Babe e Stan in questo film pregno di malinconia proclamano semplicemente questo: passa la scena di questo mondo, ma non per quelli come loro. Hanno saputo infatti innalzarsi oltre la realtà, sgominando l’agonia del famigerato viale del tramonto. Insieme ci hanno cresciuto, insieme restano sul palco. La vita infatti è nel proscenio.
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
giovedì 2 maggio 2019
Malinconia
Babe e Stan in questo film pregno di malinconia proclamano semplicemente questo: passa la scena di questo mondo, ma non per quelli come loro. Hanno saputo infatti innalzarsi oltre la realtà, sgominando l’agonia del famigerato viale del tramonto. Insieme ci hanno cresciuto, insieme restano sul palco. La vita infatti è nel proscenio.
mercoledì 1 maggio 2019
Biblico!
martedì 30 aprile 2019
Quel gran pezzo dell'Isotta!
Conoscete Paolo Isotta?
Uno storico, presidente del Biogem ad Ariano Irpino. Musicologo, uomo di cultura, introverso, molto edotto in variegate arti, soprattutto la musica.
Leggete questo stralcio da un articolo preso da Libero (Dio mi perdoni!)
Non aggiungo altro. Non serve!
Un commento
Manduria siamo noi. Davvero? Ma quanto?
di Omar di Monopoli* *Scrittore (Il suo “Uomini e cani” è stato da poco ripubblicato da Adelphi; per le sue storie si è parlato di noir mediterraneo, western pugliese, neorealismo in versione splatter)
Svegliarsi di soprassalto a Manduria guatati dagli occhi di una feroce e inspiegabile fantasima che alleggia nell’aria; accendere la televisione e ritrovare nello schermo una galleria di scorci urbani noti, familiari, lingue di asfalto crepacciato battute quotidianamente, la sbilenca listellatura di una tapparella dirupata dalle intemperie, uguale a mille altre a queste latitudini, più e più volte sfilata al tuo fianco senza la menoma contezza di quanto dolore rattenesse, di quale irreparabile dramma tenesse lontano dalla tua vista.
Svegliarsi di soprassalto a Manduria e scoprirsi parte inconsapevole di una trama rivoltante eppure efficacissima, scritta per te e per migliaia di tuoi conterranei da un demiurgo misterioso, implacabile, che non si perita di ricorrere all’effettaccio per ricordarci quanto siamo fragili, insignificanti e spregevoli noi esseri umani.
Svegliarsi di soprassalto a Manduria in un giorno quieto di mezza primavera, col sole che sboccia tra i tetti grondando tuorlo tra nuvole di cartavelina, e venire risucchiati di colpo dall’orrore che bussa e palpita a pochi metri dalla tua casa, lo stesso che capolina sull’uscio di continuo, a cicli regolari: è il battito e la sinestesia di un Male sempre all’erta, mai domo, destro a concimare il loglio del suo prato. Come con la piccola Sarah, a pochi chilometri dal tuo giardino, o con l’efferato delitto di Giuse Dimitri, artista massacrato quaggiù in una notte di tregenda di non troppo tempo fa, da demoni con la faccia d’angelo non tanto dissimili da quelli che hanno fatto strame di ogni futuro del povero Antonio Stano, pensionato, single, afflitto da qualche turba psichica e, in definitiva, uomo.
Pure, ancora: svegliarsi di soprassalto a Manduria avviluppati dal ronzio costante e fastidioso degli odiatori da tastiera e sorprendersi incolpevolmente (davvero? ma quanto?) marchiati delle più spregevoli etichette: omertosi, incuranti, indifferenti, sordi al dolore altrui, merde.
“I manduriani non potevano non sapere” è il riff che riverbera a nastro per ore, giorni, ere interminabili sulle moltitudini di bacheche digitali degli analisti di professione, ingrossandosi come un soffocante nembo velenoso.
“I vicini non potevano non sapere” è la cantafera che si rimpalla la popolazione della stordita e incolpevole (davvero? ma quanto?) cittadina messapica per sgravarsi di ogni colpa.
“I genitori non potevano non sapere” è il carme intonato dagli abitanti della strada in cui il sangue è stato versato e che hanno assistito all’ignobile stillicidio di violenza senza vedere (davvero? ma quanto?).
“Come facevamo noialtri a sapere?” è infine la dubitativa retorica con cui chi ha procreato quei demoni chiude il cerchio della discolpa, allogando sé stessi assieme a tutti gli altri in quella zona di auto-assoluzione per la quale alla fine è sempre l’altro, ciò che è fuori da noi, a doversi fare carico di ogni responsabilità.
E intanto, mentre una comunità intera si ritrova attonita a confrontarsi tra gli anneriti coriandoli di un funesto carnevale, il lutto generale si consuma srotolandosi tra consuete marce di solidarietà e fiaccolate tardive, discussioni da bar e indici puntati, riflessioni antropologiche in odore di talk-show e funerali appartati in fuga dai teleobiettivi. Su tutto, il perenne brusio di sottofondo che sfuma nell’abbacinamento collettivo: davvero siamo noi, davvero siamo questo?
Ma “dietro a ogni scemo c’è un villaggio”, diceva una canzone nota, e oggi più che mai quel villaggio non può essere semplicemente racchiuso nei pur problematici confini di una sperduta (davvero? ma quanto?) cittadina di una regione, la Puglia, che sembra sempre a un passo dall’affrancamento definitivo dai cliché di un Sud barbarico e arretrato, e che invece puntualmente progredisce verso il domani con ostinato passo da gambero: ora avanzando in una luce numinosa (il turismo, la cultura, la gastronomia), ora piombando nella pece più nera (la criminalità, i veleni dell’Ilva, lo sfruttamento dei nuovi schiavi nei campi di raccolta).
Mai come in queste ore bisognerebbe invece sforzarsi di immaginarsi tutti come un unico grande villaggio in cui, per paradosso, siamo tutti Antonio Stano (davvero? ma quanto?), un popolo variamente disagiato, tenuto in scacco nelle nostre magioni da aguzzini dal volto angelicato, mostri che qualche volta, specchiandoci di sfuggita, rischieremmo di guardare dritti negli occhi.
lunedì 29 aprile 2019
Dalla parte di Acciughino
Riguardo alla polemica sorta tra Adani ed Allegri, non ho dubbi: sto con Acciughino. E mi spiego: questi commentatori, strapagati di Sky o di altre reti, tendono a trasformare il più bel gioco del mondo in un dedalo di prefissi, 4-4-2 o 3-4-3 e via andare, tramutando tutto in ampollose elucubrazioni tecniche portanti noi malcapitati ad esclamare variegati "ma va dar via le ciap!" verso di loro, formulari viventi, saggi onnipotenti, custodi della verità pallonara. Acciughino ha ragione, il calcio è semplicità, divertimento, passione, tutte qualità che svaniscono dinnanzi a ragionamenti che farebbero cader in depressione pure il grande Albert.
E già che ci sono: anche il Var mi ha rotto le palle, con le sue attese, i suoi verdetti che infondono la certezza in un campo, nomen omen, che di certezze non ne dovrebbe avere, se vuole continuare ad affascinare cuori labili quali sono quelli dei tifosi. Nel sacro lunedi post partite, già pure lui colpito dalla mefitica mano di Sky che pospone anche lì incontri, nel santuario del bar sono cessate le discussioni giganti attorno ad un episodio, le incazzature, gli sfottò che costituivano il condimento, il coronamento della giornata di campionato appena passata. "Eh ma il Var ha giudicato che non era fallo!" - "l'ha detto il Var!"
Ma torniamo ad Adani personificante il saccente, il tuttologo, l'illuminato in un ambito che vive di illusioni, di sospetti, di dietrologie.
Non si può ragionare sul terreno di gioco, razionalizzare ogni passaggio, evidenziare ogni carenza tattica come se si stesse parlando di chimica organica.
Tecnicizzare il Calcio ad un bignami di formule equivale a decretarne la sua fine della sua beltà.
Guardate la Formula 1: l'hanno ridotta ad un raccoglitore di sbadigli, dai box controllano tutto, il pilota non deve quasi più metterci del suo, la pianificazione delle strategie è ossessionante e basilare.
Dice quindi bene Acciughino, semplicità: quando attacchi devi soffocare la difesa avversaria, quando difendi devi intontire gli attaccanti dell'altra squadra. E' tutto qui, Orsato permettendo naturalmente!

