giovedì 29 giugno 2023

De Masi risponde

 

“La vigliaccheria è mandare armi: così sono massacri fatti per procura”
IL SOCIOLOGO - “Se c’è un punto chiaro di discrimine tra destra e sinistra è il rapporto con la guerra”
DI SAL. CAN.
“Ho visto un’intervista del professor De Masi, filosofo del Movimento 5 Stelle, che diceva che è meglio vivere sotto una dittatura piuttosto che morire. Voi capite bene come questa sorta di esegesi della vigliaccheria di fatto faccia strage di secoli di civiltà europea”.
Giorgia Meloni chiama in causa, in Parlamento, un normale cittadino come il professor Domenico De Masi, sociologo apprezzato e oggi direttore della Scuola del Fatto. “Non sono il guru dei 5 Stelle – risponde De Masi –, sono demasiano, ho le mie idee e le scrivo. Vigliacco è attaccare una persona assente che non può difendersi”
Meloni le rimprovera di aver privilegiato le dittature.
Se il detto di Orazio, dulce et decorum est pro patria mori, “dolce e decoroso è morire per la patria”, sia vero o no va chiesto alle centinaia di migliaia di ucraini che sono morti o feriti per la patria e ai milioni che sono dovuti scappare. Alla guerra si poteva rispondere con la guerriglia ipotizzando che un nemico troppo forte si poteva attaccare con una guerriglia molto più intelligente. La guerriglia poi consente alla diplomazia di agire meglio.
Come spiega un attacco così netto?
Se c’è un punto chiaro di discrimine tra destra e sinistra è il rapporto con la guerra. È una differenza permanente, anche se nella Prima guerra mondiale una parte di socialisti aderì alla guerra. Non c’è nulla di male che la destra sia guerrafondaia, ma è doveroso che la sinistra sia dalla parte avversa.
La sua non è un’esegesi della vigliaccheria?
Non si tratta di una scelta tra coraggio e vigliaccheria, ma tra intelligenza e idiozia. Nel Risorgimento, quando c’era lo spirito patriottico, i Paesi non mandavano armi, ma uomini armati. La vigliaccheria è mandare armi per far massacrare le persone per procura.

L'Amaca

 

Eppure l’audio era ottimo
DI MICHELE SERRA
Il difetto (mortale) della politica fatta per strappare applausi, o per piacere ai social, è che i contenuti, uno dopo l’altro, spariscono. Finiscono ingoiati dal tono e dal volume, come quando hai ascoltato una canzone ma non sapresti dire di che cosa parlava.
Il discorso di Meloni ieri in Parlamento conteneva un sacco di argomenti: il Mes, i migranti, il viaggio in Tunisia, le spese militari italiane ed europee, più varie ed eventuali. Su almeno uno dei temi trattati (la necessità di una maggiore autonomia militare dell’Europa) mi è sembrato, per un momento, di potere perfino essere d’accordo. Non fosse che un profluvio di retorica nazionalista, di inopinate accuse ai «comunisti» (??!!), e un tono quasi sempre sopra le righe — aumentando la vispolemica aumentava tragicamente l’accento romanesco — travolgevano ogni concetto. La cornice che si mangia il quadro.
Esiste una collaudatissima retorica da comiziante: ma perfino nei comizi è irritante, suona vecchia, declamatoria, e comunque può appellarsi all’alibi degli altoparlanti che non funzionano. Ma in Parlamento l’audio è perfetto, non c’è nessun bisogno di alzare la voce. E dunque il tono da comiziante in Parlamento disturba tre volte di più, perché il Parlamento non è una piazza e non è neanche una pagina Facebook.
Così alla fine, del discorso di Meloni, rimarrà il pittoresco urletto contro «i comunisti» e poco altro. Sui social qualcuno risponderà: taci tu che sei fascista. I contenuti rischiano di essere solo un pretesto per animare il solito vecchio match a chi strilla più forte. È faticoso seguire. Si passa volentieri ad altra occupazione.

mercoledì 28 giugno 2023

Saluti

 


Direttore Comico

 

Autorevolezza da recuperare

di Matteo Renzi 

Il Consiglio dei Ministri ha avviato le procedure per la nomina di Fabio Panetta alla guida della Banca d’Italia. Si tratta della scelta migliore possibile e siamo i primi a congratularci con Giorgia Meloni e con l’intero esecutivo. Si capisce adesso perché qualche mese fa Panetta rifiutò in modo netto la proposta di svolgere il ruolo di super ministro: chi lo conosce sa bene che il suo destino era già indirizzato verso Palazzo Koch.

Il compito che attende il prossimo Governatore è tutt’altro che banale. La BCE, il cui operato Panetta conosce bene avendo trascorso gli ultimi anni proprio a Francoforte, è in una fase molto difficile. Le tensioni internazionali spingono gli istituti centrali a intervenire ma diciamolo chiaramente: Christine Lagarde non è Mario Draghi. L’autorevolezza del nostro ex premier era tale da salvare l’Euro con una frase. La banchiera francese, comprensibilmente, non ha la stessa credibilità e forza. E purtroppo i mercati se ne sono accorti subito. Mentre rimane il dubbio su chi sostituirà Panetta nel board della Banca Centrale, possiamo immaginare che il compito del nominando Governatore sarà reso difficile dunque anche dalle incertezze della finanza europea.

Ma la verità è che i dodici anni di Ignazio Visco hanno minato l’autorevolezza e la credibilità di Banca d’Italia. Sono cresciuto come tutti quella della mia generazione con il mito della Banca d’Italia di Einaudi, Menichella, Carli. Fino ad arrivare alla stagione più recente ma comunque ricca di personalità di livello. Durante le consultazioni per la formazione del Governo – una volta accettato l’incarico con riserva – andai d’accordo col Presidente Napolitano a incontrare il Governatore convinto come ero di poter raccogliere suggerimenti utili per affrontare la guida del Paese. Per quelli come Banca d’Italia ha rappresentato in tanti momenti l’istituzione più forte e più credibile del Paese.

Visco non è stato all’altezza di questa storia, purtroppo. E lo dico senza alcuna difficoltà personale: quando abbiamo collaborato, come nel caso della riforma sacrosanta e storica delle Banche popolari, lo abbiamo fatto con successo. Ma Banca d’Italia nella testa di molti di noi era qualcosa di più di una istituzione burocratica. Banca d’Italia era la scuola di formazione della classe dirigente del Paese, era la nostra ENA, più autorevole di qualsiasi altra istituzione europea, capace di vedere prima i problemi e risolverli con visione e equilibrio. La gestione di Visco purtroppo ha instradato Palazzo Koch sulla strada di una banale mediocrità, senza alcun guizzo e senza quel contributo di qualità con cui Banca d’Italia aveva sempre arricchito il Paese. A Fabio Panetta insieme al doveroso augurio di buon lavoro affidiamo la speranza che possa riportare questa Istituzione laddove merita di stare, nelle eccellenze del Paese.

Ottima visione


Guerra di tweet. Todos geopoliticos: anche Farfallina71 e Gino-bandierina

di Alessandro Robecchi 

Sono stati giorni entusiasmanti per chi osserva (forse come me, il più delle volte basito) le dinamiche dei media, le contorsioni delle narrazioni, i testacoda della propaganda, le circonvoluzioni, gli spiegoni, i commenti in Rete, sui giornali, alla tivù. Trovo meravigliosamente democratico che Farfallina71 sappia decrittare con tanta precisione i retroscena interni del Cremlino, o le mosse di Wagner; oppure che Gino-bandierina ci ammannisca la sua analisi retroscenista, che tu leggi e dici: “Minchia, Gino! Avrà le sue fonti segrete a Rostov sul Don!”, e poi scopri da altri tweet che fa l’elettrauto a Posillipo.
Putin è più debole. Putin è più forte. Non è mai stato forte. Non è mai stato debole. Ha le ore contate. Ora vanno a Mosca e gli fanno un culo a capanna, anzi no, tornano indietro, visto?, erano d’accordo. Prigozhin è cattivo ma dice la verità, e questo quando la “verità” di Prigozhin collima con la “verità” di CiccioPasticcio-bandierine, che vai a vedere il suo profilo e di solito si occupa di calcio e polenta taragna. Mah. Del resto, quelli che si occupano di geopolitica sui giornali e in tivù, e loro sì dovrebbero avere le loro fonti segrete a Rostov sul Don, non è che hanno prodotto di meglio, quindi…
Naturalmente non voglio occuparmi della questione in sé, della quale sappiamo poco e nulla, possiamo fare solo vaghe ipotesi, non è quello il punto. Il punto è il matrimonio ormai indissolubile tra emotività dei media e tifoserie, per cui una notizia (esempio: “Prigozhin marcia verso Mosca”) diventa all’istante, dopo nemmeno due secondi, una costruzione barocca di esultanze, o panico, un arzigogolo di teorie ultimative e definitive, di sentenze inappellabili, che saranno ovviamente riviste e limate il giorno dopo. Per un breve istante, nella notte del finto golpe, è parso che tutto fosse finito, finita la mattanza in Ucraina, finite le bombe, i morti, le avanzate, le ritirate, tutto finito, hurrà! Il pensiero debole e binario, unito all’afflato della speranza trasfigurata in certezza, unito all’ansia di dire “avevo ragione”, ha trasformato i media in una specie di calderone ribollente di cazzate. In più, ed è il dato più divertente, tutti leggono ogni avvenimento, ogni fatto di cronaca, ogni novità – non parlo solo della guerra, ma di tutto quanto – alla luce del proprio schieramento e della propria curva. Chi era cattivo diventa buono, chi era buono diventa cattivo, magari si è sostenuto A fino a ieri, ma oggi conviene dire B. Putin era un macellaio potentissimo che se non lo fermiamo “Arriverà fino a Lisbona” (cit.), e oggi è debole coi i piedi di argilla; come quando la Russia doveva fare default in due settimane, ma poi no, eccetera eccetera.
È vero che la prima vittima della guerra è la verità, ma qui un po’ si esagera, perché la verità diventa variabile, elastica, tirata di qua e di là a seconda delle convenienze. Tutto molto ridicolo, se uno non pensasse che l’informazione è un bene primario, che serve per creare cittadini migliori, e invece al momento genera soltanto curve da stadio isteriche e mutevoli. Si legge un titolo, magari furbetto o sbagliato, lo si capisce male, ci si costruisce una tesi, si trovano dei nemici, e oplà, il gioco è fatto. Il Cai – esempio di scuola sempre di questi giorni malandati – non ha mai detto di voler togliere le croci sulle montagne, era solo un titolo di Libero. Ma ecco Farfallina71 in trance agonistica che promette di andarle a rimettere lei, più grosse di prima, sulle cime innevate. Chapeau!

Pensiero

 


Travagliato Figliuolo

 

Quante volte, Figliuolo?
di Marco Travaglio
Senza offesa per lui e per i ventisette nastrini che gli piastrellano il lato sinistro dell’uniforme, zavorrandolo a terra contro le folate di vento, il generalissimo Francesco Paolo Figliuolo ci ricorda per versatilità un personaggio del film di Carlo Verdone Troppo forte: l’avvocato Gian Giacomo Pignacorelli in Selci, interpretato da Alberto Sordi, che di punto in bianco dimentica l’arte forense e diventa un ballerino-coreografo, passando dalla toga alla tutina aderente, dalle arringhe ai passi di danza sull’aria di Oci Ciornie e abbandonando gli attoniti clienti, a cominciare da Verdone-Oscar Pettinari che neppure riconosce: “Calmati, giovane, fammi riflettere un momentino… ma chi sei: il fruttarolo?”. Le due anziane sorelle fanno coraggio al giovanotto ricordando “quando faceva il dentista e cavò tre denti al fruttivendolo che gli fece causa perché erano tutti sani”. Alle pareti, le foto delle sue precedenti incarnazioni accanto a papa Giovanni e a Togliatti. Analogamente, nel breve volgere di due anni, Penna Bianca è passato da comandante della logistica dell’Esercito a commissario straordinario contro il Covid ad autore di un’autoagiografia scritta a quattro mani con Severgnini (o forse a sei con Toto Cutugno: Un italiano) a stratega del Comando Operativo di Vertice Interforze (dal Covid al Covi) sul fronte ungherese a candidato del Foglio come commissario al Pnrr all’ultimo incarico agguantato giusto ieri: commissario sempre più straordinario all’alluvione e alla ricostruzione in Emilia-Romagna.
A parte i rischi di personalità multipla e di crisi di identità, il vero pericolo è che il nostro eroe multiuso svolga ciascun incarico con la stessa enciclopedica approssimazione con cui espletava gli altri. O, peggio, che confonda una missione con l’altra: tipo prosciugare la melma con le siringhe e le mascherine avanzate dalla campagna di Covid, o bandire gli appalti a cannonate, o scambiare le ruspe e le betoniere con i tank e le rampe da missili, o spendere senza controlli e rendicontare con un paio d’anni di ritardo, condendo il tutto con le sue frasi secche e perentorie da colonnello Buttiglione che si portano su tutto: “Sono abituato a vincere”, “Svoltiamo”, “Acceleriamo”, “Cambiamo passo”, “Chiudiamo la partita”, “Fuoco a tutte le polveri”, “Diamo la spallata”, “Stringiamci a coorte” (incurante dell’infausta rima), “Fiato alle trombe” (libera citazione da Mike Bongiorno), “Non siamo ancora a régime (“E – chiosò Maurizio Crozza – stiamo andando a pùttane”). Sempre sperando che avesse torto Aldous Huxley, quando diceva: “Ci sono tre tipi di intelligenza: l’intelligenza umana, l’intelligenza animale e l’intelligenza militare”.