Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
venerdì 12 maggio 2023
Buco travagliato
La Banda del Buco
di Marco Travaglio
Come volevasi dimostrare, la Francia non ha nessuna intenzione di costruire il faraonico, inutile, costoso e inquinante Tav Torino-Lione: il buco di 57 km nelle Alpi e di 15-20 miliardi nelle casse italiane progettato negli anni 80 e superato dai tempi e dai dati. Se n’è accorta persino Repubblica (noi l’avevamo scritto un anno fa): il cronoprogramma del Conseil d’orientation des infrastructures rinvia la tratta francese al 2043, cioè a mai. Fra gli alti lai del cosiddetto ministro Salvini e della retrostante Confindustria, il ministro Clément Beaune prova a smentire. Ma sono almeno undici anni che Parigi non ne vuol sapere: infatti non ha mai finanziato la sua parte. Nel luglio 2012 il Figaro, citando il ministro Jérôme Cahuzac, rivelò che il governo Hollande era pronto a rinunciare, a meno che non pagasse tutto l’Ue, perché “il trasporto merci su quella tratta è sceso in vent’anni da 11 a 4 milioni di tonnellate”. La notizia gettò nel panico la Banda del Buco di destra-centro-sinistra. La stessa che nel 2018 tornò sul piede di guerra quando il ministro Toninelli affidò a un pool di economisti e ingegneri un’analisi costi-benefici. Risultato: il Tav è una boiata pazzesca, con costi di almeno 13 miliardi, perdite per 7-8, benefici per 800 milioni e un risparmio di appena 80 secondi da Milano a Lione. E, per giustificare la nuova ferrovia, le merci circolanti dovrebbero essere 25 volte le attuali.
La Banda s’inventò il movimento “spontaneo” delle Madamine per nascondere i loschi interessi di partiti, imprese e clan; promosse a Torino una marcetta di 20 mila umarell, spacciata per un’oceanica rivolta del Partito del Pil contro il Partito del No; e affidò la controanalisi nientemeno che a Salvini. Rep: “Tav, controanalisi di Salvini: Costa meno finirla che fermarla”. Stampa: “Contro-dossier di Salvini: la sospensione della Tav ci costerebbe 24 miliardi”. Purtroppo il Cazzaro Verde promosso a Matteo Pitagorico non produsse uno straccio di cifra che smontasse quelle dei veri esperti. Il 7 agosto 2019 i 5Stelle proposero di disdettare il trattato italo-francese sul Tav, ma la Banda del Buco (Lega, FdI, FI, Pd votò contro. L’indomani Salvini aprì la crisi dal Papeete e rovesciò il Conte-1. Così lo Stato continuò a buttare soldi in un’opera inutile e dannosa che – come il Ponte sullo Stretto – tutti sanno che non si farà mai, ma viene tenuta in vita artificialmente per foraggiare clientele e mangiatoie. Poi, un giorno, la Francia dirà ufficialmente che Lione non è interessata al Tav Torino-Lione. E, per non chiedere scusa ai No Tav e a Toninelli, la Banda del Buco progetterà un nuovo Tav che parte da Torino e, giunto alla frontiera francese, fa inversione a U e torna indietro: il Tav Torino-Torino.
giovedì 11 maggio 2023
Sempre lucida Daniela!
La Meloni può diventare un Renzi che ce l’ha fatta
DI DANIELA RANIERI
Meloni potrebbe diventare un Renzi che ce l’ha fatta. Ricordate lo storytelling scoppiettante e perentorio, del tutto velleitario, con cui Renzi cercò di intortare gli italiani tra il 2015 e il 2016, quando lui e le sue majorettes andavano in giro ad ammorbare il Paese coi loro abbattitori neuronali, “la volta buona”, il “cambio verso”, una riforma “che aspettavamo da 70 anni”? Con le stesse parole che costarono la sedia e il residuo di faccia a Renzi – “piaccia o non piaccia”, “andiamo avanti”, “l’Italia lo chiede” – Meloni minaccia di modificare la Costituzione chi c’è c’è. Lei dice di aver ricevuto mandato dal popolo per istituire l’elezione diretta di qualcuno, sia esso presidente della Repubblica o premier; Renzi, che governava coi voti di Bersani, si sentiva il prescelto dallo Spirito del Tempo.
È comprensibile che Meloni voglia intestarsi una grande battaglia e realizzare il sogno di Almirante. Da una parte patisce l’imbarazzo di governare con una corte di miracoli: camerati, riciclati berlusconiani, il ministro cognato (declassamento del Conte zio), questurini che rinfacciano ai migranti la morte dei loro figli, aspiranti egemoni culturali (a chi Dante? A noi!) e la Casellati assurta a madre costituzionale; dall’altra deve pur dare qualche boccone ai suoi elettori, ch’erano convinti di votare la “destra sociale” e si ritrovano un governo draghista-neoliberista e ultra-atlantista (dunque non sovranista) con qualche pagliacciata col braccio teso e il fez. Renzi non si è presentato alle consultazioni (forse era “a Miami col genero di Trump o in Arabia a prendere soldi dall’assassino di Khashoggi”, cit. Calenda), ma s’è opportunamente messo a disposizione per tramite dei giornali che non dirige, almeno non ufficialmente. Con Calenda c’era la deputata Boschi, ultimamente famosa come testimonial delle creme-viso del fidanzato, che ha minacciato: “Sulle Riforme ci saremo perché servono all’Italia, lo diciamo da anni e non cambiamo certo idea per fare un dispetto alla Premier (sic, ndr)”. Pudore imporrebbe di non occuparsi più nemmeno di striscio di riforme costituzionali dopo averne firmata una schiantatasi al referendum, ma quelli di Italia diciamo viva sono gente notoriamente senza pudore (lei e il capo del partito farlocco sono quelli di “Se vince il No, lascio la politica”). Calenda, coi sondaggi che lo danno al 4%, dice che abbiamo “bisogno di un premier con più poteri e di una Camera sola” (non di Sanità, welfare, salari dignitosi) e propone una commissione con le opposizioni; Boschi lo autorizza a parlare solo per Azione (ma in Parlamento il Sesto Polo siede ancora nello stesso gruppo). È ovvio: Renzi con Conte e il Pd non parla, preferisce modificare la Costituzione da solo coi post(?)fascisti. Anzi, cercherà di far passare come “compromesso” l’idea del “premierato”, un sistema per cui si elegge il capo del governo e la maggioranza parlamentare nello stesso voto, che dal punto di vista della separazione dei poteri e del rispetto della democrazia è persino peggio del presidenzialismo, dove almeno possono darsi maggioranze diverse da quella del capo dello Stato.
A La Stampa ha detto: “Questa idea che il capo del governo debba non essere eletto denota una sfiducia nei confronti degli elettori”. Non è vero: ad esempio noi, contrari alla riforma, stimiamo molto gli elettori, infatti lui ha il 2%. Ritira fuori il “sindaco d’Italia”, ennesima patacca delle sue, un specie del “preside d’Italia” della Buona Scuola, o più probabilmente del principe del Rinascimento saudita suo amico. Questo sindaco-premier nominerebbe i ministri e avrebbe potere di vita e di morte su governo e Parlamento. Il disegno è chiaro: rafforzare l’esecutivo, degradare le Camere (una pure abolirla), ridurre l’elettorato a folla che acclama un capo con un plebiscito periodico. Siamo a un passo dall’autocrazia: questo sì ci avvicinerebbe a Putin, non un negoziato in luogo della guerra a oltranza come vaneggiano gli opinionisti mainstream.
Renzi sa che se ancora conta qualcosa, è proprio per questo tipo di lavori sporchi; con una maggioranza superiore ai 2/3, senza referendum e tantomeno sulla sua persona, la sua Costituzione fiorentina, rigettata da 20 milioni di italiani, potrebbe passare in versione persino peggiorata. La sostituzione del Senato elettivo con un club per amministratori locali con immunità parlamentare era legata alla legge elettorale-truffa detta Italicum, dichiarata illegittima dalla Consulta; stavolta la riforma legata all’Autonomia differenziata voluta dalla Lega (e la farebbero senza Verdini, temporaneamente impossibilitato per arresti domiciliari). Basterà aprire la campagna acquisti.
Tajani coglie il punto: nessun problema, “potremmo fare con Renzi”. Tutti sanno che quando c’è da fare qualche porcata Renzi è disponibile (vedi elezione di La Russa a presidente del Senato). In questo senso è una risorsa della Repubblica.
Marco e la finta
L’armicromista
di Marco Travaglio
È stato tutto un equivoco, uno scambio di vocali: nella famosa intervista a Vogue, Elly Schlein rivelava di farsi consigliare da un’“armicromista”, ma l’intervistatore ha capito “armocromista”. Infatti il colore unico della neosegretaria Pd è il verde militare. Lo dimostra non solo il suo voto favorevole al decreto Meloni sulle armi a Kiev (prima di vincere le primarie). Ma soprattutto quello della delegazione pidina al Parlamento europeo sulla proposta del commissario al Mercato Interno Thierry Breton per convertire con “procedura d’urgenza” i fondi europei dei Pnrr, dei programmi sociali e di coesione per fabbricare munizioni per l’Ucraina. La folle idea di togliere al welfare europeo per dare alle armi (Asap: Act in Support of Ammunition Production) è una joint venture fra Breton, che è il Crosetto di Macron (prima di diventare commissario europeo dirigeva vari colossi dell’industria militare), il gruppo Conservatore (presieduto dalla Meloni) e quello Popolare. Ma è stata approvata alla quasi unanimità, anche coi voti dei liberaldemocratici Ledr, dei socialisti Pse (che includono il Pd) e dei Verdi. Contraria solo la sinistra Gue-Ngl. Fra gli italiani, a parte Smeriglio, hanno votato contro solo i 5 Stelle. Risultato finale: 608 presenti, 518 Sì, 59 No e 31 astenuti.
La notizia è uscita solo sul Fatto e sul manifesto e gli europidini, presi col sorcio in bocca, si sono irritati, sproloquiando di “titolo del Fatto falso e fuorviante”, perché “gli eurodeputati Pd sono tutti compattamente contrari all’uso dei fondi del Pnrr per la produzione di armamenti”. Così compatti che, tranne Smeriglio, hanno votato compattamente Sì. Cade così anche l’ultima foglia di fico dell’armacromista Schlein, che nell’ultima piroetta post-primarie aveva detto sì alle armi a Kiev, ma no ad aumenti delle spese militari. Eccola nella conferenza stampa del 19 aprile, l’unica: “Allo scoppio del conflitto, quando sembrava necessario aiutare anche col supporto militare il popolo ucraino, avevo molte più perplessità sul legare il conflitto in Ucraina a un aumento delle spese militari in tutti i Paesi europei. Sono una federalista europea convinta e penso sia meglio avere una difesa comune. Non vuol dire che finché non c’è una condivisione vera delle competenze della difesa possiamo assistere a un aumento delle spese militari in tutti i Paesi europei”. Invece l’altroieri il Pd ha approvato proprio un aumento delle spese militari: subito 500 milioni in più, a cui i singoli Stati potranno aggiungere quanti fondi vorranno, anche distraendoli dai loro Pnrr. Elly Schlein e i suoi cantori ci sbomballano da due mesi con la retorica del “non ci hanno visti arrivare”. Ma, di questo passo, nessuno si accorgerà che sono arrivati.
mercoledì 10 maggio 2023
L'Amaca
I buoni e i cattivi
DI MICHELE SERRA
Bisogna dirlo con cautela, e considerando tutte le sfumature del caso: i buoni e i cattivi esistono per davvero. Il tassista bolognese Red Sox (al secolo Roberto Mantovani), che ha deciso di rendere pubblici sui social i suoi conti quotidiani in polemica con i colleghi “nopos” che preferiscono lavorare nelle tenebre degli affaracci propri, è buono: nel senso che ci fa piacere l’idea di salire sul suo taxi. Chi gli ha tagliato le gomme per rappresaglia è cattivo: nel senso che ci farebbe piacere non salire mai sul suo taxi (nel caso sia un tassista) e ci fa dispiacere (soprattutto per loro) sapere che esistono persone così squallide e perdenti.
“Se l’altro alza le mani ho vinto io”, dice Red Sox, che ha il vantaggio di essere alto e grosso. Ma ha ragione: l’assalto imbufalito, l’odio social, la censura prepotente, la violenza spicciola, nascono, nel 99 per cento dei casi, dalla parte del torto. Niente fa perdere il lume della ragione quanto avere torto; e non avere argomenti — a parte la violenza — da far valere. È totalmente ovvio, con buona pace dei “nopos”, che l’economia nera è primitiva e losca, quella tracciata è civile e a viso aperto. Il buio e la luce.
Che possiamo fare, noi altri, per non restare spettatori impotenti? Ovvero: come far capire a tassisti ed esercenti “nopos” — per aiutarli a migliorare — che sono primitivi e loschi? Facile: ogni volta che saliamo su un taxi, non solo a Bologna, chiediamo se accetta pagamenti con carta di credito.
Se non li accetta, con un sorriso cordiale, salutiamo, scendiamo e cerchiamo un altro taxi. Vedrai che, dopo un po’, capiscono.
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