Ed ecco scoccare all’improvviso una giornata allo stato brado in quel di Pistoia, dopo un rigoroso mea culpa sui ceci, anzi sui scesci, per la nefasta frase “ma a Pistoia non c’è nulla!” proferita sull’invito del medico in famiglia, che c’avea dandà a un simposio toscano, maremma dotta! E nella dinoccolata andatura scopro la bellezza pistoiese, il suo borgo, la sua storia, immerso in quell’affascinante dialetto padre della lingua madre, aspirante “c” per la tipica ed abbacinante cacofonia, con quel “mi garba” effervescente più di una bustina d’Idrolitina versata nel bottiglione d’acqua con tappo rinforzato, con quelle “e” aperte, preludio di Firènze, quel vabbène riconciliante lo spirito, trasformanti la giornata richiamando anche in cuor straniero la “maremma” in ogni anfratto del pensiero. Il programma, essendo tutto brado è in continua evoluzione, ma potrebbe contemplà una capatina a Vinci a cercar nobili neuroni e poi una sbirciatina a Firènze, maremma godente!
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
sabato 18 novembre 2017
Sublime Daniela Ranieri
sabato 18/11/2017
Le am-lire: la nuova idea forte di B.
Le am-lire: la nuova idea forte di B.
di Daniela Ranieri
Ormai quando incrociamo Berlusconi in Tv restiamo a guardarlo come in autostrada ci si ferma a guardare gli incidenti. B. entra e si siede al centro dello studio di Porta a Porta, su una seggiola da bar. Fuori campo risuona la voce effettata di Bruno Vespa, abbastanza terrorizzante: “Qual è il tratto principale del suo carattere?”. Da uno così schivo alle pompe come lui, ci si aspetterebbe una risposta tipo “l’umiltà”, “la verecondia”, “la temperanza”. Invece, con odontoiatrica baldanza, il tinto dal Signore s’atteggia: “Sto al giuoco: sono ottimista!”. Riecco “il sole in tasca”, anche se a vederlo così, seduto in penombra con un faro puntato in faccia, non può non venire in mente una convocazione in commissariato.
Alla sua età, manco un capello bianco. Il fondotinta è sempre quello degli anni in cui i ricchi erano abbronzati. Ha un sorriso da Joker, da parte a parte. “Il mio motto? Credere obbedire combattere”, celia citando l’altro squinternato buffone della storia nazionale. A Vespa non pare vero. Finito il giochino della voce da Mago di Oz, entra in studio suonando il campanello (qui c’è un buco nella sceneggiatura, perché lui sarebbe il maggiordomo; vabbè) e si prepara alla pugna da par suo (da artista) con la schiena ingobbita a porgere il vassoio di diciamo domande all’ospite, ora in poltrona con in mano i fogli protocollo che ormai si porta dietro tipo Salvavita Beghelli.
Sorpassata a destra qualunque possibile maschera sorrentiniana, ormai B. è un se stesso distillato, ridotto: il Bignami di se stesso. Il Caraceni con arricciatura sulla spalla lo fa sembrare un manichino della Standa.
Si inizia con la Nazionale, tanto per rafforzare negli sprovveduti l’idea che con lui al potere l’Italia vincerebbe tutti i campionati. A nostre spese si procede al fondamentale collegamento con Arrigo Sacchi, che lo ricopre di saliva. Il Joker si schermisce nel suo particolare modo, lodandosi: “Sono il presidente di un ‘clüb’ calcistico che ha vinto di più nella storia del calcio mondiale”. Una scritta al led percorre lo studio, simile agli allarmi di evacuazione immediata: “Tre volte premier: la quarta volta di Berlusconi”. Anticipa che al governo metterà “non puramente dei ‘tennici’, ma protagonisti della vita civile che si sono trovati davanti a situazioni complicate e ne sono venuti fuori” (li avrà conosciuti ai servizi sociali).
Il suo spin doctor (forse lo smanettone Antonio Palmieri, forse la Pascale) deve avergli consigliato di battere sul tasto “autorevolezza”, in contrasto con la verbosità da venditore del Folletto di Renzi. E quindi: “Io ho una laurea in ingegneria aziendale” (vero, è una laurea honoris causa dell’Università della Calabria nel 1991, tra l’altro gliela volevano togliere quando è decaduto da senatore perché qualcuno fece notare la contraddizione di lasciare una laurea ad honorem a uno privo di onore). Parla di soldi per intortare gli analfabeti: “Le pensioni minime a 1.000 euro”. “Con la flat tax al 25% non c’è più voglia di eludere il fisco” (ecco perché lui l’ha frodato: l’assenza di flat tax gli ha fatto scattare la voglia). “L’evasione fiscale è a 270 miliardi, il Pil sommerso a 540 miliardi, a cui si dovrebbero aggiungere 200 miliardi di Pil dalle attività criminali”, tipo le sue. Parla come se non fosse lui. Forse non è lui. Forse il vero B. è morto e l’hanno sostituito con un sosia, come Paul McCartney. A un certo punto gli scappa pure un grido di dolore per la piaga dei paradisi fiscali, roba che non c’è paradiso fiscale in cui lui non avesse conti offshore. Polito e Cangini di QN rinunciano a fargli domande, come quando si ha a cena un parente anziano un po’ picchiatello, che però in questo caso vuole andare al governo. Ed ecco l’incidente che aspettavamo: “L’euro si può tenere per le transizioni internazionali, per le transazioni interne potrebbe esserci una seconda moneta”. Ecco l’idea forte di B., il suo nuovo fiammante cavallo di battaglia: le am-lire.
Vespa, serio: “Riprenderemmo l’autonomia monetaria e stamperemmo tutti i soldi che vogliamo”. L’idea, già di Totò e Peppino, nello studio Rai risuona come una bomba dell’Isis. E gli stipendi, come li pagherebbe? B. balbetta: “Non voglio entrare dentro questo fatto della moneta”. In effetti, sapere se verremmo pagati in euro o nelle am-lire di Forza Italia è una tecnicalità che si può vedere più avanti. Per ora si sa solo che “1 euro corrisponderebbe a un valore tra 500 e 1.000 lire”. Un cameraman, vedendo che la puntata si sta trasformando nella sala hobby di Cesano Boscone, chiede a Polito di chiedere a B. se i 46 milioni che gli deve Veronica li vuole in euro o in am-lire. “L’argine al populismo” (così lo chiamano i commentatori con Alzheimer selettivo), resta con un palmo di naso sul lato commedia, così butta lì: “Lotto per dare agli italiani democrazia, libertà e giustizia”, che in un suo modo tremendo fa pur sempre ridere.
Evidenziazione
Da questo chiarimento s'evince che, per fortuna, i messaggi di rimbotto alla foto intimante il silenzio siano stati molteplici. La spiegazione a mio parere può essere accettata. Quello che inorridisce, evidenziato dalla freccia, è quel commento allucinante in cui uno sventurato, scrive "nel rimpianto della persona speciale che è venuto a mancare."
Persona speciale?
Persona speciale?
Sembra quasi riecheggiare la celeberrima frase di Garibaldi: "qui si fa l'Italia o si muore!" E forse il tempo è irrimediabilmente scaduto...
venerdì 17 novembre 2017
No no no!
E un bel paio di ciufoli signora figlia di cotanto padre!
Che vorrebbe dirci con questa foto postata sulla sua pagina Facebook? Che dovremmo stare in silenzio?
Via non scherziamo!
Chiarendo che la morte non si augura a nessuno, ci permetta signora di parlare, parlare, parlare per questa morte liberatoria per molti. E' morto un boss sanguinario, riconosciuto dagli innumerevoli ergastoli, dai riscontri, dalle indagini; un uomo soprannominato belva, demonio, autore e mandante di stragi di innocenti.
E noi parliamo signora! Cazzo se parliamo!
Perché siamo stufi, siamo addolorati per tutti gli assassinati, per i Borsellino, i Falcone, per la moglie, per gli uomini della scorta, per la famiglia Dalla Chiesa.
Cazzo se parliamo! Il silenzio fu bene prezioso per il defunto padre, il silenzio mescolato all'odio, a quel malificio chiamato cosa nostra.
Cazzo se parliamo! Siamo sollevati pur sapendo che morto un capo se ne farà subito un altro, con gli stessi ideali assassini, con gli identici obbiettivi diabolici, con quell'acredine e quella malsana idea di vivere sulla terra seminando lutti, accecati da un odio che non ci è proprio.
Cazzo se parliamo! E speriamo in una pulizia generale e completa che distrugga silenzi omertosi, mendaci teorie basate sulla pura violenza, vendette, sgozzamenti.
Parliamo, parleremo sempre! La vibrazione delle nostre corde vocali cancellerà dalla nostra vista il ricordo di simili ed inqualificabili barbarie!
Viva la chiassosa libertà, viva la nazione sana, viva il rinascimento culturale schiantante vite scolorite nel sangue di povere vittime.
Viva Falcone e Borsellino e tutti i martiri uccisi barbaramente da quelle mani!
Cazzo se parliamo!
P.S. Ho visto che a corredo del suo messaggio vi sono una sessantina di "like" e qualche decina di condivisioni. Mi auguro siano parenti. In caso contrario spedirei codesti afflitti in un campo di rieducazione sociale in puro stile maoista, a cui penso sempre in orride situazioni simili a questa!
Riflessione
Una riflessione di Sofia Muscato sulla morte di Riina, postata da Facebook
Non brinderò alla tua morte:
se lo facessi non sarei così diversa da te.
E, invece, se c'è un motivo per cui la tua esistenza ha avuto un senso è proprio quello di avermi fatto capire, a soli dieci anni, da che parte stare e per quali valori spendermi.
La tua esistenza ha fatto realizzare alla bambina che ero che il male esiste e, il più delle volte, coincide con mancanza di Luce, di Bellezza e di Giustizia e che io non volevo essere privazione ma pienezza di senso e di gioia.
Non farò nemmeno finta che la tua morte sia la morte di un uomo come tanti altri perché tu sei stato Totò Riina e, nel male che questo significa, ci hai segnato tutti.
Ci hai marchiato a fuoco con lo stemma della mafia e quello si è tatuato, velocemente, tra la vita e la storia di una città, di un'isola, di una Nazione.
Tu sei il motivo per cui mi sono vergognata di dire che Palermo era il mio luogo del cuore e sei il motivo per cui, ancora, una certa mentalità non si sradica dall'intima natura di alcuni uomini.
Già...
Come nei film migliori dove il cattivo, alla fine, muore e il bene trionfa incontrastato, mi piacerebbe che la tua morte segnasse un'era nuova, diversa, onesta, giusta.
Invece, purtroppo, mi rendo conto che, nella storia, ci sarà sempre un Totò Riina dietro il cui nome troveranno rifugio le situazioni di sopraffazione e malaffare, di spietatezza e mancanza di speranza, di disonestà e cinismo.
Non sarò io a giudicarti o a dirti chi sei stato.
È esistita la giustizia terrena, per il primo giudizio e arriverà la giustizia divina per il secondo.
Io non inaugurerò nemmeno tribunali sommari sul web.
Mi limiterò a impegnare ogni istante della mia vita a essere la persona più diversa da te nella storia delle persone più diverse da te.
E poi pregherò: pregherò che Dio ti riservi una nuvola 41 bis dalla quale, però, tu possa osservare, in lontananza, i Beati che hanno avuto fame di Giustizia.
Pregherò che tu possa scorgerli bene e nitidamente e chiederò al Padre Eterno che tu possa vedere, luminosi, raggianti e accarezzati dalla pace, anche Falcone, Borsellino e tutti i morti per mano tua, mentre con i loro sorrisi illuminano il Paradiso.
Spero che, dentro un cielo con regole diverse da quelle terrene, tu possa osservare tutto questo, cosicché tu possa capire tre cose:
1. Che anche il buio più nero, non sarà mai così profondo da prendersi l'ultima briciola d'amore di cui l'umanità e il Cielo,nonostante te, sono capaci;
2. Che il Principio di Giustizia esiste: È un Principio calato da Dio nel cuore degli uomini puri e da lì, non lo schiodano nemmeno i proiettili.
Incarnare l'integrità morale che contempla anche il perdono, dà un senso alla storia che vogliamo scriverci da soli. Ti dice su quali gambe cammineranno le tue idee e se, dopo il tuo passaggio su questa terra, cresceranno canzoni o bestemmie.
3. Che tu, ingiusto, nel tentativo perenne di combattere la giustizia, hai vissuto lontano dalla più alta forma di felicità che consiste nell'ascoltare la parte più profonda della tua anima, giusta per natura e ontologicamente orientata al Bene.
Tu, ingiusto hai speso tutta la tua esistenza alla ricerca di fuochi fatui e interessi che hai lasciato qui sul pianeta terra, dentro una cella angusta e un cuore piccolo.
I giusti, invece, non muoiono mai, davvero.
Mai.
E, anche squartati dalle tue bombe, freddati dalle tue pistole o uccisi nel modo più barbaro possibile, nel loro corpo fatto a brandelli, conservano molta più dignità di quanta non ce ne sia dentro il tuo essere il Capo di Cosa Vostra.
Sì.
È cosa Vostra.
Non Nostra.
Non MIA.
Io, qui sulla terra, ho fatto la mia scelta.
E siccome non sono come te non fomenterò odio o rabbia.
Ti lascerò andare sapendo chi sei stato, onorando la giustizia che mi porto dentro; ringraziando gli eroi che mi hanno aiutata a capire che il male ha solo il merito di rendere il bene più luminoso e cantando una canzone che arrivi al cielo.
L'unica canzone in grado di accompagnarti e infastidirti per l'Eternità: la canzone delle coscienze libere di questa Sicilia che ti sopravvive.
Interessante articolo sub calcistico
Dal Fatto Quotidiano una spifferata sui movimenti interni alla federcalcio
venerdì 17/11/2017
Caro Tavecchio, guardati dagli amici
di Arbiter * * L’autore è un attento conoscitore del calcio italiano e dei suoi organi direttivi
Se Luca Lotti riuscirà mai a schiodare Tavecchio dalla poltrona della Federcalcio, magari con l’aiuto di Malagò che muore dalla voglia di auto-nominarsi Commissario straordinario per insediarsi alla guida del calcio, il ministro dello Sport punta sull’ex arbitro internazionale Pierluigi Collina. I due si sarebbero già incontrati nelle ultime ore.
Nel frattempo Carlo Ancelotti, in vacanza in Canada sino a fine novembre, non si fida di questa dirigenza Figc e ha preso tempo anche perché non gli è piaciuto il primo approccio, gestito dal Dg della Federcalcio, Michele Uva: lui lo conosce bene, da quando erano insieme al Parma e Uva teneva le redini della società fino al fallimento di Tanzi; poi uomo di fiducia di Sergio Cragnotti, fallito insieme alla Lazio; e infine alla Virtus basket Roma, dove era sbarcato per i buoni uffici di Cesare Geronzi, ma fu allontanato dopo pochi mesi dal patron Toti.
Nel suo bunker di via Allegri, Tavecchio cerca di resistere, “assistito” da un paio di fedelissimi: il primo è Renzo Ulivieri, l’ex militante di Rifondazione comunista che dormiva con il busto di Lenin sul comodino, ma ora convertito – con l’abilità di un trapezista da circo – alle logiche di apparato. Dopo aver votato come presidente degli allenatori insieme ai calciatori nel 2014 per Demetrio Albertini presidente, ha rotto il fronte tra le componenti tecniche schierandosi con Tavecchio che senza l’appoggio del suo 10% di voti avrebbe perso la sfida con Andrea Abodi, numero uno della B.
Punito dalla Giustizia sportiva con tre anni di squalifica per illecito sportivo nel primo Calciopoli dell’86, non avrebbe più potuto ricoprire cariche federali. E anche la candidatura al Senato per Sel non ebbe successo.
Ora invece Ulivieri è al fianco di Tavecchio, accomodato su due poltrone: vicepresidente e capo della scuola allenatori di Coverciano. Ma nella difesa d’ufficio del suo protettore, è inciampato pesantemente: “Entrare nel Mondiale non era nel programma elettorale di Tavecchio”, ha dichiarato con impudenza al Corriere dello Sport; e poi, davanti ai microfoni, ha attaccato frontalmente il numero uno del Coni per aver suggerito a Tavecchio di dimettersi: “Non riconosco più Malagò come capo dello sport”.
Il secondo scudiero del presidente è l’avvocato Mario Galavotti, collaboratore stretto in Lega e in Figc di Franco Carraro, consulente giuridico. È lui l’uomo che ha seguito gli affari immobiliari della Lega Dilettanti targata Tavecchio. Ma ora anche il Coni vuole vederci più chiaro e sta valutando congruità e natura dei 227 mila 327,85 euro percepiti dal consulente esterno Galavotti nell’anno solare 2016.
Per sicurezza, Galavotti è riuscito con l’avallo di Tavecchio a trasferire il suo ex collega di studio, il commercialista Luca Galea, dalla Dilettanti al vertice del Collegio dei revisori della Figc.
E il Coni intende approfondire anche le notizie su tre fronti sempre caldi per Tavecchio: assicurazioni, campi sintetici e impianti a led.
Il “povero” Tavecchio, però, ha capito che deve guardarsi anche dal fuoco amico: a tifare per la sua caduta c’è in prima linea il dg Uva (doppia indennità, 350 mila euro dalla Figc, 150 mila come vicepresidente Uefa) che dal ricambio spera di guadagnare la nomina a Commissario per puntare poi al vertice.
Sarà interessante seguire le mosse del vicario di Tavecchio, il potente presidente dei Dilettanti Cosimo Sibilia (senatore di Forza Italia e vero candidato alla successione) e del presidente della Serie C, Gabriele Gravina, ormai preoccupato solo di diventare numero uno della Lega di A, la vera cassaforte del calcio italiano.
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