venerdì 8 aprile 2022

Superbo!

 

Il tecnico del gas
di Marco Travaglio
Finora, nella crisi ucraina, Draghi non toccava palla. Poi l’altroieri l’ha toccata, ma per tirarla nella sua porta, che purtroppo è anche la nostra. È stato quando ci ha detto che “sull’embargo al gas russo seguiremo le decisioni della Ue” e ci ha posto l’aut-aut “fra la pace e i condizionatori accesi”, costringendoci a scegliere fra due possibili reazioni. La più irresistibile: una pernacchia. E la più faticosa: prenderlo sul serio. Proprio perché è lui, tentiamo la seconda. L’embargo sul gas russo, da cui dipendiamo per il 46,6%, ci costerebbe fino a 2,3 punti di Pil (75 miliardi), cioè crescita zero, metano a 200 /kwh, mezzo milione di disoccupati in più, migliaia di aziende che chiudono. Una cosetta, che però ingrasserebbe gli Usa. Dunque Draghi annuncia che, “se l’Ue ci propone l’embargo sul gas, noi saremo ben contenti di seguirla”. Ben gentile. Ma l’Ue non siamo anche noi, anzi soprattutto noi, da quando le gazzette draghiane ci assicurarono che la neopensionata Merkel passava lo scettro del comando a SuperMario? Qualcuno glielo dica: l’Ue sei tu, torna a bordo, cazzo!
Al nostro Di Foggia che osa fargli una domanda il premier risponde piccato: “Preferisce la pace o il condizionatore acceso? È questa la domanda che ci dobbiamo porre”. Veramente la domanda che ci dobbiamo porre è come sia possibile che uno che parla così venga scambiato da 14 mesi per un fenomeno, anzi il Migliore.
1) Come gli rammenta un basito Lucio Caracciolo, “non esiste l’alternativa pace-gas: non ricordo un conflitto di qualche rilievo interrotto da sanzioni e i russi hanno dimostrato di saper rinunciare a moltissimo pur di non perdere una guerra”. A furia di sanzioni inflitte dai governi che han fatto come o peggio di lui in Serbia, Afghanistan, Iraq e Libia, Putin è balzato all’83% di consensi.
2) Il premier è lì per risolverci i problemi, non per illustrarceli come se stesse al bar per farli risolvere a noi e farci pure sentire in colpa come sabotatori della pace perché accendiamo lo split.
3) In un referendum tra pace e condizionatori, specie se si tenesse a Ferragosto, vincerebbero i secondi (possibilmente accesi), perché tutti sanno che la pace non si agevola tagliandoci il gas da soli, ma smettendo di riempire di armi il campo di battaglia, che ne è già pieno zeppo, evitando di seguire Usa&Nato nell’ideona di allungare il conflitto e riprendendo l’esile filo del negoziato.
4) Abbiamo sempre considerato Draghi un grande sopravvalutato, ma sottovalutavamo la sopravvalutazione. Ora chi gli vuol bene dovrebbe spiegargli un paio di cose, anche con disegnini. Possibilmente prima che ci ponga i prossimi aut-aut fra la tregua e Alexa, fra il genocidio e l’aspirapolvere, fra l’atomica e il tostapane.

L'Amaca

 

Quando il nemico è in soprannumero
di Michele Serra
Tra i documenti fondativi della nuova Nato mondiale, atlantica ma anche pacifica (dall’omonimo oceano), inserirei di straforo questo bigliettino, poco più di un post-it, sperando che venga preso come un consiglio partecipe, non come una considerazione ostile.
“Promemoria. Usa 325 milioni di abitanti.
Unione Europea 447 milioni. Gran Bretagna 67 milioni. Giappone 125 milioni. Corea del Sud 50 milioni. Australia e Nuova Zelanda 30 milioni. Totale 1064 milioni di terrestri partecipanti alla Nato allargata. Poiché la popolazione mondiale (con le esotiche Asia e Africa e la turbolenta America Latina) ammonta a otto miliardi circa, ne discende che ciò che chiamiamo “campo occidentale”, sia pure esteso ai nuovi partner orientali (l’Occidente non è un’espressione geografica) vale il 13 per cento del totale. Che fare degli altri sette miliardi di abitanti del pianeta, che sono l’87 per cento del genere umano? Come rapportarsi a loro? Che cosa raccontargli di noi? Tentare di fare amicizia, addirittura di “imparare l’uno dall’altro, con uno sforzo per ascoltarci” come disse Obama nel memorabile quanto inutile discorso del 2009 al Cairo? Oppure trattarli da zotici da civilizzare, con le buone o con le cattive? E in questo secondo caso, come ovviare alla evidente disparità di forze, un miliardo di “noi” contro sette miliardi di “loro”?
Post scriptum. Tra le letture di formazione del Personale Occidentale, che possano fortificarlo nel duro confronto con le popolazioni aliene, si suggeriscono tra gli altri Bertrand Russell, Claude Lévi-Strauss, Voltaire, Alexander Langer, Tiziano Terzani. Tipici esponenti del pensiero occidentale”.

giovedì 7 aprile 2022

Lucro Bellico

 



Armi e gas: i colossi Usa guadagnano dal conflitto e gli Stati Ue sono clienti
EFFETTI COLLATERALI - I rialzi maggiori in Borsa. I big della Difesa fanno festa con aumenti a 2 cifre. Il metano russo sostituito da esportatori americani
DI NICOLA BORZI
L’invasione russa dell’Ucraina, iniziata il 24 febbraio, pare lontana dalla fine, ma ha già vincitori e vinti. Se non sul campo, almeno sul piano economico: i mercati hanno prezzato alcuni dei suoi effetti. L’analisi del Fatto sulle azioni di 24 tra le imprese più rilevanti nel settore delle armi e dell’energia, mostra che a trarre profitto sono multinazionali che producono sistemi per la difesa, statunitensi in primis ma non solo, e i grandi esportatori americani di gas naturale liquefatto (Lng), chiamati a rimpiazzare progressivamente le forniture di metano russo dalle quali l’Europa dipende per il 40% del suo fabbisogno. Non sono ovviamente ancora noti aumenti di ordini, fatturato o utili, ma i rialzi dei titoli segnalano le attese degli investitori.
Le armi. L’“operazione militare speciale” di Putin ai danni di Kiev ha cambiato le dinamiche geopolitiche. La Germania ha stanziato 100 miliardi per il riarmo, altri 19 Paesi della Nato (tra i quali l’Italia) sono pronti a portare le spese militari al 2% del Pil con un incremento dei budget di 73,3 miliardi di euro l’anno, al quale si aggiungeranno i maggiori stanziamenti Usa e di altri Paesi. Molti titoli del settore avevano già iniziato a segnare rialzi prima del 24 febbraio, quando il dispiegamento di truppe russe segnalava il conflitto in arrivo. L’asticella la fissa l’indice S&P 500 delle maggiori azioni di Wall Street che tra il 23 febbraio, ultima chiusura prima della guerra, e il 6 aprile ha segnato +5,7%. Nello stesso periodo alcune aziende hanno ottenuto performance più elevate: tutte sono fornitrici del Pentagono e dei Paesi Nato. La prima, a sorpresa, è l’italiana Leonardo che ha visto un rialzo del 43,9% da 6,4 a 9,2 euro. Seguono Bwx Technologies (+26,3%), società della Virginia che fornisce componenti e combustibile nucleare al governo Usa, e Booz Allen Hamilton (+25,2%), gigante della consulenza strategica in stretti rapporti con il Dipartimento della Difesa di Washington. Poi Bae Systems (+23,3%), gigante britannico del settore, la sconosciuta ai più L3Harris (+16,8%), società tecnologica contractor della Marina Usa, e i colossi americani Northrop Grumman, che produce aerei e droni come il Global Hawk (+15,8%), Heico (+14,2%) che realizza motori di aerei e avionica, Lockheed Martin (dai caccia F-35 ai missili anticarro Javelin, +14,2%), General Dynamics (dai sottomarini delle classi Virginia e Columbia ai carriarmati M1 Abrams, +10,6%) e Honeywell International (droni per esercito e marina, +9,6%). Dalla bonanza è rimasta fuori la francese Safran, attiva nei caccia, che ha perso in Borsa l’8,15%.
Il gas. L’altro settore che mostra il cambio di paradigma geopolitico è quello dei produttori ed esportatori di gas naturale liquefatto (Lng), specie di shale gas, il combustibile ottenuto dal fracking delle rocce di scisto, considerata una delle attività più dannose per il clima e l’ambiente, la cui produzione è aumentata del 70% dal 2010. Gli esportatori statunitensi di Lng stanno emergendo come i veri grandi vincitori della crisi dell’approvvigionamento del Vecchio continente, poiché per il terzo trimestre consecutivo hanno esportato volumi record nell’Unione europea e a prezzi decollati dopo l’invasione russa dell’Ucraina, scattata proprio quando gli esportatori Usa di Lng avevano completato progetti di sviluppo pluriennali per esportare grosse quantità. A dicembre gli Usa hanno venduto all’estero il 13% della propria produzione di Lng, con una crescita di sette volte rispetto a cinque anni prima. Già a dicembre, prima della guerra ma nel pieno dei rincari del gas in Europa, gli Usa avevano superato il Qatar come maggior esportatore mondiale di Lng. Ma i qatarioti stanno preparando investimenti giganteschi per riprendersi la leadership. Il più grande esportatore statunitense è Cheniere Energy, seconda società al mondo dopo la compagnia nazionale emiratina Qatar Energy per capacità di export (35 milioni di tonnellate l’anno), i cui titoli in Borsa dal 23 febbraio non a caso hanno segnato +18,9%.
Tra le altre società Usa del settore che ne hanno beneficiato in Borsa ci sono i giganti Chevron (+20,5%) e, in misura minore, ExxonMobil (+7,8%). Male invece la malese Petronas (-2,1%), la britannica Bp (-4,6%) e la francese TotalEnergies (-10,8%). A fare la differenza sono la presenza geografica e le infrastrutture. I costi industriali di raffreddamento, stoccaggio, trasporto e rigassificazione peseranno sul conto finale per i clienti europei, decretando un maggior o minor rincaro rispetto al gas russo, di certo più conveniente. Ma la misura non è determinabile anche per la segretezza dei contratti di fornitura stipulati con Mosca. Come impararono a loro spese già i Romani, vae victis.

Wow!

 

L’inutile idiota
di Marco Travaglio
I rastrellatori di Rep scrivono ogni giorno lo stesso pezzo sui presunti “putiniani” d’Italia. Ma, siccome in 42 giorni di guerra non han trovato nessuno che giustifichi Putin, inventano. Dopo la lista di proscrizione di Johnny Riotta tocca, buon ultimo, a Francesco Merlo, che è un po’ il colonnello Buttiglione (o, a giudicare dalla prosa malferma, il generale Damigiani) di Ri-pubblica. Vaneggia di un “laboratorio dove Putin rimescola la politica italiana in vista delle elezioni” (quando le vince chi non garba a lui, c’è dietro Putin): la “Federazione negazionisti equidistanti”, la “Cosa Putiniana”, la “Gioiosa Macchina Antiguerra” dei “Né Né”. Il “leader predestinato” è Conte, “antiamericano e negazionista” (non si sa di cosa, visto che ha condannato Putin decine di volte ed evocato l’Aja ancor prima di Bucha), “pronto a un nuovo assalto alla democrazia in sintonia con la guerra di Putin” (pare che voglia candidarsi alle elezioni). Ed ecco i cosacchi: Orsini, Dibba, Freccero, Cacciari, Landini, Salvini (la Meloni no, il suo “atlantismo è solido”), Travaglio, Anpi, Leu, “Articolo 21” (sic), SI, centri sociali, insomma “gli utili idioti” che Letta, dall’alto della sua “statura morale”, deve “cacciare via dalla sinistra come furono cacciati i mercanti dal tempio” da un oscuro collega del segretario Pd, Gesù.
Mancano i due vecchi amori merliani: B., l’unico che in 42 giorni non ha mai citato Putin; e Renzi, che nel 2015 (dopo la Crimea) disse di “fidarsi di Putin” e fino al 24 febbraio sedeva nel Cda di Delimobil, partecipata dalla banca di Putin. E manca soprattutto Rep, che dal 2010 al ’16 allegava l’inserto Russia Oggi a cura e a spese del Cremlino. Per sei anni, oltre a ciucciarsi Merlo, i lettori voltavano pagina e si sorbivano pure i soffietti a Putin. Che “disprezza l’ipocrisia e ritiene la sincerità una virtù”. “Record di vendite senza precedenti per Lada Kalina, la piccola utilitaria con cui Putin ha macinato ad agosto oltre 2mila km”. “Concorso web per dare un nome al nuovo cane di Putin”, che “leggerà le proposte e deciderà. Poi farà conoscere il piccolo pastore bulgaro alla labrador Connie”. Che tenero. E giù botte all’“errore delle sanzioni”, ai “perfidi pregiudizi occidentali” sullo zar garante del “pluralismo politico” (con gli oppositori morti ammazzati o in galera). Senza dimenticare le good news: “L’armata russa sceglie i blindati Made in Italy”. Cioè i “Lince” Iveco (gruppo Agnelli, editore di Rep), venduti a Putin sotto Monti, Letta e Renzi (quelli della “statura morale”). E Merlo, intanto? Coabitava col Minculpop russo, ritirava lo stipendio finanziato pro quota da Mosca e soffriva in silenzio. Non sospettava che sei anni dopo, per molto meno, si sarebbe dato dell’“utile idiota”, fra l’altro esagerando con l’utile.

mercoledì 6 aprile 2022

Alcuni appunti

 Mi sono meravigliato alquanto allorché ho visto un presidente di una nazione aggredita, svagarsi prendendosi qualche momento di relax, andando dentro ad un Circo. 

Zelensky all'Onu = Zelensky al Circo. 

Perché di smargiasso circo parliamo ogniqualvolta s'intravede la sagoma dell'abnorme sala congressi delle Nazioni Unite, un coacervo d'inutilità, di sepolcrismo imbiancato unico nel suo genere. Il presidente ucraino l'ha pure teatralmente dichiarato durante la sua audizione via web. A che serve un carrozzone di simile e mastodontica dimensione se non a far gozzovigliare migliaia di diversamente impegnati attorno all'aria fritta? Può un'organizzazione finanziata dagli stessi aderenti rimanere salda e con alto profilo morale? Zelensky con le sua accuse ha tentato di levare quella spessa coltre di melma burocratese che per molti è ragione di vita e di portafogli. Sul conflitto in sé occorrerebbe che la stessa attenzione, sacrosanta, venisse usata per tutti gli altri innumerevoli scenari bellicosi attualmente in corso che, non è più mistero, rappresentano un'immensa fonte di guadagno per le solite multinazionali note. 

La decisione dell'Europa di bloccare l'importazione di carbone russo è la classica battufolosa risposta di chi, nullafacente da sempre in merito, dipende ancora troppo da governi dittatoriali come quello russo. Il carbone rappresenta infatti un commercio di 4 miliardi, sui 100 totali. Una bazzecola che serve solo a ripulire coscienze fino a poco tempo fa amicone del killer biondastro. 

Mi è affiorata un'immagine di quando ero giovane, con le dispute tra amici per il pallone o per delle bravate di qualcuno ai danni della compagnia; c'era sempre quello "forte" che prendeva in mano la situazione e che, quando iniziava a discutere col cattivello di turno, subito veniva affiancato da altri, sonnecchiosi di natura, che gli si accodavano dietro pronunciando insulti al marachelloso, forti della protezione del capo branco. Ecco ho pensato a questo nel vedere Luigino che tronfio annunciava l'espulsione di qualche decina di funzionari dell'ambasciata russa dall'Italia. Chissà perché... 

 

Daniela e la fiction del Presidente

 

Zelensky: la (brutta) fiction come un reality dell’Ucraina

IL BIVIO - Il presidente sta affrontando la guerra con gli strumenti che possiede: la comunicazione emozionale, le doti di attore e l’esercito addestrato dalla Nato

DI DANIELA RANIERI

C’è stato un momento del tutto straniante, se non agghiacciante, nella fiction Il servitore del popolo andata in onda lunedì sera su La7: quando al professore diventato presidente dell’Ucraina per acclamazione social impersonato da Volodymyr Zelensky presentano il sosia che lo sostituirà nelle cerimonie e “morendo colpito da un cecchino”.

Lì l’ovvio travaso tra finzione e realtà è stato totale, un gioco di specchi e di identità video che, nel giorno delle immagini del massacro di Bucha, sembra ribaltare la massima di Marx. In questo caso la Storia si è ripetuta sì due volte, ma la prima come farsa – la fiction, appunto, in cui uno sconosciuto piccolo-borghese diventa presidente per nessun merito se non un video in cui sbraita contro la corruzione; la seconda come tragedia, quella che sta vivendo il popolo ucraino. Eppure in questa tragedia spira ancora qualche refolo di farsa, o almeno di rappresentazione, a cui Zelensky non ha rinunciato nemmeno sotto le bombe, chiamando il suo popolo a resistere coi video su Instagram, stressando al limite la comunicazione che l’ha reso idolo delle masse televisive.

L’eroizzazione della figura di Zelensky ne rende oggi impossibile l’analisi. Parlare criticamente della genesi del fenomeno Zelensky, non partecipando così alla sua eroizzazione, espone automaticamente all’accusa di essere filo-Putin. E la messa in onda della fiction (chissà se si può dire che è di una bruttezza rara, o se si viene inseriti nella lista di proscrizione tra i collaborazionisti di Putin), in cui egli è una figura simpatica e popolare, dovrebbe corroborare la narrativa del figlio del popolo che si ritrova a esserne capo e sfodera la sua abilità di comandante nell’ora più buia. Eppure, a ben vedere, rende il servizio peggiore al presidente ucraino, e il docufilm andato in onda subito dopo, Zelensky – The story, rovescia ogni eventuale intento celebrativo: il comico che ha fatto “morire dal ridere un Paese intero” nella versione ucraina de La sai l’ultima e ha vinto Ballando con le stelle vestito come Elvis, il re del comedy show e delle gag con battute volgari, peti, balletti in tacchi a spillo o nudo, è lo stesso che, eletto presidente in un partito che porta lo stesso nome della serie tv, si recherà nel Donbass per imporsi come capo militare e risollevare il morale delle truppe. È lo stesso che ha mostrato su YouTube il conflitto in quelle terre, fino ai giorni in cui sotto ai colpi d’artiglieria dei russi dirà, videoselfandosi: “Ho dormito solo 3 ore, nevica ed è quasi primavera. La guerra è come questa primavera: triste. Ma la supereremo”. Il Napoleone fuori di testa che vuole invadere la Russia, personaggio di un suo telefilm, si trasforma – restando lo stesso e mutando di segno – nell’eroe che esorta il suo popolo alla resistenza contro Putin.

Zelensky è diventato presidente perché ha aderito perfettamente, senza scarti, al suo personaggio di finzione. Si candida la sera di Capodanno, promettendo in un video lotta alla corruzione e lanciando slogan di plastica: “Non farti rubare il futuro”. Sfonda lo schermo, trascinandosi dietro la scia del suo carisma finzionale: “Non è una trovata pubblicitaria, vado fino in fondo”. Gira il Paese in autobus, come tutti i politici-comunicatori smart e post-ideologici. “È un volto nuovo”, dicono le vecchiette per strada, “metterà fine alla corruzione”, dicono i giovani. Sottopone alla macchina della verità i membri del suo partito accusati di corruzione, in diretta Facebook.

La campagna viene girata come una serie Netflix e postata sui social. Una potenza di fuoco inesorabile: puro carisma mediatico, esibizione virale della spontaneità, smargiasseria, trasmissione diuturna del sé, da reality show. Sfida Poroshenko allo stadio Olimpico di Kiev, e vince col 73% dei voti.

Mentre sale la tensione bellica nelle regioni russofile e la Crimea è già in mano russa, lui estenua la politica del selfie, diventando un influencer del proprio brand (in questo, è un Renzi che ce l’ha fatta). Dopo due anni e mezzo di guerra nel Donbass la gente comincia a sospettare che il fenomeno Zelensky sia un bluff, che sotto lo spettacolo non ci sia nulla. Viene coinvolto in due scandali: nel 2019 Trump gli avrebbe chiesto di indagare sugli affari in Ucraina del figlio di Biden in cambio di aiuti militari, e nel 2021 i Pandora Papers rivelano che i proventi della società di produzione della sua fiction sono nascosti in paradisi fiscali e conti off-shore. Fa discutere il suo legame con un oligarca ucraino in esilio per appropriazione indebita, proprietario del canale che manda in onda la serie tv, ritenuto il suo burattinaio.

Per risalire nei sondaggi, radicalizza la sua novità. Smette di parlare russo nei territori occupati (prima diceva di “pensare meglio in russo”). Dice in mondovisione: “La determinazione dell’Ucraina di diventare membro dell’Unione europea e della Nato è la priorità della nostra politica estera”, ciò che indurrà Putin a dire che l’Ucraina guidata da Zelensky è “l’anti Russia”. Non è solo uno scontro tra eserciti per il controllo territoriale: la politica videosocial di Zelensky si scontra col totalitarismo autocratico di Putin, che si pone a difesa dei valori tradizionali russi contro il nichilismo occidentale. Sono due mondi che si fronteggiano, due civiltà opposte.

Se Putin non avesse attaccato l’Ucraina, Zelensky sarebbe rimasto un caso di studio di come l’equazione “telespettatori/utenti dei social = popolo” sia una legge fisica dell’Occidente de-ideologizzato. Di fronte all’orrore e alla minaccia nucleare, Zelensky si è imposto come comandante-storyteller: collegato coi parlamenti dei vari Paesi ha adattato il suo discorso alla storia di quel popolo. Cita Shakespeare al Parlamento inglese, il Muro di Berlino al Bundestag, Genova bombardata (per fortuna non la Resistenza, come fanno in tanti) con l’Italia, fino all’inaudito: l’Olocausto alla Knesset, il Parlamento israeliano. La sua richiesta della no-fly zone, cioè dell’inizio della terza guerra mondiale, si inserisce in questa narrazione esorbitante e progressiva, tutto sommato anestetizzata dall’ipertrofia dell’immagine. Il nazionalismo è annacquato in un generico amor di Patria: il 19 marzo Zelensky dichiara “eroe dell’Ucraina” il maggiore Prokopenko, comandante di un distaccamento speciale del battaglione nazista Azov.

La dialettica fiction-realtà brucia sé stessa e gli eventi; tutto evapora nell’effimero regno del prodotto visuale. Capitato in qualcosa di enormemente più grande di lui, Zelensky sta affrontando la guerra e gli eccidi russi con gli strumenti che possiede: la comunicazione emozionale, le doti di attore e l’esercito addestrato dalla Nato. Il popolo lo segue, come quando era un divo della tv. È tutto autentico ma anche tutto mediatico, orribile e spettacolarizzato; solo i cadaveri per strada sono veri, stupiti nell’irreversibilità.

Intervista per la Costituzione

 

Ainis: “L’invio di armi all’Ucraina è contrario alla Costituzione”

IL COSTITUZIONALISTA -

DI SILVIA TRUZZI 

L’Italia ripudia la guerra. Così dice l’articolo 11 della Costituzione: il verbo, oggetto di dibattito durante i lavori, fu preferito ad altri dai costituenti proprio perché esprime un rifiuto inequivocabile. Con Michele Ainis, ordinario di Diritto costituzionale a Roma Tre, proviamo a capire come, e se, questo principio si accorda con le recenti decisioni del Parlamento.

Professore, come si concilia l’invio di armi con la Carta?

Se adottiamo il punto di vista dei costituenti del ’47, non c’è dubbio che avrebbero fortemente dissentito con una co-belligeranza, anche se questa si traduce, come accade oggi, con l’invio di armi e non di eserciti. Questo è pacifico. Se andiamo a guardare i manuali di Diritto costituzionale del primo dopoguerra, è chiaro che l’unica guerra ammissibile è quella difensiva rispetto alla nostra integrità territoriale. Eppure l’esercito italiano ha combattuto molte guerre oltre confine: in Libano, Somalia, Iraq, Bosnia, Afghanistan, Libia. E, con i bombardamenti in Kosovo, nel 1999.

Ecco, anche ai tempi del Kosovo si ricordò che l’articolo 11 costituiva un ostacolo all’intervento militare.

Sì, fu Clemente Mastella a fare questa obiezione. Leopoldo Elia, maestro di tanti di noi, rispose che il nuovo ordine internazionale legittimava un’interpretazione evolutiva ed estensiva dell’articolo 11, rispetto agli obblighi internazionali. Aggiungo però che quando l’Italia aderì alla Nato, fu posto lo stesso identico problema, dato che l’articolo 5 del Patto atlantico obbliga a intervenire se uno qualunque dei Paesi aderenti viene attaccato. Tutto questo per dire che c’è stato un lungo tempo in cui era chiarissimo che nessuna guerra fuori dai nostri confini fosse legittima. Poi c’è stato un secondo tempo in cui, grazie anche all’uso delle parole – “missione di pace”, “intervento umanitario” – le cose sono cambiate.

Obiettano: visto che la guerra di difesa è legittima, anche la guerra degli ucraini, invasi dalla Russia, è legittima.

Certo, ma i costituenti si riferivano all’invasione del nostro territorio. Altrimenti ogni volta che uno Stato ne aggredisce un altro (e nelle guerre succede quasi sempre) dovremmo intervenire, per obbligo costituzionale. Come si usa dire, l’argomento prova troppo.

E l’aumento delle spese militari?

Questo intervento s’inscrive in una zona costituzionalmente neutra, nel senso che non esiste divieto. Certo però che se l’aumento delle spese militari diventasse talmente sproporzionato da pregiudicare i diritti sociali, allora sì ci sarebbero dei problemi di legittimità. Altro è darne una lettura politica: se me lo chiede, rispondo che a me personalmente non piace.

A proposito della criminalizzazione del dissenso, lei ha scritto su Repubblica:

“Se le democrazie ricorrono a forme di censura, se pretendono un giuramento di fedeltà dai propri cittadini, significa che stanno adottando i metodi dell’avversario, del nemico. Vincendo forse la guerra, ma perdendo l’anima”.

La militarizzazione del dibattito pubblico è un frutto avvelenato dell’emergenza: qualunque posizione intermedia o dubitativa diventa immediatamente collusione con il nemico. Questo atteggiamento è comprensibile nelle emergenze, l’abbiamo visto anche con la pandemia. Però c’è un punto di rottura: se tu sei una democrazia e il tuo nemico è un’autocrazia o una dittatura, non puoi adottare i metodi del nemico, scomunicando chi la pensa diversamente: prima erano Agamben, Cacciari, Mattei, ora sono Rovelli e Canfora.

Siamo rimasti tutti sconvolti dalle immagini di Bucha. Gli Stati Uniti chiedono la creazione di un tribunale speciale che processi Putin e si è parlato anche di un processo alla Corte penale internazionale dell’Aja. Che ne pensa?

È paradossale: né gli Stati Uniti, né la Russia, né l’Ucraina riconoscono la Corte dell’Aja. Questo vuol dire che c’è bisogno di modificare l’ordine normativo internazionale, figlio della situazione di ottant’anni fa e prigioniero del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Per formulare l’accusa di crimine di aggressione davanti alla Corte dell’Aja occorre un via libera del Consiglio di Sicurezza: naturalmente la Russia non lo permetterebbe mai, così come in passato non l’avrebbero permesso gli Usa rispetto ad altri conflitti.

Qualcuno ha tirato in ballo l’articolo 52: “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”.

Questo mi ha fatto un po’ sorridere: l’articolo 52 parla di difesa, così come l’articolo 11 ammette la sola guerra difensiva. Sono due articoli che fanno sistema. E si riferiscono alla nostra patria, non a quella altrui.