientare il primato di chi svetta per evitare di esservi commisurato. Non mi sorprende allora che l’ermellino di re Rosario crei anche una reazione di questo tipo, un inconsapevole “adesso ti faccio vedere io”, oltretutto consacrando il duello come meritoria crociata del singolo contro il potere del perfido Golia.
Insomma, non dubito affatto che la tribù urbana di via Asiago possa aver subito negli ultimi mesi alcuni disagi, ed era non solo comprensibile ma legittimo che per la nuova stagione fosse individuato un patto di coabitazione. Ma a mutare il contesto è la strategia un po’ incendiaria con cui si è dato fiato alle cornamuse neanche fossimo in Braveheart, issando barricate e dipingendo scenari danteschi con un angolo di Roma tramutato in Malebolge.

Tant’è, temo toccherà riporre l’ascia di guerra, perché ora il celeberrimo glass trasloca altrove, con (possibili) oneri e (indubbi) onori, lasciando agli annali l’ennesima geremiade su concerti ed eventi “troppo rumorosi, troppo invadenti, troppo impattanti”. Lo dissero di Vasco Rossi, dei Deep Purple, dei Kiss, di Madonna, e non mancano neppure centinaia di denunce per le intollerabili campane delle chiese... Vuoi vedere che siamo diventati un paese di mistici amanti del silenzio? Che strano: 250 anni fa Goethe nel suo “Viaggio in Italia” ci attribuiva come caratteristica il far rumore e musica perfino di notte, perfino per strada. Forse perché non esistevano ancora i condomìni.

domenica 9 luglio 2023

Help!



Ci ridurranno così!

Facci tui!



“Una ragazza di 22 anni era indubbiamente fatta di cocaina prima di essere fatta anche da Leonardo Apache La Russa“.

Con questa frase il Coglione per antonomasia, il Salvagente per tutti i coglioni che grazie a lui non perdono la speranza che un giorno, e perché no, potrebbero diventare giornalisti o anche, e in quel caso ecco delinearsi Gasparri, politici nazionali, ebbene questo neo assunto in Rai quale spregio alla professionalità dei commentatori, ha ulteriormente infangato la povera ragazza già in mano al pellerossa il cui padre alterna democrazia al più nero fascismo. I normodotati dovrebbero ogni giorno elevare un pensiero di libertà, mandando mentalmente a fare in culo il Ras dei Coglioni, tale Facci!

Estratto


“Dirigo i miei lenti passi (più rapidamente di quanto penso) al portone per salire di nuovo in casa. Ma non entrò; esito; proseguo. Praça da Figueria, sbadigliando mercanzie di vari colori, popolandosi di compratori mi copre l’orizzonte di girovago. Avanzo lentamente, defunto, e la mia visione non è più mia, non è più niente: è quella dell’animale umano che ha ereditato senza volere la cultura greca, l’ordine romano, la morale cristiana e tutte le altre illusioni che formano la civiltà all’interno della quale io percepisco.
Dove saranno i vivi?” 

(Fernando Pessoa - Il libro dell’ inquietudine)

Nulla di strano



Nulla di eccezionale; come se il paese di Pinocchio intestasse una via ai bigiatori, o se a Clearville vi fosse via Diabolik. Portofino rappresenta l’idealizzazione del berlusconismo puro ed è quindi lampante che occorra intitolargli una strada in quel luogo ove, nella più triste normalità, si tocca con mano la diversità abnorme tra classi sociali, dove tutto è organizzato per allontanare molti, moltissimi, dove la magione di Dolce e Babbana certifica la diversità conclamata dell’umanità, dove pochi soggiogano moltissimi. Il Ribaldo Mausoleato ha realizzato un bottino trentennale alle spalle di questa penisola di allocchi; ora i figlioli se lo spartiranno tra folle di sudditi abbacinati dalle gesta del furfante a cui abbiamo pure concesso il lutto nazionale. Ora pure le vie a lui intitolate! A cominciare da Portofino, l’opificio per eccellenza dei riccastri gongolanti sulle macerie delle differenziazioni sociali.

Ragogna