sabato 13 maggio 2023

Il Bomba travagliato

 

Il Rosiconista
di Marco Travaglio
Non tutti sanno che c’è un giornale, più che altro un ciclostile, con un editore imputato, Alfredo Romeo, e un direttore editoriale imputato, Matteo Renzi: il Riformista. Però va detto che la linea editoriale non risente minimamente dello status dell’editore e del direttore editoriale: infatti si dedica precipuamente a bombardare i magistrati che processano l’editore e il direttore editoriale, ma anche, ad abundantiam, quelli che non processano l’editore e il direttore editoriale (o non ancora: hai visto mai). L’editore è coimputato del padre del direttore editoriale, perché aveva scritto su un pizzino la cifra che intendeva devolvergli mensilmente in cambio di aiutini per gli appalti Consip: “30mila per T.”. Purtroppo fu beccato prima del bonifico, ma ora potrà pagare legalmente il figlio direttore editoriale, a sua volta imputato per i finanziamenti illeciti alla fondazione Open. Costui però, allergico com’è ai conflitti d’interessi, sta bene attento a non confondere la sua veste di direttore editoriale da quella di imputato: ieri, per dire, ha scritto un editoriale (“Open to Meraviglia”) per avvisare gli eventuali lettori che “anche oggi mi presenterò in tribunale, a Firenze, nell’ambito del ‘processo Open’”, frutto di “un’inchiesta nata da un pregiudizio ideologico” e da “scandalosi sequestri show”. Ma solo per precisare che “il Riformista non seguirà questa udienza preliminare”, nata peraltro da “una indagine assurda”. Infatti “questo giornale non è il luogo della mia difesa. Mi difendo da solo”: sul giornale che non è il luogo della sua difesa.
“Il Riformista parlerà invece degli altri errori giudiziari, quelli che riguardano cittadini comuni”, tipo lui che, “citando lo straordinario discorso di Enzo Tortora, so di essere innocente e spero che lo siano anche i magistrati che mi indagano ingiustamente”. Ma, sia chiaro, “questo giornale non può servire per regolare i miei conti”. Dunque nessuno, sul Riformista, si azzardi a parlare di lui, a parte lui, che si limita a precisare di aver “denunciato i magistrati che ritenevo responsabili”. Silenzio stampa assoluto anche sui suoi libri: sì, è vero, il suo libro “Il Mostro è stato un best seller”, ma non sta certo a lui dirlo, tantomeno sul suo giornale. Quindi, ricapitolando: a parte l’editoriale dell’imputato, “questo giornale non si occupa del processo Open perché parla di tutto il resto”. Un esempio a caso di tutto il resto: “le vergognose indagini fiorentine” sul caso Open, che “sarà ricordato come uno dei tanti flop”, anzi “più grave degli altri” perché l’imputato è il direttore editoriale. Però ora basta parlare di Open. Sennò qualcuno penserà che il Riformista si occupi di Open, che il direttore editoriale sia imputato e che non l’abbia presa proprio benissimo.

Daniela e l'etnia

 

Pure parlare di etnia porta alle teorie del nazismo
DI DANIELA RANIERI
Sospettiamo che il ministro Lollobrigida abbia appreso i concetti di “razza” e “etnia” di cui discetta con tanta baldanza all’università online presso la quale si è laureato (a proposito di “merito”).
Non contento di aver parlato di “sostituzione etnica”, ignorando a suo dire che è un concetto del complottismo razzista, seguendo il copione classico della destra suprematista il Cognato ha ripiegato sul termine “etnia”, che ritiene più neutro. Agli Stati generali della natalità ha detto: “Se ci preoccupiamo è per salvaguardare la nostra lingua, la nostra cultura, un’etnia italiana, che la Treccani definisce raggruppamento linguistico culturale e che vogliamo sopravviva”.
In realtà alla voce “etnia” la Treccani recita: “Nell’antropologia della fine del 19° sec., raggruppamento umano (dal gr. ethnos ‘razza, popolo’) distinto da altri sulla base di criteri razziali, linguistici e culturali”. L’Antropologia degli anni 80 del ’900 ha “esplicitato come il concetto di etnia sia espressione di una grammatica ideologica che, attraverso i codici simbolici del sangue, dello sperma, della razza, del rapporto sessuale e riproduttivo, della lingua, esprime precisi processi storici e rappresenta livelli di identità socioculturale a loro volta espressione di concreti rapporti di potere e di forza”. Sostituire razza con etnia non è che una concessione al politicamente corretto su base razzista. Claude Lévi Strauss in Razza e storia attribuiva all’etnocentrismo occidentale la responsabilità delle teorie naziste.
Al di là di tutto, non si capisce da chi sia minacciata l’etnia italiana, la più meticcia del Mediterraneo. La teoria della limpieza de sangre nella Spagna del XVI sec. e il delirio nazista della purezza della razza nacquero da questa paranoia. Per Lollobrigida e per il camerata Rampelli, che minaccia multe contro l’uso di forestierismi, la nostra lingua si sta imbarbarendo a causa degli immigrati; serve che gli italiani facciano più figli per difendere il “ceppo linguistico”. Cioè, secondo loro la lingua è un carattere ereditario, quando nessun linguista, ma forse nemmeno nessun salumiere, sosterrebbe che i figli parlano la lingua dei genitori: quella che i bambini acquisiscono in modo naturale è la lingua della comunità in cui crescono, dei coetanei e dei social. Quella è la loro lingua madre. La nostra lingua è mobile, ibrida e impura come la nostra etnia; se ne facciano una ragione. (A dirla tutta, non siamo neppure così sicuri che Lollobrigida parli italiano).

L'Amaca

 

Il pensiero dominante
DI MICHELE SERRA
Nella sua lunga lettera a Repubblica Luca Barbareschi, oggetto di polemiche per alcune sue parole piuttosto sgraziate sul movente auto-promozionale di alcune denunce per molestie sessuali, dice diverse cose interessanti, qualcuna condivisibile e una molto condivisibile: un sacco di gente legge i titoli degli articoli e non gli articoli. E poiché (aggiungo io) i titoli sono quasi sempre peggiori degli articoli, l’opinione pubblica è peggiore di quello che potrebbe essere.
C’è un solo punto sul quale Barbareschi, secondo me, ha torto, ed è un torto così tipico, e così significativo, che vale la pena spendere qualche parola in proposito.
Dice: «Rivendico l’autonomia da questo pensiero dominante». E poiché l’argomento in questione sono le molestie sessuali, mi chiedo se davvero Barbareschi creda che il «pensiero dominante» sia quello — semplifico — di# MeToo . E non quello, che ha radici secolari e vasto seguito popolare, che considera esagerata la reazione delle molestate, o addirittura ne valuta la complicità oggettiva (“era vestita in modo provocante”, “se l’è cercata”, eccetera).
I movimenti per i diritti sono spesso aggressivi e fuori misura. Ma lo sono proprio perché non sono affatto «pensiero dominante». Lo fossero, perderebbe scopo e consistenza l’aggressività. L’idea fissa degli italiani di destra (spero che Barbareschi non si senta offeso dalla definizione) è di essere anticonformisti e liberi dai pregiudizi, piuttosto che ammettere di essere in buona sintonia con mentalità, pensieri e opinioni massicciamente maggioritari.
Conformisti che se la tirano da frondisti, anche quando sono al governo. Non è un po’ comodo?

venerdì 12 maggio 2023

Uscita Moon



È appena uscito un singolo, il Singolo. Un connubio di beltà difficilmente traducibile in parole. Occorre ascoltarlo, alla memoria di Jeff, per farsi portare al di là di ogni ostacolo, per irrorarsi, per scalpitare, per fremere. Quelle chitarre sono slitte volanti verso noi stessi.

Molto interessante

 


Democrazie decidenti e vecchie trappole

SI FA PRESTO A DIRE “RIFORME” - L’obiettivo è il declassamento del Parlamento, del potere giudiziario e della presidenza super partes, che sarebbe neutralizzata o liquidata, divenendo emanazione della maggioranza

di Barbara Spinelli 

Prima di discutere la riscrittura della Costituzione, l’opposizione farebbe bene ad approfondire quel che Meloni intende quando elogia la “democrazia decidente”, e a chiedersi quali siano le radici di alcuni concetti a essa perversamente legati.

Il concetto di stabilità e governabilità innanzitutto, indicato come prioritario a partire dal 1975, quando tre studiosi incaricati dalla Commissione Trilaterale (Michel Crozier, Samuel Huntington, Joji Watanuki) pubblicarono un pamphlet – La crisi della democrazia. Rapporto sulla governabilità delle democrazie – con l’intenzione di rispondere ai movimenti che nel ’67-’68 si erano battuti per democrazie più estese e contro la guerra in Vietnam, spaurendo le classi dirigenti.

La risposta che aveva dato Willy Brandt, quando divenne Cancelliere nel ’69, fu tutt’altro che gradita a queste classi, decise a prendersi una rivincita non solo sul Sessantotto e sull’opposizione alle guerre Usa, ma su tutti i Paesi che vantavano Costituzioni antifasciste. “Vogliamo osare più democrazia”, aveva detto Brandt. Non era la Controriforma pensata per sottomettere i protestanti del ’67-’68. La Trilaterale (un Concilio di Trento composto da Usa, Europa e Giappone) infine prevalse, con conseguenze che tuttora soffriamo.

Secondo i tre propagandisti della Trilaterale, l’ingovernabilità nelle democrazie era dovuta a un “eccesso di democrazia”, che andava eliminato “ripristinando il prestigio e l’autorità delle istituzioni del governo centrale”. Era nata la parola d’ordine del governo forte che abbassa i poteri dei Parlamenti, tiene a bada le classi popolari divenute “classi pericolose”, riduce le tutele sociali. Le Costituzioni andavano adattate a queste esigenze. Va ricordato che il Piano di rinascita democratica della P2 di Licio Gelli fu redatto subito dopo il pamphlet sulla Crisi della democrazia e che gli “eccessi democratici” sotto accusa sono, oltre al Sessantotto, i movimenti contro la guerra in Vietnam e lo scandalo Watergate che travolse la presidenza Nixon.

A partire da quel momento prende quota il farmaco salvavita chiamato democrazia decidente, caro alla Meloni: un concetto che riecheggia le invettive ottocentesche di Donoso Cortés contro i Parlamenti dediti alle chiacchiere (clasas discutidoras) e prive di “cultura del fare”. L’invettiva di Cortés verrà ripresa da Carl Schmitt, giurista vicino a Hitler. Ma l’offensiva non si ferma qui: a riproporre la democrazia decidente, dopo la crisi dell’euro, fu l’alta finanza. Nel suo mirino: i Paesi sudeuropei – Italia, Grecia, Spagna, Portogallo – dichiarati instabili e inetti perché dotati di Costituzioni antifasciste.

Chi imboccò più spudoratamente tale sentiero fu la grande banca d’affari JP Morgan, che il 25 maggio 2013 pubblicò un Rapporto che rispolverava la ricetta della Trilaterale (poco prima alle Politiche il M5S aveva ottenuto il 25,5%: i populisti andavano fermati!). Riportiamo il passaggio chiave del Rapporto: “I sistemi politici della periferia sudeuropea sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell’esperienza. Le loro Costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo. Questi sistemi politici e costituzionali del Sud presentano tipicamente le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei Parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se vengono proposte sgradite modifiche dello status quo. I Paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, e abbiamo visto esecutivi limitati nella loro azione dalle Costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)”.

L’assalto alla Costituzione antifascista non è dunque appannaggio esclusivo di comparse come La Russa. Ha ramificazioni nei poteri forti che dominano i mercati e traggono profitti dalle guerre Nato (non solo Ucraina). I talk show che denunciano fascisti col braccio teso farebbero bene a indagare invece su riforme decisioniste che vogliono far proprie le “buone pratiche di governance” preconizzate da JP Morgan.

Nel suo ultimo libro (Tempi difficili per la Costituzione) Gustavo Zagrebelsky ritiene ideologica e pretestuosa la “Grande Riforma” istituzionale desiderata da Bettino Craxi (e Giuliano Amato) e critica l’odierno servilismo degli intellettuali (aggiungerei i giornalisti): non indipendenti, ma “arredo e, se si vuole, corredo del potere”.

I fautori della “democrazia decidente non si limitano a prospettare riforme che migliorino la funzione dell’esecutivo (a esempio la sfiducia costruttiva tedesca, che impone a chi vuol sfiduciare i governi la contemporanea fiducia a una maggioranza alternativa). Aspirano ai modelli francese e statunitense, prediligendo la V Repubblica di De Gaulle introdotta nel 1958 e perfezionata nel 1962 con l’elezione diretta del presidente. L’obiettivo è l’abbassamento del Parlamento, del potere giudiziario e della Presidenza super partes, che sarebbe neutralizzata o liquidata, divenendo emanazione della maggioranza. Un effetto ottenibile sia con l’elezione diretta del presidente, sia con quella del premier: l’esecutivo ha comunque da prevalere, e l’equilibrio di Montesquieu tra poteri distinti svanisce (“Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti. Perché non si possa abusare del potere occorre che il potere arresti il potere”).

Perché la controriforma riesca bisogna riscrivere anche la storia. È quello che fanno gli avversari della Costituzione, quando nascondono il doppio naufragio del presidenzialismo statunitense – oggi alle prese con due candidati inetti come Trump e Biden – e di quello francese. Uno degli aspetti più stupefacenti dei nostri dibattiti è il prestigio di cui gode ancora Macron. Renzi e Calenda vogliono svuotare il Pd seguendo il suo esempio, e fingono d’ignorare il precipizio in cui è caduto: nel primo mandato (lunga rivolta dei Gilet gialli) e nel secondo (popolarità del movimento contro la riforma delle pensioni). È come se l’inquilino dell’Eliseo non sapesse che non è stato il programma a dargli due volte la vittoria, ma il rigetto dell’alternativa Le Pen. Da tempo non è più solo l’allungamento dell’età pensionabile che imbestialisce i francesi: l’intera politica economica di Macron è giudicata generatrice di disuguaglianze. E lo scontento concerne più che mai la “verticale del potere”: cioè la natura monarchica della Quinta Repubblica.

Guardare in faccia le insidie del presidenzialismo, prendere atto del fallimento di Macron e delle presidenze Usa, ricordare la nefasta vittoria della Controriforma sulle promesse di Brandt negli anni Settanta: solo a queste condizioni, scegliendo stavolta l’opzione Brandt, ha senso un’ennesima Bicamerale.

Serve un riassuntino!

 

Ogni tanto serve un riassuntino, una focalizzazione sulla propria esistenza, sul mondo che ci circonda, sulla situazione del momento: ebbene, mi sforzo e cerco di trasmettervi il mio. 

Siamo nel pieno esercizio di un sistema palesemente malato, artefatto, scelleratamente iniquo: si proprio lui il pluto-tecno-rapto-divaricante-finanziario mondo dei pochi che usurpano le libertà degli altri, leggasi la stragrande maggioranza. 

Un sistema che irride segnali di futura negatività che la natura sta lanciando da almeno due lustri; che sbeffeggia la pericolosità dell'aumentare costantemente il lucro annientando speranze di giovani vite speranzose di abbracciare il proprio futuro; che lascia basite innumerevoli coscienze per l'avanzare di ribalderie insensate atte a creare sempre maggiori differenze di casta tra ceti sociali; che gode nell'investire in armi tecnologiche, affinate per mantenere lo status a pochi princìpi privilegiati; che detiene i media per affossare il libero pensiero; che affloscia, spegnendoli, i tentativi di rivolta culturale; che ammansisce menti fresche e scattanti con tecniche obnubilanti, sgorganti da cellulari e tv; che risalta flebili e terribilmente vuoti modelli di vita effimera senza alcuna parvenza di quel frizzantino culturale capace di innescare sinapsi innescanti crescite personale e di comunità; che è follemente capace di gestire coscienze, mercificandole. 

Orbene, questa plutocrazia mondiale, forsennatamente rivolta alla crescita economica di sette agiate, ci porterà prima o poi ad amalgamare l'evidente cretinismo imperante. Andremo a schiantarci contro l'ovvio crollo dell'immane castello di carta ed aria fritta, pomposamente descrittoci come aureo futuro generazionale, una fetecchia eclatante, basta vedere nei rivoli dell'umanità oppressa quante persone attualmente vivono in condizioni precarie, inumane. 

Il connubio tra sistema politico e finanziario è granitico, inossidabile; nulla può scalfirlo. Nella nostra Europa assistiamo ad un macabro servilismo curato dal tappetino biondo "Ursula Von" nei confronti dell'Appisolato Canuto a Stelle Strisce, trasformante la storia del vecchio continente, fattore della storia del globo, in un'enclave di vassalli e servitori storditi. 

Riescono ancora a farci credere che esistano al mondo d'oggi confini, nazionalità, mentre un terzo dell'umanità vive immerso nell'oppressione e nella conflittualità pregna d'idiozia, provocante migrazioni bibliche di esseri umani ridotti a schiavi e senza alcuna dignità. 

Riescono ancora a farci credere che il futuro passi attraverso l'arricchimento vergognoso di pochi. 

Abbiamo delegato a uno sparuto gruppo di teste di kazzo l'organizzazione economica finanziaria della Terra, permettendo la creazione di luoghi infimi e inaccessibili dove spaventosi capitali vengono nascosti alla giusta tassazione agevolante il mantenimento di città e servizi. 

Abbiamo permesso che multinazionali, con bilanci maggiori di stati, gestiscano farmaci e vaccini che il pensiero filosofico di un pianeta normale destinerebbe a tutti, e che il sistema pluto-rapto-tecno-finanziario invece, in virtù della costante ed imperterrita divaricazione sociale, elargisce unicamente a chi è in grado di comprarseli.

Per concludere: ad ogni riassunto termino con la speranza che qualcosa prima o poi nasca dalle ceneri dell'intelligenza usurpata dal tecnicismo e dalla sopraffazione. E le tende davanti alle università contro il caro affitti - a proposito nessuno che s'infervori contro squali diabolici capaci di far pagare un divano tombale 600 euro - mi fanno sperare nella nascita di un moto di ribellione che diverrebbe uno splendido toccasana, e la cui crescita esponenziale manderebbe finalmente a casa settantenni ancora invaghiti dell'occupazione remunerata, muro demenziale bloccante la formazione e l'impiego giovanile, e lacererebbe l'infausto schiavismo camuffato da occupazione, il cui nodo scorsoio è attorno al collo di un'infinita schiera di persone, ancora eroicamente protese a credere in un futuro migliore di questo depredato sassolino disperso nel buio cosmico.            

Ragogna