Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
venerdì 2 dicembre 2022
Sempre in Pole!
Menu à la carte
di Marco Travaglio
Tre giorni fa il senatore Renzi non aveva tempo per testimoniare al processo Consip, dove sono imputati il babbo e gli amici: doveva concionare a gettone a Bangkok. Ieri però era in Senato per denunciare il famoso “condono edilizio di Conte” (mai esistito) e duettare sul processo Open, dov’è imputato lui, col “migliore dei ministri”: Carlo Nordio. Questi ha ricambiato le moine trasformando se stesso e il Parlamento nel collegio difensivo allargato del senatore. Nel suo macchiettistico vittimismo alla Calimero, Renzi ce l’ha sempre col pm Luca Turco, che ha osato scoperchiare la cassaforte Open con marchette a pagamento. Dopo averlo denunciato a Genova (archiviato), insultato in libri, talk show e show, fatto trascinare dinanzi alla Consulta, ora pretende che sia punito per un gravissimo illecito: siccome il Copasir ha chiesto gli atti d’indagine – depositati nel processo Open, dunque pubblici e riferiti dai media – contenenti fra l’altro i soldi versati (legittimamente) a Renzi dal regime saudita di Bin Salman per valutare eventuali minacce alla sicurezza nazionale, Turco glieli ha inviati. Invece, per il giureconsulto rignanese, doveva negarli al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica perché la Cassazione aveva disposto che gli atti sequestrati a Carrai non fossero usati nel processo Open. Infatti il pm nel processo Open non li usa. Ma non si vede perché il Copasir, che non si occupa di reati ma di sicurezza nazionale, non potesse visionarli, tantopiù che li aveva già letti sui giornali. Se poi il Copasir riteneva di non doverli leggere (ma la Corte ne vieta l’uso processuale, non parlamentare), poteva cestinarli. Se non l’ha fatto è perché poteva leggerli, ergo Turco doveva inviarglieli.
Ma poi, se non ha nulla da nascondere, cosa può mai temere Renzi da quel segreto di Pulcinella? Nulla. Però deve buttarla in caciara per celebrare il suo processo sui social, in tv, sui giornali, nei libri e in Senato, dove può fingere che l’imputato non sia lui, ma Turco. Ovunque fuorché in Tribunale, dove gli imputati sono lui e i suoi compari, e il pm è Turco. Così ieri l’imputato Renzi ha chiesto a Nordio “che provvedimenti intenda prendere” contro il pm, che “per noi” (plurale maiestatis, tipo Papa) è reo di “un atto di cialtronaggine, o eversivo, o anarchico”. E il “migliore dei ministri” s’è subito messo sull’attenti, annunciando su due piedi un’ispezione ministeriale alla Procura di Firenze con “priorità assoluta” e poi “determinazioni con consequenziale rapidità”. L’imputato ordina e il Guardasigilli esegue: à la carte. Come ai bei tempi di B., che però aveva almeno il pudore di affidare certe basse incombenze ai suoi onorevoli avvocati. Renzi invece fa tutto da solo, essendo un Berlusconi che non ce l’ha fatta.
Il povero PD
Verso il congresso dem
I gattopardi Pd al varco Cambi il segretario purché nulla cambi
DI STEFANO CAPPELLINI
ROMA — A molti dirigenti del Partito democratico piacciono da sempre i giochi di parole. Tipo: «Non serve un nuovo partito ma un partito nuovo ». Oppure: «Meglio perdere che perdersi», e almeno in questo caso si può dire che l’obiettivo sia stato più volte centrato. Queste piccole inversioni o scarti lessicali forse piacciono anche perché, di base, funzionano al contrario del Pd, specie dei suoi congressi. Dove, storicamente, anche se inverti le posizioni tra le correnti, o ne sposti una su e una giù, il senso tende a non cambiare. Ora però, per la prima volta, il Pd si avvia a celebrare un congresso dove il nome del vincitore o della vincitrice non è sicuro già in partenza. Vincerà il riformista Stefano Bonaccini, favorito nella conta interna? O prevarrà la radicale Elly Schlein, che arriva al congresso da non iscritta e può sfondare alle primarie aperte? L’inedito sta creando un gran trambusto. Per capire gli schieramenti bisogna usare due criteri: il primo è la risposta alla domanda “chi meglio può salvare il Pd”; il secondo è la risposta alla domanda “chi meglio può salvare la corrente”. Tutti, naturalmente, dicono di volere “un nuovo Pd”.
C’è chi cerca di cavalcare il nuovo, chi di sopravvivergli, chi di avversarlo, ma — questo è il Pd — non necessariamente i tre propositi sono alternativi: qualcuno cavalca il nuovo per avversarlo e qualcuno lo avversa solo per sopravvivergli o addirittura per poi cavalcarlo. Le combinazioni sono molteplici. Per questo proliferano i candidati leader e le ipotesi di candidatura, queste ultime spesso senza alcun apparente senso politico. Le correnti storiche cercano di mettere il cappello sui candidati, i candidati negano di volere il loro appoggio ma sanno che è necessario, ognuno cerca spazio dove ce n’è uno libero, anche a costo di scelte improbabili o implausibili.
C’è stato, forse non c’è più, lo scenario del sindaco di Firenze Dario Nardella antagonista di Bonaccini, partita dove sarebbe stato faticoso distinguere il colore delle maglie in campo. Poi, soluzione non meno surreale, pareva che come anti-Bonaccini la sinistra interna volesse puntare sull’amendoliano Enzo Amendola, dove amendoliano è riferimento alla corrente di destra del Pci e non al cognome. Alla fine il ruolo di sfidante sinistro del governatore emiliano dovrebbe toccare al sindaco di Pesaro Matteo Ricci, che ha già un mezzo endorsement di Goffredo Bettini e una mezza promessa di Andrea Orlando. Qualche anno fa Ricci, Bettini e Orlando avrebbero rappresentato, in tre, mezzo arco correntizio del Pd, oggi rischiano di fondare una corrente comune. Potere del congresso aperto, dove il rimescolìo delle aree va incrociato con le barriere geografiche.
Sotto il Garigliano, Gaber è più ascoltato che alla Bovisa, ma cos’è la destra ma cos’è la sinistra, e Michele Emiliano e De Luca, i due governatori dem sudisti che hanno in curriculum un numero di attacchi al Pd non inferiore ai colleghi del centrodestra e una varietà di alleanze politiche paragonabili al M5S, cercano da tempo un candidato in proprio, forse perché eleggendo un loro segretario smetterebbero almeno di sfotterlo pubblicamente mentre gestiscono i loro feudi fuori da ogni controllo politico nazionale. Il resto della sinistra interna dovrebbe puntare direttamente su Schlein, scelta destinata a creare altre strane coppie, come quella che riunirà il vicesegretario uscentePeppe Provenzano e Dario Franceschini. A Franceschini in molti sono pronti a rimproverare la mossa del cavallo, accusandolo di spostarsi su una candidata lontana dalle sue posizioni. Eppure l’ex ministro dellaCultura rischia di non avere tutti i torti quando agli interlocutori che gli chiedono conto dei suoi orientamenti congressuali spiega: «Secondo voi, chi vuole che tutto resti com’è, vota Bonaccini o votaSchlein?». La questione può essere presa ancora da più lontano: cosa è davvero nuovo e cosa no?
Ieri, per dire, si è riunito il comitato costituente per discutere la Carta dei valori. Si tratta di scrivere la costituzione del Pd allargato e rifondato, che i dem dovrebbero condividere prima di eventualmente scannarsi sulle tesi congressuali. All’incontro, dove la maggior parte dei membri del comitato partecipa a distanza, parla Enrico Letta, che in questa fase cerca di fare l’arbitro non giocatore, e dà solo indicazioni di metodo.
Poi interviene l’ex ministro Roberto Speranza e dice che nella Carta deve essere chiaro l’intento del Pd di «espungere il liberismo che si è insinuato al suo interno». Andrea Orlando gli dà ragione. La giovane Caterina Cerroni cita Lenin. I membri orientati a votare Bonaccini tacciono ma escono dalla riunione determinati a minacciare di non votare la Carta qualora, dicono, dovesse diventare la vittoria a tavolino di una linea sull’altra. Una Carta dei principi votata a maggioranza, del resto, sarebbe una contraddizione in termini. Il Pd anti-liberista è più nuovo del Pd liberista? Per Schlein sì, per Bonaccini no, per gli altri candidati dipende, soprattutto dalle correnti che dovessero scegliere di appoggiarli. Lo stesso liberismo è diventato un’altra cosa da quando hanno cominciato a citarlo col prefisso “neo”. Magari la speranza è che funzioni anche per i partiti: il neo Pd. Si presta pure al gioco di parole: il neo è un difetto o un segno di bellezza?
L'Amaca
Dalla marsina alla t-shirt
DI MICHELE SERRA
Come spiega, con esemplare nettezza, Riccardo Luna nella sua ultima “Stazione futuro”, Elon Musk è molto popolare tra i suoi colleghi miliardari perché è un vero e proprio iper-padrone:“arriva, licenzia oltre la metà dei dipendenti, abolisce lo smart working, chiede e ottiene da chi resta di lavorare senza limite di orario, cambia la maglietta aziendale da Stay Woke — slogan della campagna dei neri d’America che invita a stare in guardia sui diritti — in Stay at Work, stai a lavoro”. Ovvia postilla, la simpatia ieri per Trump, oggi per Ron De Santis, astro sorgente della destra americana nerboruta.
Se il profilo è fedele al personaggio, e lo è, la vera domanda non è perché Musk sia molto ammirato dagli altri straricchi della top ten: si tratta della più classica solidarietà di classe. La vera domanda è come sia possibile che centinaia di milioni di fan, in tutto il mondo, ne abbiano fatto un idolo, un mito, un modello da emulare, una specie di Messia della religione tecnologica; senza che la sua brutalità padronale (se non vi piace la definizione, suggeritene una più calzante) sollevi non dico ostilità, ma perlomeno diffidenza.
La vecchia immagine del padrone in cilindro e marsina delle vignette socialiste di un secolo fa era figlia dell’ideologia e della sua rigidità. Ma l’attuale popolarità di Musk, e degli altri iper-padroni in t-shirt, è figlia della dabbenaggine post-ideologica, incapace di aguzzare la vista di fronte a sperequazioni di reddito stellari, da epoca dei faraoni. Nessun merito può spiegare la mostruosa catasta di miliardi sulla quale siedono i giovani padroni techno. Vale a spiegarla, piuttosto, il demerito: la reverente mediocrità delle folle che adorano chi le sottomette.
giovedì 1 dicembre 2022
L'Hood Travagliato
dooH niboR
di Marco Travaglio
I moniti di Mattarella sono come il placebo: ti illudi che ti curi, invece è acqua fresca. Prendiamo l’ultimo, spacciato dai media per un j’accuse al governo Meloni-Condoni. Stampa: “Evasione fiscale, l’altolà del Colle”, “La moral suasion del Quirinale”. Rep: “Mattarella difende la lotta contro l’evasione”. Corriere: “Mattarella sull’evasione fiscale: ‘Tema centrale del Pnrr, non si cambierà’”. Messaggero: “Mattarella rassicura la Ue: ‘Sull’evasione fatto molto’”. In effetti, avendo firmato un anno fa il condono fiscale di Draghi e ora la legge di Bilancio meloniana con 10 condoni fiscali, tetto ai pagamenti cash a 5 mila euro e niente multe a chi non fa pagare fino a 60 euro col Pos, ha fatto molto anche lui: a favore dell’evasione, però. Se avesse voluto dare l’“altolà”, non avrebbe firmato la manovra. Se avesse esercitato la moral suasion, avrebbe avvisato per tempo: o levate le 12 norme-vergogna, o niente firma. Invece ha fatto come Napolitano e i coccodrilli: ha mangiato tutto, poi s’è messo a piangere.
Ma i presidenti della Repubblica, da vent’anni a questa parte, sono più ineffabili dei papi, quindi nessuno nota la contraddizione. Eppure, a smentire le panzane del governo avallate dal Colle, basta la Relazione tecnica della stessa manovra Meloni: i nuovi condoni fiscali – camuffati da “tregua fiscale” da chi s’è inventato il condono edilizio di Conte – non solo non porteranno un euro allo Stato, ma rapineranno 3,6 miliardi in nove anni, di cui 1,6 nel 2023. Un tempo si diceva che facevano schifo, ma almeno facevano cassa: ora la svaligiano. Lo Stato non solo abbuona un sacco di soldi dovuti da chi non ha pagato: ma, anziché guadagnarci, ci rimette. Dal do ut des Stato-evasori si passa al do, punto. E chi dà? Gli onesti che pagano le tasse, le multe e le more. Gli onesti pensionati che si vedono bloccare la rivalutazione. Gli onesti lavoratori dipendenti che pagano aliquote fino al 43% contro il 15% degli autonomi fino a 80 mila euro. E gli onesti poveri che non trovano lavoro, un tempo “disoccupati” e ora “occupabili” nella neolingua della destra meno sociale e più iniqua d’Europa. Siccome però il diavolo si annida nei particolari, nella Relazione c’è una coincidenza interessante. Lo stralcio delle cartelle esattoriali 2000-’15 sotto i 1.000 euro costerà allo Stato 784 milioni (è falso – come dice la premier – che fossero inesigibili e costasse di più riscuoterle che annullarle: si annullano anche crediti residui che i contribuenti stavano saldando a rate e quelli a stralcio nell’ambito della Rottamazione-ter di Draghi). E levare il Reddito ai disoccupati farà risparmiare 734 milioni. Quindi, come Robin Hood alla rovescia, il governo preleva 734 milioni dalle tasche dei poveri per darne 784 agli evasori. I 50 mancanti arriveranno cash, in nero.
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