sabato 25 maggio 2019

Mitica Selvaggia!!



Trussardi e l’incriticabile piatto del “pesce scimmia”
PANE, ODIO E FANTASIA - NEL RINOMATO RISTORANTE DI FAMIGLIA IL MENU È TRADOTTO MALE, MA GUAI A RICORDARLO AL PROPRIETARIO

di Selvaggia Lucarelli

Ci sono mestieri che nessuno vuole più fare. Il lavapiatti. La badante. Il panettiere. Il critico gastronomico. O meglio, di gastronomia vogliono scrivere tutti, ormai, ma evitando con acrobatica diplomazia qualsiasi conflitto con ristoranti, aziende alimentari, chef, ristoratori. Primo perché si rinuncia a un sacco di cene a scrocco. Secondo perché attorno al mondo della gastronomia ruotano molti inserzionisti e “se dici che il mio uovo puzza di cure termali il tuo prossimo inserzionista sarà Roberto Carlino”. Terzo perché il settore ha un livello di permalosità che neanche Salvini con gli striscioni.

Ergo, basta scrivere “il radicchio era un po’ salato” che il giorno dopo l’ufficio stampa del ristorante minaccia di chiuderti nelle cucine e di farti fare, incaprettato, due giri di lavastoviglie impostata su “100 gradi”.

Non per niente il più noto critico gastronomico, Valerio Massimo Visintin, gira incappucciato. Lui dice che è perché così quando va nei ristoranti nessuno lo riconosce e gli servono quello che servirebbero a un cliente qualunque, ma secondo me è per non farsi riconoscere quando lo cercano per menargli. La meravigliosa querelle avvenuta giorni fa via social tra il critico gastronomico Dominique Antognoni e Tomaso Trussardi è un esempio smagliante di quello che si è detto.

L’antefatto. L’esperienza nella ristorazione di casa Trussardi ha avuto una vita abbastanza travagliata e da pochi mesi Tomaso stesso è stato nominato presidente e ad del segmento food. “Mio padre ha aperto la caffetteria, mio fratello l’ha trasformata in ristorante, mia sorella ha voluto le stelle: una scelta prestigiosa ma che non creava economicità. Io ho deciso di non prendere più chef star”, ha dichiarato in febbraio alla stampa. A quel punto la stampa gli ha domandato quale fosse la sua rivoluzionaria idea di ristorazione, visto che aveva rinunciato al suo chef e alle due stelle Michelin, e lui ha risposto: “Una trattoria di lusso, la gente vuole mangiare bene senza spendere una follia”. Cosa voglia dire “trattoria di lusso” è mistero fitto. È tipo “un’utilitaria Lamborghini, la gente vuole andare a 200 all’ora senza spendere una follia”. Cioè, se la gente vuole mangiare bene senza spendere, va in trattoria, se la trattoria ha i divani con struttura in ottone brunito e le posate d’argento non è più una trattoria, se la costoletta di vitello costa 50 euro come attualmente al ristorante Trussardi alla Scala, il prezzo non è da trattoria di lusso, ma da ristorante costoso. Quindi “trattoria di lusso” non vuol dire un’emerita cippa. Il critico Antognoni, a quel punto, fa un’osservazione simile su Facebook e a febbraio, nel pieno della settimana della moda, quando i Trussardi in teoria avrebbero altro a cui pensare, Tomaso risponde piccato che se il critico vuole sapere cosa sia una trattoria di lusso, questa volta deve pagare. Insomma, lascia intendere che il critico in questione in passato sia andato a mangiare nel suo ristorante senza tirar fuori un euro.

La querelle finisce lì, ma è in arrivo il secondo round. Antognoni, qualche giorno fa, studia il menu della trattoria di lusso e scrive un articolo su chefmaitre.com intitolato “Il pesce scimmia del signor Trussardi”. Vedo il titolo, penso che dopo anni di logo col famoso levriero, Tomaso abbia deciso di cambiare logo e animale e di buttarsi sul genere fantasy-mitologico, con un simbolo che sia metà carpa e metà bertuccia. Invece no, Antognoni sta parlando della nuova trattoria di lusso, più precisamente del menu.

Un menu che lui definisce “un foglio word qualsiasi” in cui “Piccione rapa e piselli” diventa Pigeon with turnips and beans, solo che beans non vuol dire piselli, ma fagioli. In cui a sinistra, in italiano, si informa il cliente che la bistecca viene calcolata all’etto, mentre a destra, in inglese, viene detto che si calcola al grammo. Ma soprattutto, tra le proposte di pesce, spicca la “rana pescatrice” (monkfish, in inglese) che però nel menu di destra diventa MONKEY fish, ovvero pesce scimmia. Un menu pensato da Tim Burton, insomma. Di sicuro un’esperienza culinaria insolita assaggiare il famoso “gorilla pinna gialla”. Insomma, che il ristorante Trussardi abbia un menu con gli errori del menu cinese in Viale Padova o di quell’indimenticabile menu in Bolivia in cui gli spaghetti al pesto erano tradotti “Spaghetti alla peste”, è una sciatteria incredibile e Antognoni lo fa notare. Apriti cielo. Tomaso Trussardi, in tutta risposta, come un bimbominkia qualunque lancia strali su Facebook: “Certi imbecilli sedicenti critici culinari si permettono di giudicare senza competenze e esperienze di lavoro…. gli veniva permesso di mangiare a ufo (per non dire a scrocco)… ha dimostrato con copertine al miele il suo totale asservimento a chi lavorava nelle nostre cucine e gli permetteva di gozzovigliare a mie spese… ma si sa, la pacchia finisce, questo dodicenne hater…etc…”. Poi, non contento, si rivolge a chi lavorava nelle sue cucine, ovvero lo chef stellato Roberto Conti, invitandolo a togliere dalla sua bio su Facebook “executive chef presso il ristorante Trussardi” e da gran signore, specifica che sebbene Conti faccia credere di essersene andato di sua spontanea volontà, l’ha licenziato lui. “Grazie, ti auguro di fare bene COME NE SEI capace quando vuoi!”, conclude Trussardi. E lì diventa chiaro chi ha scritto il menu della trattoria di lusso. Del resto, si sa, nelle trattorie è tutto fatto in casa, pure i menu. Resta solo da capire se il pesce scimmia, nella scala evolutiva, sia l’anello di congiunzione tra l’uomo e una trattoria di lusso. Attendiamo la risposta del signor Tomaso Trussardi. Via Facebook, naturalmente. Del resto, i grandi comunicatori nel mondo della moda come lui e Stefano Gabbana, rispondono solo così.

venerdì 24 maggio 2019

Forse non son sveglio


Qui avrei dovuto mettere la foto della Michelazzo e della Perriciolo.
Ma non la metto per non alimentare questa notorietà odorante di sterco 


Di sfuggita, solo di sfuggita apprendo notizie attorno alle finte nozze di Pamela Prati con un fantomatico Caltagirone e poi queste due signore tale Eliana Michelazzo e Pamela Perricciolo. Ma non me ne frega nulla della vicenda, dei pianti, delle interviste fatte dalla compagna del figlio del miliardario delinquente. Nulla di nulla di lacrime, di ribaltamento della verità, dei plagi, delle fesserie per strappare qualche copertina. Tutto studiato, previsto, sviluppato per e con la certezza che attorno a queste fabbriche di aria fritta vivano e s'aggirino degli allocchi. Gli stessi allocchi che comprano bottiglie di acqua griffate dalla moglie di quello che ha la ragnatela sul collo a prezzi da immediato arresto con tanto di TSO obbligatorio. 
Ci sono deviati mentali che confabulano, progettano storie, amori, liti, scoop solo ed unicamente per vendere. Le classiche foto finte con i protagonisti pettinati, ben vestiti e noi, mi ci metto anch'io va, quando vado dal barbeo, a confabulare, a commentare il nulla, come le teste cosiddette pensanti. 
Intrecci, sospetti, pianificazioni di una finzione, di un set utile a pochi e affossante sinapsi di molti. 
Ma che ci frega a noi se la Pamelona sessantenne aveva in progetto di sposarsi con un ideogramma? 
Come cambia la vita se questa è finzione? 
E allora immergiamoli nell'anonimato queste mezze cartucce senza alcun valore, questi deserti di emozioni, di positività. 
Lasciamo incartarsi questa michelazzo (minuscolo e spronante ad una rima molto ma molto azzeccata) e l'amica perricciolo, gustiamo del loro evaporare, nessuna traccia a breve si avvertirà del loro flebile passaggio, magari andranno a vendere porta a porta quelle schifezze medianti le famose piramidi gestionali che alla fine inchiappettano sempre la moltitudine. 
Fate finta di nulla, emergete dallo squallore. Leggetevi un bel libro e come d'incanto non vi fregherà più nulla di queste vicende alla beneamata cazzo&campana!   

Supplica



Gomez


venerdì 24/05/2019
FATTI CHIARI
De Luca ricorda Falcone: ossigeno sprecato e ipocrita

di Peter Gomez

Educazione, intelligenza e decenza dovrebbe spingere a non parlare mai di mafia quei politici che si sono fatti eleggere anche grazie ai voti degli amici dei condannati per quell’odioso reato. In Italia, però, il limite del buon senso e del buon gusto è stato ormai superato da un pezzo. Per questo quando qualcuno lo travalica non c’è più nessuno che lo faccia notare.

È accaduto anche ieri in occasione delle commemorazioni per la morte di Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo e degli uomini della loro scorta. Tra i tanti che hanno sentito il dovere di sprecare inutilmente ossigeno per ricordare ipocritamente il sacrificio di questo eroe italiano c’è stato pure il governatore di una regione del Sud da sempre al centro di mille polemiche. Si tratta dell’arcigno Vincenzo De Luca che nel 2015, nonostante le proteste di Roberto Saviano e del movimento antimafia, pur di vincere le elezioni accettò l’appoggio di “Campania in rete”, una lista ispirata da una serie di amici di Nicola Cosentino: l’ex sottosegretario del governo Berlusconi, legato al clan dei Casalesi e per questo condannato in primo grado a nove anni per concorso esterno in associazione camorristica; a cinque anni per tentato riciclaggio con aggravante mafiosa e a quattro anni per corruzione. De Luca però soffre di cattiva memoria. O, forse, spera che le amnesie ce le abbiano gli altri.

Così, dopo aver detto nel 2016 che l’allora presidente della Commissione antimafia Rosy Bindi era “una infame da uccidere” e aver definito nel 2018 “camorristi” i bravi giornalisti di FanPage autori di una straordinaria inchiesta sul traffico di rifiuti, il governatore campano oggi spiega che gli viene “da piangere” nel pensare “che sono morti per un’Italia come quella che abbiamo davanti agli occhi” perché “non era questa l’Italia e lo Stato che sognavano”.

Parole, sia chiaro, che condividiamo in toto (anche pensando a chi le ha pronunciate), ma che De Luca avrebbe potuto benissimo usare pure quando al governo c’era un signore, Silvio Berlusconi, il cui partito aveva visto tra i fondatori un condannato definitivo a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa come Marcello Dell’Utri. Il governatore, allora sindaco di Salerno, non risulta però che all’epoca parlasse allo stesso modo. Lo fa invece, con sollievo di tutti, finalmente ora. Promettendo, secondo l’Ansa, di onorare “il sacrificio di Falcone mantenendo il senso del dovere, del rigore assoluto e la dignità istituzionale”. E garantendo di fare la sua parte “come l’ha fatta lui, a fronte dei cialtroni che sono al governo dell’Italia”.

L’opinione sull’esecutivo, sia chiaro, è assolutamente libera. Il litigioso spettacolo offerto dai gialloverdi in questa campagna elettorale autorizza chiunque, anche De Luca, a dire la sua. Noi ci chiediamo però come debba essere definito un governatore che non revoca l’incarico di proprio consigliere alla Caccia e alla pesca a Franco Alfieri (il famoso sindaco delle fritture di pesce, ndr), dopo che la Dia gli ha perquisito casa e ufficio e la Procura lo ha accusato di voto di scambio politico mafioso. Alfieri è ovviamente innocente fino a prova contraria. Ma noi siamo certi che nell’Italia sognata da Falcone non ci sarebbe stato spazio per un consigliere di un presidente di Regione scoperto mentre parla per telefono con un detenuto agli arresti domiciliari (esponente del clan Marotta) di un “contratto di lavoro per pigliare l’affidamento”. Cioè per tornare libero. Nella Campania di De Luca invece lo spazio, e soprattutto una poltrona, c’è.

giovedì 23 maggio 2019

Che figura!



Una delle più grandi sfanculate di ogni epoca si è consumata pochi giorni fa, allorché l'Imperatore dello Smargiasso, l'Al Tappone elevato all'ennesima potenza, il miliardario povero di neuroni, il Mastro Muratore per antonomasia, che per chissà quale congiunzione oscura di pianeti ci siamo ritrovati a capo della potenza più grande e belligerante del globo, ha avuto la balzana idea di far bloccare all'azienda cinese leader nella telefonia l'aggiornamento di software a stelle e strisce ormai entrati nel quotidiano globale, vedi Google.
Huawei si è dunque ritrovata in mutande, senza quei programmi nei suoi telefonini il crollo in borsa è stato istantaneo e il ridimensionamento pure. Il silente Xi Jinping a capo dell'immensa Cina non ha né protestato né invocato ripicche o ritorsioni. Nulla di tutto ciò. Si è messo in viaggio, andando a visitare la più grande azienda produttrice di "Terre Rare" a Ganzhou. Senza emettere neppure una sillaba, una nota informativa, niente di niente si è fatto fotografare nell'immenso stabilimento JL-Mag e, come per incanto, il Vaccaro Biondo ha immediatamente concesso una proroga di 90 giorni al blocco informatico colpente Huawei.
Un solo viaggio, silenzioso e tutto si è sbloccato lasciando l'Unno con al seguito lo scoiattolo in testa a bocca aperta e, soprattutto, sbeffeggiato.
Le terre rare, ma cosa sono?
Andando a leggere sembra una comune di nani disneyani con quei nomi utilissimi per la produzione di supercazzole al bar:

Scandio
Ittrio
Lantanio
Cerio
Praseodimio
Neodimio
Promezio
Samario
Europio
Gadolinio
Terbio
Disprosio
Olmio
Erbio
Tulio
Itterbio
Lutezio

Diciassette metalli, metalli nuovi e indispensabili per la produzione di alta tecnologia come motori per auto ibride, superconduttori, magneti per turbine eoliche. 
Sempre leggendo apprendo che ad esempio senza di loro non ci sarebbero i touch screen, i colori nel video etc. 

Ebbene i cinesi ne producono circa il 70% dell'attuale fabbisogno mondiale. E con quella visita il povero Cowboy Arrappato ha dovuto inchinarsi, chissà se scusandosi pure, al Cinese Viaggiante e Silente, per una delle più enormi figuremmerda della storia universale.

mercoledì 22 maggio 2019

Siamo lì!



Non so se sia più arrappato un marittimo giunto davanti alle vetrine di Amsterdam dopo una navigazione di sette mesi o Chicco Mentana in vista della maratona elettorale notturna di domenica prossima. A mio parere siamo lì!

Passato travagliato


😂😂😂😂😂

mercoledì 22/05/2019
Ancora tu

di Marco Travaglio

L’altra sera, facendo zapping, ci siamo imbattuti in uno di quei revival di archeologia televisiva, tipo Techetè, con vecchi guitti in bianco e nero di tanti anni fa. Così almeno abbiamo pensato, quando abbiamo visto la buonanima di Silvio B. in gran forma, tutto pittato, laccato, moquettato e levigato come un set di sanitari Ideal Standard, con un suo impiegato che lo “intervistava” (si fa per dire) sulle tante, infami “calunnie” che ha subìto in vita sua. Attendevamo che, da un momento all’altro, entrassero le ragazze del Drive In o di Colpo Grosso, accompagnate da Greggio e D’Angelo o da Smaila. Poi abbiamo scoperto che era tutto in diretta: la buonanima era viva. E parlava. Strascicando alla Crozza, ma parlava. Come se, a cinque anni dalla dipartita dal Senato palla volta di Cesano Boscone, l’avessero scongelato dal freezer e liberato dalla funzione Pause per restituirlo al più consono Play. Il Rieccolo riprendeva il discorso da dove l’aveva interrotto nel 2013, come se intanto non fosse successo nulla, risultando lievemente sfasato rispetto al momento attuale. Anzi, al secolo attuale, visto che usava arcaismi come “gabina elettorale” che non si sentivano dai tempi di Costantino Nigra, prima di annunciare che a Bruxelles lui ci andrà davvero. Anzi, a minacciarlo.

Il Cavalier Findus intratteneva il folto pubblico, accuratamente selezionato nella casa di riposo di Cesano Boscone per attenuare l’asincronia della scena e lo straniamento della testata Quarta Repubblica, su temi di interesse non proprio bruciante come i suoi “ben 88 processi con ben 105 fra avvocati e consulenti”. O come i suoi soldi all’estero, ormai cristallizzati da anni di sentenze definitive sulle sue 64 società nei paradisi fiscali e le sue evasioni da 360 milioni di dollari, ormai digerite anche dai suoi fan più accaniti. “Neanche un euro!”, trillava giulivo il conduttore. E B.: “Se mi trovate dei soldi all’estero, sono vostri!”. Risate in sala, anzi in bara. Altra “calunnia”: la condanna per frode fiscale, emessa da un fantomatico “collegio di deputati” (i cinque giudici di Cassazione, che firmarono tutti la sentenza, anche se a lui risulta che uno “non voleva firmarla, ma fu costretto da qualcuno in alto, forse un alpinista”), per “eliminare un avversario politico”. Fu così che lui presentò “un appello in 18 punti alla Corte di Strasburgo che in cinque anni non ha mai aperto neanche un foglio”. In realtà la Corte ha archiviato il caso il 27 novembre senza pronunciarsi, perché i suoi legali, probabilmente senza dirglielo, hanno ritirato il ricorso con una lettera del 27 luglio.

Lì non le eurotoghe rosse, ma Ghedini&C., spiegavano alla Corte che un verdetto “non avrebbe prodotto alcun effetto positivo” per lui, cioè sarebbe stato respinto con perdite) Uno si sarebbe atteso una replica del conduttore informato dei fatti, ma trattandosi di un giornalista di Mediaset e del Giornale era troppo sperare. Altra “calunnia”: “Una frase irriferibile e volgarissima che non ho mai pronunciato sulla signora Merkel”. Che, essendo irriferibile, nessuno in studio e a casa conosceva. Peccato, perché era carina: “Culona inchiavabile”. Noi, che a suo tempo la riportammo perché i suoi la riferivano, terrorizzati che uscisse da qualche intercettazione, sappiamo bene di non aver inventato nulla. E lo sapevano persino il Giornale e Libero, che per due anni chiamarono la Merkel “culona” sapendo di far cosa gradita al padrone, che le attribuiva il famoso “complotto dello spread” per rovesciare il suo terzo governo. Poi, come spesso accade a quell’età, batté la testa, si scordò tutto e si risvegliò da antieuropeista sfegatato a filoeuropeista arrapato, da nemico ad ammiratore dell’“amica Angela”. L’altra sera, per dire, s’è inventato di averla convinta a fargli “eleggere Draghi” affinché “la Bce stampasse moneta” (tutti eventi mai accaduti nella realtà, ma nessuno ha ancora avuto il coraggio di comunicarglielo). Ma ecco l’ultima “calunnia”: il bunga bunga. Migliaia di pagine di sentenze hanno accertato il “sistema prostitutivo” orchestrato per lui, nella villa di Arcore, a Palazzo Grazioli, a villa Certosa e non solo, dai vari Tarantini, Mora, Fede, Minetti. E lui che fa? Come se fosse ancora il 25 aprile 2009 sul palco di Onna, travestito da partigiano col fazzoletto rosso al collo, osannato da tutti ignari di tutto, racconta che “il bunga bunga è una barzelletta che ho inventato io sui due più sfigati che avevo: Bondi e Cicchitto” (la gratitudine è sempre stata il suo forte), simpaticamente sodomizzati “da una tribù libica rivoluzionaria”.

Quanto ai festini nelle ville, “Emilio Fede scoprì che lavoravo pure il sabato notte e allora mi portò due delle sue meteorine, che la volta dopo portarono quattro amiche, che ne portarono altre, finché mi ritrovai con 32 ragazze”. E non ebbe cuore di lasciarle fuori all’addiaccio. Ma erano frugali “cene eleganti, i miei figli passavano a salutare prima di andare a letto, io raccontavo storielle e cantavo”, del resto era o non era già “a vent’anni il miglior cantante di Parigi”, quando anche Aznavour gli faceva una pippa? Subito dopo, in un fuorionda, dice al pubblico che “qualche anno fa me ne facevo sei per notte, ora invece mi addormento dopo la terza”, però ciò che conta è quel che va in onda, no? Dunque tutti a votare per lui che, appena seduto a Bruxelles, fermerà con le nude mani “il progetto egemone del comunismo cinese”. Non solo, ma – con grave sprezzo del pericolo – “aumenterò le pene contro l’evasione e l’elusione fiscale”, avendo appena scoperto con raccapriccio che “in Italia c’è un nero enorme”. E non è Balotelli, no! Sono le “centinaia di miliardi di evasione”. Senza contare, modestamente, i suoi.