giovedì 5 maggio 2022

Pino e i perfetti ritratti

 


Schröder, che portò il gas russo al popolo (e i benefit a se stesso)

L’EX CANCELLIERE TEDESCO DELLA SPD - Orfano di padre, morto in guerra con la Wehrmacht, scalò i socialdemocratici fino ad arrivare a guidare il governo. Putin e Gazprom gli offrirono una vita dorata. Oggi però è malvisto anche nella sua Germania

DI PINO CORRIAS

Al bel tempo che fu, Vladimir Putin offrì a due stelle dell’Europa politica le chiavi della slot machine che a ogni giro del giorno suona le tre campanelle di Gazprom che pompa la linfa negli ingranaggi produttivi d’Occidente e in cambio incassa stratosferici guadagni per la gloria dello Zar e dei suoi oligarchi: un miliardo di euro al giorno, tutti i giorni dell’anno.

Il primo era Romano Prodi, ex presidente del Consiglio italiano, e pure ex presidente della Commissione europea. L’altro era Gerhard Schröder, ex cancelliere tedesco che aveva appena lasciato le chiavi della Germania alla irresistibile ascesa di Angela Merkel.

Prodi, che ha sempre avuto un angelo custode dossettiano, declinò con un “Per carità, no grazie”. Mentre Schröder, in perfetta etica protestante, per nulla scalfita dalle paturnie socialdemocratiche sul conflitto d’interessi, chiese l’essenziale: “Quanto?”.

Era il 2005. Stava convolando a nozze con la sua quarta moglie, penultima di cinque, e il quanto avrebbe agevolato l’imminente trasloco nella nuova vita, a 61 anni, evviva gli sposi. Il quanto lo fece sorridere: 600 mila euro l’anno dalla Rosneft, altri 250 mila dal consorzio Nord Stream 2, due ingranaggi societari del gas russo, più spese, capricci e premi. Che comprendevano l’uso dei jet della compagnia, l’apparato di sicurezza, la foresteria all’87esimo piano del grattacielo di cristallo di Gazprom a San Pietroburgo, un ufficio ad Hannover. Il tutto senza intaccare il suo vitalizio da ex Cancelliere: 9 mila euro al mese di pensione, più una segreteria e lo staff.

L’ingaggio avvenne in modalità calciomercato, coerente con la passione di Schröder per il suo Borussia, squadrone che lo annoverava tra le tessere oro della tribuna vip. Neanche il tempo di sfilarsi la maglia di Cancelliere che già gli offrivano quella di presidente del Consiglio di sorveglianza del gasdotto che aveva raddoppiato durante i suoi 5 anni di governo, 1998-2005, vedi mai le coincidenze. A onor del vero, Schröder tentennò il tempo di una doccia e quello di ricevere sul proprio cellulare la telefonata del suo amico Vladimir che non aveva tanta voglia di scherzare: accetti o mi devo offendere?

Due settimane dopo, Schröder – come un qualunque senatore di Rignano – si era già accomodato al cospetto del sultano, servitore del colosso energetico russo che nei successivi 17 anni ha reso sempre più indispensabile all’economia tedesca, italiana, europea, assecondato da tutto l’establishment dell’era Merkel, fino a garantire il 55 per cento del fabbisogno energetico della locomotiva tedesca. Il che ha voluto dire gas illimitato e a buon prezzo, ma anche dipendenza illimitata, che non è mai un buon prezzo. Specialmente da quando le spallate della Russia sono diventate sempre più perentorie, prima ai confini della Georgia, anno 2008, poi a quelli della Crimea, cancellati con l’annessione, anno 2014. Per diventare – tralasciando gli avvelenamenti dei dissidenti – la valanga di acciaio del 24 febbraio scorso, quando ha varcato quelli dell’Ucraina con il fuoco e le fiamme dei carri armati, dei missili, le fosse comuni. Guerra canaglia come tutte le guerre.

Con l’Europa che, da un giorno all’altro, si è ritrovata a recitare due parti nella tragedia: armare la resistenza ucraina, in nome del diritto dei popoli, e insieme finanziare l’aggressione russa, in nome delle rispettive catene produttive.

Schröder ha provato a fare il pesce in barile, “questa guerra è un errore”, ma aggiungendo che anche i cancellieri precedenti, Willie Brandt e Helmut Schmidt avevano varato gasdotti che passavano persino nel sottosuolo della Guerra fredda. Lui si è limitato a incrementarli per garantire i fatturati della manifattura tedesca e i pasti caldi all’intera Germania.

Dedicandogli una doppia pagina, il New York Times ha scritto che Schröder sta diventando un paria in patria. Il Parlamento tedesco vorrebbe revocargli il vitalizio. Mentre lo staff si è revocato da solo con dimissioni a catena. Ma se i suoi ex amici pensano di turbarlo con gli addii e gli attacchi, non hanno fatto i conti con la sua biografia di ferro. “Non faccio mea culpa. Non fa per me”.

Come il suo amico Putin, anche Gerhard viene dalla strada. Nasce nel 1944 in una famiglia povera della Bassa Sassonia, genitori segnalati come “elementi antisociali”. La madre analfabeta fa la donna delle pulizie. Il padre, soldato della Wermacht muore in battaglia in Transilvania senza avere mai visto l’ultimo nato dei suoi cinque figli battezzato Gerhard Fritz Kurt.

L’infanzia è una battaglia che combatte per strada. Lo raddrizzano il lavoro in un ferramenta e la scuola serale. Lo salva la politica. E poi gli studi di Giurisprudenza. Diventa segretario dei Giovani socialisti a vent’anni, avvocato a 27, deputato al Bundestag a 35. Si trasferisce a Hannover, poi a Berlino. Scala il partito. Nel 1998 vince le elezioni con i Verdi, battendo Helmut Kohl. Diventa Cancelliere promettendo lotta alla disoccupazione, protezione sociale, investimenti nelle imprese. Nei suoi cinque anni di governo si oppone agli interventi armati degli Usa in Medio Oriente e nel 2002 si sfila dalla “Coalizione dei volenterosi” voluta da Bush figlio che decide di invadere l’Iraq, spianando con fuoco e fiamme le città e i villaggi, come in ogni guerra canaglia, anche se dai divani occidentali non si vedevano i morti e le macerie.

Detestato da sempre dagli americani, Schröder è stato l’artefice del riavvicinamento della Germania con la Francia e specialmente con la Russia del suo amico Putin, “un impeccabile democratico”.

Oltre alla politica, ama le donne e il lusso. Veste italiano. Beve francese. Fuma cubano. Gioca con il suo passato da duro e per il suo congedo dal governo ha scelto My Way di Frank Sinatra come colonna sonora della festa.

Oggi che i tempi si sono fatti cupi, la velocità con cui si è messo al servizio di Putin fa crescere a tanti il sospetto che lo fosse anche prima. Ogni giorno riceve attacchi da stampa e tv. Il Borussia gli ha revocato la tessera oro. Persino il suo partito non vede l’ora di cancellare la sua ombra lunga. Che minaccia non tanto il passato, quanto il presente, visto che è stato proprio Olaf Scholz, l’attuale Cancelliere, il suo migliore allievo. E fino a ieri, il suo pupillo, che oggi vorrebbe voltargli le spalle, ma senza spegnere il gas.

Meditate gente, meditate!

 

Tecnica e capitale, le nostre guerre

IL MODELLO “PARANOICO” - Schiacciata dal “produci, consuma, crepa” l’umanità non riesce a raggiungere mai un momento di equilibrio, di pace, di serenità: deve salire subito un altro gradino

DI MASSIMO FINI

“In un mondo dove il male è di casa e ha vinto sempre, dove regna il capitale oggi più spietatamente”

(Don Chisciotte, Francesco Guccini)

La vicenda ucraina si è rapidamente trasformata in una guerra ideologica: fra “mondo libero” e quello che libero non è. Lo ha detto chiaramente, fra gli altri, Silvio Berlusconi alla convention di Forza Italia: “Soltanto 2 miliardi di esseri umani vivono in condizioni che si possono definire libere e democratiche, secondo il modello occidentale. Gli altri 6 miliardi, cioè i ¾ della popolazione mondiale, sono governati da dittature, da sistemi autoritari o comunque si trovano a vivere in condizioni di insufficiente libertà politica e insufficiente libertà economica e civile”.

Insomma bisogna scegliere: o di qua o di là. O con l’Occidente o contro l’Occidente o comunque fuori. Il termine “Occidente” fa rabbrividire perché ricorda quelle grandi agglomerazioni senza volto, Eurasia, Estasia, Oceania, di cui parla Orwell in 1984. Diciamo, per semplificare al massimo, perché sul tema si sono spese intere biblioteche, che nella civiltà occidentale sono garantite alcune libertà civili negate nei sistemi dittatoriali o autoritari. A cominciare dalla libertà d’espressione che però molto spesso è più formale che sostanziale perché chi esce dal seminato viene demonizzato, emarginato, silenziato. “Canta nel vento” per ricordare una bella canzone di De André in morte di Luigi Tenco. Ma è sempre meglio che essere sbattuti a Ventotene o in Siberia.

Però credo che il “mondo libero” debba fare qualche riflessione su se stesso. Ha creato un modello di sviluppo, indubbiamente attraente e potente tanto da aver sfondato in culture in origine lontanissime dall’iperattivismo liberista, come quella cinese (al fondo del pensiero cinese c’è la “inazione”, cioè la non-azione di Lao Tse, Il Libro della Norma) e indiana. Questo modello di sviluppo è fondato sulla supremazia dell’Economia e della Tecnologia rendendo l’uomo una semplice “variabile dipendente” da questi due moderni Iddii. In questo senso gli uomini che vivono nei “mondi liberi” o in quelli autoritari sono sulla stessa barca: i totalitarismi cinese o russo non sono che dei capitalismi di Stato, con tutte le antinomie del capitalismo propriamente detto. È un modello che ho definito “paranoico” perché non permette di raggiungere mai un momento di equilibrio, di pace, di serenità: salito un gradino bisogna farne immediatamente un altro e poi un altro ancora, all’inseguimento di una sempre sbandierata ma impossibile felicità finché “morte non ci separi” (è il “produci, consuma, crepa” dei CCCP). L’uomo è stato degradato a consumatore. Fra i tanti paradossi di questo modello paranoico c’è che noi oggi, si viva in un mondo libero o in uno autoritario, non produciamo più per consumare, ma consumiamo per poter produrre.

È un’antinomia che era già stata notata, con un certo suo stupore, da Adam Smith che pur è uno dei padri del modello liberista. Gli uomini nella loro stragrande maggioranza sono diventati degli “schiavi salariati” e, per dirla con Nietzsche (chi era costui?), un mondo che postula l’uguaglianza e ha bisogno di legioni di “schiavi salariati” è un mondo che ha perso la testa. E noi l’abbiamo persa da tempo. Siamo diventati degli impiegati della Tecnica e dell’Economia. Nel “mondo libero” nessuno, a parte eccezioni così esorbitanti da risultare insultanti (Bezos, Musk), è veramente libero, padrone di se stesso. Facciamo un paragone con gli infamati “secoli bui”. I contadini e gli artigiani del Medioevo non avevano padroni sul capo, avevano la loro vita nelle proprie mani, nel tranquillo ruminare delle stagioni (le corvées che tanto scandalizzano i moderni erano roba ridicola come nota ancora Adam Smith). Non esisteva, per quanto a noi possa sembrare sorprendente, la disoccupazione. “Che cosa sarebbe successo in un’economia tradizionale, preindustriale, se su un campo su cui vivevano dieci persone si fossero accorti che otto erano sufficienti a coltivarlo tutto e al meglio, mentre il lavoro dei due, i ‘marginali’, era superfluo? Li avrebbero cacciati a pedate nel sedere dicendogli di andarsi a cercare impieghi più produttivi? Nient’affatto. Si sarebbero divisi il lavoro in dieci, approfittando del tempo così guadagnato, che non è ancora il nostro sinistro ‘tempo libero’, eterodiretto, per andare all’osteria, a giocare ai birilli, a corteggiare la futura sposa” (Cyrano se vi pare…). Noi abbiamo invece usato la tecnica per sbattere fuori dal mondo del lavoro quelli in sovrappiù, per andarsi a cercare impieghi ancora più subordinati, umilianti e feroci.

Nevrosi e depressione nascono con la rivoluzione industriale colpendo prima la borghesia (Freud) e in seguito l’intera comunità. Noi tutti oggi basculiamo fra nevrosi e depressione. Il fenomeno della droga, sconosciuto nel mondo premoderno, è sotto gli occhi di tutti. E fermiamoci qui, per pietas.

In un recente articolo sul Fatto (27/4) il sociologo De Masi ha richiamato Martin Heidegger che negli anni Trenta ha posto il problema cruciale dell’ambiguità della Tecnica che però va accoppiato, nel mio pensiero, all’Economia e alla Pubblicità il vero motore dell’intero sistema (basta collegare i servizi drammatici che ci vengono dall’Ucraina con gli spot televisivi che immediatamente li seguono per capire ciò che dico).

Ricorda De Masi sunteggiando Heidegger: “L’Occidente ha convogliato nello sviluppo tecnologico tutta la volontà di potenza dell’uomo, trasformandola in fine a se stessa. Così facendo ha trasformato il mondo in apparato tecnico e noi tutti in impiegati di questo apparato”. È ciò che da tempo, salendo sulle spalle robuste di Heidegger, sostengo anch’io. Sul tema si è esercitata anche una delle menti italiane più lucide, Umberto Galimberti (Psiche e techne). Anche Galimberti è estremamente critico nei confronti della Tecnica, ma sostiene che la Tecnica è un fatto cui non ci si può opporre. Io sto sul versante opposto. Come lo scudiero de Il settimo sigillo di Bergman, mi ribello.

L'Amaca

 

La libertà dello sciacallo

DI MICHELE SERRA

Ormai, nel girovagare quotidiano tra le notizie online, faccio lo slalom (un percorso accurato, caparbio) per evitare i tanti video di scontri verbali, polemiche insolenti, risse televisive. È un genere che già in tempi normali umilia e disgusta, ma adesso che la morte e il dolore hanno una evidenza quotidiana, questi rissanti a rischio zero mi sembrano i parassiti di una tragedia molto più grande di loro, in groppa alla quale provare il brivido della storia restando però bene al riparo dai suoi colpi.

Cerco anche di limitare il dosaggio delle immagini di guerra — ben altro format — perché vederne troppe mi fa sembrare osceno il consumo compulsivo della morte altrui, e le mutilazioni, le case diroccate, le città sventrate. Cerco scampo, come in un riparo di fortuna, nei rari luoghi immuni dalla guerra e dal dibattito sulla guerra. Le notizie sulla natura, per esempio: non me ne perdo una.

Ieri ho visto tre volte il filmato dello sciacallo dorato ricomparso da qualche anno in Italia (proveniente da Est) e da qualche mese stabile nell’Appennino Parmense, dove è stato ripreso da una videocamera nascosta.

Ho perfino temuto — cliccando tre volte sulla stessa notizia — di incrementare incautamente la popolarità di quel canide schivo e leggero, con il muso aguzzo del lupo e la coda gonfia della volpe, che vive bene, come molti animali selvatici, quanto più lontano da lui rimane l’uomo. Mi sono sentito sciacallo pure io prendendo atto che in certi giorni anche la mia navigazione online tende a evitare, in ogni sua forma, la presenza umana.

Riotta

 Non dirò niente sull'articolo qui sotto allegato di Gianni Riotta. 

Lascio a voi di farvene un'opinione. 


Le ombre del pacifismo da Hitler all’Ucraina

DI GIANNI RIOTTA

È solo una passeggiata dei tedeschi nel loro giardino di casa» disse Philip Kerr, XI Marchese di Lothian, quando Adolf Hitler, nel 1936, fece occupare dall’esercito la Renania. E per l’aristocratico inglese, l’idea che i nazisti fossero “vittime” da redimire dell’arroganza occidentale, durò a lungo: «Hitler è un visionario, non un gangster», ripeteva nei memorandum diplomatici al premier britannico Chamberlain e al ministro degli Esteri Eden, anticipando il giudizio che l’ex presidente americano Trump formulerà su Putin: «Un genio!».

Il marchese Kerr incontrò Hitler e, tornato a Londra, dettò parole che echeggiano think tank, editorialisti e leader di oggi, certi che svendere i confini dell’Ucraina blandirebbe Putin: «Non bastano guerra e sanzioni economiche contro la Germania… i tedeschi si sentono pari alle grandi potenze, come loro naturale diritto». Quando Chamberlain firma i patti di Monaco con i nazifascisti, Monaco 1938, il marchese di Lothian giubila: «Che capolavoro… si possono dunque far progredire i nazisti, esistono altre strade per capirsi, oltre la guerra…».

Anche in America pacifisti, neutralisti, docenti, esperti di strategia, prelati e giornalisti cattolici si indignano contro i “guerrafondai”, cioè chi si preoccupa dell’offensiva di Germania, Italia, Giappone. Il 17 settembre 1939, a guerra appena scoppiata in Europa, padre Charles Coughlin, popolare monsignore cattolico e conduttore radiofonico dalle stazioni WINS e WMCA, 20 milioni di ascoltatori, in casa e in parrocchia, incita i fedeli a «una marcia della pace, per mobilitare l’esercito della pace » e stoppare l’intervento del presidente F.D. Roosevelt contro i dittatori. Accusato di antisemitismo, per aver lanciato il pamphlet di odio dei Protocolli dei Savi di Sion e diffuso disinformazione nazista, spacciata da interviste, monsignor Coughlin si difende con la battuta arcinota: «Io? Ma se ho amici ebrei!».

I cartelli dei pacifisti che, anziché battersi per la pace, coprirono le aggressioni negli anni Trenta e Quaranta, arrivano fino a noi, nella risacca di ipocrisia: «Armiamo la Gran Bretagna? Prolunghiamo la guerra! », «Volete combattere? Andate al fronte!». La corte di intellettuali, firme e predicatori che cavillano, ieri sulle ingiustizie subite dai tedeschi, ora su quelle patite dai russi, illude l’opinione pubblica, con spocchia da Pilato, che svendere i diritti umani sia “pacifista”. Anche il Mahatma Gandhi, confuso dalla ferocia del tempo, cedette il realismo della storia a un illusorio, mistico, amore universale, ammonendo gli inglesi al fronte «Questo massacro deve cessare! State perdendo, se vi ostinate, prolungherete solo le stragi… dopotutto Hitler non è crudele… » e, ancor più bizzarramente, gli ebrei durante l’Olocausto: «Se fossi ebreo e vivessi inGermania… sfiderei i tedeschi a uccidermi o gettarmi nelle segrete… la sofferenza volontaria vi darebbe forza e gioia…». È ingiusto, per noi, irridere quelle voci e quei proclami che ci appaiono grotteschi e violenti, visto che i protagonisti non avevano certo le nostre prospettive storiche, ma è giusto invece chiederci perché i loro toni melliflui, distensivi verso i dittatori e aspri verso i leader democratici, rimbalzino dalle radio a galena ai podcast, dai comizi di piazza con ciclostile e volantino a Instagram, Twitter e la nuova piattaforma social Mastodon, mantenendo intatta la disinformazione tossica.

Quando America First, movimento pacifista e neutralista che, alla vigilia del secondo conflitto mondiale, accende università, media e politica negli Usa, accusa il presidente Roosevelt di essere “guerrafondaio”, molti animi saranno pure stati in buona fede. Gli esiti, alla luce della realtà, sono tragici. L’11 settembre 1941, a tre mesi dall’attacco di Pearl Harbor, Charles Lindbergh, eroe dell’aria per la prima trasvolata New York-Parigi, e fondatore di America First, grida a Des Moines, Iowa: «Gli ebrei americani devono opporsi alla guerra, non chiederla! Sarebbero loro i primi a subirne le conseguenze! La tolleranza è virtù di pace, non sopravvive alla guerra». Vale a dire, e sembra di ascoltare un’intervista a Lavrov o la manifestazione di Santoro, Messora, Freccero di qualche giorno fa, le vittime devono subire, in silenzio, pena maggiori sofferenze. Come nel 2022, cattedre, titoli, fama, prime pagine si contendono la “Tribuna della Resa”, camuffata con l’ulivo della pace, applaudendo la neutralità farlocca di America First, in prima fila l’architetto geniale Frank Lloyd Wright, i futuri presidenti Kennedy e Ford, il fondatore dell’organizzazione umanitaria Peace Corps, Sargent Shriver. Di nuovo, accusare chi, con raziocinio e compassione, denuncia la ferocia russa e riconosce la pena delle vittime, di “mettersi l’elmetto”, caricatura toccata a sinistra al segretario Pd Enrico Letta, fa incassare Like e appla usi interessati. Domani, nelle università, parrocchie, redazioni, circoli politici e diplomatici neutralisti costerà vergogna, rimorsi, desiderio di amnesia.

Già!

 


Antonio

 

Quel signore putiniano che veste bianco
di Antonio Padellaro
Ieri il sito di Repubblica, a corredo del titolo: “No ai talk show, il rifiuto dei ricercatori: mai più in tv con i propagandisti russi”, ha messo la foto del professor Alessandro Orsini. Mi dispiace ma non sono d’accordo poiché anche se per quella testata un Orsini si porta su tutto – dalle accuse di nazismo, a quelle di putinismo e, tempo al tempo, di polpottismo e satanismo – ritengo una grave manipolazione della realtà non avere effigiato come si meritava il più formidabile “propagandista russo” in circolazione. Chi, infatti, ha avuto l’ardire di sostenere che l’“ira” di Vladimir Putin sia stata “non provocata ma facilitata forse sì”? Arrivando al punto di dire che “forse l’abbaiare della Nato alla porta della Russia” ha indotto il capo del Cremlino a reagire male e a scatenare il conflitto? Abbaiare: chi osa adoperare un simile linguaggio giustificazionista? Forse neppure un Orsini, un Montanari, un Santoro si sarebbero spinti a tanto. E chi, a proposito delle forniture occidentali, soprattutto italiane, delle armi agli ucraini afferma che “il commercio degli armamenti è uno scandalo e pochi lo contrastano”? Fiorella Mannoia? Sabina Guzzanti? Vauro?
E chi è che con tipico pacifismo capitolardo riesuma un dimenticato episodio di alcuni anni fa: il rifiuto di alcuni lavoratori del Porto di Genova di trasferire un carico di armi su un grande cargo diretto nello Yemen? Con queste esatte parole: “Hanno detto: pensiamo ai bambini dello Yemen. È una cosa piccola ma un bel gesto. Ce ne dovrebbero essere tanti così”. Un chiaro invito alla insubordinazione, alla renitenza, all’imboscamento: cosa si vuole di più? E allora, colleghi di Repubblica, nel registrare il “rifiuto dei ricercatori” a mescolarsi con i pifferai di Putin, non ritenete molto più congruo allegare alla notizia l’immagine che meglio vi si adatta? Quella dell’autore delle frasi sopra riportate, colto in flagrante intelligenza col nemico, disposto perfino a recarsi a Mosca dal criminale macellaio? Perché dunque non mettere la foto di quell’anziano signore vestito di bianco che si affaccia benedicente alla finestra di piazza San Pietro? E che parla di pace.

Mitica!

 

Com’è sexy il conflitto per i giornalisti italiani
DI DANIELA RANIERI
Lo avrete notato: non basta più criminalizzare, diffamare, putinizzare chiunque coltivi un pensiero che si discosta dalla linea ufficiale, mediatica e governativa, di più armi e più guerra; è in atto un’operazione di abbellimento della guerra che va di pari passo con un’eticizzazione del conflitto, già inteso come lotta tra il Bene e il Male da entrambe le parti (gli Usa salvatori del mondo libero; il patriarca Kirill con la sua teologia dell’Apocalisse).
Mentre il premier britannico Johnson in collegamento col Parlamento ucraino dice, rovesciando il Churchill del discorso alla Nazione del 18 giugno 1940, che questa non è l’ora più buia, ma “l’ora più bella per l’Ucraina, per la sua indipendenza e libertà” (parole vuote, aria fritta, a fronte dei cadaveri presenti e futuri), sui media si torce il linguaggio allo scopo di rendere attraente e glamour l’orrore della guerra. Oggi i mercenari si chiamano “volontari”, o “contractors” (la guerra come una specie di Erasmus dei carrarmati). Su Twitter giornalisti, deputati e opinion leader liberali vanno in visibilio per la notizia (lanciata da media ucraini) di un carico speciale dalla Spagna contenente armi e cibo (salsicce, dolcetti) griffati dalla Regina Letizia, che avrebbe anche inserito di sua mano tra le granate un biglietto affettuoso: “Vi auguro la vittoria!”. La sorpresina monarchica rende chic anche le armi più micidiali. I settimanali femminili promuovono la moda delle t-shirt militari a imitazione di quella di Zelensky e della presidente del Parlamento europeo Metsola in visita a Kiev: bisogna arrivare al conflitto sexy e preparate.
Sentimentalismo e irrazionalismo, tipici dell’interventismo dannunziano prima e della retorica mussoliniana poi, necessitano di persuasione, seduzione, minimizzazione del nefasto, enfasi epica. Occorre abbindolare le masse e gratificarle con un dolcetto ideologico (il miraggio delle colonie da depredare, allora; la libertà e la democrazia europea da salvare, oggi), senza indugiare troppo sui mezzi per ottenerlo. La differenza è solo di registro: il nevrastenico culto della guerra novecentesco si è trasformato in un bellicismo da divano nichilista e spiritoso, portato avanti da giornalisti-cabarettisti che vogliono “aiutare l’Ucraina” se occorre fino all’ultimo ucraino. Ragionare, non espungere la complessità dal discorso, è sospetto, per chi privilegia il fare sul parlare (la “ciarla vana” di Mussolini): meglio il vitalismo della “bella morte” che il rischio di pensare. Si continua a dire che si aiuta chi combatte per la libertà europea, anche dopo che il segretario alla Difesa Usa Austin ha detto che lo scopo dell’invio di armi all’Ucraina è “indebolire la Russia”. La sottovalutazione del pericolo nucleare, accarezzato dai commentatori in trance bellica come fosse un bluff di Putin che vale la pena andare a vedere, è un tratto irrazionalistico. Forse è il tratto essenziale – atomico e apocalittico – dell’irrazionalismo. Quando è il fatalismo in un destino ineluttabile a guidare le scelte dei governanti, come se non ci fosse alternativa, si è già nel sonno della Ragione. Questa retorica si fonda sul presupposto che “noi” agiamo per conto del Bene e che la resistenza ucraina sia uguale alla Resistenza italiana contro il nazifascismo, cioè che Putin sia il nuovo Hitler. Come ha spiegato il filosofo Edgar Morin su Repubblica (che inspiegabilmente non l’ha messo tra i proscritti anti-Nato e filo-Putin), Putin non è Hitler. Piuttosto, “siamo in un mondo dominato dagli antagonismi tra le superpotenze e consegnato a deliri etnici, nazionalisti, razzisti e religiosi”. Il delirio necessita di una finta razionalizzazione per realizzarsi. Senza alcun imbarazzo, sui nostri media si mischiano elogi della democrazia con la mistica del sacrificio dei soldati nazisti dell’Azov, talmente eroici da asserragliarsi sotto le acciaierie di Mariupol con una folla di civili come scudo; il loro uso delle svastiche è puramente ludico e ricreativo: leggono Kant e sono coccolati dai media che ne ospitano le mogli piangenti in tour europeo davanti alle telecamere.
Diceva Walter Benjamin che l’estetizzazione della politica è un tratto inequivocabile del fascismo. Quanto più ha intenti totalitari, tanto più la politica cerca di mantenere inalterati i rapporti di proprietà, il cui cambiamento gioverebbe alle masse; per farlo, somministra loro dei contentini estetici: arte di bassa qualità, intrattenimento e, oggi, storie Instagram, pseudo-notizie, mistica della vittoria. Putin ha represso la libertà promettendo al popolo il riscatto degli antichi valori per mezzo di una “operazione militare speciale”. L’Occidente ci sta trascinando dentro una catastrofe nucleare in nome di una finta libertà. È di qualche rilevanza che la proprietà dei mezzi di produzione culturale sia in molti casi in capo alle stesse persone che guadagnano dall’industria che produce armi.