giovedì 2 maggio 2019

Malinconia


Ho visto ieri il film Stanlio e Ollio, una concentrazione affascinante e soprattutto malinconica. Il magico duo è risorto grazie a Steve Coogan e John C. Reilly, fantastici nei rispettivi ruoli di Babe e Stan. Malinconico dicevo questo film che narra gli ultimi anni della coppia più famosa del cinema mondiale. Passa la gloria di questo mondo, lo sappiamo ma tendiamo a far finta che ciò non accada. E vederli esibirsi in teatri mezzi vuoti ti porta a soffrire con loro, stupenda rappresentazione di come vivere nell’Arte allontani baratri e fobie di noi comuni mortali. Stanlio e Ollio se ne fregavano di non venir più riconosciuti per strada o alloggiare in piccole locande semplici ed imbarazzanti. Sapevano infatti di dover vivere solo e per mezzo della coppia, la sinergia, la fucina degli intendimenti, i tempi della battuta, la magia dell’unicità del loro essere. Toccarono l’Olimpo, afferrarono il flusso dorato e magico della Bellezza, sedettero al desco dei pochi in grado di elevare il genere in luoghi deputati all’eternità. Ecco perché comiche degli anni Trenta riescono a far sorridere sempre e per sempre. La comicità è arte e come tale non può essere ridotta, mistificata, come oggi, a peripatetica. 
Babe e Stan in questo film pregno di malinconia proclamano semplicemente questo: passa la scena di questo mondo, ma non per quelli come loro. Hanno saputo infatti innalzarsi oltre la realtà, sgominando l’agonia del famigerato viale del tramonto. Insieme ci hanno cresciuto, insieme restano sul palco. La vita infatti è nel proscenio.

mercoledì 1 maggio 2019

Biblico!


mercoledì 01/05/2019
Franza e Spagna

di Marco Travaglio

Afuria di guardarci l’ombelico e attendere l’Apocalisse (che pare un’altra volta rimandata, dopo i dati di ieri su Pil e occupazione), rischiamo di perdere di vista ciò che accade attorno a noi. In Spagna vince il centrosinistra tradizionale ed europeista, il Psoe (anche se non ha i numeri per governare da solo), perché fa o promette l’opposto delle politiche del suo omologo italiano e dell’austerità europea: patrimoniale dell’1% sulle rendite oltre 10 milioni, aumento dell’Irpef locale per i più ricchi (+2% per redditi superiori ai 13 mila euro e +4% per gli over 300 mila), Tobin tax dello 0,2% sulle transazioni finanziarie delle imprese sopra il miliardo di capitale, “tassa digitale” per le multinazionali del web, aumenti alle pensioni e al salario minimo (lì ne hanno uno) da 735 a 900 euro al mese, misure per le fasce più deboli come i bonus sulla bolletta dell’elettricità, impegno a demolire la controriforma del lavoro del 2012 (il Jobs Act spagnolo, realizzato però dal centrodestra, non dal centrosinistra), riduzione delle tasse universitarie, lotta all’evasione, politiche per la casa e per l’ambiente, incentivi alle auto elettriche e alle energie rinnovabili, aumento del 6,7% dei fondi per la ricerca. Il tutto coperto con gli aumenti di imposte ai ricchi, con la lotta all’evasione e lo sforamento del deficit concordato da Rajoy con l’Ue per il 2019 (non più 1,3%, ma 1,8%).

In Francia, per sopravvivere alla morsa piazze-Le Pen (di nuovo prima nei sondaggi), l’idolo degli europeisti acritici Emmanuel Macron arriva a dichiarare che quelle dei Gilet gialli sono “giuste rivendicazioni” e lui ha sbagliato a “sottovalutarle”. E si impegna ad allargare la democrazia diretta, a introdurre una quota proporzionale del 20% nell’Assemblea nazionale, a varare un piano ecologico partecipato, a non alzare l’età pensionabile (oggi a 62 anni), a indicizzare le pensioni sotto i 2 mila euro netti all’inflazione, a garantire un reddito universale ai poveri, a ridurre le tasse sul ceto medio e perfino a riformare drasticamente l’Ena, la scuola di amministrazione ritenuta troppo elitaria. Nel nostro povero Paese, chiunque osi dire o fare cose del genere viene bollato come “grillino” o “comunista” o “populista”, “nemico delle imprese”, “del Pil” e della “crescita”, anche se l’unico grande Paese europeo che cresce – la Spagna – lo fa esattamente con quella ricetta: lotta alle diseguaglianze, redistribuzione della ricchezza, aiuti alle classi sociali sterminate dalla crisi finanziaria, dal ceto medio ai precari, dai vecchi ai nuovi poveri. Una ricetta molto più simile al contratto giallo-verde che alle “riforme” montiane e renziane.

Per sconfiggere l’ondata di destra nazionalista che i poveretti chiamano fascismo o populismo o sovranismo, si fa così. Eppure, incredibilmente, il fu partito della sinistra detto Pd continua a biascicare fumisterie e ambiguità, candidando tutto e il contrario di tutto (da Pisapia a Calenda, e per fortuna Mimmo Lucano ha rifiutato, altrimenti ci sarebbe anche lui nell’Armata Brancaleone), a pasticciare con Miccichè (Miccichè!) in Sicilia e a inseguire un macronismo ormai sconfessato pure da Macron. L’unico dibattito che anima questi onanisti del nulla è il sì o no ai 5Stelle: i quali non esisterebbero proprio, se chi doveva fare la sinistra in questi ultimi vent’anni avesse fatto la sinistra, mentre la destra faceva benissimo la destra. E, ora che esistono, sono gli alleati naturali di una sinistra che faccia finalmente la sinistra. Certo, Pd e M5S se ne son dette e fatte di tutti i colori. I 5Stelle nel 2013 rifiutarono l’appoggio esterno a Bersani, poi il Pd rifiutò l’offerta di Grillo di votare Rodotà al Quirinale per poi governare insieme (preferirono B. e il Napolitano bis) e l’anno scorso respinse il contratto di governo proposto da Di Maio per salire sull’Aventino e godersi i pop corn, il rutto libero e la resistibile ascesa di Salvini. E ora continuano a rinfacciarsi i rispettivi errori come i bambini dell’asilo.

Avrebbero potuto farlo anche Pedro Sánchez, premier del Psoe, e Pablo Iglesias, leader di Podemos. Ancora nel marzo 2016, quando Sánchez gli chiese di appoggiare un governo coi centristi di Ciudadanos, Iglesias gli diede del “servo delle oligarchie e dei poteri forti” e lo iscrisse d’ufficio “ai consigli di amministrazione, al traffico di influenze e alle élite finanziarie”, sfidandolo a “togliere dal nome del partito la S e la O” (di “socialista” e “operaio”). L’altro replicò definendo Podemos “l’àncora di salvezza del Partito popolare”. Infatti Iglesias votò col Pp contro il governo Sánchez e rispedì la Spagna alle urne. Che produssero un nuovo governo Rajoy, grazie all’astensione decisiva del Psoe. Ma non impedirono il riavvicinamento fra le due sinistre nel 2018, col governo Sánchez appoggiato dall’esterno da Podemos, protagonista della “legge di Bilancio più di sinistra della storia”. I due la chiamarono “Manovra per uno Stato sociale”, con un preambolo simile a un manifesto politico: “I cittadini e le cittadine di questo Paese hanno visto crescere in questi anni le disuguaglianze, la povertà e la precarietà, mentre si riducevano gli investimenti nel Welfare… La maggioranza degli spagnoli si è impoverita mentre si privilegiava una minoranza: con la scusa della crisi si è portata avanti un’austerità a oltranza, esclusivamente sulla riduzione del debito pubblico”. La manovra fu bocciata dai catalani, che fecero cadere il governo. Ma ora viene premiata dagli elettori. E di lì ripartirà Sánchez con l’appoggio esterno o interno di Podemos. Chissà se qualcuno, nel Pd, se n’è accorto. Invece di litigare pro o contro l’alleanza col M5S, basta guardarsi intorno. Domandarsi che cosa vuol essere e deve fare oggi un centrosinistra. E darsi una risposta. Se sarà quella giusta, le alleanze verranno da sole.

martedì 30 aprile 2019

Grù Grù!



Quel gran pezzo dell'Isotta!


Conoscete Paolo Isotta? 
Uno storico, presidente del Biogem ad Ariano Irpino. Musicologo, uomo di cultura, introverso, molto edotto in variegate arti, soprattutto la musica. 

Leggete questo stralcio da un articolo preso da Libero (Dio mi perdoni!)

Non aggiungo altro. Non serve!

Racconto un caso occorsomi su di un treno regionale Roma-Foligno. Bisognerebbe fare di queste esperienze, per cedere com' è davvero la "gente". Sale una coppietta di ventenni. Non brutti, non sporchissimi. Lui, un biondino di un metro e ottanta, aveva addosso del vestiario per il quale avrei calcolato 40 euro tutto compreso. Dalla tasca destra tira fuori l'ultimo modello di cellulare Apple (circa 900 euro), dalla sinistra lo stesso modello. Lei tira il suo, idem. In tre, 2700. Si sono messi a "chattare". Solo che lui "chattava" simultaneamente con la destra e con la sinistra. Il suo, a dir così, cervello, riusciva a sdoppiarsi, dando due comandi diversi alle due mani.


È una vera mutazione antropologica, magari notissima a chi mi legge, che mi ha lasciato senza parole. Non ho osato fotografarlo per paura di trovarmi bucata la pancia da un coltello. Lei pure "chattava". Probabilmente lui, con una delle mani, "chattava" con lei. Non hanno detto una parola per tutto il viaggio. Ma io so anche per chi votano, e non c'è bisogno che lo spieghi.

Al ristorante, si vedono coppie borghesi del tipo medio-alto che fanno lo stesso. Non parlano. Stanno col telefonino in mano e "chattano" ciascuno per conto proprio.
Forse soffrono per la disperazione della solitudine di coppia, e vanno dallo psicanalista; forse sono felici. Mi basta riflettere su casi siffatti per comprendere quanto io sia un privilegiato.

Non sono per principio un nemico di Internet. In mano a una persona dotata di intelligenza e cultura, può essere comodo e facilitare e accelerare il lavoro. Ma in mano a costoro? Il tempio di Gobekli Tepe, risalente a 9500 anni prima di Cristo, è stato costruito dagli extraterrestri, come le Piramidi. Lo sbarco sulla luna non è mai avvenuto. La terra è piatta, oppure cava. Et coetera. Quando quasi tutti erano analfabeti, il contadino credeva alla Madonna, ai Santi, all' influsso della luna, alla magia e alla medicina delle erbe. Così, egualmente, in tutto il mondo. Non era molto meglio?

Questi, purtroppo, non sono analfabeti. E siccome usano internet, credono agli extraterrestri. Forse addirittura l'istruzione è di per sé un male: aiuta i cretini a diventarlo di più. Il dottissimo cardinale Federico, tanto caro al Manzoni, era convinto che la peste di Milano fosse opera di untori pagati dal demonio: e sappiamo come finì, con la Colonna Infame. Trovò quale solo oppositore Don Ferrante, che dimostrava doversi alla congiunzione di Giove con Saturno.

Un commento



Manduria siamo noi. Davvero? Ma quanto?


di Omar di Monopoli* *Scrittore (Il suo “Uomini e cani” è stato da poco ripubblicato da Adelphi; per le sue storie si è parlato di noir mediterraneo, western pugliese, neorealismo in versione splatter)


Svegliarsi di soprassalto a Manduria guatati dagli occhi di una feroce e inspiegabile fantasima che alleggia nell’aria; accendere la televisione e ritrovare nello schermo una galleria di scorci urbani noti, familiari, lingue di asfalto crepacciato battute quotidianamente, la sbilenca listellatura di una tapparella dirupata dalle intemperie, uguale a mille altre a queste latitudini, più e più volte sfilata al tuo fianco senza la menoma contezza di quanto dolore rattenesse, di quale irreparabile dramma tenesse lontano dalla tua vista.


Svegliarsi di soprassalto a Manduria e scoprirsi parte inconsapevole di una trama rivoltante eppure efficacissima, scritta per te e per migliaia di tuoi conterranei da un demiurgo misterioso, implacabile, che non si perita di ricorrere all’effettaccio per ricordarci quanto siamo fragili, insignificanti e spregevoli noi esseri umani.


Svegliarsi di soprassalto a Manduria in un giorno quieto di mezza primavera, col sole che sboccia tra i tetti grondando tuorlo tra nuvole di cartavelina, e venire risucchiati di colpo dall’orrore che bussa e palpita a pochi metri dalla tua casa, lo stesso che capolina sull’uscio di continuo, a cicli regolari: è il battito e la sinestesia di un Male sempre all’erta, mai domo, destro a concimare il loglio del suo prato. Come con la piccola Sarah, a pochi chilometri dal tuo giardino, o con l’efferato delitto di Giuse Dimitri, artista massacrato quaggiù in una notte di tregenda di non troppo tempo fa, da demoni con la faccia d’angelo non tanto dissimili da quelli che hanno fatto strame di ogni futuro del povero Antonio Stano, pensionato, single, afflitto da qualche turba psichica e, in definitiva, uomo.


Pure, ancora: svegliarsi di soprassalto a Manduria avviluppati dal ronzio costante e fastidioso degli odiatori da tastiera e sorprendersi incolpevolmente (davvero? ma quanto?) marchiati delle più spregevoli etichette: omertosi, incuranti, indifferenti, sordi al dolore altrui, merde.


“I manduriani non potevano non sapere” è il riff che riverbera a nastro per ore, giorni, ere interminabili sulle moltitudini di bacheche digitali degli analisti di professione, ingrossandosi come un soffocante nembo velenoso.


“I vicini non potevano non sapere” è la cantafera che si rimpalla la popolazione della stordita e incolpevole (davvero? ma quanto?) cittadina messapica per sgravarsi di ogni colpa.


“I genitori non potevano non sapere” è il carme intonato dagli abitanti della strada in cui il sangue è stato versato e che hanno assistito all’ignobile stillicidio di violenza senza vedere (davvero? ma quanto?).


“Come facevamo noialtri a sapere?” è infine la dubitativa retorica con cui chi ha procreato quei demoni chiude il cerchio della discolpa, allogando sé stessi assieme a tutti gli altri in quella zona di auto-assoluzione per la quale alla fine è sempre l’altro, ciò che è fuori da noi, a doversi fare carico di ogni responsabilità.


E intanto, mentre una comunità intera si ritrova attonita a confrontarsi tra gli anneriti coriandoli di un funesto carnevale, il lutto generale si consuma srotolandosi tra consuete marce di solidarietà e fiaccolate tardive, discussioni da bar e indici puntati, riflessioni antropologiche in odore di talk-show e funerali appartati in fuga dai teleobiettivi. Su tutto, il perenne brusio di sottofondo che sfuma nell’abbacinamento collettivo: davvero siamo noi, davvero siamo questo?


Ma “dietro a ogni scemo c’è un villaggio”, diceva una canzone nota, e oggi più che mai quel villaggio non può essere semplicemente racchiuso nei pur problematici confini di una sperduta (davvero? ma quanto?) cittadina di una regione, la Puglia, che sembra sempre a un passo dall’affrancamento definitivo dai cliché di un Sud barbarico e arretrato, e che invece puntualmente progredisce verso il domani con ostinato passo da gambero: ora avanzando in una luce numinosa (il turismo, la cultura, la gastronomia), ora piombando nella pece più nera (la criminalità, i veleni dell’Ilva, lo sfruttamento dei nuovi schiavi nei campi di raccolta).


Mai come in queste ore bisognerebbe invece sforzarsi di immaginarsi tutti come un unico grande villaggio in cui, per paradosso, siamo tutti Antonio Stano (davvero? ma quanto?), un popolo variamente disagiato, tenuto in scacco nelle nostre magioni da aguzzini dal volto angelicato, mostri che qualche volta, specchiandoci di sfuggita, rischieremmo di guardare dritti negli occhi.


 

lunedì 29 aprile 2019

Dalla parte di Acciughino




Riguardo alla polemica sorta tra Adani ed Allegri, non ho dubbi: sto con Acciughino. E mi spiego: questi commentatori, strapagati di Sky o di altre reti, tendono a trasformare il più bel gioco del mondo in un dedalo di prefissi, 4-4-2 o 3-4-3 e via andare, tramutando tutto in ampollose elucubrazioni tecniche portanti noi malcapitati ad esclamare variegati "ma va dar via le ciap!" verso di loro, formulari viventi, saggi onnipotenti, custodi della verità pallonara. Acciughino ha ragione, il calcio è semplicità, divertimento, passione, tutte qualità che svaniscono dinnanzi a ragionamenti che farebbero cader in depressione pure il grande Albert. 
E già che ci sono: anche il Var mi ha rotto le palle, con le sue attese, i suoi verdetti che infondono la certezza in un campo, nomen omen, che di certezze non ne dovrebbe avere, se vuole continuare ad affascinare cuori labili quali sono quelli dei tifosi. Nel sacro lunedi post partite, già pure lui colpito dalla mefitica mano di Sky che pospone anche lì incontri, nel santuario del bar sono cessate le discussioni giganti attorno ad un episodio, le incazzature, gli sfottò che costituivano il condimento, il coronamento della giornata di campionato appena passata. "Eh ma il Var ha giudicato che non era fallo!" - "l'ha detto il Var!"
Ma torniamo ad Adani personificante il saccente, il tuttologo, l'illuminato in un ambito che vive di illusioni, di sospetti, di dietrologie.
Non si può ragionare sul terreno di gioco, razionalizzare ogni passaggio, evidenziare ogni carenza tattica come se si stesse parlando di chimica organica. 
Tecnicizzare il Calcio ad un bignami di formule equivale a decretarne la sua fine della sua beltà. 
Guardate la Formula 1: l'hanno ridotta ad un raccoglitore di sbadigli, dai box controllano tutto, il pilota non deve quasi più metterci del suo, la pianificazione delle strategie è ossessionante e basilare. 
Dice quindi bene Acciughino, semplicità: quando attacchi devi soffocare la difesa avversaria, quando difendi devi intontire gli attaccanti dell'altra squadra. E' tutto qui, Orsato permettendo naturalmente!     

Tanti auguri!


A leggere le previsioni di domenica prossima a Berceto c’è da andare da Giovannelli a comprare il muschio e le statuine delle pastorelle! Jingle Bells!