Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
sabato 9 aprile 2022
Ad esempio
L'Amaca
E se saltassero un turno?
di Michele Serra
Nei tigì della Rai lo spazio per la politica italiana è assai ridotto, la guerra si prende, a mano armata, almeno metà del tempo. E dopo un quarto d’ora di case sventrate, cadaveri, missili, l’arrivo della raffica di dichiarazioni di partito, compresse per la fretta di impilarle una sull’altra, suona ancora più sbiadita del solito.
Lo stacco tra una tragedia storica e il siparietto serale dell’onorevole che in sei secondi, magari nel tragitto tra Montecitorio e il ristorante, deve dire la sua sulla tragedia storica, è abissale. Per giunta aggravato dalla qualità, generalmente alta, dei servizi degli inviati di guerra con il giubbotto antiproiettile. È probabile che almeno la metà dei dichiaranti colga la difficoltà di comparire, senza preavviso, in coda al macello: sente la trascurabilità della parte che il copione gli assegna. E preferirebbe, in cuor suo, saltare un turno, anche due o tre.
Ma il tran tran ormai pluridecennale non lascia tregua, l’onorevole Tizio teme che, se lui rinuncia, invece Caio parla, ognuno ha il suo posto assegnato, in quel carosello: è uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pure farlo.
La politica è un mestiere difficile, dunque non si vuole infierire su chi, magari per spirito di servizio, si presta ad apparire, come il cucù dal suo orologio, nei tigì della sera. Può essere d’aiuto, però, rivedersi il giorno dopo (è molto professionale, rivedersi), e concludere che era meglio imboccare un vicolo e non farsi trovare dalla troupe; o lamentare un mal di testa o un mal di denti invalidante, come fanno gli studenti impreparati per rimandare l’interrogazione. Scoprirsi impreparati o inadatti, a qualunque età, può spalancare le porte dell’autocoscienza.
Daje Marco!
Lo Scemo osceno
di Marco Travaglio
Quando abbiamo scritto che i morti di Bucha sono quasi certamente vittime dei russi, ma che la ricostruzione minuziosa della strage – qualunque esito darà l’indagine indipendente – non sposterà di un millimetro il giudizio sulla guerra, come non lo sposteranno le atrocità ucraine (sempre più frequenti anch’esse), lo Scemo di Guerra Collettivo ci tacciò di putinismo. Poi il Dipartimento di Stato Usa disse di non avere elementi certi: putinista? Poi Francesca Mannocchi (Stampa) spiegò a La7 che la fossa comune accanto alla chiesa è il cimitero del vicino ospedale che, non potendosi celebrare funerali, getta lì i corpi dei caduti: putinista? Poi il sottosegretario ai Servizi, Franco Gabrielli, dichiarò che “al momento riteniamo che sia stato un eccidio, ma sulle responsabilità dobbiamo essere molto cauti. Se ci sono situazioni che possono essere rappresentate in maniera diversa, la lesione alla credibilità di una narrazione è devastante”: putinista? Poi si scoprì che i famosi “boia di Bucha” non erano mai stati lì. E molti osservano che i cadaveri ai bordi della strada sono privi di sangue, in condizioni incompatibili con una permanenza di quasi un mese, a distanze troppo regolari per essere morti lì. Altri notano l’assurdità di ordinare contemporaneamente di occultare i cadaveri nelle fosse comuni e di esibirli in strada. Come scrivemmo il primo giorno, l’unica certezza è che quegli esseri umani sono morti, quasi certamente per mano russa, perché la guerra è questo (basta leggere Gino Strada): 9 morti civili su 10. E chi è più bravo (o più creduto) sui media li usa a proprio vantaggio, mentre nasconde i propri (8 anni di orrori del nazi-battaglione Azov in Donbass chi li ha visti?).
Da quel giorno i negoziati sono evaporati. La parola d’ordine è quella dell’invaso invasato Kuleba: “Armi armi armi”. Biden e i suoi Lukashenko europei illudono Zelensky che sta vincendo, Putin batte in ritirata e, se tutto va bene, l’Ucraina (già sull’orlo del crac prima della guerra) invaderà presto la Russia. E ci prepariamo alla pioggia di fuoco incrociata nel Sud-Est con dieci, cento, mille Bucha. Sempre a scapito dei civili: più li armiamo, più è difficile distinguerli dai militari. Domenico Quirico (Stampa) dice che “Biden non vuole trattare con Putin, ma rovesciarlo. La sua guerra è diversa da quella europea: non gliene importa niente dell’Ucraina” (putiniano anche lui?). I veri amici di Putin sono proprio i suoi finti nemici: quelli che mandano altri tank e promettono la Nato pure alla neutrale Finlandia, così i pochi russi che ancora non si bevevano la propaganda di Putin sull’accerchiamento atlantico ora ci credono. L’elmetto è l’ultima maschera dello Scemo di Guerra per nascondersi meglio.
venerdì 8 aprile 2022
Scusate!
Dopo aver sfogliato giornalacci tutte le mattine che mi raccontano quello che i loro padroni gli impongono di dire, a parte il Fatto, devo apprendere da un comico, Crozza, quest’incredibile ed inaudita notizia, verificata perché talmente allucinante che ammetto non ci credevo: che cioè quel vecchietto sonnolento a stelle e strisce che s’arricchisce con questo conflitto, che chiede di portare Putin davanti al tribunale internazionale, è il presidente degli Stati Uniti che a suo tempo non ratificarono il trattato per la creazione dello stesso tribunale, per paura di finirci loro stessi davanti, per le nefandezze compiute in ogni dove???!!! Mi sorge spontaneo Joe, mi sale dal cuore, giuro: ma vaffanculo!
Superba!
Disertori da aria condizionata: la lotta di Draghi a noi viziati
DI DANIELA RANIERI
Va bene che la complessità è putiniana, ma abbiamo il sospetto che il presidente Draghi abbia semplificato un po’ troppo le cose, nella sua diciamo conferenza stampa sul Def (“diciamo”, perché continua a recensire le domande e a usare il sarcasmo quando sarebbe obbligato a un registro più rigoroso). Rispondendo a Carlo Di Foggia su quale sia la posizione del governo in merito al blocco dell’import di gas russo e se c’è un piano per gestire il razionamento dei consumi energetici, ha detto: “Ci chiediamo se il prezzo del gas possa essere scambiato con la pace. Lei cosa si risponde: preferisce la pace o il condizionatore acceso?”. Rinunciare al gas russo, per Draghi, equivale a privarci di qualche comfort. Non voler entrare in guerra, scenario che si sta preparando attraverso una campagna stampa martellante e manipolatoria, significa voler stare al fresco mentre gli ucraini crepano. Lungi da noi spiegare a Draghi le conseguenze economiche del blocco del gas. Quel che interessa è capire come si permetta di prenderci tutti per scemi. La costante del suo modo di comunicare a quel popolo che è stato chiamato a governare per scienza infusa è una desolante sottovalutazione degli interlocutori: lui proferisce il verbo, quasi sempre ambiguo e sibillino; il giornalista che ha fatto la domanda incassa e porta a casa col dileggio dei fan draghisti, sedotti dalla sua albagia; il popolo subisce, intortato ex cathedra.
Draghi è forte in finanza e debolissimo in oratoria. Ricorderete quando disse: “Il Green pass dà la garanzia di ritrovarsi tra persone non contagiose” (s’è visto). O che si faceva somministrare il cosiddetto cocktail vaccinale, Pfizer dopo il poi ritirato AstraZeneca, perché aveva gli anticorpi bassi (mentre gli altri anziani non presidenti del Consiglio potevano tranquillamente rifarsi Az). O quando si candidò al Quirinale pretendendo di dettare la maggioranza che ne sarebbe seguita. Attenzione al frame che si sta cercando di imporre: opporsi al riarmo e all’inasprimento delle sanzioni alla Russia deriva dal capriccio da viziati di voler stare al fresco sul divano mentre piovono bombe russe (magari prendendo pure il reddito di cittadinanza). Ogni dubbio, ogni indugio, è una forma di collaborazionismo con Putin. Si dà ad intendere che fare a meno del gas russo voglia dire privarci del superfluo, non chiusure delle fabbriche, disoccupazione, arresto dei consumi, aumento dei prezzi, recessione, collasso di ospedali, scuole, magazzini, forniture, trasporti, etc. L’Alto Rappresentante per la Politica Estera della Ue Borrell ha detto che in un mese di guerra abbiamo finanziato l’Ucraina con 1 miliardo, e ne abbiamo dati 35 alla Russia per il gas. Le menti semplici ne inferiscono: allora smettiamo di prendere il gas dalla Russia e diamo più armi all’Ucraina! È il tipico pensiero binario di chi non si misura con le conseguenze delle proprie azioni. Se il governo intende affamare la Russia dovrebbe spiegare che l’obiettivo si raggiunge solo affamando prima l’Italia. Invece colpevolizza chi non condivide la propaganda bellicista, indicato come responsabile della prosecuzione della guerra. Siamo alla caccia al disertore con aria condizionata. Dopo aver adorato e perpetrato per decenni un modello di sviluppo di crescita abnorme con cui si sono sfruttate persone e risorse, la crema della crema neoliberista viene a dire ai cittadini (anche ai 6 milioni di poveri che non possono fare due pasti al giorno, figuriamoci refrigerarsi) di darsi alla decrescita felice sudando un po’. Ricordate? “È il momento di dare, non di prendere” (chiediamo ai nostri lettori di farci sapere se in tasca gliene è venuto qualcosa): trionfo del populismo in bocca al Migliore, il banchiere socialdemocratico, l’allievo di Federico Caffè che Keynes (autore de Le conseguenze economiche della pace) l’ha studiato, ma forse dimenticato all’ingresso degli uffici (condizionati) di Goldman Sachs.
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