lunedì 13 marzo 2023

Interessante

 

Come le big della consulenza hanno svuotato Stati e imprese
IL GRANDE INGANNO - Un mercato da 900 mld basato su competenze finte, conflitti d’interesse veri e vaste reti di potere
DI ALESSANDRO BONETTI
Il nostro tempo di transizione si porta dietro, come sempre in casi analoghi in passato, sfide enormi a cui i governi e le imprese non sembrano preparati. Il motivo? Ce ne sono molti, ovviamente, ma un pezzo della colpa va anche alle grandi multinazionali della consulenza, che sempre di più svuotano il settore pubblico e quello privato di competenze e visione del futuro. È questa la tesi dell’economista Mariana Mazzucato (famosa per le sue idee sullo Stato imprenditore) e di Rosie Collington (dottoranda con Mazzucato all’Institute for Innovation and Public Purpose di Londra). Il titolo è eloquente: The Big Con (traducibile come “il grande inganno”). Secondo le studiose, infatti, le società di consulenza estraggono una rendita esagerata dalla propria attività, cioè guadagnano molto più di quanto giustificato dal loro contributo effettivo ai clienti.
Per argomentare questa tesi, le autrici hanno studiato il campo della consulenza per anni. È un settore molto concentrato: poche multinazionali, con sede nel Nord globale, dominano il mercato e sono fra gli approdi più ambiti dai neolaureati: si va dalle Big Four della contabilità (Deloitte, EY, KPMG, PwC) alle Big Three specializzate in gestione aziendale (McKinsey, Bain, Boston Consulting Group), fino a una moltitudine di sigle minori, le “boutique”.
Le aziende più grandi, peraltro, di solito non sono quotate in Borsa, ma inquadrate in strutture a responsabilità limitata: le loro attività economiche rimangono quindi opache, tanto che “valutare con precisione il mercato globale dei servizi di consulenza è impossibile”. In ogni caso, le stime suggeriscono che il mercato è cresciuto moltissimo negli ultimi decenni: nel 2010 il fatturato complessivo si aggirava intorno ai 350 miliardi di dollari, nel 2021 era fra i 700 e i 900 miliardi.
Cosa giustifica queste cifre enormi? Secondo la teoria classica, i consulenti sono esperti che aiutano i clienti a raggiungere i loro obiettivi e trasferiscono conoscenze tra organizzazioni. Secondo Mazzucato e Collington, invece, questa spiegazione non basta a dare conto della dimensione e pervasività delle società di consulenza: l’influenza di queste società deriva anche dalla loro capacità “di creare un’impressione di valore”. Un’impressione, si badi bene, perché spesso i consulenti non hanno una competenza specifica nel campo in cui di volta in volta danno consigli. Quel che conta, però, è che “le pratiche di consulenza e le immense risorse e reti delle grandi società contribuiscono a infondere fiducia nel valore di una consulenza”.
Grazie a questa apparenza di conoscenza tecnica e imparziale, i consulenti riescono a persuadere “governi svuotati e timidi” e “aziende che massimizzano il valore per gli azionisti” ad esternalizzare a loro le proprie attività. Un “trucco”, insomma, che permette al settore di accumulare rendite.
Le società di consulenza prosperano anche grazie all’ossessione per i risultati di breve termine, che spinge aziende e governi a rivolgersi ai consulenti invece di investire in risorse interne. I consulenti “surfano” abilmente sulle trasformazioni dell’economia, amplificandole e traendone vantaggio. E così l’ossessione per il breve termine diventa, da causa, anche conseguenza del loro ruolo sempre più invadente, in un loop senza fine.
La situazione è particolarmente grave nel settore pubblico. Più un governo esternalizza, più disimpara, più è difficile che abbia le competenze per negoziare coi propri fornitori, e più sarà spinto a esternalizzare ulteriormente: in questo modo diventa sempre meno capace di guidare i processi economici a vantaggio dei cittadini e sempre più vittima della retorica anti-Stato. Le conseguenze di questo circolo vizioso sono sotto gli occhi di tutti: oggi in Italia molti enti locali si trovano costretti a rinunciare ai fondi del Pnrr per l’incapacità tecnica di spenderli, come d’altronde avveniva spesso già negli anni passati coi fondi strutturali europei.
Tornando al nostro tema, com’è possibile che le consultancies siano divenute così pervasive? La spinta storica che fece esplodere il settore fu l’ondata neoliberale degli anni Ottanta e Novanta. Anche nei decenni precedenti i consulenti collaboravano attivamente con attori privati e pubblici, ma nella maggior parte dei casi fornivano soprattutto informazioni e competenze specialistiche. Dagli anni Ottanta, invece, iniziarono a occuparsi in modo crescente anche di management aziendale vero e proprio.
Sotto l’egida di politici di destra (come Reagan e Thatcher) e di centrosinistra (quelli della Terza Via, da Blair a Clinton), le società di consulenza furono coinvolte attivamente nella definizione di nuovi modelli di appalto pubblico, come le private finance initiatives (PFI). Nel Regno Unito nel 1997 il governo Blair reclutò membri della Andersen Consulting per capire come ampliare l’uso delle PFI negli appalti pubblici e poi creò all’uopo una società (Partnerships UK), il cui personale era composto soprattutto da consulenti provenienti da società private o comunque molto legati al settore. Nel frattempo, queste stesse società fornivano consulenze ai privati su come partecipare ai nuovi appalti. Un caso eclatante di conflitto di interessi, ma non l’unico né l’ultimo (vedi l’articolo a fianco).
Le società di consulenza sono arrivate a formare una burocrazia trasversale e privatizzata, che non deve rispondere di fronte ai cittadini e corre pochi rischi mentre realizza ingenti guadagni. Inoltre, con la loro aura di imparzialità, queste società possono fornire ai governi la legittimazione necessaria per decisioni controverse come tagliare la sanità o l’istruzione. Anzi, dato che la crescita della consulenza dipende da una continua esternalizzazione, i consulenti tendono a favorire strutturalmente politiche di privatizzazione e di “Stato minimo”.
D’altra parte, per amministrazioni pubbliche impoverite di competenze e fondi la scelta di ricorrere ai consulenti è quasi obbligata. Anche perché, a volte, le grandi consultancies si offrono di svolgere certi lavori gratis o a tariffe molto inferiori a quelle di mercato: basti citare qui l’incarico dato da Mario Draghi a McKinsey per la scrittura del Pnrr. L’esternalizzazione delle decisioni è una via “allettante per i funzionari pubblici in dipartimenti avversi al rischio che, dopo anni di tagli al bilancio, hanno poche risorse”. Mazzucato e Collington lo chiamano lowballing: grazie a questa strategia le società ottengono informazioni e contatti preziosi e penetrano ancor più nei gangli del governo.
L’espansione del settore si basa anche sulle dinamiche di funzionamento interne. Si parla ad esempio di up or out: l’alternativa per un dipendente è fra la promozione (up) o l’uscita dall’azienda (out). In realtà, anche se esci, è probabile che tu resti nel network della società per cui lavoravi ed è così che le società di consulenza sono riuscite a creare vaste reti di ex collaboratori che lavorano in altre aziende, ampliando così il proprio raggio d’azione e la capacità di raccogliere informazioni.
Negli ultimi anni varie inchieste giornalistiche e rapporti governativi hanno messo in luce le criticità del settore. Il libro di Mazzucato e Collington sembra andare più a fondo nella diagnosi del problema, che “non è la consulenza in sé o le intenzioni dei consulenti (…) ma l’industria della consulenza in continua espansione”, che cannibalizza le organizzazioni pubbliche e private. Le due studiose auspicano una riforma del settore, che obblighi le società a una maggiore trasparenza e le renda contrattualmente più responsabili di eventuali fallimenti. Se la diagnosi è giusta, però, sarà difficile vedere un sistema che si autoriforma.

domenica 12 marzo 2023

Ribrezzo



Questa notizia rende speciale questa domenica: Rosanna Cioli, pensionata della Spezia e militante dai tempi del PCI, definì il senatore “una merdaccia”, definizione tipicamente fantozziana, fu querelato dal fuciniere di querele, che recentemente si è accordato con la pensionata per la somma di 500 euro, irrisoria e che rende l’idea della sua voracità. E mi fermo qui, visto che se dovessi dire la mia al proposito probabilmente dovrei tirar fuori cifre che non ho. Lo sdegno per questo episodio lo manifesto alla grande. Tanto è gratis! Non s’abbatta Rosanna! I conti si faranno sotto il lampione! Aspettiamo serenamente, tanto manca poco, pochissimo…

Dieci anni di Luce


Tra i dieci anni di pontificato dell’unico personaggio pubblico con idee umane e la festa di un Cazzaro post strage migranti ci passa il mare, sempre lui. Papa Francesco infonde quella filosofia che si è persa nel mare scuro della politica, dove trogloditi squallidi credono ancora al potere delle armi come soluzione rappacificante, dove la vita non ha lo stesso valore tra simili, e i flussi finanziari determinano le sconcezze sotto gli occhi di tutti. Francesco sottolinea che se non si costruissero armi nel mondo per un anno, la fame sarebbe sconfitta. Basta questo per provare vergogna comune. Abbiamo delegato a pochi la gestione del tutto, creando multinazionali con bilanci superiori ad interi stati, perdendo inesorabilmente la concezione di umanità. Stampa di proprietà delle stesse diaboliche società gaudenti nel fabbricare sempre più raffinati strumenti di morte, ci hanno insufflato la certezza che alla fine l’aggressore soccomberà, dimenticando Pirro ed affini, trascurando i morti divenuti effetti collaterali, e il famigerato carico residuale appioppato da quel balordo ministro degli interni di un governo festaiolo e fascista, ai profughi degli innumerevoli conflitti che attanagliano il mondo. Si è perso dunque il senso della dignità umana, come la festa cantereccia dell’insulsa premier testimonierà per sempre davanti alla Storia. L’unico barlume di speranza risiede in quell’uomo da dieci anni sullo scranno di Pietro, oscurato da tanti, sbeffeggiato da chi si crede potente, sminuzzato dai media di regime: “la guerra è una pazzia, e chi costruisce armi un criminale!” 
Buon anniversario Santità!

Elly travagliata


Passata la festa

di Marco Travaglio

La nuova moda di Elly Schlein rischia di nuocere gravemente a Elly Schlein. Giornali e tv, a rimorchio dei social col loro eterno presente, pompano il leader del momento come la rana della fiaba e la gonfiano come una mongolfiera fino a farla esplodere. All’inizio tutti si eccitano per la novità, sperano che cambi qualcosa, poi se non cambia nulla si stufano per l’effetto overdose e passano a un altro leader col bollino di scadenza. Che è tanto più ravvicinato quanto più il leader eccelle in apparenza e difetta di sostanza. I leader con più apparenza che sostanza durano un paio d’anni: Renzi, Salvini, Letta. Quelli con più sostanza (negativa o positiva poco importa) che apparenza sfuggono alla rapida usura del tempo: B., Prodi, Bersani e Conte. Vedremo le due ultime mode, Meloni e Schlein, quanto durano. Entrambe di sostanza sembrano averne, ma solo in proprio. Alla premier manca una classe dirigente ed è un bel problema, perché fa la premier: infatti il suo governo pare il bar di Guerre stellari. La neosegretaria del Pd una classe dirigente ce l’ha: quella del Pd, ma è un bel problema, perché è la sua antitesi politico-antropologica. Non va d’accordo su nulla, se non sul potere per il potere e sul compromesso per il compromesso. Infatti al primo turno gli iscritti pilotati dai capi avevano scelto uno dei loro: Bonaccini. Poi, al ballottaggio dei non iscritti, il Pd è riuscito a perdere pure le sue primarie. Ed è venuta fuori la Schlein, col preciso mandato di fare il contrario di ciò che ha fatto il Pd dalla nascita.
Ma come farà la segretaria del Pd a trasformarlo nel suo opposto col consenso della sua classe dirigente? Questa è la sfida, da far tremare le vene e i polsi, che ha di fronte. Se rivolta il Pd come un calzino fa felici i non iscritti, ma scontenta i capibastone, le correnti, i gruppi parlamentari (scelti da Letta e dagli altri ras con le liste bloccate del Rosatellum) e rischia di far la fine degli altri segretari, tutti durati meno di due anni (tranne Bersani e Renzi). Se non scontenta nessuno, imbarcando Bonaccini alla presidenza, supercazzolando sulle questioni di sostanza – guerra, armi, atlantismo, politiche sociali, rapporto politica-affari e alleanze – e riempiendo i vuoti con sparate a saldo e a costo zero sui diritti civili delle minoranze (facilissimi da invocare, dall’opposizione), durerà. Ma presto o tardi chi l’ha votata concluderà che tanto valeva tenersi Letta o Bonaccini. E la speranza di cambiamento ancora frustrata diventerà un boomerang: la prova dell’irredimibilità del Pd. Prima delle primarie, lo dicevamo tutti: il problema del Pd non è il leader del Pd, ma il Pd. Quando passerà la moda e il re sarà nudo, i casi saranno soltanto due: o la Schlein avrà cambiato il Pd o il Pd avrà cambiato la Schlein.

sabato 11 marzo 2023

Patetici


 

Nel frattempo, dopo la visita a Cutro, premier e vicepremier vanno a festeggiare il compleanno del vicepremier cantando la Canzone di Marinella, ispirata alla storia di una ragazza emigrata al nord dalla Calabria in cerca di futuro, diventata prostituta e infine ritrovata morta in un fiume. Il tutto mentre il mare di Cutro non ha ancora restituito tutti i corpi dei migranti. Dal governo Meloni è tutto.
(Selvaggia Lucarelli)

A volte

 


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