sabato 13 agosto 2022

Consiglio mediatico

 

Video stazione


Tutti quelli che passeranno dalla stazione meneghina prendano dei ceci, vi si inginocchino sopra, si cospargano abbondantemente il capo di cenere e, con un ritmo da bonzo, ripetano in modalità loop: 

"Colpa mia, colpa mia, colpa mia, se questa mummia è ancora qui a scassarmi gli zebedei con le sue baggianate! Colpa mia, colpa mia, colpa mia!"

Ciao Piero!



Un saluto ad un grandissimo divulgatore scientifico qual era Piero Angela, unico sino alla fine, con questa lettera aperta preparata a tempo debito che ci lascia un invito speciale, di fare ognuno di noi la propria parte per il nostro paese. 
Ciao Piero!


Travaglio e Schifani


A Schifani finisce
di Marco Travaglio
La pur lodevole mobilitazione contro la famigerata fiamma nel logo di FdI rischia l’effetto boomerang come la campagna del 1993-’94 contro B. “Cavaliere Nero” perché alleato col “fascista” Fini. Fini fece la svolta diuretica di Fiuggi, definì il fascismo “male assoluto” e lasciò gli antifa senza parole, mentre la destra più impresentabile d’Europa faceva disastri che non c’entravano nulla col Duce, ma molto con malaffari, interessi privati e collusioni mafiose. Trent’anni dopo siamo daccapo. Tutti a parlare della fiamma e degli spostati che salutano romanamente, nessuno a ricordare i veri motivi che rendono questa destraccia – sempre la stessa, leader a parte – pericolosa. Nessuno tranne la destraccia, che in Sicilia scarica Musumeci per candidare Schifani. Musumeci è un vecchio fascistone, militante antimafia e soprattutto incensurato. Schifani, a lungo indagato per mafia e poi archiviato, è imputato per rivelazione di segreti a Montante, il noto prenditore e finto eroe antimafia condannato a 8 anni in appello per associazione per delinquere.
I dettagli della carriera giudiziaria di Renatino li trovate a pag. 3. A me capitò di parlare su Rai3 dei suoi rapporti con personaggi poi condannati per mafia e di fare una battuta sullo scadimento delle istituzioni nel 2008, quando divenne presidente del Senato. Rep mi attaccò e l’interessato mi fece causa. Il Tribunale civile mi diede ragione sulle liaisons dangereuses e m’impose un risarcimento di 16mila euro per la battuta. Ora che il nostro si candida alla Regione, dopo che gli amici pregiudicati Dell’Utri&Cuffaro si son ripresi il Comune di Palermo, ho riletto la sentenza. C’è scritto che i suoi rapporti societari con personaggi poi condannati per mafia sono “vicende di sostanziale verità”. E “deve chiedersi a chi ricopre incarichi pubblici l’assenza di zone d’ombra nella propria storia professionale, o, perlomeno, una rivisitazione critica di eventuali inconsapevoli contatti avvenuti in passato con soggetti, oggetto di indagini giudiziarie anche successive, che ne hanno dimostrato l’inserimento (o quanto meno la contiguità) in organizzazioni criminali operanti in un territorio identificabile quale proprio bacino elettorale”. Giusto dunque denunciare “la sua indegnità a ricoprire la seconda carica dello Stato per via delle sue passate e appurate frequentazioni”. Tanto più che Schifani mentiva anche nell’atto di citazione, tentando di ingannare il giudice con affermazioni che “non corrispondono a verità”. Siamo così combinati che, se fosse eletto, potrebbe persino riuscire nell’ardua impresa di far rimpiangere il predecessore fascista.

Ps. La Russa dice che Schifani è stato scelto in una “rosa di tre nomi” proposta da B.. Non osiamo immaginare gli altri due. 

venerdì 12 agosto 2022

Dal giornale azienda

 

Le ombre del Ventennio

DI EZIO MAURO

Davvero qualcuno pensava che Giorgia Meloni potesse arrivare al voto come candidata della destra alla premiership italiana senza affrontare pubblicamente il tema del fascismo? Solo lo smarrimento democratico di un Paese infastidito dal dovere di fare i conti con la sua storia, immemore del costo e del valore dell’opposizione armata alla dittatura e incosciente del legame tra quella resistenza e la riconquista della libertà, può spiegare il ritardo e la sottovalutazione per un atto che fa parte dei doveri di ogni personaggio politico, soprattutto quando deve spiegare il suo passato: è il rendiconto.

Meloni ha taciuto fino all’ultimo, forse ritenendo che la nettezza della sua scelta atlantica, senza reticenze anche nel sostegno all’Ucraina contro la Russia, potesse far scolorire il tema del fascismo, depotenziando l’obbligo di fare chiarezza sulle ascendenze culturali, sulle eredità politiche e sulle valutazioni storiche di una giovane leader, possibile premier di una grande democrazia occidentale. La geografia contro la storia, insomma, la geopolitica al posto dell’ideologia. Ma non è così, perché l’atlantismo non è soltanto un’alleanza militare che identifica un campo, ma è l’adesione a una cultura costituzionale e a un sistema istituzionale che si chiama Occidente. E la scelta dell’Occidente comporta la valorizzazione di una serie di principi e di valori fondanti di quell’identità storica, che si riassumono nella coscienza di una civiltà comune a Europa e America, uniti nella condivisione del destino della democrazia.

L’atlantismo non è gratis, dunque, come la tessera omaggio di un club, ma comporta degli obblighi, come la consapevolezza del legame tra gli Stati nazionali e la Ue, tra l’Unione e gli Usa, tra l’Occidente e la democrazia.

Giudicare il fascismo significa appunto assumere la democrazia come criterio occidentale. È a questo passaggio che era attesa la presidente di Fratelli d’Italia. E francamente non si capisce perché tanta difficoltà e tanto tempo siano stati necessari per affrontare la questione, rispetto alla sicurezza e alla risolutezza con cui si è decisa l’opzione internazionale del primo partito della destra. In fondo, si trattava di parlare di democrazia: una leader che si affaccia dalla cima dei sondaggi per chiedere il consenso degli italiani alla sua premiership (perché di questo si tratta) dovrebbe avvertire l’urgenza e la premura di fare chiarezza su questo punto fondamentale, per non lasciare zone d’ombra non tanto sul suo passato, ma sul suo futuro. Chiarire significa affrontare in modo trasparente tutte le contraddizioni di una vicenda politica, per scioglierle. La giovane età non spiega tutto da sola, come ha preteso per anni Meloni, perché la distanza anagrafica dal fascismo non è una scelta, e non giustifica la vicinanza culturale negli anni del Msi e di Alleanza nazionale, né ci dice cos’è rimasto di quell’esperienza e di quella eredità. E ancora oggi c’è da spiegare la persistenza di quella fiamma mussoliniana nel simbolo di Fratelli d’Italia: e la tolleranza per i gruppi di estrema destra che frequentano gli appuntamenti pubblici di partito, per i loro rituali e per il loro saluto romano.

È evidente che Meloni doveva spiegare, e dare finalmente il suo giudizio sulla dittatura del Ventennio. Lo ha fatto con un metodo mutuato dal Berlusconi delle origini, il video registrato in proprio (in questo caso in tre lingue, francese, inglese e spagnolo) e inviato direttamente ai giornalisti stranieri, evitando ogni contraddittorio e qualsiasi domanda, come se la vera ansia fosse quella di chiudere l’argomento, non di spiegarsi. Nel messaggio c’è una condanna esplicita, chiara e senza ambiguità di due aspetti del regime, «la soppressione della democrazia» e «le infami leggi anti-ebraiche». Ma tutto è declinato al passato, un recente passato innominabile, perché porta il nome di Gianfranco Fini: «La destra italiana ha consegnato il fascismo alla storia ormai da decenni», ha detto Meloni, ricordando quelle due condanne, riassunte e potenziate in realtà dal giudizio di Fini allo Yad Vashem sul «fascismo male assoluto», che oggi viene taciuto.

Tutto è già avvenuto, dunque: ad opera di altri.

Ma allora non c’era più nulla da aggiungere: e infatti Meloni, nel momento in cui si propone per guidare il Paese, non sente il bisogno di una parola in più, di una parola sua, di un giudizio autonomo, e chiude il capitolo pronunciando in tre lingue un giudizio altrui. Come se l’Italia non avesse diritto a spiegazioni e non meritasse risposte, visto che non fa più domande, dopo vent’anni di banalizzazione del fascismo.

Questa reticenza politica, questa difficoltà democratica, questa ineffabilità storica indicano un nodo non risolto e segnalano un limite. C’è poco tempo ormai, ma forse è sufficiente per un ultimo discorso nella lingua assente, l’italiano, trovando le parole che mancano per un giudizio spontaneo, autonomo, autentico di Giorgia Meloni sul fascismo di ieri e sulla democrazia di oggi: per capire cosa ci aspetta domani.

Ekkoloqui!

 


Eh purtroppo Fausto ha ragione! Pare finita quella stagione supercazzolosa dove i compagni lavoravano e Fausto magnava, e bene. Per fortuna la pensione e gli agi gli permettono ancora di frequentare luoghi altisonanti pregni di contesse e duchi, ma il suo cuore, sappiamo bene, palpita per le rivendicazioni sociali, e tra una verticale e l'altra di Krug, Faustino soffre nel vedere che il popolino annaspa e non sa più a che santo votarsi. Ci fosse ancora lui sì che la musica cambierebbe anche oggi, con il suo portaocchiali a far da faro, le sue intramontabili azzeccagarbugliate a rischiare questo mondo cattivo! 

Faustino e il suo amarcord ci inducono a pensare, sbadatamente, che il tempo in cui germogliavano gli araldi del proletariato come lui, fosse una mastodontica presa per il culo, pacchianamente alimentata da quell'élite con la puzza sotto il naso benestante e adorante luoghi alla Capalbio per intenderci, dove il saper filosofare rappresentava, e rappresenta, il badge per accedere ai sontuosi privilegi che hanno indorato la vita di molti faustini, ancora presenti purtroppo in queste lande, non ultimo il Grissino Fassino ancora pervicacemente alla ricerca dell'ennesimo scranno dorato.

Enrico Berlinguer aprì una via maestra, dignitosa, irreprensibile, sana, aggregante, indefessa, imparziale. Dalla sua scomparsa in avanti si è assistito ad un imbarbarimento dell'ideale di sinistra, con abbracci a banche, multinazionali, a collusioni con destre e simil destre, con afflati con orchi ignobili, scorribande invereconde per rimanere saldi al potere, e questa piaggeria ha agevolato l'arrivo di palloni gonfiati alla BimboMinkia, autore della definitiva distruzione di tutto quello che le passate generazione eressero a difesa dei lavoratori, fino ad oggi dove abbiamo da poco assistito al famigerato accordo con un nano ciarlante al 3,6% che si è fatto beffe dell'attuale appisolato segretario, sfanculandolo pubblicamente. 

Ma Faustino tra un party e l'altro si è salvato in tempo dallo spauracchio dell'estinzione, ritirandosi a vita agiata e inducente in lui probabilmente pure qualche sghignazzo rigorosamente rosso pompeiano. 

Cin Cin Faustino!     

Sbottatura

 


Lesson One!

 

L’avete voluta voi
di Marco Travaglio
Non passa giorno senza un appello contro l’avvento di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi e di questa bella destra al governo. Appelli sacrosanti, se non fosse che molti firmaioli e indignati speciali han lavorato cinque anni per quest’obiettivo. Nel 2018 il Pd ancora renziano e i giornaloni al seguito, gruppo Espresso-Repubblica e Corriere in testa, alzarono il fuoco di sbarramento contro il governo 5Stelle-Pd: meglio gettare il M5S fra le braccia di Salvini, così avrebbe fallito e i suoi voti sarebbero tornati al Pd. Invece non fallì, anzi. Nel Conte1 fece riforme mai fatte dalla sinistra: dl Dignità, Reddito, quota 100, spazzacorrotti, blocca-prescrizione, voto di scambio, taglio dei parlamentari, revisione di concessioni autostradali e grandi opere inutili. Ma il giochino era ignorarle o demonizzarle: il Pd votava contro e la grande stampa dipingeva M5S e Lega come “due destre” gemelle e “populiste”, pompando il “capitano” Salvini, noto nullafacente (le sceneggiate contro le Ong, i dl Sicurezza e null’altro): sempre con l’astuto calcolo che gli elettori 5S sarebbero tornati all’ovile Pd. Invece quelli in fuga si astennero o votarono per la Lega, che alle Europee 2019 balzò dal 17 al 34% e i 5Stelle crollarono dal 33 al 17.
In agosto Salvini fece harakiri e nacque il Conte2 (M5S-Pd-Leu), fra gli strali di Repubblica-Espresso, Corriere e intellighenzie varie, che tifavano Salvini. Rep pareva la Padania: “Elezioni subito (ma c’è chi dice no)”. Il vero nemico non erano le destre, ma i 5Stelle. Il Conte2 fece altre cose buone: niente aumento Iva di 21 miliardi, manette agli evasori, cashback, superbonus, Green new deal, più soldi a sanità e scuola, gestione esemplare di Covid e ristori, 209 miliardi di Recovery. Ma la grande stampa inventava ogni giorno pretesti – il Mes, i Dpcm, i ritardi nelle conferenze stampa, la pochette e altre stronzate – per screditare il premier elogiato nel mondo e popolarissimo in Italia, appoggiando i sabotaggi renziani e le manovre dei poteri marci per Draghi. Quando Conte cadde, i sondaggi davano lui e i giallorossi competitivi contro le destre screditate da errori e orrori sulla pandemia. Ma al voto si preferì la geniale opzione Draghi, che riportò al governo e all’onor del mondo gli sputtanatissimi B. e Salvini, regalò 8 punti a FdI unica opposizione e ne levò 5 al M5S. Erano tutti contenti, quelli che ora lanciano l’allarme nero: i Sambuca, le Concite, i Politi, i De Angelis, i Damilani, i Giannini, i Severgnini, De Benedetti (“Pur di liberarci di Conte, ben venga Berlusconi”). Hanno persino plaudito a Letta perché scaricava Conte per assicurarsi quel bocconcino di Calenda senza neppure riuscirci. E adesso non si capisce di che si lamentino. L’avete voluta la Meloni? Pedalate.