mercoledì 28 dicembre 2022

L'Amaca

 

Abbiamo bisogno di psichiatri
DI MICHELE SERRA
Nell’anno che verrà ci sarà una guerra tra Francia e Germania, la Gran Bretagna tornerà nella Ue portandola alla bancarotta, la Polonia occuperà l’Ucraina e in America ci sarà una guerra civile, con secessione di Texas e California. Elon Musk diventerà presidente.
Sembra una mia “satira preventiva” sull’Espresso (ne approfitto per salutare anche da qui i lettori di quel giornale, che è padre di questo: la mia ultima satira uscirà nel prossimo numero). Si tratta invece delle previsioni, su Twitter, del braccio destro di Putin, Dmitry Medvedev, ex presidente russo e viceresponsabile della Sicurezza (cosa che non rassicura).
Ora, siccome il mondo è pieno di persone che vogliono fare dello spirito e non vengono capite, può darsi che fosse proprio questa l’intenzione di Medvedev. Nel caso, possiamo limitarci a dire che abbiamo riso pochissimo, giusto quanto basta per non essere scortesi con lui. L’altra ipotesi è che Medvedev non si sia espresso in veste di buontempone, ma di uomo politico di spicco.
In questo secondo caso, credo che solo un bravo psichiatra potrebbe da un lato soccorrere il signor Dmitry, dall’altro aiutarci a superare il trauma di sapere che una persona con evidenti disturbi mentali ricopra una carica istituzionale così importante per il futuro del mondo.
Ovviamente Elon Musk ha molto apprezzato e ritwittato le fesserie di Medvedev. Essendo anch’esso un uomo potentissimo, si rafforza l’idea che l’umanità sia alle prese con una vera e propria emergenza psichiatrica. Alla domanda classica: “Abbiamo più bisogno di poeti o di ingegneri?”, ecco finalmente la risposta: di psichiatri.

Chi era Rauti?

 

Il personaggio oggi celebrato da Fdi
Rauti l’impresentabile chi è l’anima eversiva del neofascismo italiano
DI SIMONETTA FIORI
Lo chiamavano il “Gramsci nero”. Ma Pino Rauti non è stato solo un intellettuale, ma un uomo d’azione che ha incarnato in modo paradigmatico l’anima più eversiva del neofascismo italiano. Da vecchio gli piaceva dire che il fascismo non era più ripetibile «ma un giacimento di memoria a cui si poteva ancora attingere ». Tutta la sua vita è stata nel segno d’una religione fascista irriducibile, pericolosamente ai bordi delle istituzioni democratiche, talvolta invischiata nelle più nefaste trame stragiste della storia repubblicana, dalle quali fu assolto in sede penale ma non sul piano morale, come disse il pubblico ministero nel processo per l’attentato di Piazza della Loggia («La sua posizione è quella del predicatore di idee praticate da altri ma non ci sono situazioni di responsabilità oggettiva»).
Cresciuto a Roma in una famiglia di fervente fede littoria – il padre era usciere presso il ministero della Guerra – a 17 anni si arruola volontario nella Guardia repubblicana di Salò, l’organismo di polizia interna e militare che represse la resistenza e partecipò al rastrellamento di civili. L’appartenenza repubblichina non lo abbandonerà nel dopoguerra quando nel 1946 aderisce al nascente Movimento Sociale Italiano, fondato dai fascisti che avevano militato a Salò: il segretario Giorgio Almirante era stato segretario di redazione della Difesa della Razza – la rivista ufficiale dell’antisemitismo – e nella Repubblica sociale aveva ricoperto il ruolo di capo di gabinetto del ministro Fernando Mezzasoma, rendendosi responsabile del “manifesto della morte” contro il partigianato e la resistenza dei civili.
Nel Movimento sociale, partito che era rimasto fuori dall’Assemblea Costituente, eletto sì in Parlamento ma sempre fuori dal perimetro della maggioranza di governo, Rauti rappresenta fin dagli inizi l’espressione ancora più radicale e movimentista, in nome di «una intransigenza dottrinaria assoluta ». «Il più estremista tra gli estremisti», dice ora Giovanni De Luna, studioso del fascismo e del neofascismo. E mentre nel Movimento sociale si discute del ruolo del partito nel contesto politico democratico, Rauti aderisce al gruppo clandestino dei Far (Fasci di Azione Rivoluzionaria): nel 1950 viene arrestato per alcuni attentati rivendicati dall’organizzazione, ma un anno più tardi viene assolto per insufficienza di prove. Insieme a lui viene imprigionato Julius Evola, considerato l’ispiratore del gruppo. Ed è con questo ideologo del fascismo e del nazionalsocialismo, promotore di diverse teorie del complotto razziste e antisemite, che Rauti intreccia lapropria posizione politico-filosofica fondando nel 1953 il gruppo dell’Ordine Nuovo: una vera fazione organizzata del Msi, l’ha definito Marco Tarchi, con strutture locali, tessere, una rivista omonima ispirata alle esperienze dei regimi fascisti nel periodo tra le due guerre mondiali, inclusa la Germania nazionalsocialista. Delle leggi razziste approvate da Mussolini nel 1938, Rauti ha continuato a dire anche in tempi recenti che occorreva “contestualizzare”. «All’epoca del conflitto in Spagna l’ebraismo aveva dichiarato guerra al fascismo. E le leggi del 1938 furono benedette dalla Chiesa cattolica». Nessuna traccia di vergogna postuma.
Da posizioni teoriche sovversive Romualdi combatterà la segreteria moderata e legalitaria di Arturo Michelini, fino all’uscita dal partito nel 1957 con l’avvio del “Centro Studi Ordine Nuovo”, ormai totalmente autonomo dal Movimento Sociale: tra i suoi collaboratori spicca il nome di Stefano Delle Chiaie, un esponente della strategia della tensione che ritroveremo alla fine del decennio successivo tra gli imputati per le bombe di Piazza Fontana.
Gli anni Sessanta vedono Pino Rauti nella veste di agguerrito sacerdote dell’anticomunismo. Nel 1967 accoglie con favore il colpo di Stato dei colonnelli in Grecia. E sostiene i regimi “bianchi“ in Rhodesia e in Sudafrica. È in questi anni che comincia a collaborare con Guido Giannettini, uomo dei servizi: altro nome che ritroveremo tra gli imputati nel processo di Piazza Fontana. Il 4 marzo del 1972 Rauti viene accusato di complicità nelle stragi nere culminanti nel dicembre del 1969 con le bombe nella Banca dell’Agricoltura. Si fa cinquanta giorni di carcere per poi essere eletto deputato del Movimento sociale, sotto la guida di Almirante: successivamente sarà prosciolto dall’accusa.
Insofferente a una destra sempre più in doppiopetto, Rauti elabora una serie di iniziative che puntano al coinvolgimento della società civile. È sua l’idea di un campo Hobbit e dei gruppi di ricerca ecologica: il suo nome esercita un indubbio fascino presso i militanti più giovani. Alla fine degli anni Ottanta la malattia di Almirante gli apre la possibilità di candidarsi alla segreteria del Movimento sociale e nel 1990 riesce a battere Gianfranco Fini, ma per un periodo breve: più tardi sarà tra i più ostinati avversari della Svolta di Fiuggi, con cui vengono recise le radici storiche del fascismo. Fedele fino alla fine al vessillo della fiamma tricolore, sempre orgogliosamente fascista.
Questo è stato Pino Rauti, a cui la destra oggi al governo rende omaggio. E che Giorgia Meloni nel suo libro autobiografico elenca tra le stelle polari. Il più impresentabile, tra gli impresentabili.

martedì 27 dicembre 2022

Eccelliamo

 

L’Italia esporta tangenti: da Mani Pulite all’Europa
DI MASSIMO FINI
E così siamo riusciti a inquinare anche le Istituzioni europee con la corruzione, il reato per cui siamo maestri e ricercati specialisti, uno dei più squallidi perché non comporta, per esempio a differenza della rapina, nessun rischio fisico e vede molto spesso protagonisti soggetti delle Istituzioni, parlamentari, sindaci, presidenti di Regione, assessori, che già ricevono un lauto stipendio molto spesso nient’affatto corrispondente alle loro capacità e competenze.
Ma cosa dici, mi obbietterà qualcuno, non sai che nelle prigioni italiane solo lo 0,6 per cento della popolazione carceraria è in gattabuia per reati finanziari, mentre in Germania è il 14 per cento? Ma proprio qui sta il punto. In Germania si corrompe molto di meno che da noi, tanto che nella classifica del 2021 di Transparency International, partendo dai Paesi meno corrotti per andare a quelli più corrotti è decima mentre l’Italia quarantaduesima, seguita da Bulgaria, Romania, Ungheria, Croazia, Grecia, Repubblica Ceca, Malta, Slovacchia, Cipro. Mentre in campo internazionale è più o meno a livello del Botswana. Il che vuol dire che in Italia i responsabili di reati corruttivi riescono quasi sempre a cavarsela, in un modo o nell’altro (leggine ad hoc, leggine “ad personam” e così via).
Per ora tutti gli inquisiti dalla magistratura belga sono italiani, se si esclude Eva Kaili che è greca e la Grecia non sembra proprio un Paese da imitare. In questa situazione il neoministro della Giustizia Carlo Nordio vuole depenalizzare o addirittura eliminare tutti i reati fiscali che com’è noto, quando si parla di somme ingenti, sono soprattutto reati di “lor signori”. Nordio è una curiosa figura di ex Pubblico ministero. Mentre a Milano i pm di Mani Pulite scoperchiavano l’immensa corruzione politica e imprenditoriale, Nordio che faceva il pm a Venezia non riuscì a trovare un solo corrotto. Eppure la corruzione ci sarà stata, seppur in maniera minore, anche a Venezia. È livido di invidia verso quei magistrati milanesi e adesso gliela farà pagare eliminando o sminuendo di molto le leggi che permisero al pool di mettere in gattabuia anche personaggi eccellenti ed eccellentissimi. Ma se Nordio, berlusconiano mascherato, dovesse in parte fallire nella sua missione, c’è pur sempre come sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto, che è uno degli avvocati di Silvio Berlusconi.
Come ho scritto più volte Mani Pulite è stata lo spartiacque. Era l’occasione per la classe dirigente di emendarsi dai propri errori, chiamiamoli benevolmente così, in realtà erano reati, invece nel giro di soli due anni, con tutti i testimoni dell’epoca ancora in vita, i magistrati sono diventati i veri colpevoli e i ladri le vittime e spesso giudici dei loro giudici. Non ci si può quindi meravigliare se oggi anche una persona che di suo sarebbe normalmente onesta diventa un mascalzone (“Devo essere proprio io il più cretino del bigoncio?”).
L’Italia è quindi un Paese intimamente, profondamente corrotto e direi che la classifica di Transparency International è anche generosa con noi. Senza contare che abbiamo il record delle mafie: la mafia propriamente detta, la ’ndrangheta, la camorra, la sacra corona unita.
Con Berlusconi il malaffare è diventato, per dir così, istituzionale e ha travolto le ultime barriere della legalità. Ma alle spalle di Berlusconi si intravede la figura del “Grande corruttore”, Bettino Craxi, che, dopo un inizio promettente, in uno scambio di favori ha permesso all’uomo di Arcore di avere, con una legge ad hoc, tutto il comparto televisivo privato italiano ricevendo in contropartita non tanto 21 miliardi, quisquilie, ma una posizione dominante del Partito socialista non solo nelle reti Fininvest poi Mediaset, ma in almeno due delle tre reti della televisione nazionale. Direi che la Rai è l’emblema stesso della spartizione partitocratica del nostro Paese, in ogni settore, non solo pubblico ma spesso anche privato. E nessun governo, anche quando animato da buone intenzioni, penso ai 5 Stelle, è riuscito a cambiare questa situazione indegna di un servizio che dovrebbe essere pubblico.
A me spiace che lo storico e glorioso nome “socialista” sia diventato sinonimo di ladro. Perché coniugare una ragionevole uguaglianza sociale con i diritti civili mi è sempre sembrata, nella modernità, l’idea più bella. Adesso dobbiamo andare a cercarla in Venezuela, da Maduro.

Sob!




Osho

 


L'Amaca

 

Un lavoro interrotto
DI MICHELE SERRA
Una sorella, due genitori, una nonna, un prete anzi due (il cappellano don Burgio e quella gran persona che è don Rigoldi). Leggendo e ascoltando le parole delle persone coinvolte, si capisce che i sette ragazzi evasi dal carcere minorile di Milano possono contare, dentro e fuori, su qualche adulto in grado di dare loro buoni consigli. Tre sono già tornati dentro. Don Rigoldi si aspetta una telefonata dagli altri quattro.
Come tutti, per istinto, alla notizia dell’evasione la prima cosa che mi è venuta in mente è l’allarme sociale.
Saranno pericolosi? Magari qualcuno sì.
Non avevo pensato, invece, al lavoro interrotto: il lavoro di recupero sociale, psicologico e umano che delle carceri è il compito più importante (articolo 27: “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere al recupero del condannato”).
In un carcere minorile vale il doppio.
Che in quei luoghi così importanti si lavori è un tema davvero trascurato.
L’idea più corriva e stupida del carcere (ben rappresentata dai politici forcaioli) è il “butta via la chiave” che li apparenta a un cimitero di vivi. E invece, dal personale agli operatori sociali ai volontari ai medici ai preti, sono molte le persone che lavorano in carcere: compresi i detenuti. Vanno aiutate a lavorare. Cosa pensereste di una fabbrica con le macchine in panne e le finestre rotte? Il Beccaria non ha un direttore da vent’anni e da quindici è aperto un cantiere senza fine. Da quel buco (lavori in corso) sono scappati i detenuti. Da quel buco rischia di scivolare via il lavoro paziente di chi si occupa dei ragazzi che hanno sbagliato.

Onestà in pericolo

 

Giù le mani
di Marco Travaglio
Appena salta fuori qualche politico corrotto, salta su qualche partito con l’ideona di ripristinare il finanziamento pubblico. Infatti ora, in pieno scandalo Ue-Qatar, il Pd vuole raddoppiare i finanziamenti indiretti, assegnando ai partiti anche il 2 per mille delle tasse dei cittadini che non vogliono. E Articolo 1 vuole tornare ai finanziamenti diretti pre-2013. Lo slogan implicito è: “Così non rubiamo più”. Ma, a parte il fatto che rubare è proibito dal VII comandamento e dai codici penali di tutto il mondo dalla notte dei tempi, le euromazzette non finivano ai partiti. Bensì nelle tasche di singoli eurodeputati e portaborse. E soprattutto non c’è alcuna prova dell’equazione “più fondi pubblici, meno mazzette”. Anzi, c’è la prova del contrario: il finanziamento pubblico fu varato nel 1974 con lo scandalo petroli, quando i pretori genovesi Almerighi, Brusco e Sansa scoprirono che i partiti erano sul libro paga dell’Unione petrolifera, che ogni anno girava loro una percentuale sugli sconti fiscali votati in Parlamento. Da allora i miliardi statali non impedirono ai partiti di continuare a foraggiarsi illegalmente con tangenti da imprenditori in cambio di appalti pilotati e altre marchette; fondi neri di aziende di Stato gestite da loro manutengoli; dollari americani (alla Dc&alleati) e rubli sovietici (al Pci). Nel 1992, quando scoppiò Tangentopoli, i partiti ricevevano fondi pubblici legali (dal finanziamento statale) e illegali (da Iri, Eni, Enel, municipalizzate ecc); fondi privati legali (quelli registrati nei bilanci delle imprese e nel registro dei partiti in Parlamento) e illegali (tangenti e finanziamenti occulti). Perciò, al referendum del ’93, gli italiani votarono in massa per abolire il finanziamento pubblico.
Questo però, appena uscito dalla porta, rientrò dalla finestra travestito da “rimborsi elettorali”. Che, calcolati a forfait e senza ricevute, coprivano 4-5 volte le spese per le elezioni. E aumentavano di anno in anno con voti bipartisan, fino a diventare una tassa-monstre di 10 euro l’anno per ogni elettore (contro 1,1 del ’93). Nel 2009 la Corte dei conti rivelò che in 15 anni i partiti avevano prelevato 2,2 miliardi di euro dalle casse dello Stato. Nel 2013, per frenare l’avanzata dei 5Stelle, il governo Letta passò al finanziamento pubblico indiretto e volontario: chi vuol aiutare un partito gli devolve il 2xmille delle tasse. Soluzione ragionevole, che obbliga i partiti a curare il rapporto con gli elettori per meritarsi il loro sostegno: chi non ha elettori o se ne guadagna il disprezzo, peggio per lui. Tornare al vecchio magnamagna, oltreché vergognoso, sarebbe suicida. Lo slogan “Così non rubiamo più” verrebbe subito tradotto: “Siccome i nostri rubano, noi derubiamo gli italiani”.