domenica 17 marzo 2019

Per fortuna


Qui ad Alloccalia molti lo vedono ancora come un politico, un buon politico. Addirittura c’è chi gli vorrebbe chiedere scusa, rapportandolo con altri (“Dobbiamo chiedere scusa a Silvio Berlusconi. La sinistra, che in questi giorni sta in silenzio sui provvedimenti voluti da Salvini, lo deve fare. Berlusconi, in confronti al leader della Lega, era un pischello“.  M.Renzi 28.11.2018)
La Verità è un’altra. E forse non la sapremo mai. Personalmente lo ritengo il Male assoluto, da sempre. E per fortuna non sono solo. Per fortuna.

domenica 17/03/2019
Tutte coincidenze

di Marco Travaglio

Avendo perso conoscenza da un pezzo, B. giura di non aver “mai conosciuto” Imane Fadil. Naturalmente, come tutto ciò che dice da quando si sveglia a quando si corica, non è vero niente: nel 2010 la ragazza marocchina fu sei volte ospite delle “cene eleganti” ad Arcore, si esibì nella danza del ventre, ricevette da lui un anello e una busta con 5 mila euro, ma rifiutò l’invito a fermarsi a dormire da lui; e lo incontrò altre due volte, in un ristorante milanese e in un’altra villa in Brianza. Ma il guaio peggiore non è che B. ha conosciuto Imane. È che lei ha conosciuto lui. E ha pure testimoniato contro. Se sia stata uccisa, da chi e perché, lo appureranno i giudici. Il cui prodest, una volta tanto, allontana i sospetti da B., che tutto poteva augurarsi fuorché il ritorno dei bungabunga sui giornaloni, che li avevano rimossi per riabilitarlo come leader moderato e argine al populismo. Non solo: da viva Imane poteva essere contestata al processo Ruby-ter da Ghedini & C.; da morta, i suoi verbali dinanzi ai pm valgono come prova inconfutabile. Ma i vari ambienti criminali, italiani e internazionali, che circondano B. autorizzano i soliti sospetti di eccessi di zelo, favori non richiesti o messaggi ricattatori. Senza escludere la tragica coincidenza: l’ennesimo anello di un’impressionante catena di disgrazie occorse a persone che hanno incrociato la strada di B. e si sono messe di traverso.

Negli anni 70 i proprietari terrieri di Segrate che non volevano vendere al costruttore di Milano 2 ricevevano visite di uomini armati e cambiavano idea. Il 21 maggio 1992 Paolo Borsellino parla con due giornalisti francesi di indagini sui rapporti fra B., Dell’Utri e lo “stalliere” Mangano: due giorni dopo muore ammazzato Falcone, due mesi dopo pure Borsellino. Nel ’93 un giovane attivista di Ravenna, Gianfranco Mascia, lancia i comitati Boicotta Biscione (BoBi). Il primo avvertimento anonimo gli arriva sul telefonino: “Smettila di rompere i coglioni. Sei una testa di cane. Bastardo. Vi spacchiamo il culo. Gruppo Silvio Forever”. Il 24 febbraio 1994, a un mese dalle elezioni, Mascia viene aggredito da due uomini a volto scoperto che lo immobilizzano col filo di ferro, gli tappano la bocca con un tampone e lo violentano con una scopa. Il portavoce bolognese del BoBi, Filippo Boriani, consigliere comunale dei Verdi, riceve una busta con una lingua di vitello mozzata e un biglietto: “La prossima sarà la tua”. Autunno ’94: Edoardo Pizzotti, direttore Affari legali di Publitalia, viene licenziato in tronco dopo aver rifiutato di coprire i traffici di Dell’Utri & C. per inquinare le prove sulle false fatture del gruppo.

Ericeve telefonate minatorie e mute a casa, provenienti (risulta dai tabulati) da Publitalia. Un anno dopo racconta tutto testimoniando al processo di Torino contro Dell’Utri per frode fiscale: subito dopo, due figuri dal forte accento campano lo avvicinano nel centro di Milano e lo salutano così: “Guarda che ti facciamo scoppiare la testa”. Nel luglio 1995 Stefania Ariosto inizia a raccontare al pm Ilda Boccassini quello che sa sui giudici comprati da Cesare Previti con soldi di B. La notizia rimane segreta per sette mesi, ma non per tutti. Alla vigilia di Natale, un pony express recapita alla Ariosto una scatola in cui galleggia nel sangue un coniglio scuoiato e sgozzato, con un biglietto d’auguri: “Buon Natale”. Nel marzo 1996, dopo gli arresti, L’Espresso dedica allo scandalo Toghe sporche varie copertine con i verbali e le foto della Ariosto: il 22 maggio, a Camaiore, un incendio doloso polverizza la villa della vicedirettrice Chiara Beria di Argentine. Marzo 2001: Daniele Luttazzi mi ospita a Satyricon, su Rai2, per parlare fra B. e Cosa Nostra. Oltre alle minacce pubbliche del centrodestra, riceve lettere anonime, telefonate e visite di strani ladri in casa: “Il Giornale pensò bene di pubblicare la mia dichiarazione dei redditi, col mio indirizzo di casa ben visibile.

Oltre alle lettere, mi arrivarono alcuni dossier anonimi, pieni di informazioni sulla mia vita privata e le mie abitudini. Come per avvertirmi: ehi, guarda che sappiamo tutto di te”.
Negli stessi giorni Indro Montanelli, che mi ha difeso dagli assalti berlusconiani, riceve chiamate di insulti e minacce ed è costretto a cancellare le iniziali I.M. dal citofono di casa. Lo racconta a Repubblica: “La cosa più impressionante sono state le telefonate anonime. Ne sono arrivate cinque, una dopo l’altra, tre delle quali di donne. Non so chi avesse dato loro il mio numero, che è assolutamente introvabile… Quella berlusconiana è la peggiore delle Italie che io ho mai visto… Il berlusconismo è veramente la feccia che risale il pozzo… Non sono spaventato: piuttosto sono impressionato, come non lo ero mai stato… Io non avevo mai preso parte alla campagna di demonizzazione: tutt’al più lo avevo definito un pagliaccio, un burattino… Queste storie su Berlusconi uomo della mafia mi lasciavano molto incerto. Adesso invece qualsiasi cosa è possibile”. Nel 2003 il pm fiorentino Gabriele Chelazzi, che indaga sulla trattativa Stato-mafia e i mandanti occulti delle stragi, muore all’improvviso d’infarto a 59 anni. Nel 2006 il pentito Cosimo Cirfeta, imputato con Dell’Utri per aver depistato le indagini di mafia sull’inventore di FI, muore nella sua cella a Bari inalando il gas di un fornelletto da cucina. Nel 2009 scoppia Puttanopoli e le due testi-chiave se la vedono brutta: Patrizia D’Addario riceve strane visite in casa e alla sua ex amica Barbara Montereale qualcuno fa esplodere l’automobile. Nel 2012 parte il processo Ruby e il rag. Giuseppe Spinelli, cassiere di Arcore e custode dei segreti finanziari di B., viene rapito con la moglie e poi inspiegabilmente rilasciato in poche ore senz’alcun riscatto. Il 1° marzo 2019 muore Imane Fadil: l’ultima coincidenza.

sabato 16 marzo 2019

Splendido Travaglio!


Una delle poche dighe qui in Alloccalia

sabato 16/03/2019
Vieni avanti, gretino*

di Marco Travaglio

Ieri, leggendo per il terzo giorno consecutivo le dichiarazioni d’amore dei politici italiani a Greta Thunberg e le prime pagine dei giornaloni sui giovani di tutto il mondo che lo difendono dai grandi inquinatori, ho verbalizzato una fastidiosa sensazione che mi pervade da tempo: o sono pazzo io, o sono pazzi gli altri. Sono mesi che l’autoproclamato Partito del Pil ci spiega a reti, edicole e Camere unificate che bisogna sbloccare i cantieri, moltiplicare gli appalti, trivellare il mare, costruire nuovi quartieri, grattacieli e “boschi verticali” abbattendo quelli orizzontali (il “modello Milano”, mai più senza), cementificare e asfaltare ovunque, aprire discariche e inceneritori in ogni angolo, e guai a tassare le auto inquinanti perchè quelle ecologiche si fanno solo all’estero (qui non si usa) e non sta bene favorire lo straniero invasore e penalizzare la Fca, e guai a rinunciare a Tav, Tap, Terzo Valico, Gronda, estrazioni petrolifere, e pazienza per le aree verdi (gli alberi rompono i coglioni e non fatturano) o blu (i fiumi e i torrenti sono bagnati e non edificabili: meglio intombarli sotto il cemento).

I leader e i governatori pidin-forza-leghisti parlano a una sola voce come Carlo Verdone-Armando Feroci in riva al Tevere ne “Il gallo cedrone“: “Signori! Elettori! Ma ‘sto fiume ce serve o nun ce serve? … Se nun ce serve, e io dico che nun ce serve, levàmolo, sotteràmolo, prosciugàmolo! Seguitemi bene in questa mia straordenaria intuizione: al posto del fiume, una lunga lingua d’asfalto a tre corsie. Los Angeles! Risultato, due punti virgolette: traffico azzerato, inquinamento disintegrato, guardo a destra e vedo verde, guardo a sinistra arivedo verde, guardo in alto e vedo le rondini senza più l’ombra di un gabbiano, guardo in avanti e se score, signori, finalmente a Roma se score! Parafrasando la frase di un grande autore del passato ma di una modernità straordenaria, io dirò: con me se va nella città ridente, con me se va nell’eterno splendore. Grazie!”.L’ultima impellenza, urgentissima da 29 anni fino a tre giorni fa, era scavare subito nelle Alpi il buco più lungo del mondo per trasportare ad alta velocità merci inesistenti con qualche minuto d’anticipo da Torino a Lione, così da far girare 15-20 miliardi in un cantiere che finge di fare cose da 15 anni e ne durerebbe altrettanti creando la bellezza di 450 posti di lavoro e infestando di Co2 (12 milioni di tonnellate) e altre emissioni venefiche, cemento, acciaio, rame, amianto, materiali radioattivi e polveri la Val di Susa, che curiosamente non ne vuole sapere (subornata dai famigerati anarchici e/o dalle nuove Br).

I 5Stelle provano a dire no (insieme ai Verdi europei), Conte tenta di convincere i francesi che non conviene neanche a loro e tutti strillano che così tramonta lo sviluppo e arrivano la “decrescita infelice”, la bancarotta, l’apocalisse, finiremo tutti sotto i ponti o agli angoli delle strade col cappello in mano. L’altroieri l’ex pm Carlo Nordio, noto “garantista”, chiedeva sul Messaggero di depenalizzare l’abuso d’ufficio per sostituirlo con un apposito reato di omissione in atti d’appalto, per “sanzionare” finalmente con pene esemplari “chi non decide per sbloccare i cantieri”. Quali, non importa. Lavori utili o inutili, amici o nemici dell’ambiente, sostenibili o insostenibili, sono dettagli. L’importante è costruire altre grandi opere con grandi costi e grandi tangenti ma bassa occupazione, anziché fare piccole manutenzioni con bassi costi e alta occupazione contro il dissesto idrogeologico (su 700 mila frane in tutta Europa, 500mila sono in Italia). Ora, all’improvviso, tutti questi impuniti spasimano per Greta e le sue sorelle: ritratti strappalacrime, improbabili candidature al Nobel per la Pace, fiumi di retorica e titoloni del tipo: “E la politica che fa?”. Svetta su tutti Repubblica, che dopo averci illustrato per mesi, ogni giorno che Dio mandava in terra, gli effetti balsamici del Tav sull’ambiente e la salute, indovinate con chi se la prende? Con “le Cinque stelle che ormai non luccicano più”, cioè con l’unica forza politica dell’arco costituzionale che prova a bloccare quello scempio (sostenuto da Repubblica) e gli altri (le trivelle, sostenute da Repubblica), e viene attaccato da Repubblica per non aver bloccato pure il Tap e chiuso l’Ilva (sostenuti da Repubblica).

L’Agenzia dell’Energia ha documentato che, per domare il clima imbizzarrito, si dovrebbero lasciare sottoterra l’80% dei fossili: altro che trivelle petrolifere e gasdotti. Il decreto sulle energie rinnovabili fu bloccato due anni fa, indovinate da chi? Dai trafelati tifosi dell’incolpevole Greta, quelli che predicavano l’astensione per far fallire il referendum sulle trivelle (Pd, FI e Napolitano), varavano il mirabolante Sblocca-Italia (Renzi e Delrio) e approvavano 12 decreti Salva-Ilva per neutralizzare le indagini e garantire l’impunità ai vertici e ai commissari dell’azienda avvelenatrice. Monica Frassoni, leader dei Verdi europei e no Tav convinta, ricorda che basterebbe aumentare di un punto l’efficienza energetica per creare in Europa 366mila posti di lavoro e ridurre del 4% le importazioni di gas. E che l’Italia ha pagato 600 milioni di multe in 8 anni per le infrazioni alle regole europee sullo smaltimento dei rifiuti. Ma qui l’unico politico che parla di questi temi è Grillo, noto comico, mentre la cosiddetta informazione cadenza le nostre giornate al ritmo dell’armonioso fragore delle rotative misto al festoso sferragliare di supertalpe, turbine, scavatrici e betoniere. Poi, all’improvviso, tutti pazzi per Greta. Noi non abbiamo la fortuna di conoscerla. Ma le auguriamo di tenersi a debita distanza da questi gretini*.

* Citazione dalla vignetta di Riccardo Mannelli pubblicata ieri dal nostro giornale

Solidarietà



Costrizione



venerdì 15 marzo 2019

Dal Fronte



Travagliamente eccelso!


venerdì 15/03/2019
Democrazia proprietaria

di Marco Travaglio

Tenetevi forte, perché sta per arrivare la nuova coppia comica dell’anno. Di Maio e Salvini? No, quella ha già vinto l’Oscar 2018. Ora c’è di più e di meglio: Calenda e Pisapia. Se tutto va bene, saranno i capilista del Pd alle Europee, sempreché il primo non riesca a dar vita a una lista fiancheggiatrice denominata nientemeno che “Siamo europei”. L’uso di un brand fra i più screditati sul mercato l’avevano già tentato Bonino&Tabacci l’anno scorso (“+Europa”), con esiti strepitosi: 2,5% dei voti (“-Europa”), ben sotto la soglia del 3%. Ora, siccome alle Europee lo sbarramento sale al 4%, Calenda ci riprova. Sennò fa il capolista Pd a mezzadria con Pisapia. L’idea che, per stare insieme in una lista o in un partito, si debba avere almeno qualcosa in comune, specie se si contestano i giallo-verdi che litigano su quasi tutto, non sfiora più da tempo il trust di cervelli che guida (si fa per dire) il centrosinistra. E gli elettori, sempre trattati come una massa di beoti, ormai se ne accorgono. Poco più di un anno fa, i giornaloni oracolavano il successo travolgente di +Europa. E noi domandammo cosa mai tenesse insieme un vecchio democristiano antiabortista come Tabacci e una radicale abortista come la Bonino, oltre all’urgenza della seconda di associarsi a una lista già esistente che le risparmiasse il fastidio di raccogliere qualche migliaio di firme in piazza. E proponemmo, a titolo paradossale, altre liste similari: Progressisti Reazionari, Bigotti Libertini, Carnivori Vegani e così via. Pensavamo di scherzare, invece vedevamo lungo a nostra insaputa: infatti ecco Calenda&Pisapia che – a parte forse il conto in banca e le fregole di Repubblica – non hanno in comune nulla. Neppure la stazza. Uno, a giudicare dalle foto che posta per farci conoscere, se non le sue idee, almeno la sua circonferenza, è un filino in sovrappeso. L’altro è smilzo e smunto. Praticamente Stanlio e Ollio.

Poi ci sarebbero pure le incompatibilità più rilevanti, quelle – con rispetto parlando – sui programmi. Calenda viene da Confindustria, Ferrari, Italia Futura di Montezemolo e Lista Monti. Pisapia viene dalla sinistra extraparlamentare, da Democrazia proletaria e da Rifondazione comunista. Che avranno mai da raccontarsi? Dalle grandi opere al lavoro, dall’economia agli esteri, dall’immigrazione all’ambiente, sono agli antipodi. Calenda, se fosse per lui, asfalterebbe pure i laghi, i fiumi e il mare. Pisapia, nel 1996, tuonava contro la variante di valico dell’Autosole Firenze-Bologna, voluta dall’allora ministro dei Lavori pubblici Antonio Di Pietro e bloccata dall’allora ministro dell’Ambiente Edo Ronchi.

“Compito di un governo coerente – disse l’allora senatore del Prc, schierandosi con Ronchi contro l’opera – è di portare avanti il programma per cui ha avuto il consenso popolare ed è quindi comprensibile la decisione di chi si oppone a scelte personali di un singolo ministro non eletto (Di Pietro, ndr) o a prese di posizione diverse da quelle concordate nella maggioranza”. Chissà Calenda, che si appalterebbe pure il cigno del laghetto, cosa ne pensa. Lui che ha appena detto no alla Boldrini in quanto “buonista” e promotrice di una “accoglienza indiscriminata dei migranti”. E che l’altra sera litigava col portavoce di Baobab perché “prima di tutto bisogna dire che non vogliamo e non possiamo aprire le frontiere a chiunque voglia venire, altrimenti perderemmo il controllo del Paese. La sinistra deve imparare a dire delle parole chiare”. Chissà se le dirà Pisapia, amicone della Boldrini, e se coincidono con le sue. Più che candidarsi nel Pd, i due dovrebbero fondare il Dp: Democrazia Proprietaria.

Ma grande è la confusione sotto tutti i cieli. Il vecchio camerata monarchico Antonio Tajani, inopinatamente presidente del Parlamento europeo e vicepresidente di FI, esce al naturale a La Zanzara: “Mussolini, a parte la vicenda drammatica di Matteotti, ha fatto cose positive fino alle leggi razziali e alla guerra al fianco di Hitler”: cioè fino al 1938 (le leggi liberticide, l’abolizione dei partiti avversari, il Tribunale speciale e la guerra d’Etiopia, precedenti al ’38, furono una figata). Poi, per salvarsi la poltrona (in Europa certe cose è ancora meglio non dirle) e il maquillage da argine moderato contro la barbarie populista, ha dovuto violentarsi e proclamarsi nientemeno che “antifascista convinto da sempre”. Un atto contro natura che non andrebbe mai chiesto ad alcun essere umano, tantomeno a Tajani. Intanto il “nuovo” Pd di Zingaretti, con il suo “nuovo” tesoriere Luigi Zanda (76 anni, in politica da appena 43), che ha sostituito quello vecchio Francesco Bonifazi (appena indagato per finanziamento illecito e false fatture), tiene subito a distinguersi dal vecchio che nel 2013 aveva abolito il finanziamento pubblico diretto ai partiti: chiedendone l’immediato ripristino. Non solo. Il Pd strepita contro la legge-porcata sulle autonomie regionali, come se non fosse stato Gentiloni ad aprirle la strada ai tempi dei referendum lombardo-veneti e delle richieste analoghe dei governatori pidini Bonaccini e Chiamparino. Pd e Forza Italia accusano il governo di svendere il Paese alla Cina per l’accordino sulla “Via della seta”, forse ignari delle trionfali missioni di B., Prodi, Renzi e Gentiloni sotto la Grande Muraglia. E i sindacati, non contenti di aver criticato il Dl Dignità, quota 100 sulle pensioni e il reddito di cittadinanza dopo aver chiesto per anni cose simili ai governi amici che facevano l’esatto opposto, se la prendono pure con il salario minimo, che invocavano fino a quando non l’ha proposto Di Maio: del resto che sarà mai un lavoratore italiano su cinque che guadagna meno di 9 euro lordi l’ora. Già pronta la nuova lista Confindustria Sindacale.

giovedì 14 marzo 2019

Ottimo pensiero


giovedì 14/03/2019

Ora l’Ue allunga la vita ai prodotti


di Massimo Fini


Qualcuno ci sta arrivando. Probabilmente fuori tempo massimo. Dove? A comprendere che il modello di sviluppo che abbiamo imboccato a partire dalla Rivoluzione industriale e che poi abbiamo cavalcato sempre più velocemente è sbagliato da ogni punto di vista, non solo ecologico, che è quello più intuitivo, ma economico e umano. Una direttiva Ue vuole obbligare le aziende ad “allungare la vita dei loro prodotti”. Questa misura, se davvero fosse applicata ed estesa (per ora riguarda solo gli elettrodomestici bianchi) è devastante. Va contro uno dei totem su cui si regge il nostro modello di sviluppo: “l’obsolescenza programmata del prodotto”, cioè un prodotto deve avere una vita breve, la più breve possibile, per non interrompere, ma anzi accelerare, il ritmo del consumo su cui si regge tutto il sistema. Ma il provvedimento va concettualmente molto più in là. Come nota sul Giorno Gabriele Canè “il mercato sforna sempre una serie nuova di qualunque cosa, pochi mesi dopo aver messo in vendita la precedente novità”. La cosa è particolarmente evidente nell’economia digitale dove uno smartphone di nuova generazione viene immesso sul mercato con varianti trascurabili rispetto a quello precedente per attirare l’uomo-consumatore che pressato da una pubblicità altrettanto incalzante ci casca regolarmente. Ma il concetto può essere tendenzialmente valido quasi per qualsiasi altro prodotto. Si tornerebbe così all’economia del ‘riciclo’ su cui ha vissuto, per secoli, il Medioevo europeo. Dice: questa è la legge del mercato. Certo, ma questo è proprio il meccanismo, basato sul mito delle crescite esponenziali, che ci porterà necessariamente al collasso, non tanto ecologico, perché l’uomo è un animale molto adattabile, ma economico.

Inoltre sta inquinando e deteriorando da tempo la nostra esistenza. Da questo punto la prende l’autorevole opinionista del Corriere, Galli della Loggia, in un editoriale del 7.3 “Lo sviluppo crea insicurezza”. Della Loggia la prende alla larga e con prudenza, ma in sostanza sostiene che l’uomo, nella sua ricerca affannosa di uno sviluppo sempre maggiore, si è troppo subordinato all’Economia e alla Tecnologia. Che è la mia tesi, sempre irrisa, almeno da quando pubblicai La Ragione aveva Torto? nel 1985. Abbiamo la possibilità di ricorrere a un esperimento ‘in vitro’. La Cina, che per ragioni culturali profonde che risalgono alla teoria dell’inazione cioè detto in termini molto semplicistici della non azione di Lao-Tse (Il libro della norma) si era fino a pochi decenni fa sottratta al modello di sviluppo occidentale, oggi vi è entrata con prepotenza. Ebbene, nell’odierna Cina il suicidio è la prima causa di morte fra i giovani e la terza fra gli adulti. La ‘ricchezza delle Nazioni’, per dirla con Adam Smith, non ha niente a che fare con il benessere e la qualità della vita dei suoi abitanti. Nell’Africa subsahariana, prendiamo la Nigeria, i Paesi più ricchi sono quelli che hanno il maggior numero di poveri o per meglio dire di miserabili. Agli albori della Rivoluzione industriale Alexis de Tocqueville nel suo libro Il pauperismo nota, con stupore, come in Europa i Paesi che avevano imboccato per primi questa strada avessero un numero molto maggiore di poveri di quelli che erano rimasti fermi. Scrive Tocqueville: “Allorché si percorrono le diverse regioni d’Europa, si resta impressionati da uno spettacolo veramente strano, e all’apparenza inesplicabile. I paesi reputati i più miserabili sono quelli dove si conta il minor numero di indigenti, mentre tra le nazioni che tutti ammirano per la loro opulenza, una parte della popolazione è costretta, per vivere, a ricorrere all’elemosina dell’altra”.

Sono cose che dovrebbero far riflettere se avessimo ancora capacità di riflessione. Ma poiché l’abbiamo perduta si continua imperterriti sulla strada di sempre: costruzione di infrastrutture sempre più pesanti e complesse, superstrade, superponti, supertrafori, il tutto per aumentare la produttività ed essere all’altezza della competizione globale. Noi dobbiamo produrre compulsivamente per poter, altrettanto compulsivamente, consumare. Peggio, le cose si sono ormai invertite: consumiamo per poter produrre. Siamo noi al servizio del meccanismo, non il contrario. Come si esce da questo automatismo infernale? Con un “ritorno graduale, limitato e ragionato, a forme di autoproduzione e autoconsumo che passano per il recupero della terra e un ridimensionamento drastico dell’apparato industriale e finanziario”. È la mia tesi, inascoltata in Italia e in Europa, ma non negli Stati Uniti i quali, essendo la punta di lancia dell’attuale modello, stanno proponendo i primi anticorpi, sia pur ancora molto di nicchia, nelle correnti di pensiero che si richiamano al bioregionalismo e al neocomunitarismo.

Ma dubito molto che le nostre classi dirigenti abbiano letto non dico Lao-Tse ma almeno Alexis de Tocqueville che al pensiero occidentale appartiene.