martedì 11 maggio 2021

C'è un sabaudo...

 


Sempre scherzando

 



Decolla!

 



Interessante

 

Gli intoccabili del Fisco
di Tito Boeri e Roberto Perotti
L’Italia è diventata dai tempi dei governi Berlusconi un paradiso fiscale in quanto a tasse di successione. Da allora l’argomento rimane un tabù: non se ne può parlare senza venire tacciati di avventurismo o di voler causare fughe di capitali. E questo nonostante il Covid abbia ulteriormente accentuato le disuguaglianze. La pandemia ha infatti aggiunto alle differenze nelle condizioni economiche quelle dell’esposizione al contagio e della possibilità di lavorare da casa. Inoltre la chiusura prolungata delle scuole e la didattica a distanza hanno colpito maggiormente gli studenti delle famiglie meno abbienti.
È ipocrita continuare a lamentare le crescenti disuguaglianze di opportunità senza affrontare il nodo della imposta di successione. Tutti gli studi disponibili convergono nell’indicare che c’è una forte persistenza nella posizione delle persone nella scala dei redditi. Paolo Acciari, Alberto Polo e Gianluca Violante, sulla base di dati di tre generazioni, stimano che per chi parte nel 10% più povero la probabilità di arrivare ai redditi del 10% più ricco nell’arco di una generazione è del 4%, molto vicina allo zero. Non che negli Stati Uniti le cose vadano meglio: il mito della terra delle opportunità è da tempo tramontato.
La mobilità sociale varia molto fra aree geografiche.
È più alta al Nord che al Sud, e tra chi cambia residenza rispetto a chi rimane a vivere e lavorare dove è nato. Negli Stati Uniti, dove queste analisi sono state svolte da Ray Chetty di Harvard University e il suo team di esperti con dati enormemente più dettagliati, si è visto che le opportunità di salire nella distribuzione dei redditi variano tantissimo anche nella stessa città, da quartiere a quartiere, addirittura fra due lati diversi della stessa strada. Spesso basta spostarsi di isolato, cambiare scuola, compagni di giochi, coinquilini, per modificare radicalmente, in meglio o in peggio, il proprio destino.
Negli ultimi 20 anni i 5000 italiani più ricchi (lo 0,01% della popolazione) ha visto la propria quota di patrimoni complessivi triplicare, mentre il 50% più povero ha conosciuto una riduzione dell’80% della ricchezza netta. I passaggi ereditari sono il principale motivo di concentrazione della ricchezza e dei redditi tra i supericchi, come mostra uno studio recente di Paolo Acciari, Facundo Alvaredo e Salvatore Morelli, basato sulle dichiarazioni di successione. Sono numerosi i canali con cui in Italia si possono trasferire ingenti patrimoni da genitori a figli senza praticamente pagare tasse. Un imprenditore può trasferire la proprietà dell’impresa ai propri figli senza pagare alcuna tassa, se i figli si impegnano a continuare l’attività per almeno cinque anni. È una norma che, oltre a concentrare ricchezza, spesso ingessa la struttura proprietaria e manageriale delle imprese, spingendo figli che magari hanno poco interesse o capacità imprenditoriale a seguire le orme dei genitori invece di dedicarsi a ciò che sanno fare meglio.
Siamo consapevoli che l’imposta di successione si scontra con un fattore fondamentale: in Italia la casa è la maggiore forma di detenzione di ricchezza. Se i figli non hanno liquidità sono costretti a vendere la casa, un risultato indesiderabile soprattutto se si tratta dell’unica casa di famiglia. Inoltre i catasti italiani sono notoriamente poco attendibili, e causano grandi disparità di trattamento da città a città. Questi problemi sono però limitati nel caso di grandi successioni, diciamo superiori a un milione di euro o anche di più.
Una vera imposta di successione è tecnicamente possibile, comparabile a quella di Paesi, come gli Stati Uniti e la Francia, che raccolgono dieci volte più di noi in questo modo. Le scappatoie si possono chiudere e l’elusione combattere, soprattutto quando si tratta di grandi ricchezze.
Ovviamente la mobilità sociale può e deve essere stimolata non solo tassando le successioni, ma anche affrontando le tante aree di marginalità presenti sul nostro territorio. Il primo passo indispensabile è individuarle. Per questo deve essere possibile svolgere anche da noi, come negli Stati Uniti, analisi che permettano di misurare la mobilità sociale quartiere per quartiere per capire dove c’è maggiore bisogno di intervenire. Ma prima occorre avere a disposizione i dati necessari, che serviranno anche per valutare l’efficacia delle politiche adottate. Tutto questo implica ovviamente un ripensamento delle politiche della privacy, che in Italia più che in altri Paesi ostacolano la raccolta e l’analisi di dati fondamentali per capire i problemi e proporre e valutare le soluzioni. Quella che conosciamo in Italia è la privacy dei ricchi, che permette alle multinazionali di fare ciò che vogliono dei dati personali e impedisce di fare interventi redistributivi basati su dati adeguati.

domenica 9 maggio 2021

Tutto finito!

 


Carletto felice!

 


Ora Bonomi finalmente è felice, il Sussidistan non esiste più, o meglio: è divenuto terreno confindustriale. A quando la risposta alla madre di tutte le domande: a quale branchia di nazione appartengono i ribaldi che ci trafugano ogni anno 120 miliardi in evasioni di imposte?
Sorridi Carletto che il Dragone sembra che pensi (quasi) solo a te!

Ora sì che c’è la “visione”: 50 miliardi alle imprese
di Carlo Di Foggia
A gennaio – governo Conte-2 – la Confindustria di Carlo Bonomi lanciò il grido di dolore: “Il Recovery Plan italiano manca di una visione di politica industriale”. Oggi non si sa se la visione sia stata trovata, a ogni modo Bonomi non se ne duole più e, a guardare i numeri, non si capisce neanche perché lo facesse prima: quasi 50 miliardi di euro arriverà alle imprese attraverso il Piano di ripresa e resilienza e la sua parte “extra” prevista dal governo Draghi con i fondi complementari. E questo senza considerare i nuovi 10 miliardi previsti per le grandi opere ferroviarie, che certo non dispiacciono a Confindustria.
Il Recovery Plan in tutto vale 191 miliardi fino al 2026 (più 15 del programma React Eu). Il piano aggiornato dal governo Draghi spiega che quasi il 19% dei fondi stanziati attraverso le 6 missioni (e le 16 componenti) sono “trasferimenti alle imprese”, via sussidio. A spanne parliamo di quasi 35 miliardi (in lieve calo rispetto al vecchio piano, dove venivano cifrati in maniera poco chiara). È la voce più rilevante dopo gli investimenti in costruzioni (32,6%), vale quattro volte i trasferimenti alle famiglie (5%) e più del doppio degli investimenti in ricerca e sviluppo (6,2%, in cui non è chiaro se una quota andrà alle imprese). Il grosso è costituito dal Piano “transizione 4.0” all’interno della missione 1 (“digitalizzazione, innovazione competitività e cultura”), cioè crediti di imposta per gli investimenti in beni tecnologici. Nel Pnrr vale 14 miliardi ed è la spesa più elevata per singola voce per buona parte della durata del piano, sicuramente fino al 2023: 1,7 miliardi quest’anno, 4,2 il prossimo e 5 miliardi alla fine del triennio. Il Tesoro prevede che questo tipo di sussidi verrà usato mediamente da 15 mila imprese ogni anno per la parte beni materiale immateriali e 10 mila per ricerca, sviluppo e innovazione. Tra queste ci sono anche le “imprese editoriali”. Considerato il fondo gestito dalla pubblica Simest per “l’internazionalizzazione” delle imprese, solo quest’anno si superano i 3 miliardi, sui 13 totali del piano. Queste cifre sono “trasferimenti”, non comprendono i progetti che comunque verranno realizzati da aziende. Dei 6 miliardi per le politiche attive del lavoro, solo per fare un esempio, una parte andrà alle agenzie private.
In generale la distribuzione dei sussidi passa da molte voci (come la banda ultralarga e il 5G), e attraversa diverse emissioni: vale il 40% delle risorse addizionali della missione 1 (Digitale), il 23% della 2 (Transizione ecologica) e l’11,5% della 4 (Istruzione e ricerca), quest’ultima costruita molto sul partenariato pubblico-privato sia nell’università che nel potenziamento delle istituti professionali. Parliamo di risorse “aggiuntive”, cioè della componente “sovvenzioni” del Pnrr e non di quella dei prestiti sostitutivi di finanziamenti esistenti: soldi tutti nuovi.
Il Pnrr, però, da solo non assorbe tutta la voce. A fine aprile il governo ha approvato il decreto che stanzia 30 miliardi del fondo complementare che affiancherà il Recovery e altri 25 di extra-deficit aggiuntivo. Qui trovano spazio, fino al 2026, altri 13 miliardi per finanziare la quota di “transizione 4.0” esclusa dal Pnrr da Bruxelles perché non rispondeva al criterio di “non arrecare un danno significativo agli obiettivi ambientali”, visto che sono misure inquinanti. Lo stesso decreto stanzia poi 10 miliardi per la nuova (e sprovvista di qualsiasi progetto approvato) alta velocità ferroviaria Salerno-Reggio Calabria. A suo modo, è una visione di politica industriale anch’essa.