venerdì 24 giugno 2022

Spiegazione

 


Appello Travagliato

 

Alziamo le voci
di Marco Travaglio
Lo vediamo tutti, ogni giorno: con la scusa della guerra dopo quella del Covid, molti diritti costituzionali sono calpestati o minacciati. Oltre alla democrazia parlamentare e alla pace, è sotto attacco l’unica ragione sociale del Fatto: la libertà di espressione e di informazione. La calpesta la Russia, uccidendo giornalisti e chiudendo testate dissidenti. La calpesta la nostra alleata Turchia, spegnendo ogni voce di opposizione. La calpestano Usa e Gran Bretagna, perseguitando Julian Assange per un terribile delitto: il giornalismo. In Italia la censura impiega armi più subdole e all’apparenza innocue, ma altrettanto efficaci contro il dissenso: la gogna pubblica e le liste di proscrizione fabbricate dai Servizi e poi rivedute e corrette da grandi quotidiani. Sempre più spesso, interpellando intellettuali dissenzienti, ci capita di sentirci rispondere che preferiscono tacere per non finire linciati sui media con tanto di foto segnaletica, o per non avere noie da università ed editori. Anche il Fatto, per aver osato ricostruire la storia della guerra civile ucraina culminata il 24 febbraio nell’aggressione criminale di Putin e ricordare l’Articolo 11, è finito nel tritacarne dei “putiniani”. E qualche lettore è rimasto disorientato. Come se un quotidiano che non ha mai preso un euro dallo Stato italiano potesse vendersi al regime russo, su cui in 13 anni non ha mai scritto una parola se non di condanna. Ora purtroppo i fatti confermano ciò che nelle prime settimane scrivevamo quasi da soli, sempre offrendo un ventaglio polifonico di opinioni diverse. E molti nostri calunniatori pubblicano analisi simili alle nostre sull’esigenza di salvare il salvabile dell’Ucraina con un ragionevole compromesso che porti a una pace duratura.
Intanto le conseguenze economiche della guerra si fanno sentire. Per tutti. Molti lettori ci scrivono allarmati dai costi dell’energia e della vita: perciò abbiamo studiato un’offerta di abbonamento particolarmente scontata. Ma anche noi, non avendo santi in paradiso, subiamo i rincari della carta e la crisi delle edicole. Perciò ci appelliamo alla nostra comunità di lettori perché ci sostenga con l’abbonamento o con l’acquisto quotidiano. Un appello unito all’unico servizio che sappiamo offrire: un po’ di informazione in più, con la serata speciale “La guerra alle idee” che anticiperà la festa di settembre (anche quest’anno a Roma, ma di nuovo in presenza). Lunedì, dalle ore 21, in diretta streaming sul sito e sui canali Facebook e Youtube del Fatto, le nostre firme che da quattro mesi commentano la guerra si alterneranno in un confronto a più voci, che sarà poi disponibile in forma scritta in una sezione dedicata su FQ Extra per gli abbonati e i sostenitori dell’evento. Vi aspettiamo in tanti. Grazie a tutti.

Chapeau Serra!

 

L’amaca
Questa non è una pizza
DI MICHELE SERRA
A proposito della pizza di Briatore, darei non so che cosa per leggere Gianni Mura, un giorno di questi. Come i veri grandi gastronomi amava le bettole di qualità (che erano i suoi posti del cuore) e rispettava i ristoranti stellati. Si trovava a suo agio ovunque la cuoca o il cuoco fossero capaci di mettere nel piatto, a parte il talento, l’anima. Il prezzo non gli metteva soggezione, era una variante “tecnica” da valutare, certo non un ingrediente di quello che si mangiava.
Chez Briatore, invece, il prezzo è proprio un ingrediente della pizza. Una specie di aura sociale, un biglietto di ingresso tra “quelli che possono”. E dunque non è, il dibattito sulla sua pizza, un dibattito sulla pizza. È un dibattito su come sarebbe preferibile passare il proprio tempo.

Mangiare (e vestirsi, viaggiare, insomma vivere) a scopo dimostrativo non è la sola maniera di farlo, e secondo me nemmeno la migliore. Pochissimi dei clienti dei posti che frequento, e che frequentava Gianni Mura, posterebbero la loro cena sui social, moltissimi di quelli che vanno nei locali di Briatore lo fanno, e la differenza è quasi tutta qui. L’intero apparato dimostrativo che innerva il lavoro di quelli come Briatore è anche ciò che lo qualifica, e pazienza se la pizza è buona, non è quella la sua funzione. La pizza di Briatore ha una funzione di inclusione sociale per tutti quelli che credono che mangiare la pizza di Briatore sia un punto di arrivo.
Se Gianluca Vacchi aprisse un negozio di scope di saggina, non è per la qualità della saggina che in molti farebbero la coda per entrare. Questo per dire che le prove d’assaggio, e l’accanita disputa sul prezzo degli ingredienti, mi sembrano fuori tema. Briatore non vende pizze, vende tentativi di emulazione.

giovedì 23 giugno 2022

Brutto epilogo

 


Gran bella domanda!

 

Finlandia nella Nato vuol dire missili Usa di fronte alla Russia
DI ALESSANDRO ORSINI
L’ingresso della Finlandia nella Nato, per quanto sia un progetto in costruzione, preoccupa molti pacifisti, i quali si domandano quali siano i pericoli per le generazioni future. La domanda non è peregrina. Occorre infatti sapere che, a differenza di ciò che generalmente accade in politica interna, le decisioni in politica internazionale si fanno spesso sentire dopo decenni. Così, ad esempio, l’ingresso nella Nato dei Paesi dell’Europa dell’Est è avvenuto tra il 1999 e il 2004, ma Putin ha invaso l’Ucraina soltanto nel 2022 per allontanare un esercito nemico dai confini nazionali. Allo stesso modo, l’abbattimento di Gheddafi è avvenuto nel 2011, ma la penetrazione della Turchia in Libia, conseguenza di quell’abbattimento, è avvenuta nel gennaio 2020 per respingere l’assedio del generale Haftar contro Tripoli. Ne consegue che la decisione di far entrare la Finlandia nella Nato potrebbe dare i suoi frutti avvelenati tra diciassette anni, quando i nostri bambini di un anno avranno l’età giusta per andare in guerra. Orbene, cerchiamo di capire perché la Nato apra le porte alla Finlandia proprio ora. La risposta possiamo trovarla soltanto ricorrendo al metodo storico comparato, ovvero ponendo a confronto il modo in cui la Nato ha assorbito i Paesi dell’Est Europa nel 1999 e nel 2004: Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca (1999) e poi Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Bulgaria, Slovacchia e Slovenia (2004).
In entrambi i casi, la Nato ha proceduto all’assorbimento di questi Stati in un momento di tragica debolezza della Russia, vale a dire quando la Russia, pur essendo contraria a quell’integrazione, non aveva le forze per opporsi. Non entro in dettagli, che ho disseminato nel primo capitolo del mio libro Ucraina. Critica della politica internazionale (Paper First) in cui ho ricostruito le relazioni conflittuali tra la Russia e la Nato dal 1999 al 2022. Mi limito a ricordare che, nell’agosto 1998, la Russia era andata in bancarotta ed era da poco uscita sconfitta dalla prima guerra in Cecenia (1994-1996). Nel 1999, sotto Eltsin, la Russia era a pezzi economicamente, politicamente e militarmente, oltre che tragicamente dipendente dai dollari americani. Nel 2004, sotto Putin, aveva iniziato la sua ripresa, ma era ancora esangue. La Nato ha così approfittato di questa debolezza per espandersi ai danni della Russia. Oggi tocca alla Finlandia giacché Putin, impantanato in Ucraina, non ha le forze per aprire un nuovo fronte. Non possiamo prevedere il futuro, ma possiamo certamente azzardare una previsione probabilistica basata sull’esperienza storica: quando e se la Russia si riprenderà economicamente e militarmente dalla guerra in Ucraina, quasi certamente attaccherà la Finlandia se questa ipotizzasse di installare i missili della Nato, che poi sono i missili americani, sul proprio territorio. Questo è uno dei grandi temi quasi mai toccato nel dibattito italiano: l’avanzamento della Nato è sempre l’avanzamento degli Stati Uniti per due ragioni. La prima è che le decisioni strategiche della Nato vengono prese dalla Casa Bianca e la seconda è che le armi della Nato sono armi americane: sono gli Stati Uniti che decidono che cosa fare delle bombe atomiche sul territorio italiano. Tutto questo ci consente di giungere alla seguente conclusione: il problema della Russia non è l’avanzamento della Nato verso i propri confini nazionali, bensì l’avanzamento dell’esercito americano. Una volta chiariti i termini della questione, e ribadendo la nostra fedeltà alla “scuola del sospetto” di Nietzsche, Marx, Freud e Pareto, la domanda con cui vogliamo contribuire al dibattito culturale sulla geopolitica in Italia è la seguente: è strategicamente giusto o sbagliato che Putin voglia impedire all’esercito americano di spingersi ai confini della Russia?

mercoledì 22 giugno 2022

Perché?



Mi domando il perché di questa scellerata presa di posizione! Rimanere nell’accozzaglia significa andare incontro ad una fine certa.

Articolo perfetto

 Ecco l'articolo della rivista "Rolling Stone" che condivido pienamente! 


Rolling Stones, i ragazzi irresistibili a San Siro

Ieri sera Jagger, Richards e Wood hanno mostrato come si tiene vivo il rock quando hai superato da un pezzo l'età pensionabile, «alla faccia di chi ci vuole male». Non sono ventenni che suonano rock, loro sono il rock

di CLAUDIO TODESCO 

Arriva sempre il momento in cui un concerto dei Rolling Stones diventa un grande concerto dei Rolling Stones. Non accade alla prima, alla seconda o alla terza canzone. Bisogna saper aspettare. Steve Jordan, che sostituisce Charlie Watts alla batteria, dice che prima devono capire come suona quel palco, come suona il pubblico. Sono un vecchio meccanismo a orologeria che ci mette un po’ per partire. Prima che succeda, possono sembrare disuniti. Quando accade, il livello d’eccitazione s’impenna.

Ieri sera a San Siro quel momento è arrivato dopo una dozzina di canzoni, quando hanno fatto Midnight Rambler, il pezzo ispirato allo strangolatore di Boston. Lì s’è capito tutto. Che vale la pena aspettare prima che succeda qualcosa di fenomenale. Che l’energia non è più quella d’una volta, ma ci si può passare sopra. Che c’è un modo per portare avanti un’eredità come la loro anche se sei azzoppato e hai inevitabilmente perso la sfrontatezza giovanile. Che non puoi avere sempre tutto, come dice la canzone, ma qualcosa di grande ogni tanto sì, se quel qualcosa, quel frammento di musica vale il repertorio di mille altri artisti.

Negli ultimi trenta e passa anni i Rolling Stones hanno contribuito alla definizione di che cos’è un concerto in uno stadio anche dal punto di vista dell’allestimento scenico. Non è questo l’aspetto cruciale di Sixty. È vero che Mick Jagger va avanti e indietro su un coloratissimo palco di 55 per 16 metri sagomato lungo le curve della lingua-logo del gruppo, con una passerella che s’estende in platea e tre grandi schermi che trasmettono grafiche (poche e poco significative per gli standard odierni) e immagini live (tante, a beneficio di chi è lontano), ma spettacolo lo fa soprattutto la musica, lo fanno loro. Gli schermi sono fondamentali in apertura, quando trasmettono vecchie immagini di Watts, omaggio asciutto e senza retorica al batterista morto dieci mesi fa. Sarà per via della sua scomparsa, dell’età che avanza, del Covid di Jagger che stava mandando tutto all’aria, del fatto che si celebrano i 60 anni d’attività, sarà per la sensazione che si stia vivendo tutti quanti la fine di un’epoca, fatto sta che lo show a San Siro è sembrato speciale anche solo per il fatto che ha avuto luogo.

C’è un’immagine che non dimenticherò facilmente: Mick Jagger inginocchiato nel tondo della passerella durante Midnight Rambler e Keith Richards che s’avvicina alle sue spalle suonando un blues che sa di morte e pericolo. È stata una versione talmente blues, quella di Midnight Rambler, da contenere la citazione di Come On in My Kitchen di uno dei musicisti da cui tutto è cominciato, Robert Johnson. Non che prima non sia successo niente, tutt’altro. Partiti maluccio, anche a causa del suono impastato, gli Stones hanno recuperato mettendo nella musica certe fantastiche venature soul e con una serie di ballate con dentro qualcosa di struggente, come quando Richards fa il controcanto sfasato a Jagger in Dead Flowers e ogni cosa sembra tornare al proprio posto.

Lui e Jagger hanno messo assieme la band giusta, sul palco sono in tredici, compresi Bernard Fowler e tre coriste di cui una, Chanel Haynes, ha duettato con Jagger in una Gimme Shelter carichissima, con alle spalle le immagini e la bandiera dell’Ucraina a ricordarci che anche nel 2022 la guerra “is just a shot away”. Sono stati i musicisti a prendersi ad esempio Miss You, specialmente il bassista Darryl Jones e i sassofonisti Karl Denson e Tim Ries. Né ovviamente è mancato il repertorio: il nucleo dei pezzi che gli Stones suonano è sempre lo stesso, ma quanti altri musicisti rock al mondo possono mettere in fila sei canzoni come quelle che hanno chiuso il concerto, da Start Me Up a Satisfaction? E poi questo è il tour dei 60 anni, un po’ di greatest hits ci sta. Quando vai a vedere un gruppo come questo, non ascolti solo la band in quel momento, sei suggestionato inevitabilmente dalla storia che si porta appresso e dal tuo rapporto con quelle canzoni. Voglio dire che gli Stones non sono ventenni che suonano rock, loro sono il rock, nel senso che questa roba l’hanno inventata – partendo dal blues, è chiaro, ma questo è un altro discorso.

Quel che è mancato semmai è lo strano groove che li ha resi grandi, un po’ anche per colpa di un suono chitarristico enorme e gracchiante, a tratti quasi heavy, con la decisione dissennata di tenere la chitarra di Keith Richards sparata talmente alta da tagliare le altre frequenze, o almeno è quello che s’è sentito nella tribuna davanti al palco, secondo anello. O forse è uno stratagemma per supplire con un eccesso di volume alla mancanza di quel ritmo scattoso a cui si muoveva un tempo la loro musica, quel ballo imprevedibile fatto d’anticipi e ritardi, l’intreccio fra le chitarre e la batteria, la sinfonietta rock fatta di spasmi elettrici che ieri sera s’è sentita solo a tratti. È stato comunque un concerto memorabile, con canzoni-happening come You Can’t Always Get What You Want e un Jagger in forma, che sa ancora parlare di sesso e vita con la voce e con il corpo – ora è il Covid che ha il Long Jagger.

Il cantante ha parlato praticamente solo in italiano: «Che bello tornare qui a Milano», «questo è il nostro primo tour europeo senza Charlie e ci manca tantissimo», «che bello essere di nuovo su palco anche se è più caldo del quinto girone dell’inferno», «cinquantacinque anni fa abbiamo fatto il primo concerto in Italia, grazie di essere ancora qui con noi». Richards s’è limitato a poche parole tra cui il suo classico «alla faccia di chi ci vuole male», un’espressione imparata dall’amico Guido Toffoletti. Guardandolo ieri sera m’è venuta in mente un’altra cosa e mai avrei pensato di scriverla a proposito di uno degli Stones, gente che ha fatto e visto di tutto, che se n’è fottuta di tutto e di tutti: l’ho trovato quasi tenero. Messo da parte il mito, le leggendarie trasgressioni, il fascino del male con cui un tempo giocavano trasformandolo in età matura in suggestione fumettosa, oggi gli Stones sono adorabili furfanti ultrasettantenni, ragazzi irresistibili (nel senso di Neil Simon), spavaldi come sempre, ma più fragili.

Da alcuni anni ormai i Rolling Stones sono l’avanguardia senile del rock’n’roll. Quando hanno cominciato a far dischi e andare in giro nessuno, nemmeno loro, pensava che sarebbero durati a lungo. Si credeva che quella follia sarebbe finita nel giro di pochi anni e poi tutti di nuovo a rigare dritti e fare una vita normale. E invece eccoli qua. Loro, Bob Dylan, Paul McCartney e pochi altri che ancora portano in giro spettacoli che non sono triste revival stanno mostrando come si tiene viva questa musica quando hai abbondantemente superato l’età della pensione e sai che non ti restano molti anni di vita. È un esperimento culturale che avviene sotto i nostri occhi.

Ognuno lo fa a modo suo. Bob Dylan suonando a ripetizione fino ad annullare il mito nel mestiere. Paul McCartney abbracciando il pubblico con la storia pop più larga e condivisa di sempre. Gli Stones portano avanti la loro eredità con le forze che hanno, coi riflessi che hanno, con le dita che hanno – mi riferisco all’artrite di Richards. Uscendo dallo stadio mi sono detto: forse ho assistito a una prova di resistenza, a una sfida a chi molla più tardi, fra loro e la vita. A giudicare da quel che ho visto, la morte li coglierà vivi. Che invidia.

Set list:

Street Fighting Man

19th Nervous Breakdown

Tumbling Dice

Out of Time

Dead Flowers

Wild Horses

You Can’t Always Get What You Want

Living in a Ghost Town

Honky Tonk Women

You Got the Silver (cantata da Keith Richards)

Connection (cantata da Keith Richards)

Miss You

Midnight Rambler

Start Me Up

Paint It Black

Sympathy for the Devil

Jumpin’ Jack Flash

Gimme Shelter

(I Can’t Get No) Satisfaction