martedì 20 novembre 2018

Toninelli visto da Scanzi


martedì 20/11/2018
IDENTIKIT
Il “vigile” Toninelli: l’uomo inadatto nel posto sbagliato
di Andrea Scanzi

Orange is the new black, Toninelli is the new Nardella. Lanciato a bomba contro se stesso, Danilo Toninelli è una sorta di Bignami dell’insipienza: tutto quel che non andrebbe fatto in politica, lui lo fa. Persino Beppe Grillo ha detto che parlare di lui “è come sparare sulla Croce rossa”. Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti è più Paperino che Disastro, ma quando sei a capo di un dicastero – purtroppo – sempre più centrale, non puoi permetterti neanche mezzo inciampo. E lui, di inciampi, vive. Senz’altro onesto e brava persona: e non è poco. Ma non basta. Parafrasando Marco Travaglio, che ne ha scritto settimane fa, potremmo dire che quando Toninelli non scrive, non parla, non si muove e non sta sui social, qualcosa di buono lo indovina. Un po’ poco, però. E la sua presenza nel Salvimaio finisce col sabotare il governo dal suo interno. Venerdì scorso, sempre sul Fatto, Pino Corrias ne ha vergato un ritratto mitologico. Raccontandone anche gli inizi: “Come molti della premiata lotteria Cinquestelle, Danilo Toninelli viene dal quasi nulla della provincia, paese di Soresina, dove nasce il 2 agosto 1974. Babbo salumiere, madre casalinga, un fratello, una villetta. Fino ai vent’anni, dopo i compiti, aiuta in bottega al bancone. Qualcuno lo ricorda ancora in camiciola bianca e cappello tra i cotechini, già allora adornandosi i polsi con i bracciali colorati, dettaglio d’anticonformismo paesano che ancora coltiva. Finito il liceo e il capocollo, studia Giurisprudenza a Brescia, si laurea, e quando gli tocca il militare, anno 1999, si arruola carabiniere, ufficiale di complemento: ma l’Arma non è ancora il suo destino”.

Assicuratore, matrimonio, figlie. Le prime candidature stitiche (84 e 9 preferenze) col M5S. Poi l’elezione nel 2013. “Secchione” esperto di legge elettorale, inventa il cervelloticissimo “Toninellum” e lo propone in streaming a Renzi. Al tempo la Diversamente Lince di Rignano è all’apice del suo regno tragicomico e Toninelli ne esce zimbellato il giusto. Ora: se ti fai mettere sotto da uno come Renzi, è bene che tu smetta. Subito. Ma lui non smette mica.

Si fa rieleggere nel 2018 e diventa addirittura ministro. Da allora è una slavina. Sensibilizza sul Codice della Strada, ma nella foto non mette la cintura. Si fa ritrarre con sguardo ora “concentrato” e ora “con occhio sempre vigile”, anche se a guardarlo sembrerebbe al massimo soffrire di stipsi. Posta scatti al mare, sorridente muscoloso e piacione, mentre imperversa l’emergenza Genova. Sorride con Vespa davanti al plastico del Ponte Morandi. In un crescendo mesto di tafazzismo bulimico, si rivela poi nell’ordine: sognatore di rosticcerie nelle stazioni e bimbi che giocano sui ponti autostradali; uomo che sussurra a tunnel inesistenti; e da ultimo “esultatore” col pugno chiuso (destro, però) lanciato al cielo dopo una votazione solo per lui storica. “Ischia il vento”, compagno Toninelli! Dopo quell’esultanza da Tardelli moscio ha pure fatto l’inchino zen, mentre la “pianista” Bernini si travestiva da pasionaria posticcia. Uno spettacolo ingigantito dai media, che trasformano ogni minuzia grillina in reato da ergastolo, ma pur sempre mediamente pietoso. Pare si sia arrabbiato pure Di Maio, e non per la prima volta. Nulla di personale, ma non è proprio il lavoro suo: in quel ruolo lì, Toninelli è ontologicamente inadatto. Durante il “caso manina”, mentre Salvini si difendeva dicendo che “Conte leggeva e Di Maio scriveva”, il collettivo Spinoza chiosò così: “Conte leggeva. Di Maio scriveva. E Toninelli colorava”. Geniale. Ma forse non era una battuta.

lunedì 19 novembre 2018

Gran pensiero


“Bisogna ribellarsi al conformismo, al pensiero che le profonde ingiustizie del sistema neoliberista - milioni di persone abbandonate alla miseria e a una vita precaria - siano normali. La precarietà del lavoro e del salario, della pensione, dell’educazione e della sanità non sono normali. È il sistema economico che non funziona. La grande sfida è immaginarne uno migliore. Pensare che il mercato sia un grande regolatore, che più libertà di mercato significhi più democrazia, è sbagliato. Crescono non gli interessi generali, ma quelli di una minoranza.”

(Luis Sepúlveda)

domenica 18 novembre 2018

Exultet!


M’inchino, quasi commuovendomi, nel leggere le parole, i concetti, le proposte di Katia Tarasconi, consigliera regionale del PD emiliano. Prorompo in un “finalmente!” epocale nel gustare i suoi pensieri, che sono di molti, me compreso, proferiti in quella triste e anacronistica assemblea, fiera del nulla che, se non ci fosse stata lei, avrebbe ricalcato lo stereotipo di tutti gli anni precedenti, dannatamente sperperati e riconducibili all’insalubre Era del Ballismo, retta da un bullo egoriferito, supportato da una claque indisponente, pregna di nullità fagocitanti ideali alimentanti la becera arsura di visibilità. 
Katia Tarasconi nasce anch’ella come seguace del Pifferaio Insulso; probabilmente però l’aria tonificante emiliana deve averle fatto un gran bene, ringalluzzendone sinapsi e neuroni! Ai soliti giochi senza storia né arte, imprimatur di una politica ad uso di ribaldi e corrotti, antepone, con coraggio, lo sparigliamento, il giusto anonimato, la scomparsa di tutti coloro che per anni hanno flirtato con banche, banchieri, affaristi, tecnorapto e, in specialmodo, con un seriale pagatore di tangenti alla mafia, nonché pluri indagato, alteratore di democrazia, utilizzatore di leggi confezionate ad hoc per i suoi porci comodi, puttaniere incallito, nauseante inglobatore di libertà mediatiche, corruttore senza limiti né decenza, insufflante scientemente idiozie in etere al fine di rimbambirci totalmente in queste terre oramai culturalmente esangui, la cosiddetta Alloccalia. 
Grazie Katia di aver riportato ragione e speranza in un partito non solo da rianimare, ma da rifondare totalmente, blindandolo da codesti ballisti oramai impalpabili!

“E adesso io dico: ritiratevi tutti”

Intervento all’assemblea PD di Katia Tarasconi consigliera regionale Pd Emilia Romagna

Se dovessi titolare il mio intervento lo intitolerei “Ritiratevi tutti”. Mi sono data tre minuti per sintetizzare quella che è una tra le più difficili sfide a cui il Pd deve far fronte. “O noi risorgiamo come squadra o cederemo un centimetro alla volta, uno schema dopo l’altro, fino alla disfatta”: queste parole non le ha pronunciate uno statista o un politologo, le diceva Al Pacino ai suoi giocatori di football nel film Ogni maledetta domenica. Eppure sembra che parli di noi. (…)

Lo spazio a Salvini e ai 5 Stelle lo abbiamo lasciato noi. Noi con le nostre divisioni, correnti, e soprattutto con la nostra presunzione – guardate ne abbiamo tanta, eh –. Noi che continuiamo a parlare di fuoco amico mentre il fuoco vero è arrivato dalla gente. Loro non ci hanno più capito, per loro siamo diventati quelli che difendono le élite, non il popolo, e che ci piaccia o no, sia vero o no, noi abbiamo il dovere di fare i conti con questo. Sono passati 5 mesi dalla scorsa assemblea. A nessuno là fuori, ve lo garantisco, interessa chi sta con o contro Renzi, Franceschini, Martina, Zingaretti, Minniti. Noi dovremmo provare con questo Congresso a dimostrare una volta per tutte di essere una squadra e non un agglomerato di singoli presuntuosi, arroganti e spesso autoreferenziali. Ci serviva, ci serve, io spero, un congresso serio, rifondativo sui programmi, sulle idee, sulle modalità, invece sembra che siamo ricaduti in un congresso vecchio stile dove si ha cura persino di mettere persone provenienti dalla stessa area politica a sostenere diverse mozioni per essere sicuri ancora una volta che comunque vada qualcuno difenderà la vostra ricandidatura.

Se io questa cosa la dico fuori, la gente mi dice “Hai ragione” e anche qui dentro tantissimi la pensano così, ma avere il coraggio di dirlo è un’altra cosa. E voi credete che la gente non l’abbia capito? Il punto è: anche se l’elettorato cominciasse a vedere il governo gialloverde per quello che è, con le sue promesse irrealizzabili, siete davvero sicuri che sarà pronto a votare il Partito Democratico un’altra volta? Io purtroppo no. Davvero non sono sicura. Perciò io dico o non risorgiamo adesso come collettivo o saremo annientati individualmente. Siccome non voglio che tutto questo passi come una critica faccio una proposta e siccome credo che tutte le persone che si sono candidate siano capaci e stimabili, io dico ritiratevi tutti, facciamo un passo indietro, facciamo un congresso in un altro modo, ripartiamo da zero, ripartiamo non dalle persone, ripartiamo dalle idee, ripartiamo dai valori, ripartiamo dal riscrivere lo statuto. (…) Il Pd ha bisogno di ossigeno, deve essere libero, tra la gente e non più ostaggio di qualcuno. Chiudo e vi dico che una delle cose che ho guardato oggi, con un po’ di tristezza, è che noi siamo il partito che dovrebbe stare in mezzo alla gente e persino qui in assemblea c’è un cordone che divide un pezzo di assemblea, quelli importanti, dall’altro pezzo di assemblea, che sta dietro. E no, ragazzi, se siamo il partito della gente siamo tutti insieme, questa è tutta l’assemblea.

Sia così!


D’accordissimo! Togliamo immediatamente il disturbo per far ritornare coloro che sanno governare, che lo hanno sempre fatto alla grande. Se non altro per farli smettere di cianciare, blaterare, belare su democrazia, libertà, diritti, legalità, accoglienza. Rompendo oltremodo i coglioni.

domenica 18/11/2018
Il Cazzaro posseduto

di Marco Travaglio

L’abbiamo scritto già quest’estate che Di Maio farebbe bene a valutare seriamente l’utilità di proseguire l’alleanza con Salvini. E non erano ancora accadute le frizioni 5Stelle-Lega su alcuni punti qualificanti del programma di governo. Né il Cazzaro Verde aveva tranciato, come ha fatto ieri, l’unico esile filo che teneva insieme i giallo-verdi: il Contratto. Le ragioni tattiche che avevano originato il “governo del cambiamento” sono note, almeno a chi ha buona memoria: la necessità di evitare di tornare subito al voto e la mancanza di alternative per l’indisponibilità del Pd a mettersi in gioco. Ora però la situazione è cambiata: non si vede né un governo né un cambiamento. O meglio: si vede un partito, il M5S, che – con tutte le sue gaffe e i suoi errori – prova e ogni tanto riesce a cambiare qualcosa; e il presunto alleato, la Lega, che gli mette ogni giorno i bastoni fra le ruote per conservare o restaurare l’Ancien Régime. Non è solo una battaglia di potere fra partiti concorrenti: è anche il frutto della trasformazione della Lega in qualcosa di molto diverso da ciò che era fino alla vigilia del 4 marzo: un partito del 12-15% che contendeva a B. la leadership del centrodestra su posizioni quasi paritarie. E giocava a contrapporsi come forza anti-sistema (pur facendone parte da 25 anni) al vecchiume italoforzuto.

Ora, nel breve volgere di nove mesi, il tempo di una gravidanza, la Lega s’è mangiata quasi tutto il vecchio centrodestra (infatti è passata dal 17,7% al 30 e più). Ne sta imbarcando tutto il peggio, soprattutto nelle regioni del Sud. E, più riciclati incorpora, più si gonfia e diventa simile a quel che fu FI, meno può permettersi di cambiare qualcosa. Paradossalmente, proprio mentre uccide il padre, anzi il nonno, Salvini ne viene posseduto e imprigionato. Gli elettori di centrodestra, si sa, sono di bocca buona: dopo aver digerito B., Dell’Utri, Previti, Cosentino, Cuffaro e altri galantuomini, considerano Salvini&C. delle educande. Dunque la corsa dei peggiori figuri sul Carroccio del vincitore non toglie voti a Salvini, anzi ne porta di nuovi. Ma le dimensioni abnormi assunte dalla Lega la costringono a farla finita col cambiamento e a tirare il freno a mano ogni qual volta i 5Stelle provano ad attuare uno dei punti innovativi del Contratto. Manette agli evasori? Era Salvini a sventolarle in campagna elettorale: tutto dimenticato. Meglio un bel condono (stoppato l’altra notte in extremis dal M5S, ma al prezzo di rinviare la linea dura sui reati fiscali). Ridiscutere le grandi opere inutili? Per carità: ecco i leghisti in piazza con le madamine e i pidin-forzisti nascosti dietro.

Annullare le concessioni pubbliche? Per carità: fosse per la Lega, chi ha lasciato crollare il Ponte Morandi incasserebbe altri miliardi per ricostruirlo. Trasparenza sui soldi a partiti e fondazioni? Non se ne parla, sennò qualcuno chiede lumi sui 49 milioni spariti e sugli strani giri dal Lussemburgo all’onlus leghista Più Voci. Chiudere negozi e outlet a rotazione la domenica? Guai, sennò chi li sente i governatori e i sindaci leghisti, tutt’uno col pidino Sala. Metter mano ai conflitti d’interessi? Figuriamoci, B. non vuole e nemmeno i grandi editori, che ogni giorno erigono sui giornaloni il monumento equestre a Matteo (sia quelli di destra che lo elogiano, sia quelli di sinistra che fingono di attaccarlo spacciandolo per il vero padrone del governo, anche se non fa nulla). Bloccare la prescrizione? Peggio che mai, altrimenti l’establishment che ha eletto Salvini a nuovo santo patrono del Sistema finisce in galera. Anzi, piuttosto si tenta di svuotare il peculato per salvare i leghisti, i forzisti e i pidini che rubavano sulle note spese coi fondi regionali e comunali. E sotto coi nuovi inceneritori, ignoti al Contratto, ma non ai compari di Cosentino e Giggino ’a Purpetta convertiti al salvinismo. Alla Rai, mentre i 5Stelle nominano un Ad indipendente come Salini, la Lega fa la guerra per piazzare tal Casimiro Lieto, nientemeno che autore de La prova del cuoco dell’ex (?) capitàna Isoardi.

In questo continuo gioco di Penelope, dove Salvini disfa di notte la tela che Di Maio tesse di giorno, è già un miracolo se il M5S è riuscito a portare a casa il dl Dignità (annacquato dai leghisti), il ddl Anticorruzione (con agenti infiltrati, aumenti di pena e premi ai pentiti), il blocca-prescrizione (dal 1° gennaio 2020), il nuovo voto di scambio politico-mafioso, l’abolizione dei vitalizi, i fondi in manovra per reddito di cittadinanza e rimborsi ai truffati dalle banche, lo stop al bavaglio sulle intercettazioni e alla Svuotacarceri. Che, di fronte al quasi nulla della Lega (l’inutile dl Sicurezza e l’inutilissimo ddl sull’illegittima difesa), è un bottino tutt’altro che magro. Ora però è impensabile che i 5Stelle trascorrano i prossimi quattro anni a lottare ogni giorno col sedicente alleato per realizzare ciò che avevano concordato nel Contratto, stracciato da Salvini senza neppure interpellare il “comitato di conciliazione”, previsto per dirimere le controversie. Il Cazzaro Verde posseduto da B., anziché a governare pensa solo alle elezioni europee. E cerca pretesti per rompere. Tanto vale che i 5Stelle lo anticipino: approfittino dei pochi mesi che mancano per piazzare, se ci riusciranno, qualche altro colpo; e poi lo lascino al suo destino. Che probabilmente sarà un nuovo voto per il Parlamento, seguìto da un bel governo Salvini-B. (così quanti oggi gridano al fascismo lo rimpiangeranno). O magari niente elezioni e subito un governo di restaurazione Lega-FI-Pd. Dopo avere sfilato a braccetto a Torino per il Tav e combattuto insieme contro l’Anticorruzione e l’anti-prescrizione, è giusto che i tre partiti dell’Ancien Régime smettano di vedersi di nascosto e ufficializzino il partouze.

sabato 17 novembre 2018

Incroci


Quel sigaro, borchiato, da telefilm colombiano mi ha attirato, fermo al lungo semaforo, appaiato al suo enorme Suv, rigorosamente nero; e poi la chioma di capelli, gli occhiali a specchio e una padella diamantata incastonata sul lobo sinistro. Parlava con il passeggero alla sua destra con quel ghigno tipico di chi crede di essere il fulcro del mondo, a cui dispiace tremendamente dover condividere aria, acqua e cibo con il resto dell’umanità. E allorché gli si è avvicinato un abituale elemosinante dell’incrocio, un anziano sdentato con barba incolta e bicchierino tremolante in mano, questo signore avviluppato all’effimero, facendo scendere l’aureo finestrino, nella fattispecie finestrone, ha incominciato elegantemente ad insultarlo, dileggiandolo oltremodo, trasudando disprezzo, alterigia, arrivando a sbuffargli il prezioso fumo del suo pacchiano sigaro, in faccia, al punto che se avessi avuto l’auto di 007 non avrei esitato a farlo esplodere, sollevando ed allietando la comunità intera. Essendone sprovveduto, mi è rimasta solo la speranza in un mondo più giusto, poca cosa al confronto dell’eclatante merdosità di idioti taglia XXXL, come questo sbuffante e vaporoso imbecille.

Confusione


Ribollio, eterno e perpetuo ribollio m'offuscano sinapsi, per altro già di per sé lente e latentemente rinsecchite. 
Cerco il bandolo ma la matassa nel contempo s'ingigantisce: Moscovici e compari stanno per iniziare una battaglia apparentemente legale, come i patti firmati a suo tempo convalidano. Rigurgiti ancestrali però s'insinuano nelle pieghe del mio essere, scatenando una lotta pregna di dubbi e di domande: se è vero, lo dovrebbe, che una manovra rivolta ai cosiddetti ultimi stia per essere rigettata, conseguentemente dovrei essere portato a cogitare che questa non rappresenti una necessità primaria. Se Bruxelles, come mai prima d'ora, richiamerà l'Italia ufficialmente, innescando la procedura d'infrazione, è chiaro e lampante che coloro che attualmente sono in difficoltà, per mancanza di lavoro ed per altre tragedie affini, dovranno definitivamente ristagnare, silenti, nella miserrima condizione. Perché ce lo chiede anzi, lo pretende l'Europa, che siamo anche noi. 
Come dicevo, qualcosa non mi torna: se le proiezioni, i calcoli, gli scenari degli anni che verranno incutono già fin d'ora apprensione, se il ritorno a galla è previsto tra cinque, sei, forse sette anni, domando a non so chi: "scusatemi, perché la taratura di questa economia non è ad altezza uomo?" 
Mi spiego: dice un verso dei salmi che gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti. E' vero che immediatamente dopo, quel passo biblico preannuncia pure una granitica verità: "ma quasi tutti sono fatica, dolore." Ma è nel finale che si srotola quello per cui mi vien ora da scrivere: "passano presto e noi ci dileguiamo." 
Sono fatica, sono dolore, questi anni, anche se non per tutti; passano però in fretta, lo spazio temporale è tremendamente ristretto ed infine ci polverizzeremo tutti. Ecco la cresta, il raggio insufflante un'amara verità: abbiamo, meglio hanno, tarato le regole su una scala temporale che non ci appartiene, dove non entriamo con la nostra biologica esistenza. Progetti, percorsi finanziari sono rivolti al domani lontano, ad un futuro probabilmente vissuto da un terzo della popolazione. Gli esclusi da un decoroso agio, da una svolta per un miglioramento di esistenza non gli appartiene, non è cioè rivolto a coloro che hanno superato i cinquanta, men che meno per gli anziani, termine che puoi anche posticipare dai settanta in giù, ma non che modifica lo sfondo: l'architettura umana insita nella forma attuale di finanza globale, non si confà assolutamente al ritmo umano, alle sue aspettative ristrette nel tempo, all'avvicendarsi fulmineo delle stagioni, guardate il calendario per crederci: siamo nuovamente a Natale. Sembra un'oscura ricerca e convalida della voglia di pochi, che definirei "riccastri", all'immortalità, riposta nella pantagruelica e vergognosa smania di accaparrar risorse di pochi, scatenante soprusi su molti. 
Che cavolo fai programmi a lustri, che minchia confabuli e prospetti progetti di ristrettezze se in una manciata di giorni passa la gloria e la vita da questo mondo? 
Certo, la vita è adesso, al massimo domani! Devi operare nel breve, devi sparigliare gli abusi, le gogne rapto-finanziarie, auscultare il lamento di tanti, troppi, che vedono sfrecciare treni senza la possibilità di salirvici sopra. Devi ri-tarare, ri-distribuire, ri-valutare, ri-calibrare. Quante vite abbiamo visto lasciare questa terra senza averne vissuto dignitosamente neppure un giorno? Quanti respiri abbiamo udito impregnati di desolazione, abbandono, solitudine? Possibile che non sia chiara a nessuno di lorsignori che su questo pianeta, su questa penisola sono presenti, e si accentuano di ora in ora, eclatanti disparità sociali? 
Che mi frega che il fondo monetario sia preoccupato per questo tentativo, maldestro che sia, di riportare un rivolo di brezza, un impercettibile ristoro, in coloro che affacciandosi nell'alba di un nuovo giorno, maledicono la propria nascita, il continuo girovagare attorno al nulla? 
Non so come si possano definire questi pensieri. Ritengo siano distanti anni luce da parole oramai démodeè come comunismo, lotta proletaria e quant'altro. Nascono e m'avviluppano solo al pensiero che in fondo in fondo diciottomiladuecentocinquanta giorni, riempiono quasi esattamente mezzo secolo. Puff!     

Processi e sentenze



Il Bomba festeggia la seconda condanna di Travaglio. Travaglio oggi spiega. Resto alla finestra, meditando...

Il prezzo della verità

di Marco Travaglio

Avrei voluto parlarvi anche oggi di ciò che accade nel mondo reale. Ma ieri ho trascorso il pomeriggio a correr dietro a un post di Matteo Renzi su Facebook con la notizia di una sentenza del Tribunale di Firenze che, per la seconda volta in un mese, mi vede soccombente con suo padre Tiziano per un risarcimento di 50 mila euro. Solite geremiadi sulle “ingiustizie, le falsità, le diffamazioni”, il “mare di fango” che lui e i suoi genitori plurinquisiti hanno dovuto “sopportare”. Solito elogio ai magistrati che (al momento) gli danno ragione (“ci sono dei giudici in Italia”: soprattutto a Firenze). Solito auspicio che “torni il tempo della serietà” e della “verità” (cioè il tempo dei Renzi). E minaccioso avvertimento ai tg (“sono curioso di vedere come daranno la notizia”, come se fossero usi occuparsi di processi per diffamazione). Il bello è che non so letteralmente di quale sentenza o processo stia parlando, perché né a me né ai miei avvocati risultava quella causa. Forse la busta verde con l’atto di citazione si è persa tra le tante per colpa mia o dell’ufficiale giudiziario, o è andata smarrita nella trasmissione dalla nostra segreteria allo studio legale, chissà. Sta di fatto che ero contumace e non ho potuto difendermi. Poi, in serata, una giornalista molto addentro alle cose della famiglia Renzi – in un’intercettazione depositata agli atti di Consip, Tiziano ne elogia la performance in una puntata di Otto e mezzo con il sottoscritto e Matteo ridacchia: “L’abbiamo mandata noi” – cita sul sito del Foglio brani della sentenza e soprattutto la frase che mi è costata 50 mila euro. La pronunciai proprio nella puntata di cui parlano babbo e figliolo: quella del 9 marzo 2017. Eccola: “Il padre del capo del governo si mette in affari o s’interessa di affari che riguardano aziende controllate dal governo”. Il minimo sindacale della cronaca del momento, e anche di oggi: com’è universalmente noto, Tiziano Renzi era ed è indagato dalla Procura di Roma (con richiesta di archiviazione non ancora valutata dal gip) per traffico d’influenze illecite con la Consip: società controllata dal governo, ai tempi in cui il premier era il figlio Matteo, che aveva nominato l’ad di Consip Luigi Marroni. Non solo. Tiziano Renzi si era messo in affari con un’altra società partecipata dal governo, Poste Italiane, ottenendo per la sua “Eventi 6” un lucroso appalto per distribuire le Pagine Gialle nel 2016, quando Matteo sedeva a Palazzo Chigi. Affare legittimo, a parte la puzza di conflitto d’interessi, e mai sfiorato da indagini. Ma totalmente vero e verificato. Ricapitolando: quella sera, dalla Gruber, dissi la pura, semplice e anche banale verità. E la ripeterei identica oggi. Purtroppo, non so ancora perché (la sentenza non la posseggo), ero contumace, nessuno mi ha avvertito che si stava procedendo in mia assenza e non ho potuto dimostrare di aver detto la verità. Nel processo civile non c’è un pm che conduce le indagini (se ci fosse stato, avrebbe acquisito le carte dell’inchiesta Consip e dell’affare Poste-Eventi6, e subito archiviato il caso): c’è solo un giudice che esamina le “memorie” legali del denunciante e del denunciato e su quelle decide, senza nemmeno tener conto dei fatti notori. Ma in questo processo i miei legali non c’erano, dunque il giudice ha deciso su quel che gli raccontavano gli avvocati di Renzi sr. E ha concluso – almeno secondo ilfoglio.it – che le mie parole “hanno connotazioni oggettivamente negative, alludendo ad un contesto di malaffare e ad un intreccio di interessi privati, economici e politici ad elevati livelli… L’offesa è tanto più grave in quanto si mettono in relazione gli affari personali dell’attore (Tiziano Renzi, ndr) con l’ascesa politica del figlio che, all’epoca dei fatti, … era stato capo del governo e, quindi, figura istituzionale dalla quale tutti si attendono attenzione e sensibilità per gli interessi dello Stato”. Cioè avevo addirittura insinuato un’inchiesta su Tiziano Renzi per Consip e un legame diverso dall’omonimia fra il Renzi che s’interessava a Consip e prendeva appalti da Poste, e il Renzi che guidava il governo azionista di Consip e di Poste. Quanto all’importo di 50 mila euro, meglio non commentare.

Un caso simile mi era già accaduto vent’anni fa. Nel ’95 Cesare Previti mi denunciò perché l’avevo definito sull’Indipendente “cliente di procure e tribunali” (e lo era eccome: era indagato a Brescia per un ricatto a Di Pietro, per cui sarebbe stato poi rinviato a giudizio e infine assolto). Durante il processo, l’Indipendente chiuse i battenti. L’avvocato, non più pagato dall’editore in liquidazione, pensò bene di smettere di difendermi. Così nel ’99 mi ritrovai condannato dal Tribunale di Roma allo sproposito di 79 milioni di lire per non aver prodotto le carte che provavano quanto avevo scritto: cioè l’atto di iscrizione di Previti sul registro degli indagati, di cui tutti i giornali parlavano, ma che il giudice non poteva conoscere perché poteva basarsi solo sulle carte prodotte dalle parti (e la mia non aveva prodotto nulla: il mio fascicolo era vuoto, così come la sedia del mio difensore). Siccome non avevo 79 milioni sull’unghia, Previti mi pignorò per due anni il quinto dello stipendio. Poi la Corte d’appello ribaltò la sentenza, ma non del tutto, perché le prove già disponibili in primo grado non erano più ammissibili in secondo: i giudici ridussero il danno alla somma che avevo già pagato (una ventina di milioni). Vedremo se stavolta andrà meglio. Ma me la vedrò io. Se ve l’ho fatta tanto lunga, cari lettori, è perché ne sentirete come sempre di tutti i colori. Ma mi preme dirvi ciò che vi ho già detto in occasione dell’altra causa alla fiorentina persa con babbo Renzi: ho detto la pura verità, quindi – se volete – potete continuare a fidarvi di me e del Fatto . Ci vuole ben altro per intimidirci.