martedì 28 marzo 2023

Adieu!




“Eravamo io, Bob, Alì, Sergio e Gabo…”
 Riposa in pace Gianni!

lunedì 27 marzo 2023

Dunque ci siamo!

 

Plusvalenze. Oggi l’udienza di “Prisma” e a giugno altre due sentenze per la Juve
di Paolo Ziliani
Dunque ci siamo. Oggi a Torino scatta l’udienza preliminare del Processo “Prisma” in cui si deciderà sulla richiesta di rinvio a giudizio per l’ex presidente della Juventus Andrea Agnelli, il suo vice Pavel Nedved, l’ex ad Maurizio Arrivabene, l’ex d.g. Fabio Paratici, svariati dirigenti dell’area amministrativa e la stessa Juventus in quanto persona giuridica, richiesta giunta al termine di un’inchiesta condotta sui bilanci del club per le stagioni 2019-20, 2020-21 e 2021-22.
Detto che la Juventus è una società quotata in borsa, i reati contestati sono molteplici. In particolare il falso in bilancio (reclusione da tre a otto anni con scelta della sanzione maggiore per le società quotate in borsa, e la Juventus lo è), la manipolazione del mercato (da uno a sei anni con multa fino a 5 milioni), l’ostacolo alle autorità di pubblica vigilanza, cioè la Consob (da uno a quattro anni) la dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture per operazioni inesistenti (da quattro a otto anni). Agnelli, Nedved e Paratici (oggi al Tottenham) sono chiamati a rispondere dei quattro reati, mentre sul capo dell’ex ad Arrivabene pendono le accuse di reato di falso in bilancio per gli anni 2019, 2020 e 2021, di manipolazione del mercato e ostacolo alle autorità di pubblica vigilanza solo per il 2021. Dal giorno della decapitazione dell’intero cda juventino avvenuta il 28 novembre scorso per mano della proprietà Exor (leggi John Elkann), che avendo preso contezza della catastrofe incombente ha scelto di far sparire dalla circolazione tutti, a cominciare dal presidente Agnelli fatto fuori dall’oggi al domani anche dai cda di Exor e Stellantis, sono passati quattro mesi: 120 giorni in cui le notizie degli smaccati reati commessi da Agnelli&company sono via via diventate di dominio pubblico nel disappunto più che nella curiosità dei media: che hanno sostanzialmente silenziato lo scandalo, salvo esplodere in una indignata e coordinata ribellione quando dal fronte giustizia sportiva è piombata in capo alla Juve la penalità di 15 punti dopo la riapertura del processo su un filone minore dell’inchiesta, quello delle plusvalenze fittizie. La giustizia sportiva emetterà le sentenze sui due filoni centrali dell’inchiesta a maggio-giugno: le “manovre stipendi” e la “partnership con società terze” (le definizioni sono dei magistrati) su cui la mole probatoria è, come ha già detto la Corte d’Appello federale, “impressionante”. I tempi della giustizia ordinaria, come si sa, sono lunghi. La Juventus è accusata di aver iscritto a bilancio una perdita di 39,8 milioni invece che di 84,5, nel 2019, una di 89,6 invece che di 236,7 nel 2020 e una di 209,5 invece che di 222,4 nel 2021 facendo sparire perdite di 200 milioni in tre anni; e poiché nel primo e nel terzo esercizio si era determinato un patrimonio netto negativo di -13,38 milioni e -175,7 milioni, il dato è stato camuffato in patrimonio netto di 31,2 e 28,8.
Sapete cos’è il “patrimonio netto” di una società? È la differenza tra attività e passività. Le voci che lo compongono sono 4: capitale sociale, riserve, utili da destinare e perdite. Quando le perdite superano le prime tre voci si verifica una situazione di “patrimonio netto negativo”: che significa liquidazione della società. E uscita dalla borsa. E se sei una società di calcio, impossibilità di iscriverti al campionato. Già. Le carte della Procura di Torino sono 15 mila e di comportamenti corretti della Juventus non c’è traccia. Come si dice in questi casi, chi vivrà vedrà.

domenica 26 marzo 2023

Fini fa pensare


Tribunali morali per guerre “giuste”

di Massimo Fini 

Marco Travaglio (Il Fatto 19.3) ha già dato conto, da par suo, degli aspetti grotteschi del mandato d’arresto per Putin spiccato dalla Corte Internazionale penale dell’Aia per “crimini di guerra”: il Trattato che istituisce questo Tribunale non è stato firmato dalla Russia, ma nemmeno dagli Stati Uniti e dall’Ucraina, per cui i soli altri Paesi dove Putin sarebbe al sicuro da questo mandato sono proprio gli Usa e l’Ucraina.
Ma noi vogliamo approfondire il discorso rimandandolo ai processi di Norimberga e Tokyo per i “crimini di guerra” commessi dai nazisti, che stanno alla base della costituzione dell’attuale Corte Internazionale dell’Aia. Allora, per la prima volta nella Storia, i vincitori non si accontentarono di essere più forti dei vinti mandandone a morte i capi politici e militari, come si era sempre fatto da che mondo è mondo, ma pretesero di essere moralmente migliori dei vinti tanto da poterli, appunto, giudicare.
I processi di Norimberga e Tokyo suscitarono forti perplessità proprio in campo liberale. Scriveva l’americano Rustem Vambery, docente di Diritto penale, sul settimanale The Nation del 1º dicembre 1945: “Che i capi nazisti e fascisti debbano essere impiccati e fucilati dal potere politico e militare, non c’è bisogno di dirlo; ma questo non ha niente a che vedere con la legge… Chiunque conosca la storia del diritto penale sa quanti secoli, quanti millenni, ci sono voluti…” per affermare l’esatto contrario dei presupposti dei processi di Norimberga e di Tokyo che pretendevano di sostituire il diritto con la forza, la forza del vincitore. E Benedetto Croce, in un discorso tenuto all’Assemblea costituente, affermava: “Segno inquietante di turbamento spirituale sono ai giorni nostri i tribunali senza alcun fondamento di legge, che il vincitore ha istituito per giudicare, condannare, impiccare, sotto nome di ‘criminali di guerra’, uomini politici e generali dei popoli vinti, abbandonando la diversa pratica, esente da ipocrisia, onde un tempo non si dava quartiere ai vinti o ad alcuni di loro e se ne richiedeva la consegna per metterli a morte, proseguendo e concludendo con ciò la guerra”.
Sulla superiorità morale dei vincitori erano leciti dubbi già allora. Fa una certa specie pensare che sullo scranno dei giurati, a Norimberga, sedevano, per giudicare di “atti di aggressione”, i rappresentanti di un Paese, l’Urss, che aveva assalito e squartato, con un attacco vilissimo, concertato proprio con Hitler, la Polonia e che era responsabile delle fosse di Katyn. Fa specie ricordare che sui banchi dei giudici del processo di Tokyo sedevano rappresentanti del presidente Truman che gettò l’atomica su Hiroshima e Nagasaki, a guerra ormai finita, col Giappone in ginocchio. Come scriveva, l’inglese The Guardian, giornale liberale, il 1º ottobre 1946: “Non è possibile per il mondo esterno – i neutrali e i futuri storici spassionati – sentir parlare di nazismo imputato di ‘distruzioni indiscriminate’ senza ricordare Amburgo e Dresda”. Le bombe su Amburgo, Dresda, Lipsia furono sganciate, per ammissione degli stessi comandi politici e militari americani, “per scoraggiare il popolo tedesco”, cioè direttamente i civili.
Ciò, naturalmente, è nulla rispetto a quello che han fatto poi Usa e Urss. Negli anni del Dopoguerra, dal 1945 per arrivare fino a noi, Usa e Urss hanno messo a ferro e fuoco il Sud-Est asiatico, usato il napalm e le armi chimiche in Vietnam, combattuto guerre in Medio Oriente per interposta persona e sulla pelle altrui, “suicidato” Masaryk e Allende, schiacciato nel sangue la rivolta ungherese, invaso la Cecoslovacchia e l’Afghanistan, difeso e sostenuto i più feroci, sanguinari e criminali dittatori salvo poi dismetterli, quando non più presentabili, a suon di “golpe”, organizzato decine di colpi di Stato, fomentato e guidato, attraverso Kgb e Cia, una buona fetta di terrorismo internazionale. Questo scrivevo su L’Europeo nel 1986. Ma il peggio del peggio è avvenuto proprio negli ultimi 25 anni con protagonisti non solo Russia e Usa, ma anche alcuni dei più importanti Paesi europei: aggressione alla Serbia (1999), senza l’appoggio dell’Onu anzi contro la sua volontà (5.500 morti civili), aggressione e occupazione dell’Iraq (2003-2011) con un bilancio di morti che va dai 650.000 ai 750.000 a seconda delle stime (la più attendibile è quella fatta da una rivista medica inglese che ha paragonato i morti durante un decennio in cui era al governo Saddam Hussein e il decennio successivo: e fanno 650.000). Subito dopo che c’era ancora da fare? Aggredire, a opera di francesi, americani, italiani, senza l’avallo dell’Onu, anzi contro la sua volontà, la Libia del colonnello Gheddafi. Qui i morti non sono stati ancora calcolati perché lo sconquasso libico è in corso. Poi c’è l’aggressione (2001-2021) all’Afghanistan, non più sovietica ma occidentale. Anche qui i morti non sono stati calcolati perché, si sa, gli afghani, soprattutto se Talebani, non sono propriamente degli esseri umani. Comunque il bilancio, calcolato all’impronta, parla di 400.000 morti civili (depurato dei combattenti talebani, molti dei quali peraltro sono stati deportati a Guantanamo, e molti ancora vi rimangono perché definiti “terroristi”). C’è poi la comparsa dello Stato Islamico e dell’Isis come reazione della parte più radicale dell’islamismo alle continue aggressioni in Medio Oriente degli occidentali: “Io vengo a restituirti un po’ del tuo terrore, del tuo disordine, del tuo rumore”, questa canzone di De André è del 1973 e quindi Fabrizio nulla poteva sapere dell’Isis, ma vale il concetto base che ha innescato questo particolare terrorismo internazionale: voi ci avete bombardato per anni continuando a vivere tranquillamente la vostra vita, fatta di drink, di apericena, di partite di calcio, di consumo, adesso imparate anche voi che cosa vuol dire essere continuamente sotto attacco. Non è certamente un caso che gli attacchi Isis, almeno in Europa, si siano diretti contro i luoghi del divertimento e del consumo occidentale (Bataclan, Promenade des Anglais, stadi, supermarket). Amedy Coulibaly, autore kamikaze di un attentato a un supermercato kosher a Parigi, lo ha detto chiaramente in un suo testamento postumo: “Tutto quello che facciamo è legittimo. Non potete attaccarci e pretendere che non rispondiamo. Voi e le vostre coalizioni sganciate bombe sui civili e sui combattenti ogni giorno. Siete voi che decidete quello che succede sulla Terra? Sulle nostre terre? No. Non possiamo lasciarvelo fare. Vi combatteremo”.
Viene buon ultima, dopo le infinite violazioni del diritto internazionale da parte occidentale, l’aggressione della Russia all’Ucraina che è costata finora, secondo le stime Onu, la morte di 7.100 civili. Una goccia di sangue in un mare di sangue.
Hitler avrebbe saputo fare di più e di meglio? Non si sa. È un’ipotesi. Un cattolico processo alle intenzioni. Quel che è certo è che Hitler era fatto a Hitler e non si è mai presentato come “benefattore dell’umanità”, a differenza dei giudici della Corte Internazionale penale dell’Aia e dei loro patrocinatori americani ed europei, col consenso unanime, o quasi, dei media e dei loro giornalisti reggicoda.
Post scriptum. Il mandato di arresto a Putin sembra fatto apposta per incancrenire ulteriormente la situazione e mettendo con le spalle al muro il presidente russo per indurlo a sganciare qualche “atomichetta tattica”, che sarebbe l’inizio della tanto temuta Terza guerra mondiale. Inshallah.

Oramai sono patologici!




Ragogna

 


Giro dell'allocco

 


Giudizi di parte

 

La gara degli orrori
di Marco Travaglio
In 13 mesi di invasione russa dell’Ucraina l’Onu ha accertato almeno 40 esecuzioni sommarie di militari prigionieri e disarmati: 25 commesse dalle forze ucraine su soldati russi e 15 da quelle russe su quelli ucraini. Sono dati parziali, frutto di un’indagine degli ispettori Onu tra agosto e gennaio con interviste a 400 prigionieri di guerra, metà ucraini e metà russi. Che raccontano anche torture, civili usati come scudi umani e altri abusi bipartisan che “potrebbero costituire crimini di guerra” su entrambi i fronti. La capo-missione Matilda Bogner spiega che Kiev, informata di tutto con tanto di prove, si è voltata dall’altra: “Nessun caso è stato finora portato in tribunale”. Idem Mosca. Il fatto che i crimini ucraini siano più numerosi di quelli russi non conferisce a Kiev il record di ferocia, né giustifica l’aggressione. Ma dimostra che ha ragione il Papa: questa non è la fiaba di Cappuccetto Rosso e del lupo cattivo, perché ci sono soltanto lupi cattivi. Lo scrivemmo un anno fa sulla strage di Bucha, quando ancora mancavano elementi certi per ricostruirne la dinamica, ma già la propaganda atlantista la enfatizzava per farne un unicum mai visto e spezzare l’esile filo dei negoziati russo-ucraini in Turchia. Invece era una storia di ordinario orrore bellico, come centinaia di stragi in ex Jugoslavia, Afghanistan, Iraq e altri Paesi aggrediti dai “buoni”. Usarla per uccidere i negoziati e allungare la guerra non fece che moltiplicare le Bucha da entrambe le parti. Già nel 2014 l’Onu denunciava crimini di guerra ucraini in Donbass: “Gravi violazioni dei diritti umani, continue uccisioni di civili, arresti illegali, persone torturate e fatte sparire, esecuzioni sommarie, stupri… Tra metà aprile e metà novembre, 4.317 civili uccisi e 9.921 feriti”. E nel 2016 segnalava “uccisioni, torture, rapimenti e lavori forzati… anche a opera di gruppi armati che combattono a fianco dell’esercito regolare” (i famigerati battaglioni Azov, Dnipro&C.).
Migliaia di casi mai perseguiti né dai governi ucraini (Poroshenko e Zelensky) e dalla loro “giustizia” né dai giudici strabici del famoso Tribunale dell’Aja. Infatti sono proseguiti nel 2022-23. Vedi i filmati di prigionieri russi ammanettati e gambizzati. E l’ultima denuncia di Amnesty del 4 agosto: “Le tattiche di combattimento ucraine mettono in pericolo i civili”, “violano il diritto internazionale e trasformano i civili in obiettivi militari”, cioè in scudi umani con “basi militari e sistemi d’arma messi in aree residenziali, compresi scuole e ospedali”. Siccome ora lo fanno anche con le nostre armi, chi ha votato per inviarne altre dovrebbe forse dire qualcosa. Non per stilare una classifica dell’orrore, ma per farlo finire al più presto. A qualunque costo.