sabato 2 giugno 2018

Le pagelle di Scanzi


sabato 02/06/2018
LE PAGELLE
Pop-corn strategy, e Conte ha premier nel curriculum
TRE MESI - VINCITORI E VINTI. PROTAGONISTI E COMPARSE. VOLPI, GATTI E TOPI. ECCO CHI CE L’HA FATTA E CHI NO NELLA GRANDE GARA PER FORMARE UN GOVERNO

di Andrea Scanzi

Di Maio

Non sbaglia nulla fino al 4 marzo, poi entra in modalità “ora facciamo la storia” e passa il tempo a ridere sempre. Quando Mattarella inchioda Savona, lui perde la brocca e passa per il topo zimbellato dal gatto Salvini. Un giorno parla di impeachment, quello dopo dice che non era vero niente. È il suo punto più basso, ma proprio quando anche i suoi lo criticano esce dall’angolo e fa tana a Salvini & Mattarella: “Spostiamo Savona”. Riesce pure a impedire che la Lega porti Fratelli d’Italia nel governo. È rinato quando nessuno se l’aspettava più, e nel frattempo è divenuto ministro e vicepresidente del Consiglio: non male, per un 32enne “incapace”.

Voto 7,5

 

Salvini

Quello che meglio ha gestito i tre mesi post-voto. Non ha sbagliato nulla, i sondaggi lo premiano e gli va dato atto (per ora) di essere stato di parola: gli conveniva andare al governo, ma ha preferito sporcarsi le mani con chi fino al 4 marzo era un avversario neanche troppo stimato. Ora, al Viminale, potrà far vedere se è bravo anche nei fatti o solo chiacchiere e distintivo. È il politico più scafato del momento, può relegare Berlusconi al passato e guidare il centrodestra per decenni. Se poi la smettesse di riprendersi dal basso nelle dirette Facebook con effetto Jabba The Hutt, sarebbe meglio per tutti. Anzitutto per lui.

Voto 8

 

Mattarella

Perfetto fino a domenica scorsa, quando col veto a Savona ha firmato uno dei più grandi suicidi politici nella storia repubblicana. E l’incarico a Cottarelli ha peggiorato il tutto. Essendo intelligente, se n’è reso conto. Infatti è tornato sui suoi passi. Facendo poi passare, da buon democristiano, lo spostamento per Savona (che in concreto sposta poco) per vittoria storica.

Voto 6 (media tra 9 e 3)

 

Conte

Il grande sconosciuto, e non è detto che sia un male. Trattato come un mezzo peracottaro dalla stessa stampa che fino a ieri leccava con agio Renzi, è tutto da scoprire. Lui, nel frattempo, può scrivere sul serio “Premier” sul curriculum.

Senza voto (per ora)

 

Meloni

Fosse stato per Salvini sarebbe alla Difesa, ma Di Maio non ha voluto anche per non esasperare l’ala sinistrorsa del Movimento. A destra resta però una delle più preparate. E al Senato, con quella maggioranza ballerina (+10 contando Maie e i due ex M5S), Fratelli d’Italia potrà essere decisiva.

Voto 6

 

Renzi

Leggendario come di consueto. Vara la “Popcorn Strategy”, spingendo i 5Stelle verso la Lega e consegnando il Pd all’irrilevanza sulla base del “tanto peggio tanto meglio”. Poi, sull’onda del veto a Savona, va a Otto e mezzo e straparla di Fronte Repubblicano, come se lui fosse Garcia Lorca e Salvini il generale Franco. Non fa però in tempo a varare tale elaboratissima strategia che subito gli altri tirano su il governo in un giorno. Non ne indovina mezza e la ciliegina sulla torta sarebbe il “Partito Macroncino”, con dentro lui, Gozi, Andrea Romano e il Poro Schifoso. Daje Matteo.

Voto 0,5 (di stima)

 

Brunetta

Sempre più marginale e comicamente abbaiante alla Luna, gli è pure toccato vedere il “suo” Tria ministro nel governo nemico. Ormai lo superano anche i primi allievi che passano. Non si uccidono così neanche i cavalli.

Voto 2,5

 

Sallusti

Per mesi ha detto che Salvini non avrebbe mai rotto con Berlusconi: la sua non era un’analisi, bensì una speranza. È andata male, ma stai tranquillo Alessandro: al prossimo giro andrà persino peggio.

Voto 4

 

Grillo

Nel momento in cui Di Maio era così incazzato che stava per invadere da solo la Polonia, lui (con un intervento sul Fatto di martedì) ha calmato gli animi del pupillo e del Movimento, rispolverando uno dei suoi cavalli di battaglia: “La vera politica è il mercato”. Una delle sue mosse politiche più riuscite, e il fatto che uno come Grillo abbia svolto il ruolo del pacificatore la dice lunga sui tre mesi a rovescio che abbiamo vissuto.

Voto 7

 

Cottarelli

Si è messo al servizio del Paese, ci ha messo la faccia ed è uscito di scena quando ha capito (subito) di non avere chance. Bravo.

Voto 6,5

 

Lorenzin

Si è definita da sola “partigiana”, in difesa e a guardia della Costituzione. Basaglia ha fallito.

Voto 3-

 

Sgarbi

Senza elettori, senza ruoli, senza potere. Espulso da un Giachetti qualsiasi, urlante come un Becchi minore. Che agonia straziante. Più attacca e più i nemici crescono (Di Maio), più incensa e più i despoti tramontano (Berlusconi). Ormai è un Fassino postumo in vita. Gli sia lieve il crepuscolo.

Voto 1+

 

Cacciari

Tratta male tutti, non gli va bene nulla e ha ragione anche quando ha torto. L’idolo indiscusso, per distacco, di chi scrive. Il Chuck Norris dei filosofi.

Voto 12

 

Rosato

Ha varato un abominio di legge elettorale che aveva come unico intento il trionfo di Renzusconi e invece per contrappasso ha dato vita al Salvimaio. Più che un politico, Rosato è il protagonista del remake di Io sono leggenda. Fenomeno.

Voto 0+

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Ragogna



Festa travagliata


sabato 02/06/2018
Bella ciaone

di Marco Travaglio

In attesa di sapere cosa farà il governo, vediamo com’è l’opposizione.
Quelli che il fascismo. Non le vedete le camicie nere in marcia su Roma, i vagoni piombati in partenza per Auschwitz, i lager con le bandiere di 5Stelle e Lega che garriscono dalle torrette? Peggio per voi: il fortunatamente ex ministro Delrio li ha visti e ha subito denunciato alla Rai (dove il suo partito Democratico e antifascista controlla tutte e tre le reti e i tg come Mussolini con l’Eiar) il palese fascismo del governo Conte. Resta da capire come mai il suo partito Democratico e antifascista abbia scritto l’ultima legge elettorale, il balsamico Rosatellum, con “la Lega neofascista”, oltreché con l’amico B. E come mai avesse ispirato la precedente, il prodigioso Italicum (purtroppo bocciato dalla Consulta perché incostituzionale), alla legge fascistissima Acerbo, peggiorandola un po’. Ma soprattutto andrebbe spiegato come mai, se vedeva il Duce alle porte, il partito Democratico e antifascista abbia fatto di tutto per spalancargliele, rifiutando con i leggendari #senzadime le offerte di Di Maio a sedersi al tavolo per firmare un contratto che magari, al posto del camerata Salvini, avrebbe confermato al Viminale il compagno Minniti. E ci avrebbe risparmiato non solo il Salvimaio, ma pure il “fronte repubblicano” renziano contro “fascisti” e “sfascisti” per difendere la Costituzione (che il Pd voleva distruggere) con le brigate antifranchiste capitanate dai comandanti Renzi, Boschi e Calenda, in clandestinità sulle montagne d’Etruria con Guernica appuntata al petto sulle divise in cachemirino e il cartoccio di pop-corn a intonare “Bella ciaone”. Senza contare che, se davvero Mattarella avesse spalancato le porte al fascismo come re Sciaboletta nel 1922, bisognerebbe dirne quattro anche a lui.

Quelli che è tutta destra. Il governo giallo-verde rappresenta il M5S, movimento postideologico con principi tipici di ogni centrosinistra, e la Lega, partito di destra. I 5Stelle esprimono il premier e 10 ministri su 18, quasi tutti i più pesanti (Lavoro-Infrastrutture-Telecomunicazioni, Esteri, Difesa, Giustizia, Salute, Ambiente, Sud), tranne i 2 affidati alla Lega (Interni ed Economia). Lo stesso vale per il programma, che l’Istituto Cattaneo (vicino al Pd) definisce in prevalenza “di centro”, con punte molto progressiste su beni comuni, reddito di cittadinanza, lotta all’illegalità dei colletti bianchi, e altre di destra su migranti e autodifesa.

Però l’ideologia e il rosicamento sono duri a morire: basta leggere Repubblica e l’Espresso che, dopo aver sapientemente bocciato qualunque ipotesi di dialogo fra Pd e M5S, ora piagnucolano per il “governo di destra”, con “programma di destra”, “atteggiamenti di destra”, “natura dichiaratamente di destra” e probabilmente anche canottiere, mutande, calzini e guêpière di destra, insomma un “laboratorio pratico della nuova destra sovranista e antieuropea” (Claudio Tito). Basta che Conte&C. dicano “cambiamento” perché Tito li veda ipso facto in orbace a sognare “una sorta di dittatura del malumore dei cittadini” (qualunque cosa voglia dire). Del resto, per l’Espresso, “Di Maio porta i punti più banali del contratto” mentre “a Salvini spettano le idee e i ministri forti”, nell’ambito di “un’ideologia sottile di destra”. Invece i governi che abolivano l’art. 18, devastavano la Costituzione, calpestavano il Parlamento con decreti, fiducie e canguri, favorivano il precariato, depenalizzavano l’evasione, rimpinzavano di miliardi banche e grandi imprese, servivano fedelmente tutte le peggiori lobby, combattevano i pm liberi, erano di sinistra. Strano che gli elettori lettori di Repubblica ed Espresso non l’abbiano capito.

Quelli che l’Europa. Diciamolo: Tito non l’ha presa affatto bene. Sotto il ciuffo di Conte, intravede financo una “deriva orbaniana”, da Viktor Orbán, il premier ungherese ultradestro. Che però fa parte del Ppe con Merkel, Tajani e B. Non con Salvini, né con Di Maio. Del resto, l’idea che la presenza di Savona nel governo provocasse ipso facto il boom dello spread e l’uscita dell’Italia dall’Ue poteva venire in mente solo a Mattarella e ai giornaloni che, quando lo spread fece davvero boom alla notizia della caduta di Conte, si guardarono bene dal titolare: “Il Quirinale e Cottarelli bruciano i risparmi degli italiani” (preferirono, come La Stampa, un più ragionevole “Lo spettro del voto affonda euro e Borse”: quindi i mercati volevano un governo). Ora che agli Esteri c’è l’europeista Moavero e all’Economia l’europeista critico Tria, almeno Tito dovrebbe respirare un po’: invece no, Moavero e Tria sono “un trucco estetico”. Orbaniani anche loro. E vabbè.

Quelli che Micron. Ci dicono che tutto il mondo trema all’idea del Salvimaio, tranne ovviamente Le Pen, Orbán e Putin, poi Macron telefona a Conte per dirsi “ansioso di lavorare insieme”. Un colpo al cuore per il rag. Cerasa, che sul Foglio strapazza il francese da par suo: “Il passo falso di Macron. La telefonata a Conte e la convinzione che i 5s siano interlocutori validi”. La prossima volta Macron faccia la cortesia: chiami un interlocutore più valido, tipo il rag. Cerasa, casomai avesse il numero e sapesse chi è. Non vi dico in che stato è ora il ragionier direttore alla notizia che il prof. Tria, collaboratore del suo giornale, è addirittura ministro dell’orrido “governo sfascista”. Non c’è più religione, e nemmeno gratitudine.

Ps. Siamo tutti atterriti dal “laboratorio del populismo di governo” ( La Stampa). Però da ieri, dopo 5 anni e 3 governi, Alfano non è più ministro. Non è meraviglioso?

venerdì 1 giugno 2018

Verità amara




Palla al centro


Inizia l'avventura del nuovo governo e parte nel contempo, dai meandri del Paraventismo, l'attacco critico alla nuova compagine. Certo, fa parte del gioco, l'opposizione democraticamente dovrà svolgere la sua basilare missione. Ma a questa tornata l'opposizione è una vendicativa masnada di ex faccendieri, dediti ad uno svilimento democratico senza precedenti: il PD ad esempio, è stato immobile e silente per tutti gli 88 giorni di trepidante attesa, lasciando solo in mezzo ai marosi il Presidente della Repubblica. Rosiconi senza dignità speravano, ansimando, nella distruzione totale della legislatura appena nata, infischiandosene di spread, di terremoti finanziari, e di quant'altro minante la solidità istituzionale. Ed ora che il governo è nato, essendo proseliti del sopra citato Paraventismo, eccoli a sbandierare difesa della Costituzione, che in tempi passati desideravano modificare in modalità abnorme, bloccati per fortuna dal lungimirante popolo italiano. Eccoli nascondersi dietro all'altro usatissimo paravento del fascismo, di una destra al potere, come se con Verdini, Alfano e soprattutto il Delinquente Naturale ci avesse governato Di Maio.
Sia chiaro un concetto: attualmente sono vicino al Movimento, ma pronto a sfancularlo nel caso gli atti del governo vadano contro il buon senso. 
Sono consapevole che Di Maio ministro del Lavoro sia una particolare anomalia, ci mancherebbe (anche se comicamente potrei dire che come da curriculum Luigino ha lavorato nel campo della ristorazione ... in ambienti molto popolati e con presenza importante di malattie pericolose, quali il tifo...); sono consapevole che Salvini sia una mina vagante agli Interni, anche se verrebbe da dire che se in quel ministero fu diretto da Alfano, chiunque lo potrà in futuro dirigere senza alcun problema. 
Mettiamoci pure gli Esteri in mano a Moavero Milanesi, dal passato inquietante, la Signora Trenta alla difesa con il marito che si occupa di acquisti per conto delle Forze Armate. 
Resto quindi in trincea, non mi fido pur ammettendo che l'Ambiente in mano a colui che sfidò la Terra dei Fuochi, un medico alla Sanità, un laureato all'Istruzione, un avvocato alla Giustizia costituiscono dei bagliori rassicuranti una buona partenza. 
La differenza con altri soloni rosicanti sta proprio qui, ed è sinonimo di intelligenza: lasciamoli lavorare, diamo loro il tempo per dimostrare di essere una compagine governativa differente dalle precedenti improntate sul mercimonio delle poltrone. Se hanno pensato ad un ministero sulla disabilità, non appaiono come totalmente sprovveduti, tutt'altro: il buonsenso, se applicato, porterà benefici di uguaglianza sociale mai applicati prima. 
In bocca al lupo signori! Sappiate che in queste lande c'è una voglia forsennata nel vedere realizzate promesse degne di una nazione democratica! 
Vamos! 

Lettera del Sindaco di Roma


venerdì 01/06/2018
LA LETTERA
“Caro Padellaro, Roma si può curare e le spiego perché”
CAPITALE - LA SINDACA VIRGINIA RAGGI RISPONDE AD ANTONIO PADELLARO: “TUTTI I GIORNI VIVO SULLA MIA PELLE QUANTO DESCRITTO DA LEI E SOFFRO”

di Virginia Raggi

L’incendio del bus in via del Tritone
Pubblichiamo la risposta della sindaca di Roma Virginia Raggi alla lettera aperta di Antonio Padellaro pubblicata su Il Fatto Quotidiano il 28 maggio 2018

Caro Antonio Padellaro, ho letto la sua lettera aperta con la quale ha lanciato un grido di dolore per la città di Roma. Lo stesso sentimento che condivido e che mi ha spinto due anni fa ad accettare una sfida difficilissima: provare a invertire il declino che ha investito la mia città e restituire normalità alla vita di tutti noi romani. Tutti i giorni vivo sulla mia pelle quanto descritto da lei e soffro. Lei dice che sorrido, come se fossi indifferente. Si sbaglia, si sbaglia di grosso. I problemi di Roma li sento talmente miei che non passa ora del giorno e della notte che non impegni per trovare soluzioni. Il mio è un sorriso di non rassegnazione e di sfida. Io non mi arrendo ma reagisco.

Ha citato il mio intervento in tv. La scorsa settimana sono andata a Piazza Pulita a difendere la mia città che ogni giorno è sottoposta a un attacco mediatico continuo: Roma non è perfetta ma non è l’inferno come si vuol far credere. Non ci sto a questa narrazione a senso unico. Così come non ci sto alle critiche di coloro che riducono le mie sacrosante lamentele a “dare la colpa a chi c’era prima”. Dovrei fare finta di nulla?

QUELLI CHE CI HANNO PRECEDUTO

Le fornisco un dato. Quelli che ci hanno preceduto hanno scavato un buco da 13 miliardi che paga anche lei ogni giorno con la mancanza di servizi ai cittadini: penso a un autobus che ritarda, agli asili che non sono stati costruiti, ai mezzi pubblici vecchi di 18 anni. Mi spiego meglio. I “capaci” andavano al ristorante, addirittura invitavano i loro amici a sbafo e al momento del conto dicevano: “Paga quello che viene dopo”. “Quello che viene dopo” sono i cittadini e l’amministrazione che ho l’onore di guidare. Se credono di ridurmi al silenzio con la filastrocca che non devo parlare del passato, si sbagliano. Non faccio sconti a nessuno. Ricordo quando sono andata all’inaugurazione della Nuvola all’Eur: volevano che sorvolassi sugli oltre 400 milioni spesi per realizzarla. Invece, all’inaugurazione ho detto quello che tutti i romani pensavano: un’opera con costi ingiustificabili. I “capaci” non la presero bene e mi fischiarono. Qualche mese dopo la Corte dei Conti mi ha dato ragione.

E noi che abbiamo fatto? Intanto, abbiamo invertito la rotta: abbiamo ridotto di 200 milioni il debito di Roma e abbiamo chiuso due bilanci senza creare nuovi buchi. Significa che i nostri figli non dovranno pagare al posto nostro. Per avere un’idea di ciò che possiamo fare con 200 milioni, consideriamo per praticità questa informazione: con un milione si può aprire un nuovo asilo, oppure acquistare tre autobus o ancora riasfaltare chilometri di strade.

Potrò lamentarmi del fatto, ad esempio, che negli ultimi decenni invece di rifare l’asfalto hanno sperperato i soldi dei cittadini? E non lo dico io, ma la magistratura che ha arrestato imprenditori e amministratori disonesti nelle inchieste su “asfalto e mazzette”.

Per rimediare alla mancanza di manutenzione degli ultimi decenni sono necessari almeno 250 milioni l’anno per i prossimi cinque anni: a bilancio noi ne abbiamo 30 ogni anno perché il Comune di Roma può permettersi soltanto questo per colpa dei “capaci” di prima.

Ogni anno dobbiamo pagare 200 milioni per ripianare il debito di chi ci ha preceduto. Se avessi quei 200 milioni l’anno non avrei problemi a rifare tutte le strade della città o realizzare i tanti progetti che aspettano soltanto di essere finanziati. Ma quei soldi non ci sono. Questa è la realtà che provo a raccontare in tv. E le assicuro che non sorrido ma sono davvero arrabbiata.

Gli autobus in fiamme? Faccio parlare i numeri. Abbiamo ereditato un’azienda, l’Atac, reduce dallo scandalo delle assunzioni di “parentopoli” e con 1 miliardo e 300 milioni di debiti. Appena arrivati abbiamo trovato 900 autobus marcianti su 2000; pezzi di ricambio pagati il doppio del prezzo di mercato. Ci siamo rimboccati le maniche: abbiamo licenziato gli assunti di parentopoli; abbiamo rimesso ordine nell’acquisto dei pezzi di ricambio; abbiamo sbloccato l’acquisto di 150 autobus nuovi e ne abbiamo acquistati altri 15 con i fondi del Giubileo; abbiamo messo in strada 45 filobus nuovi che da anni giacevano in un deposito (chi li comprò è stato condannato a 5 anni per un presunto giro di mazzette); abbiamo stanziato 167 milioni per acquistare altri 600 autobus; abbiamo avviato attività di controllo dei sistemi anti-incendio su tutta la flotta a rischio. Anche io avrei voluto rottamare gli autobus che hanno oltre 15 anni, come quello che è andato in fiamme in via del Tritone. Abbiamo fatto tutto ciò che si può per sostituirli ma per cambiare 2000 autobus ci vogliono anni e non pochi mesi.

Chi pretende che la flotta di mezzi dell’azienda pubblica più grande d’Europa si rinnovi in un anno sta mentendo ed è in malafede. Non entro nel merito del concordato preventivo con il quale punto a far rimanere pubblica e comunale questa azienda, e non svenderla ai privati. I privati non investirebbero mai sulle tratte periferiche dove, invece, c’è più bisogno di servizi per i cittadini. Io non voglio servizi di serie A per il centro e servizi di serie B per le periferie. E non cambio idea. In tv ho lottato per preservare l’immagine della mia città. Nessun sorriso ma tanta determinazione. Altro che “atarassia”!

Lei scrive che “Roma pare incurabile”. Non lo è. Roma sta ripartendo. Da quando mi sono insediata ho subito attacchi mediatici incredibili ma, anche in questo, ho cercato di trovare un aspetto positivo: non si è mai parlato così tanto di Roma e dei suoi problemi. Così facendo si è creata una coscienza civica che alla mia città mancava. E questo – malgrado le accuse violentissime e spesso infondate nei confronti miei e della mia squadra – è un bene perché sono e resto la sindaca di tutti i romani. Lei parla di “atarassia”, io le rispondo con “l’empatia” che provo per la mia città e per tutti i miei concittadini. Non chiedo sconti ma pretendo coraggio da parte di tutti coloro che hanno l’immenso potere di raccontare: possibile che non ci sia mai nulla di positivo su cui scrivere? Non credo. Io non chiedo sconti, come non ne faccio neanche io. Roma la amo fin da quando sono nata. Sto lottando con tutte le mie forze per cambiare un sistema e per portare normalità nella mia città.

Neo governo travagliato


venerdì 01/06/2018
Meglio o meno peggio?

di Marco Travaglio

È con somma sorpresa, mista a incredulità, che registriamo la prevalenza del buonsenso dopo 88 giorni di manicomio. Ci sarà tempo per giudicare il governo Conte. E l’unico giudizio che conosciamo, anche per la nostra ragione sociale, è quello sui fatti. Della maggioranza 5Stelle-Lega abbiamo già detto tutto: avremmo preferito un accordo tra il M5S e un centrosinistra profondamente rinnovato, ma queste tre ultime parole si sono rivelate un ossimoro, grazie a Renzi e ai suoi presunti oppositori interni. Molte cose della Lega e alcune dei 5Stelle non ci piacciono, ma il demenziale Aventino del Pd non ha lasciato alternative al patto giallo-verde. Salvo, naturalmente, le elezioni anticipate che ci avrebbero regalato un magnifico governo Salvini-Berlusconi. E, tra un governo con Salvini premier alleato del Caimano e un governo con Conte premier sostenuto dal M5S al 32,5% e dalla Lega al 17.5%, preferiamo il secondo: non sappiamo ancora se definirlo sulla carta migliore o meno peggiore, ma lo sapremo presto. Il programma, frutto evidente di un compromesso fra due culture e sensibilità diverse se non opposte, non cambia.

È un misto di molte proposte sacrosante e attese da decenni a costo zero o addirittura a vantaggio mille (su prescrizione, corruzione, mafia, carceri, manette agli evasori, conflitti d’interessi, Rai, Tav, acqua pubblica, tutela dell’agricoltura, green economy, vitalizi e altri tagli alla casta, revisione delle missioni militari all’estero e della Buona Scuola), riforme giuste ma di incerta copertura (reddito di cittadinanza, salario minimo, investimenti pubblici e revisione della Fornero), leggi sbagliate, scoperte e forse incostituzionali (la flat tax, a meno che non si riveli una semplice ed equa riduzione delle aliquote fiscali), assurdità da Stato di polizia (le forze dell’ordine armate di Taser, la pistola elettrica paralizzante inserita da Amnesty fra gli strumenti di tortura; e la licenza di sparare ai ladri anche quando non minacciano nessuno) o da governo xenofobo (gli asili nido gratis solo per bambini italiani), annunci ambigui tutti da verificare (i rimpatri individuali di immigrati irregolari senza diritto d’asilo sono doverosi, le espulsioni di massa sono vietate dalla Costituzione e dalla giurisprudenza europea). La lista dei ministri invece è parzialmente nuova. Savona, dipinto dal Colle come un kamikaze del Jihad Anti-Euro, va incredibilmente agli Affari europei: a Bruxelles stanno già preparando il comitato di accoglienza. A riequilibrarlo, c’è il ministro degli Esteri Enzo Moavero, non proprio un nome di cambiamento.

Viene dai governi Monti e Letta (e pare fosse in lista pure nell’abortito Cottarelli). All’Economia c’è un altro prof: Giovanni Tria, docente ed ex preside a Tor Vergata, con un buon curriculum, a parte i trascorsi con Brunetta. Il resto è un mix di tecnici e politici: a parte Di Maio al Lavoro, Sviluppo e Telecomunicazioni e Salvini all’Interno, non c’è nessun nome eclatante. Ci sono i pretoriani dei due leader: i dimaiani Fraccaro ai Rapporti col Parlamento e alla Democrazia diretta, Bonafede alla Giustizia, Grillo alla Salute e Toninelli alle Infrastrutture; i salviniani Fontana ai Disabili, Centinaio all’Agricoltura e Stefani agli Affari regionali. L’ex finiana e neoleghista Bongiorno si occuperà di PA, sperando che riesca a farla funzionare un po’ meglio dei centralini della sua associazione Doppia Difesa. Fa ben sperare il generale Sergio Costa scopritore della terra dei Fuochi, ministro pentastellato dell’Ambiente. Non altrettanto si può dire dei ministri dei Beni Culturali Bonisoli (M5S), esperto di moda e design, e dell’Istruzione Busetti (Lega), docente di Educazione fisica e burocrate del Miur. Completano il quadro le grilline Barbara Lezzi (M5S) al Mezzogiorno ed Elisabetta Trenta alla Difesa. Esperta di intelligence, sicurezza e cooperazione, la Trenta dovrà chiarire un’ombra di conflitto d’interessi familiare (il marito colonnello al vertice di Segredifesa, che si occupa dei contratti delle Forze Armate).
Dopo tanti fallimenti e colpi di scena, abbiamo un governo di compromesso: magari non entusiasmante, ma nemmeno terrificante come l’hanno dipinto i giornaloni prim’ancora che nascesse. Tutto se ne può dire, fuorché che sia peggiore di quelli degli ultimi 15 anni. Non c’è neppure un ministro inquisito o condannato, ed è la prima volta dal 1994. Nessun ministro puzza di berlusconismo, ed è la prima volta dal 1983, quando con Craxi iniziò la lunga e ininterrotta stagione nera delle leggi ad personam e ad aziendam. I pericoli potrebbero arrivare dal Viminale, se Salvini tornasse indietro dal pragmatismo delle ultime settimane per reindossare i panni del Cazzaro Verde xenofobo e sparafucile da campagna elettorale permanente. E poi dall’ansia di fare tutto subito, anziché procedere gradualmente, sfasciando i conti pubblici. B. intanto schiuma di rabbia perché, per la prima volta da oltre 40 anni, pare ridotto a pelo superfluo della politica, come i suoi compari renziani. Ma, per averne la certezza, aspettiamo il vero “cambiamento”: su conflitto d’interessi, Rai, corruzione, evasione, mafia e prescrizione. Queste leggi non costano nulla: se restassero lettera morta, dimostrerebbero che dietro Salvini c’è ancora B. Ma basta con i processi alle intenzioni: avevamo letto che il capo leghista non voleva fare il governo, invece l’ha fatto. Cedendo su Savona e accettando la mediazione di Mattarella e Di Maio. Il quale ha sbagliato molto. Ma l’altroieri è stato bravo a salire al Colle sacrificando il suo orgoglio personale, per mettere Salvini alle strette e portare a casa il risultato. Se il gioco valeva la candela, lo vedremo presto.